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Introduzione

Questo libro analizza sia la storia della comunicazione, caratterizzata da mutamenti e crisi, sia le teorie degli autori che se ne sono occupati. Bataille ha dedicato un saggio ad alcune pitture parietali del Paleolitico nelle grotte di Lascaux, identificando la nascita dell'arte a opera della natura umana proprio in quelle primitive rappresentazioni del mondo animale. Infatti, Bataille collocava la nascita delle capacità espressive di una comunità successiva alla dimensione del lavoro umano (alla quale si erano potuti produrre gli utensili adatti per sopravvivere).

L'analisi parte dal Settecento perché è lì che si sono gettate le basi di gran parte delle forme della comunicazione di oggi, a cominciare dalle forme artistiche e letterarie per arrivare fino alle innovazioni tecnologiche (il telegrafo prima, la radio e il cinema poi) che hanno preceduto i media elettronici contemporanei. Ma, prima del Settecento, c'è stato un lungo passato, caratterizzato dalle forme di comunicazioni elementari (evolute in maniera lenta): l'invenzione della scrittura e della stampa a cui si è deciso di riferirsi con il termine "evento catastrofico" (cioè quei mutamenti che al superamento di condizioni esistenti è corrisposto un altrettanto manifestarsi di fattori inediti).

La nascita e lo sviluppo della comunicazione di massa si colloca tra l'avvento della stampa e quello dei media elettronici. Ma prima della stampa era stata inventata la scrittura, 3500 anni fa con i Sumeri. La scrittura ha cambiato la società, non solo la comunicazione. È un mezzo che trasforma l'espressività del corpo umano sottraendone l'esclusività (la voce, la rabbia); la fissazione della morte di una persona, grazie alla scrittura, rimane conservata nel tempo. La scrittura ha consentito la condivisione di contenuti indipendentemente dalla presenza fisica degli interlocutori: popoli lontani tra loro hanno potuto condividere esperienze, grazie a questo nuovo modo di entrare in relazione. In virtù di essa sono divenuti possibili la creazione e il rafforzamento di identità religiose ed etniche. Anche l'organizzazione della società è cambiata (calendario).

La stabilità sociale che si rafforza con la scrittura diventa più evidente con l'invenzione della stampa (cioè con la sua prima tecnologizzazione), quando, intorno alla metà del XV secolo, Gutenberg mette a punto i suoi esperimenti di stampa con caratteri mobili, la società subisce un nuovo mutamento ("evento catastrofico").

Conseguenze della stampa

Alcuni autori hanno analizzato le conseguenze dell'invenzione della stampa. Eisenstein: la stampa produce standardizzazione. Di una stessa opera si possono riprodurre centinaia di esemplari identici gli uni agli altri. Gli errori del monaco amanuense spariscono. La standardizzazione riguarda non solo lo stile della scrittura, ma anche dei suoi contenuti: cose fino a quel momento patrimonio dei pochi ora sono alla portata di tutti. Una seconda conseguenza dell'innovazione di Gutenberg è, per Eisenstein, lo sviluppo della scienza: la stampa, attraverso la standardizzazione della scrittura, consente la diffusione di testi scientifici e ne facilita la catalogazione. Un capitolo del libro di Eisenstein è dedicato all'espansione della repubblica delle lettere: questo capitolo mette in luce due linee in conflitto tra loro: da una parte, la lettura dei testi a stampa ha rappresentato una frammentazione della società (prima con i comizi e gli oratori la comunità si univa, adesso la lettura di un testo scritto isola singolarmente ogni lettore), ma al contempo la repubblica delle lettere crea una nuova comunità, quella di coloro che si trovano sotto gli occhi lo stesso libro o giornale (pubblico che condivide le conoscenze).

Attorno alla tipografia, fenomeno sottolineato da Thompson, si costruisce un ambiente di intellettuali; la tipografia diventa un luogo culturale dove nasceranno vari movimenti culturali e politici. La tipografia, divenuta quindi raduno di filosofi e scienziati, costituì uno dei prototipi di impresa industriale, contribuendo al processo di mercificazione della cultura (i libri vengono stampati perché scritti, ma anche perché qualcuno ne guadagna). Eisenstein sottolinea inoltre che l'avvento della stampa diventa un'occasione di frattura del mondo occidentale. Lutero con la stampa aveva diffuso le sue idee religiose e la traduzione della Bibbia in tedesco. La stampa diventa così uno dei più importanti strumenti di diffusione del protestantesimo, contribuendo a creare un legame sempre più forte tra i seguaci di Lutero e la carta stampata (la chiesa cattolica ai tempi censurava e controllava la circolazione dei testi).

