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Tracciati di Etnosemiotica – F. Marsciani

1. Etnosemiotica della cura

1. Introduzione

Pensiamo alla poltrona del dentista come oggetto semiotico. La configurazione semiotica specifica

che può fungere da ponte tra la significatività del piccolo spazio (poltrona) e la significatività del

grande spazio (ambulatorio) era quella che oggi chiamerei configurazione dell'accessibilità.

In uno studio dentistico non vi è mai quasi nulla che non si possa intravedere e che sia tenuto

manifestamente nascosto. Ci sono porte tenute socchiuse, infermiere che passano, vetri opacizzati, i

piedi di un altro paziente seduto sulla sua poltrona, banchi per le pratiche amministrative per nulla

discosti, c'è insomma l'allestimento di tutta una scena volta a negare le separazioni, le chiusure, le

pareti e le porte inaccessibili. Dal dentista il paziente sa di non sapere abbastanza, ma sa anche di

poter discutere e di poter prendere alcune decisioni, in una misura che è molto diversa rispetto a

quanto accade dal medico generico o presso uno specialista.

Vi sarebbe dunque una differenza manifesta tra l'operato del dentista e quello del medico, una sorta

di licenza all'intromissione da parte di quest'ultimo che il dentista condivide solo in parte. Si tratta

allo stesso tempo di due diverse immagini del corpo-oggetto: due diversi tipi di corpo che si

sottomettono alla cura, un corpo oggetto socchiuso, da un lato, un corpo oggetto chiuso, ma

accessibile da qualcuno di qualificato, dall'altro.

2. Due parole sulla cura

Vi è cura quando qualcuno, dotato di una certa competenza di cui è privo il proprietario del corpo,

“mette mano” alle condizioni di tale corpo per ripristinarne il buon funzionamento.

Si tratta di quel tipo di relazione Inter-soggettiva in cui qualcuno ”si affida”, affida il proprio corpo,

alle cure di un altro e lo fa riconoscendo a questo altro un qualche grado di competenza (un /poter-

saper fare/) di cui ritiene se stesso sprovveduto.

3. Ancora dal dentista

Per quanto riguarda la dimensione temporale, i tempi della cura dentistica sono continuamente

sottoposti ad aggiustamenti, a rinvii, a improvvise urgenze, a dilazioni, eccetera. Anche gli spazi

vuoti tra un appuntamento e l'altro, in realtà, non sono spazi temporali propriamente vuoti, bensì

intervalli lungo i quali sono previsti comportamenti di mantenimento, di igiene, di cura, di

attenzioni da rinnovarsi con assiduità quotidiana, quasi a costruire uno sfondo temporale qualificato

per i momenti salienti dell'incontro in ambulatorio, momenti nei quali si giudicherà di questi stessi

comportamenti e della loro efficacia.

L'appuntamento presso il dentista si ritaglia dunque uno spazio qualitativamente determinato sulle

pagine dell'agenda, con un'aura di importanza certa ma non cruciale, un aggancio piuttosto elastico

intorno alla data di riferimento, senza che questa possa in alcun modo segnalare un allentamento

della relazione tra i due attori, ma sullo sfondo di una relazione diluita su un arco temporale i cui

ritmi interni non sono rigidamente stabiliti bensì ordinatamente indicati.

4. Dal medico

Per quanto concerne l'ambulatorio medico dovunque ci si trovi non è possibile vedere altro che la

porzione di spazio in cui si è collocati: le pareti non sono trasparenti e le porte sono chiuse.

Laddove vi sia personale che deve spostarsi da una sala all'altra, i flussi non sono continui bensì

interrotti dalle operazioni di apertura e chiusura di porte, di tende, di paraventi. Il paziente, quando è

il suo turno, viene fatto entrare nello spazio topico in cui si svolge la cura e tale spazio è uno spazio

separato, inaccessibile se non previa ammissione.

È abituale che dal dentista il paziente venga fatto accomodare sulla poltrona mentre il dentista è

occupato in un'altra saletta, e lì il paziente attente; durante l'arco di tempo in cui il paziente è seduto

sulla sua poltrona, lo spazio circostante diventa uno spazio anche suo, diventa sotto certi aspetti il

suo spazio in dotazione, ed in quello spazio il medico si introduce di tanto in tanto, spesso con cenni

di saluto e di cortesia come se effettivamente stesse accedendo a uno spazio dell'altro.

Nell'ambulatorio medico lo spazio topico, lo studio o saletta dove si svolge la visita, è uno spazio

esclusivo del medico e di sua assoluta pertinenza; è il medico ad aprirvi la porta e farvi entrare. Il

paziente viene fatto entrare in uno spazio altrui di cui non può in alcun modo appropriarsi e nel

quale resta un ospite momentaneo. Così come dall'esterno non è possibile intravedere nulla dello

spazio dell'interazione, allo stesso modo dall'interno non si intravede nulla del corridoio e della sala

d'aspetto. Il corpo del paziente su cui convergono le attenzioni diventa un corpo sacralizzato; non vi

sono altri sguardi che quello del medico e tale sguardo ha la prerogativa di poter vedere dentro, cosa

che resta negata a chiunque altro.

Sembrano vigere due grandi figure che organizzano la forma dell'appuntamento tra il medico e il

paziente: da un lato la strutturazione tipica della visita presso il medico della mutua, quello che ha

l'ambulatorio aperto dalle ore alle ore o che vi si rende disponibile alcuni giorni della settimana,

dall'altro il modo in cui viene fissato l'appuntamento con il medico specialista di fama. In

quest'ultimo caso si assiste ad una temporalizzazione molto precisa in quanto tale l'appuntamento

viene fissato con una notevole rigidità dell'agenda e intorno ad esso si tende a fare il vuoto.

L'appuntamento si ritaglia come una parentesi temporale dai confini invalicabili e che esclude

qualunque intromissione come qualunque spostamento.

5. Dal parrucchiere

La prima considerazione che viene naturale compiere è quella relativa ai percorsi dello sguardo.

L'operato del curante, insieme alla parte di corpo da curare, sono sotto gli occhi di tutti, spesso e

sempre più addirittura sotto gli occhi dei passanti. Le ampie vetrine quasi sempre trasparenti,

l'illuminazione spesso esuberante del salone, talvolta le telecamere a circuito chiuso che mostrano

in tempo reale sul marciapiede quello che il parrucchiere sta facendo, rappresentano un'esaltazione

della visibilità. Le persone che aspettano partecipano allo stesso spazio omogeneo in cui

l'operazione del curante stesso si svolge, e il suo operato può ad ogni istante essere considerato,

valutato e apprezzato da tutti i presenti. