Manuale di semiotica – Ugo Volli
1. Comunicazione
1.1 Non si può non comunicare
Il punto di partenza della semiotica e la giustificazione della sua utilità si possono trovare in un atto elementare che è stato definito “il primo assioma della comunicazione”. Questo principio afferma che non è possibile non comunicare. Ogni persona, ogni oggetto, ogni elemento naturale o artificiale del nostro paesaggio, ogni forza o organizzazione comunicano continuamente. Comunicare in questo caso vuol dire semplicemente diffondere informazione su di sé, presentarsi al mondo, avere un aspetto che viene interpretato da chiunque sia presente.
Della nostra esistenza cosciente fa dunque parte, come primo presupposto, il fatto che il mondo ci appaia sensato. Il che significa che noi vediamo sempre le cose che ci troviamo attorno e i loro comportamenti secondo certe categorie e etichette. Es: quella persona ha un sorriso stanco, è giovane, ha l'aria da studente, dal suo atteggiamento so che mi vuol parlare, oppure vedo lontano del fumo e capisco che deve esserci un incendio da qualche parte.
Ogni cosa ci appare dunque etichettata secondo la sua apparenza e fornita di istruzioni per l'uso. Le cose subito le vediamo secondo la loro utilità, il loro pericolo, le azioni che ci sono richieste: ogni cosa è per noi. Questa ricchezza di senso del mondo mobilita moltissime conoscenze, tutta un'enciclopedia di saperi formali e informali. Ed è quindi diversa da persona a persona, da società a società, da tempo a tempo. La conseguenza di questo fatto elementare è che il comportamento di ogni persona o organizzazione è una potenziale sorgente di comunicazione. Chiameremo significazione questa condizione di ricchezza di senso.
1.2 Comunicazione/significazione
Quando ci figuriamo una comunicazione ci riferiamo ad attività come spedire una lettera, fare pubblicità, gridare qualcosa a qualcuno, raccontare una storia. In tutti questi casi accade che ci sia qualcuno, che chiameremo emittente, il quale trasmette qualche cosa, che chiameremo messaggio o testo, a qualcun altro che chiameremo destinatario. In questi tipi di comunicazione vi è naturalmente un lavoro da parte dall'emittente, per dare al messaggio un formato accessibile al destinatario. Quest'ultimo si trova a ricostruire l'intenzione dell'emittente, a interpretare il messaggio, a reagire ad esso o a rifiutarlo.
È evidente che la significazione di cui abbiamo parlato prima non è un fenomeno dello stesso tipo della comunicazione vera e propria. Non c'è in questo caso un emittente che ci mandi un messaggio di cielo grigio per farci prevedere la pioggia, il ragazzo che incontriamo non sta cercando di apparire uno studente ma ha semplicemente l'aria di uno studente. La significazione ha però anch'essa una certa natura comunicativa: un passaggio di informazioni avviene. In questo caso il lavoro viene svolto tutto dal destinatario, che innanzitutto decide in proprio di assumere questo ruolo, osservando certi fatti. In secondo luogo il destinatario assume i fatti che gli interessano come oggetto di inferenza, applicando ad essi le proprie conoscenze.
| Tipi di comunicazione | Il lavoro comunicativo è svolto per via di... | da... |
|---|---|---|
| Comunicazione vera e propria | Codice | Emittente |
| Significazione | Regole/Abduzione | Destinatario |
Perché trattare assieme i processi di comunicazione vera e propria e di significazione sotto il nome comune di comunicazione? Ci sono due ragioni. In primo luogo anche i meccanismi che rendono possibile la comunicazione vera e propria sono caratterizzati dalla logica della significazione; perché l'oggetto che viene trasmesso dall'emittente al destinatario possa adempiere alla sua funzione, esso deve risultare significativo.
In secondo luogo è spesso facile e in genere comune lavorare sull'aspetto di una cosa o di una persona, manipolare insomma la sua significazione, in maniera tale da raggiungere determinati effetti comunicativi. I fenomeni semiotici della comunicazione e della significazione si incrociano quindi fittamente e si contengono spesso l'un l'altro a diversi livelli.