Anderson parla di guerra di propaganda religiosa, prima con i libri e, successivamente con i giornali. Giornali che si diffondono in ambito mercantile e nei salotti, nei caffè (nei raduni di intellettuali). Anderson parlando di nazionalismi propone l'idea di "comunità immaginata"; gli abitanti di uno Stato non si conoscono e sono distanti tra loro, ma condividono la stessa lingua, gli stessi miti, lo stesso immaginario. Sono stati i giornali, prima della radio e della TV, a diffondere questi valori e a creare questa comunità immaginaria.

Le origini della modernità

Il secolo lungo e il secolo breve

Grazie ad una accelerazione della ricerca scientifica e tecnologica, i mutamenti dei sistemi sociali trovano nuovi modi di comunicare e rappresentare la realtà. Nei primi due capitoli del libro tratteremo l'arco dei processi culturali che dalla crisi delle forme di rappresentazione dei vecchi regimi di potere delle società aristocratiche sono arrivati, attraverso la borghesia, ai nuovi regimi delle società industriali e di massa occupando l'intero '800 sino al 1930. Nel terzo capitolo parleremo del passaggio di questi regimi verso la società tardo-moderna 1930-1950.

Questo paragrafo ha come titolo il secolo lungo e il secolo breve (Hobsbawm): ai primi due capitoli spetta l'arco di tempo in cui nasce e si sviluppa la società industriale e di massa, nell'800: l'epoca della fabbrica, della metropoli e della prima industria culturale di massa. Nel terzo capitolo viene trattato il secolo breve, i pochi decenni in cui si è realizzata l'esperienza dei media e la destrutturazione della società industriale ('900).

Per fare questo dobbiamo riuscire a sintetizzare quali sono state le prime grandi modificazioni dei linguaggi tradizionali, che, in tempi molto brevi, hanno subìto la discontinuità dei processi di industrializzazione. Dobbiamo quindi spiegarci come ha avuto inizio la rimediazione di forme espressive che erano il frutto di millenni di storia. Le possiamo distinguere in tre zone: la messa in scena dal vivo (dal teatro greco romano sino agli spettacoli barocchi), la scrittura (riprodotta grazie allo sviluppo della stampa di Gutenberg) e le arti figurative (pittura, scultura, immagine). È difficile tenere separate queste tre zone: la messa in scena dal vivo è basata su testi teatrali, la scrittura finisce per essere rappresentazione immaginaria di luoghi.

Per immaginarci quanto queste tre zone vadano viste l'una in funzione dell'altra può essere utile richiamare la nozione di semiosfera elaborata da Lotman: nessuna componente culturale presa separatamente è in grado di funzionare, ma lo fa soltanto se è immersa in un continuum semiotico definito semiosfera.

Messa in scena, scrittura e arti si tramandano nel tempo e nello spazio, si traducono in nuovi modi di rappresentazione e comunicazione in misura dei mutamenti in un determinato contesto sociale che ne pretendono la trasformazione, a volte con violenza e a volte gradualmente. La messa in scena dal vivo sfocia nei modi di comunicare e rappresentare adottati dai nuovi spazi della città trasformata dallo sviluppo industriale; la scrittura sfocia nelle strutture narrative consentite dalle innovazioni tecnologiche dell'editoria di massa, determinando la nascita del romanzo moderno, la stampa illustrata, l'informazione giornalistica; le arti figurative sfociano a loro volta nell'epoca della riproducibilità tecnica e nella conseguente invenzione di nuovi modi di costruire ambienti di vita.

La semiosfera dei linguaggi è più larga però: nella fase di industrializzazione entrano linguaggi come la musica (Mozart, Bach), l'architettura e l'urbanistica che comprende le trasformazioni della vecchia città, ma anche il linguaggio dei corpi, le mode, i modi di essere in società (sempre più diversi dai tradizionali, come il dandismo assunto dalle élite a inizio '800). L'attenzione all'analogia tra media e architettura, torna utile a ribadire il punto di vista sociologico applicando questa semplice sequenza: mutamenti del territorio (cioè delle identità), dunque mutamenti della comunicazione (e dei suoi mezzi espressivi), quindi compatibilità o conflitto tra comunicazione immateriale e natura materiale.

Al posto di linguaggi della rappresentazione e della comunicazione, spesso useremo la formula piattaforme espressive, perché, con l'avvento della società industriale, il mondo moderno comincia a vivere al proprio interno una scissione tra il progresso dei suoi territori fisici e il progresso dei modi di comunicare di chi li abita. Una chiave interpretativa di questa scissione è assolta dai media tecnologici con il loro scatto verso una smaterializzazione del mondo fisico.

Tre fasi, tre media egemoni

Tre fasi, tre media egemoni: la metropoli, che è la città trasformata dalle dinamiche della produzione di fabbrica e del mercato delle merci; la stampa, che, nella dimensione moderna è potente veicolo delle sue strategie di socializzazione dei nuovi soggetti che abitano i territori metropolitani; lo schermo, che dopo la clamorosa anticipazione ottocentesca della fotografia come riduzione del mondo tridimensionale della realtà fisica accoglie l'esperienza situata della metropoli, capace di coprire ogni altro spazio della vita quotidiana che possa essere assoggettato dalle forme di razionalizzazione (Weber e l'etica del capitalismo) e insieme economico-politica (il modo di produzione di Marx).

Si tratta di seguire una stessa metodologia di analisi per tre fasi – metropoli, stampa di massa, schermo – che sono entrate l'una nell'altra, cedendo progressivamente la propria egemonia espressiva alla tecnologia mediale più avanzata, ma anche intrecciandosi tra loro. Sono queste le 3 linee di racconto – sviluppo della metropoli, della stampa, dello schermo – che servono a inquadrare lo sviluppo generale dei media occidentali nella loro fatale, progressiva espansione mondiale lungo le stesse vie della fabbrica e delle merci.

Weber (1864-1920)

Insieme a Marx e Durkheim, è stato uno dei fondatori della sociologia moderna. I suoi lavori hanno contribuito a evidenziare le differenze tra scienze sociali e scienze naturali, così come a sottolineare l'importanza delle azioni sociali, che Weber distingueva in tradizionali, affettive, razionali e strumentali. Si concentrò sulla sociologia della religione e della politica. Weber iniziò a elaborare le proprie tesi sulla razionalizzazione in L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, parlando dell'ascetismo intramondano e extramondano, che prevedeva la rinuncia al lusso e la dedizione totale al successo terreno. Affrontò anche il tema del "disincanto del mondo", ovvero la scomparsa di tutti i valori simbolici e mistici dalle cose del mondo, ridotte a mezzi per il raggiungimento di fini, primo fra questi la ricchezza (visti come tipici dell'industria culturale). Il capitalismo, secondo Weber, è uno dei molti fattori che incidono sullo sviluppo sociale, così come la scienza e la burocrazia. Weber fa rientrare tutto ciò in un processo definito di razionalizzazione, organizzazione della vita economica e sociale sulla base dell'efficienza e del sapere tecnico.

Dal lavoro di Weber emerge anche un concetto generale di cui lo studioso si servì per sviluppare le proprie teorie, l'idealtipo, un modello d'interpretazione dei fenomeni nato dall'analisi di realtà concrete. Nelle sue analisi di sociologia urbana, Weber, a differenza di Marx, sosteneva che le idee e i valori influiscono sulla società allo stesso modo delle condizioni economiche: per questo non condivise la concezione materialistica della storia. Riguardo alla politica: alle due forme classiche di legittimazione del potere, l'autorità della legalità e l'autorità tradizionale, Weber ne aggiunse una terza, l'autorità del carisma, che appartiene solo alle doti di alcune persone. L'auspicio di Weber era che la politica fosse appannaggio di individui competenti e professionalmente preparati: la politica come professione è riservata a delle élite, nella consapevolezza che essa includa le etiche dell'agire politico, cioè l'etica dell'intenzione e l'etica della responsabilità.

