Le origini della modernità
Il secolo lungo e il secolo breve
I processi culturali e comunicativi hanno inizio quando il mondo occidentale ha cominciato a percepire e costruire le sue forme dell’abitare ricorrendo ad energie mai attingibili prima sul piano della forza e della qualità. I mutamenti dei sistemi sociali trovano nuove risorse per intervenire sia sulla realtà sia sui modi di comunicarla e rappresentarla. L’invenzione e sviluppo di macchine capaci di garantire apparati di produzione e consumi più potenti rispetto alle passate dimensioni dell’artigianato; il rapido sviluppo di nuove piattaforme espressive in grado di attribuire efficacia e funzionalità all’incremento delle relazioni e transazioni necessarie a contesti sempre più dinamici.
Hobsbawn definisce il '900 come il “secolo breve” e a esso si contrappone il “secolo lungo”, cioè la società industriale che, avviata alla fine del '700, si è pienamente affermata nei primi decenni del '900.
Bisogna cogliere quali sono i soggetti industriali che, attraverso la prima rivoluzione industriale, hanno determinato la trasformazione dei mezzi di comunicazione e rappresentazione ereditati dal passato e si sono spinti a crearne di nuovi, più rispondenti alle necessità di sviluppo dei sistemi territoriali e politici, operativi e simbolici, di loro appartenenza.
Per fare questo dobbiamo sintetizzare quali sono state le prime grandi modificazioni dei linguaggi tradizionali. Le possiamo distinguere in tre zone:
- La messa in scena dal vivo;
- La scrittura;
- Le arti figurative.
Dal semplice accostamento di queste tre zone è chiaro quanto sia difficile una separazione netta tra una e l’altra. Per immaginarci quanto queste tre zone vadano viste l’una in funzione dell’altra, può essere utile richiamare la nozione di semisfera elaborata da Lotman che, presupponendo piani espressivi sempre aperti in un processo di relazioni intertestuali e extratestuali, ha individuato lo sviluppo ipermediale dei mezzi di comunicazione che caratterizzerà la dimensione digitale dei media elettronici.
Si tratta di tre piani dell’esperienza individuale e collettiva, pur diversamente vissuti dai soggetti che la compongono in un determinato cotesto sociale, nelle determinate condizioni del tempo e dello spazio in cui tale contesto si colloca.
La musica è un linguaggio di massimo rilievo: un luogo di intrattenimento sociale emerso in modo particolare proprio con il nascere della modernità sei-settecentesca, e poi con l’ingresso delle pratiche musicali della composizione, dell’esecuzione e dell’ascolto, nei loro primi processi di urbanizzazione e di automazione. Non si deve dimenticare il ruolo specifico dell’espressione musicale, in grado di potersi emancipare dalla parola e dalla vista, tra '700 e '800 tende a privilegiare il genere sinfonico e quello da camera, più fortemente affidati all’udito. Questa specificità del linguaggio musicale sarebbe diventata l’estremo obiettivo da raggiungere per le culture romantiche, tese a ottenere analoghi risultati nella resa musicale del verso e del ritmo del componimento poetico e del suo ascolto.
Per le stesse ragioni, la musica avrebbe svolto un ruolo di punta agli albori preromantici e romantici dell’estetica come filosofia delle forme dell’arte.
Lo spazio sociale è un campo di forze tra soggetti e oggetti le cui relazioni sono indotte a produrre condivisione dei valori con cui marcare il territorio, dotarlo di senso identitario, organizzare la vita pratica e simbolica, misurare i tempi necessari a percorrerlo e a raggiungere altri territori, definendo in tal modo la propria dimensione relazionale come relazione spazio-temporale. Tutto ciò fa parte di un’architettura del territorio che è solo in parte visibile attraverso l’architettura solida degli edifici e delle strade, ma può essere meglio individuata nel linguaggio dei corpi, negli oggetti di arredo, nelle mode in quanto modi d’essere in società delle singole persone. Modi d’essere che si apprestano a entrare nei nuovi spazi urbani del lavoro e del tempo libero industriale, assumendo forme sempre più dinamiche rispetto ai costumi tradizionali: a partire dal dandismo dell’abbigliamento e del comportamento assunto dalle elite creative alla fine del '700 e nei primi decenni dell'800; fino alla progressiva estetizzazione della vita quotidiana che culminerà a cavallo tra '800 e '900 con il progetto di riqualificazione artistica della produzione in serie della fabbrica, prima anticipazione del piano pratico e insieme utopico del design novecentesco.