C'è un terzo concetto importante: quello di informazione. L'informazione può essere intesa come la capacità di ridurre l'incertezza sullo stato del mondo. Essere informati sul risultato di una partita di calcio per esempio vuol dire ridurre i possibili tre risultati (vittoria, pareggio, sconfitta) a uno solo che si è effettivamente realizzato. Vi sono sempre fenomeni di ridondanza, cioè di informazioni che non sono trasmesse nella maniera più economica, ma al contrario sono ripetute e ribadite in diversi modi, in maniera da renderle più convincenti o meno sensibili ai disturbi della comunicazione, che vengono definiti dalla teoria dell'informazione come rumore.
E vi sono dei fenomeni di informazione ellittica o implicita, in cui l'emittente non cerca neppure di trasmettere tutta l'informazione che intende far giungere al destinatario, perché fa affidamento sulla capacità di quest'ultimo di integrare col ragionamento, o con i dati che presume siano in suo possesso, gli elementi mancanti. La comunicazione non serve solo al passaggio di informazione pura e semplice, ma consiste in vari tipi di azione: convincere, promettere, sedurre, far immaginare …
- Comunicazione in senso stretto: emittente intenzionale e ricevente intenzionale
- Significazione: emittente non intenzionale, ricevente intenzionale
- Formulazione di inferenze: non c'è emittente, c'è interpretante
1.3 Ricezione
Si definisce ricezione l'atto con cui un certo messaggio o testo è fatto proprio da un essere umano che in questo caso viene definito destinatario, ricettore, ricevente o lettore. In questa attribuzione di senso si trova il punto di partenza del complicato processo di interpretazione; si tratta di conseguenza dell'atto decisivo della comunicazione. Si può facilmente ammettere che vi sia comunicazione senza emittente per esempio nei casi in cui dalla lettura di uno strumento scientifico o dai sintomi di una malattia o da altri indizi qualcuno tragga un senso (indizi sul fumo per il fuoco), ma al contrario non vi è comunicazione senza ricezione. Un termometro che non è letto può funzionare perfettamente ma letteralmente non ha senso, resta una colonna di mercurio in un tubo di vetro. Solo un'interpretazione mette in relazione l'espansione del mercurio con il livello della temperatura.
Se guardiamo all'organizzazione di una comunicazione normale troviamo che senza una ricezione effettiva, si tratta solo di tentativi di comunicazione: in presenza di rumore o altri disturbi, il tentativo di comunicare continuerà finché non si sarà avuta una ricezione, solo allora la comunicazione si sarà realizzata. L'emittente produce il tentativo; solo l'avvenuta ricezione realizza la comunicazione vera e propria. Ogni comunicazione presuppone dunque a diversi livelli un atto di ricezione: una ricezione empirica, negli atti comunicativi riusciti; un'auto-ricezione e un certo modello di ricezione virtuale. È il ricettore a contestualizzare il testo alla sua enciclopedia, cioè ad attualizzare certi suoi significati a differenza di altri. E infine sempre il ricettore che colma gli inevitabili buchi del testo con la sua attività figurativa, che gode del testo trasformandolo da oggetto inerte in relazione sociale. L'atto semiotico fondamentale non consiste dunque nella produzione di segni, ma nella comprensione di un senso.
La ricerca semiotica ha mostrato che si possono ricostruire in ogni testo dei simulacri della ricezione virtuale immaginata dall'autore come possibile interlocutore: è quel che Umberto Eco chiama lettore modello, cioè una certa competenza linguistica e di genere, un certo atteggiamento ideologico, un certo bagaglio enciclopedico che permette di dare per scontata una certa forma del mondo e così via. Dal lettore modello bisogna tener distinti un altro tipo di simulacri della ricezione che sono presenti spesso anche se non sempre nelle comunicazioni letterarie, giornalistiche, televisive, pittoriche, ecc. Si tratta del destinatario rappresentato, che consiste in una certa figura (o più d'una) che sta nel testo, in modo esplicito a marcare enunciativamente il lettore o lo spettatore: per esempio il pubblico in studio di una trasmissione televisiva, il lettore cui si rivolge eventualmente in seconda persona un narratore, i vari soggetti delle rubriche di lettere su un giornale e così via. La cosiddetta estetica della ricezione ha mostrato che alla base di ogni atto ricettivo esiste un orizzonte d'attesa del soggetto, che consiste in conoscenze, gusti, interessi, definizioni di genere, che egli condivide con la società cui appartiene.