Karl Marx (1818-1883)

Fu filosofo, critico dell'economia politica e sociologo. Alla base della riflessione di Marx c'è una visione critica dell'uomo e della natura che si allontana dal sistema filosofico idealista di Hegel. Alla base del modo di vedere la realtà delle persone ci sono i rapporti socio-economici, considerati come dati empiricamente osservabili. È in questa ottica scientifica che si sviluppa il materialismo di Marx. Gli esseri umani producono i mezzi necessari alla loro sopravvivenza in un determinato assetto economico-politico, ed è questo assetto materiale a legare tra loro gli esseri umani in un sistema relazionale a esso funzionale.

Marx spiega questo processo attraverso i concetti di struttura e sovrastruttura: la struttura è la base economica, ovvero la condizione dei rapporti di produzione in un determinato momento storico; la sovrastruttura comprende gli aspetti della realtà non economici, e dunque la cultura, la religione, l'arte, le ideologie ecc. La sovrastruttura di una società è speculare alla sua struttura economica, quindi al modo di vivere i rapporti di produzione esistenti. In questo senso, la struttura economica è divisa in due classi, quella che detiene i mezzi di produzione e quella che ne costituisce la forza lavoro. Questa classe è il proletariato: esso produce materialmente i beni della collettività attraverso mezzi di produzione che non gli appartengono perché sono proprietà del Capitale, ovvero della borghesia che detiene la proprietà non solo dei mezzi, ma anche delle stesse risorse umane messe al lavoro negli apparati industriali.

Marx ha concentrato la propria riflessione sul concetto di valore d'uso dei beni, sottolineando come nel sistema capitalista il valore d'uso diventi valore di scambio: i beni non vengono più prodotti per essere consumati, ma per essere scambiati, creando così bisogni sempre più indotti dalle necessità della produzione e del mercato invece che della vita umana in sé e per sé. In questo processo di trasformazione dei modi di produzione della realtà sociale attraverso la fabbrica, si manifesta dunque una doppia alienazione dell'integrità umana: espropriazione dell'atto di consumo e del lavoro. In un sistema capitalista l'obiettivo di chi detiene i mezzi di produzione è quello di ridurre al minimo i costi così da ottenere un maggiore plusvalore. Il plusvalore è il valore aggiunto di un bene prodotto: il costo dei mezzi di produzione, e il costo della forza lavoro sotto forma di salario. L'operaio lavora dunque per aumentare l'entità del plusvalore, di cui tuttavia non è il beneficiario. La conseguenza è un impoverimento del proletariato nonostante un aumento costante della quantità di merci prodotte; un sistema che lo avrebbe portato al collasso, dove il valore di scambio sarebbe tornato alla programmazione razionale di tutte le risorse. E questa rivoluzione dei rapporti di potere tra capitale e classe operaia avrebbe potuto farsi possibile solo attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione (comunismo).

Ma le teorie di Marx hanno fornito straordinarie basi di analisi critica delle forme di produzione anche in campo culturale e mediologico. In un sistema capitalista, il rapporto sociale alienato trova un corrispettivo nel feticismo delle merci. Il feticismo delle merci induce alla "personificazione della cosa" e alla "reificazione della persona". Gli esseri umani egemonizzati dal capitalismo credono di avere, tra loro, un rapporto sociale, ma in realtà hanno solo un rapporto reificato, fatto cosa, poiché i rapporti sociali sono mediati dalla compravendita di merci. Al contrario, quando gli individui credono di avere un rapporto naturale con le cose, in realtà instaurano un rapporto artificiale, visto che le merci si personificano. Il prodotto ha nel consumo il suo finish, e il consumo produce la produzione in quanto il consumo crea il bisogno di una nuova produzione. Questa analisi è preziosa ancora oggi nel campo delle strategie perseguite dagli apparati delle comunicazioni di massa.

La fabbrica e la città

Le origini

Gli episodi da ricordare riguardano la fase nascente della rivoluzione industriale sino allo sviluppo scientifico e tecnologico dei primi decenni dell'Ottocento, cioè le premesse dell'evento comunicativo più simbolicamente pregnante dell'avvento della metropoli e della società dello spettacolo: la prima grande esposizione universale della regina Vittoria a Londra nel 1851.

Il sapere messo in scena

Prendiamo ispirazione da un evento urbano molto significativo, la prima esposizione pubblica di prodotti industriali che si inaugurò allo Champ de Mars di Parigi nel 1798. Questo evento...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorenzoloru42 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della comunicazione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Mele Vincenzo.
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