L’attenzione a una sostanziale analogia tra media e architettura torna utile a ribadire il punto di vista sociologico che intendiamo riprendere e seguire, applicando questa sequenza:
- Mutamenti del territorio, in quanto mutamenti delle identità e delle forme di governo che lo abitano;
- Mutamenti della comunicazione, delle sue forme e dei suoi mezzi espressivi, dei suoi media;
- Compatibilità o divergenza e conflitto tra le possibilità di comunicazione sempre più immateriale e la natura materiale del territorio fisico.
Con l’avvento della società industriale, il mondo moderno comincia a vivere al proprio interno una scissione che diviene costitutiva del suo stesso sviluppo nel tempo e nello spazio: una scissione tra il progresso dei suoi territori fisici e il progresso dei modi di comunicare di chi li abita.
Si può parlare di tre fasi, tre media egemoni:
- La metropoli, che è la città trasformata dalle dinamiche della produzione di fabbrica e del mercato delle merci, e insieme quella forma di elevata urbanizzazione in cui messa in scena dal vivo, trasporti e comunicazioni si trasformano a misura di relazioni umane fondate sempre più sulla visibilità e sull’ostentazione;
- La stampa che, nella dimensione moderna, si fa narrazione dei processi che l’hanno costituita e potente veicolo delle sue strategie di socializzazione dei nuovi soggetti che vanno abitando i territori metropolitani;
- Lo schermo, che dopo la clamorosa anticipazione ottocentesca della fotografia come riduzione del mondo tridimensionale della realtà fisica a superficie bidimensionale, accoglie l’esperienza situata della metropoli, trasformandola in un potente medium metaterritoriale, capace di coprire ogni altro spazio della vita quotidiana che possa essere assoggettato dalle forme di razionalizzazione, nazionalizzazione e mondializzazione del capitalismo.
Si tratta di seguire una stessa metodologia di analisi per tre fasi, che sono entrate l’una nell’altra, cedendo progressivamente la propria egemonia espressiva alla tecnologia mediale più avanzata, ma marciando anche in parallelo, intrecciandosi tra loro.
I media sono contemporanei perché ci serviamo tuttora di stampa, fotografia, cinema, radio e TV. Li diciamo contemporanei al nostro tempo in quanto mezzi di rappresentazione e comunicazione che sentiamo affini alla nostra cultura. Li sentiamo prossimi ai nostri corpi. Li abitiamo. Si tratta di media della contemporaneità in quanto la loro natura di piattaforme espressive ha progressivamente reso contemporanea la vita sociale di una buona parte del mondo. Noi contemporanei siamo il contenuto, il messaggio dei media, ne costituiamo il corpo vivente.
Max Weber e la modernità
Max Weber (1864-1920): insieme a Marx e Durkheim, è stato uno dei fondatori della sociologia moderna. I suoi lavori hanno contribuito a evidenziare le differenze tra scienze sociali e naturali, e a sottolineare l’importanza delle azioni sociali (distinte in tradizionali, affettive, razionali e strumentali). Iniziò a elaborare le proprie tesi sulla razionalizzazione in “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, parlando dell’ascetismo intramondano, che prevedeva la rinuncia al lusso e la dedizione totale al successo terreno.
Affrontò il tema del “disincanto del mondo”, ovvero la scomparsa di tutti i valori simbolici e mistici, ridotti a mezzi per il raggiungimento di fini. Il capitalismo, secondo Weber, è uno dei molti fattori che incidono sullo sviluppo sociale, come la scienza e la burocrazia. Weber fa rientrare tutto ciò in un processo definito di razionalizzazione, organizzazione della vita economica e sociale sulla base dell’efficienza e del sapere tecnico.
L’idealtipo è un modello di interpretazione dei fenomeni nato dall’analisi di realtà concrete. Weber, a differenza di Marx, sosteneva che le idee e i valori influiscono sulla società allo stesso modo delle condizioni economiche: per questo non condivise la concezione materialistica della storia, ridimensionando il ruolo tradizionalmente attribuito in sociologia, al conflitto di classe. Per lui, la politica è una specifica forma del conflitto e non una morale.