La complessità della ricezione si realizza in diversi modi, che implicano diversi modi di lavoro da parte del ricettore. Innanzitutto vi è una complessità di dimensione. Vi è una ricezione quasi esclusivamente percettiva, per esempio nel momento in cui ci accorgiamo di una spia di allarme che si accende in un pannello di controllo. Il lavoro del riconoscimento del testo è qui estremamente semplice. Al polo opposto della complessità di dimensione abbiamo la ricezione di testi molto ricchi ed estesi, La Divina Commedia, gli affreschi della Cappella Sistina o Don Giovanni. Qui prima del difficile lavoro di comprensione semantica del testo, vi è una ricca attività di percezione e di ricostruzione della forma del testo.
Un secondo livello di complessità della ricezione riguarda i diversi canali o codici su cui avviene il lavoro percettivo. Vi è ricezione visiva, auditiva, tattile, ecc; vi è ricezione iconica, indicale, simbolica. Vi sono ricezioni multimediali e sinestetiche. Vi è ricezione di testi fortemente codificati, e ricezione/percezione di parti del mondo naturale, senza forti vincoli di codificazione. Da questa complessità di codice, e dal modo in cui essa è usata, dipende anche quella dei contenuti del messaggio e del modo in cui essi sono attualizzati. Vi sono infine diversi atteggiamenti del lettore; vi può essere a un estremo una lettura succube, che si china all'autorità del testo e non dubita dei suoi contenuti oppure all'altro estremo possiamo avere una lettura resistente, che si sforza di criticare il testo, di demitizzarlo o di de-costruirlo per comprendere gli interessi per cui esso sarebbe stato prodotto. Ovviamente fra questi due estremi sono possibili numerosi modi intermedi utilizzazione e di piacere del testo.
1.4 I fattori e le funzioni della comunicazione
Emittente → Messaggio → Destinatario (messaggio inteso come oggetto materiale)
Il messaggio non può essere pensato come un insieme di contenuti o di idee; si tratta piuttosto di un oggetto materiale che in quanto tale si presta a essere fisicamente spostato da una persona all'altra. Questo oggetto materiale è dunque un sostituto dei contenuti mentali che si vorrebbe poter trasmettere. Gli oggetti sostitutivi vengono di solito definiti segnali. A questi vanno aggiunti altri elementi importanti in tutta la comunicazione: un contatto è necessario per mettere in comunicazione emittente e destinatario, e spesso il contatto viene indicato come canale; un altro elemento che si ritrova in tutte le comunicazioni vere e proprie è il codice; non accade mai che la comunicazione sia nuda o immediata, il canale costituisce infatti il contatto, ma anche il filtro materiale fra emittente e destinatario per cui sul piano immateriale il filtro è dato da un codice (per trattare l'oggetto o il comportamento come comunicazione il destinatario deve far ricorso a delle conoscenze generali, a delle regole; deve agire come se il messo fosse codificato); infine, i messaggi di solito vengono prodotti per parlare di qualcos'altro, per riferirsi alla realtà o a un certo contesto.
È possibile ora ricavare anche le tre principali dimensioni della comunicazione che corrispondono a tre discipline degli studi linguistici e semiotici: innanzitutto vi è la dimensione sintattica della comunicazione, quella che studia l'organizzazione interna del messaggio; poi vi è la dimensione semantica (messaggio/contesto) che si occupa di studiare il modo in cui il messaggio si rapporta col suo contenuto, dunque col contesto; infine la dimensione pragmatica che è quella che invece lega il messaggio all'emittente e destinatario.
È stato sempre Roman Jakobson a sistematizzare il tema delle funzioni della comunicazione. La funzione emotiva o espressiva riguarda la capacità che ogni emittente ha di esprimere sé, le sue emozioni, i suoi sentimenti, la sua identità nel messaggio. La funzione fàtica consiste nel lavoro che si fa per garantire il contatto, per esempio quando si dice “pronto?” al telefono. La funzione metalinguistica definisce il codice in uso e dunque, implicitamente, i rapporti fra gli interlocutori. La funzione referenziale permette al messaggio di mettersi in rapporto col mondo, di parlare di qualche cosa. La funzione poetica riguarda l'organizzazione interna del messaggio, il modo in cui esso è realizzato. La funzione conativa è invece quella per cui si cercano degli effetti sul destinatario, gli si danno degli ordini, dei consigli. Ogni atto comunicativo contiene almeno in potenza tutti i fattori della comunicazione e ne comprende anche tutte le funzioni.