Alle due forme classiche di legittimazione del potere, l’autorità della legalità e l’autorità tradizionale, Weber aggiunse l’autorità del carisma. L’auspicio di Weber era che la politica fosse appannaggio di individui competenti e professionalmente preparati. Due le etiche che muovono l’agire politico: l’etica dell’intenzione e l’etica della responsabilità. Il vero politico deve seguire l’etica della responsabilità, attribuita al conflitto tra interessi divergenti tra loro.
Karl Marx e la sua critica al capitalismo
Karl Marx (1818-1883): Filosofo, critico dell’economia politica e sociologo tedesco. Alla base della sua riflessione c’è una visione critica dell’uomo e della natura che si allontana dal sistema filosofico idealista di Hegel. Per Marx è la condizione sociale degli uomini a determinare la coscienza: idee, giudizi, aspettative e desideri dipendono in modo sostanziale dalle condizioni materiali dell’ambiente sociale in cui si vive. È in quest’ottica scientifica che si sviluppa il materialismo di Marx.
Spiega questo processo attraverso i concetti di “struttura” e “sovrastruttura”: la struttura è la base economica, la sovrastruttura comprende gli aspetti della realtà non economici. La sovrastruttura di una società è speculare alla sua struttura economica. In questo senso, la struttura economica è divisa in due classi, quella che ha i mezzi di produzione e quella che ne costituisce la forza lavoro. Il dispositivo fondamentale della società moderna è la fabbrica, dove le qualità dell’artigiano lasciano il posto a quelle dell’operaio.
Marx ha concentrato la propria riflessione sul concetto di valore d’uso dei beni, sottolineando come nel sistema capitalista il valore d’uso diventi valore di scambio. In questo processo di trasformazione dei modi di produzione della realtà sociale attraverso la fabbrica, si manifesta una doppia alienazione dell’integrità umana: espropriazione dell’atto del consumo ed espropriazione non solo dell’oggetto che il lavoratore produce, ma anche del suo stesso lavoro impegnato nel produrlo, in quanto egli vende la propria forza lavoro.
Marx definisce alienazione questa radicale separazione tra l’oggetto prodotto e la sua proprietà. L’alienazione genera disinteresse per l’oggetto prodotto e iniquità, perché non c’è equità nella sostituzione del valore di scambio degli oggetti con il salario dato al lavoro proletario. In un sistema capitalista, l’obiettivo di chi ha i mezzi di produzione è di ridurre al minimo i costi per ottenere un maggiore plusvalore; costi che sono sostanzialmente due: il costo dei mezzi di produzione e il costo della forza lavoro. L’operaio lavora per aumentare l’entità del plusvalore, di cui non è il beneficiario. La conseguenza è un impoverimento del proletariato.
Per Marx, le leggi irrazionali del sistema capitalistico lo avrebbero portato al collasso. E questa rivoluzione dei rapporti di potere sarebbe stata possibile solo attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione (comunismo).
Col capitalismo, le merci assumono un “carattere mistico”: il feticismo delle merci induce alla “personificazione della cosa” e alla “reificazione della persona”. Le persone egemonizzate dal capitalismo credono di avere tra loro un rapporto “sociale”, ma in realtà hanno solo un rapporto “reificato”, fatto cosa. Al contrario, quando gli individui credono di avere un rapporto naturale con le cose, in realtà instaurano un rapporto “artificiale”, giacché le merci si “personificano”.
La produzione media di consumo, di cui costituisce il materiale, ma anche il consumo media la produzione, in quanto costituisce il soggetto per i prodotti. Il prodotto ha nel consumo il suo “finish” e il consumo produce la produzione in quanto solo nel consumo il prodotto è effettivamente se stesso. Similmente la produzione dà il suo “finish” al consumo.
Immagini e letture
Scenari
Gli scenari ai quali si intende risalire riguardano autori e luoghi a cavallo tra il '700 e l’'800. Sono stati scelti per fissare alcune coordinate socioculturali rimaste costanti fino a oggi.
Dalle teorie degli anni '20 e '30 sugli effetti dei media in poi, la ricerca empirica e gran parte delle teorie mediologiche saranno attratte quasi esclusivamente dalle questioni relative alle strategie della propaganda e poi della persuasione, tendendo a perdere di vista la cultura di massa come “mondo nuovo” dell’esperienza collettiva e inedito terreno di conflitti sociali.
Le incisioni seicentesche di Callot sono utili a evocare le fasi di un processo di modernizzazione che ha grandi e significativi antecedenti.
Incisioni, stampe, illustrazioni
Callot (1592-1635) è pittore e incisore francese di cui, tra le tante immagini, è importante segnalare soprattutto la sua rappresentazione della “Fiera dell’Impruneta”, indicazione preziosa delle dinamiche di sviluppo del commercio che avevano fatto sì che i mercati cercassero periodico sfogo al di fuori dalle mura della città. Un avvento di luoghi di culto profano che prepara l’ulteriore sviluppo ottocentesco delle Esposizioni nazionali e di settore, fino ad arrivare alle Grandi esposizioni universali.
Piranesi (1720-1778), architetto veneto, si stabilisce a Roma nel 1744 e qui indice stampe e vende vedute delle rovine romane ai turisti del Grand Tour, viaggio iniziatico, formativo, attraverso le città dell’Europa, compiuto a uso e consumo della giovane aristocrazia e borghesia del primo cosmopolitismo, e radice elitaria del turismo di massa che nascerà tra '800 e '900.
La mondanizzazione è il processo per cui lo sguardo umano aveva cominciato a rivolgersi dall’alto della città di Dio al basso della città dell’Uomo (Speroni).
La città di Roma realizzata da Piranesi non è quella reale dei suoi abitanti ma quella immaginata da chi intende visitarla. Egli ha partecipato a quella trasposizione dei luoghi sul piano immateriale della rappresentazione e della comunicazione che ha segnato il passaggio dalle società premoderne a quelle moderne a quelle postmoderne. Ulteriore rilevanza possiamo dare a quelle stampe di Piranesi in cui si privilegiano i temi del collezionismo, delle rovine e degli stili ornamentali desunti dalle civiltà passate.
Altri illustratori del patrimonio letterario europeo sono William Blake (1757-1827) e Füssli (1741-1825). Hanno costituito uno straordinario repertorio di suggestioni ampiamente sfruttate nella seconda metà dell’'800, poi dalla cultura alta delle avanguardie storiche del '900, in particolare dal surrealismo, e dalla cultura di massa, sempre alla ricerca di nuovi e filoni a sfondo leggendario.
Artisti dell’eccesso, essi sono ancora lontani dal romanticismo e in particolare dalla sua dimensione borghese, divisa tra sentimento soggettivo e realtà oggettiva. Votati invece alla potenza dei miti antichi e al recupero in chiave eroica delle forme classiche, riesumate dal Rinascimento.
A monte hanno Burke (1729-1825), che aveva pubblicato la “Ricerca filosofica sull’origine delle nostre idee del sublime e del bello”, incentrata sui sensi a fronte della ragione; a valle hanno Pater (1839-1894), Morris (1834-1896) e Ruskin (1819-1900), protagonisti di una riflessione estetizzante della prosaicità degli effetti più triviali della modernizzazione industriale.
“Cose brutte”, di una volgarità che non poteva essere riscattata dalla “Estetica del brutto” che, sulla scia della filosofia di Hegel, sarà teorizzata da Rosenkranz (1805-1879) al fine di integrare anche le forme disarmoniche della modernità industriale nell’ordine dei valori armonici dettati dai canoni dell’arte e delle sue estetiche. Una valorizzazione della magnificenza etica e formale degli antichi, quella di Pater, Morris e Ruskin, tra le pieghe della società rigorista vittoriana, spiega il movimento immaginifico dei Preraffaeliti, i fermenti decadenti europei in cui si collocano vari autori emblematici quali Oscar Wilde (1854-1900), con il suo “Ritratto di Dorian Gray” (1890), e Huysmans (1848-1907) con “Controcorrente” (1884).
I prodotti cinematografici e poi televisivi potranno penetrare nel pubblico italiano con tanta facilità anche grazie a questa vera e propria espropriazione della tradizione classica e italiana, messa al lavoro nel cuore dei processi di sviluppo metropolitani nordeuropei e americani e poi nell’industria culturale hollywoodiana.
Mesmer e Bentham
Mesmer (1734-1815) è noto per le miracolose guarigioni dovute alla sua nuova teoria dei fluidi. Per curare le malattie del corpo ha usato la convinzione che vi sia qualcosa di invisibile eppure fisicamente consistente, emotivamente attivo. Usa il magnetismo animale, una forza o energia che passa tra organismo e organismo ma è parte comune alla terra e ai...
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