2. Segno (relazione sociale e culturale)
2.1 Significante/significato
Nella definizione classica un segno è qualcosa che è riconosciuto da qualcuno come indicazione di qualcosa d'altro. Non solo: per segno si intende in genere l'elemento minimo cui si possa attribuire una tale relazione di rimando: solo semplificando moltissimo si può dire che un giornale o un film siano segni. In realtà essi vanno descritti piuttosto come messaggi che contengono un gran numero di segni, variamente articolati fra loro. Sia nella situazione di comunicazione che in quella di significazione è facile trovare questa cellula fondamentale: un oggetto a due facce, o piuttosto una relazione che lega un significante e un significato. Nel momento in cui la relazione segnica si instaura non è più possibile pensare il significato senza il suo significante e viceversa. Il fumo può essere considerato un significante solo perché per qualcuno ha senso, cioè rimanda a un significato. E viceversa il fuoco è un significato solo se c'è un significante che lo evoca. Per usare la metafora proprio da linguista Ferdinand de Saussure, significante e significato sono inseparabili come le due facce di un foglio di carta.
Dal punto di vista semiotico, significato è un concetto, risultato di una costruzione culturale che ci permette di comprendere un certo campo di realtà. La parola cane per esempio ha significato un ben noto concetto zoologico e può essere impiegata da moltissime persone diverse, le quali hanno in mente di fatto animali fisicamente assai diversi, o addirittura animali soltanto immaginati. Il significato di una parola non corrisponde dunque a quelle entità di carattere oggettivo che i semiotici chiamano referenti; né corrisponde a idee singole o specifiche (ciò che vale solo per i nomi propri). Il significato è definito come un insieme, una classe di singoli possibili contenuti mentali. In ogni particolare situazione d'uso, un segno assume un senso specifico, riguarda un certo referente concreto, che esso esista o meno; il significato è dunque l'insieme di tutti i possibili sensi che quel segno può avere.
Ma questo vale anche dal lato del significante. Ciascuno di noi nel parlare ha un proprio timbro di voce, delle peculiarità di pronuncia, un'intonazione legata all'umore e alla provenienza regionale: ciò fa sì che la stessa frase o anche la stessa parola, diano luogo ogni volta a sequenze di suoni assai diverse. Se noi sulla base di suoni così materialmente differenti riconosciamo la stessa parola, è perché identifichiamo delle entità stabili, fondate su codici e convenzioni culturali, e dunque non individuali ma collettive. I significanti sono dunque entità dotate di una identità riconoscibile da parte di tutti i membri di un gruppo: sono dunque realtà psichiche condivise. Noi possiamo definire martelli degli oggetti che sono di per sé stessi diversi per materiale, forma, peso e misure, purché siano adatti a svolgere certe ben note operazioni; uno strumento inteso come concetto astratto e generale (martello) può essere pensato come l'insieme di tutti gli oggetti che possono avere la medesima utilità, vale a dire svolgere il medesimo insieme di operazioni. L'identità degli strumenti linguistici non può consistere altro che nella loro funzionalità comunicativa.
Se pensiamo al significato trasmesso da un semaforo rosso e al gesto col braccio alzato di un vigile, è facile vedere come due entità semiotiche, presentandosi in due testi diversi, possano apparire molto differenti tra loro, eppure mostrino all'analisi un'identità comune, in quanto equivalente è la loro funzionalità comunicativa. Per contro tutti abbiamo esperienza che è non solo possibile ma davvero frequente il caso per cui pur restando identico il segnale materiale, ne muti anche frequentemente la funzionalità comunicativa (questo capita quando due persone vedono lo stesso film ma danno rilievo a componenti diverse: per l'una risulta significativo ciò che non lo è per l'altra). Questo è possibile perché le entità semiotiche non sono oggetti materiali bensì costrutti psichici, culturali, dipendenti da complessi fattori legati all'apprendimento, al patrimonio.
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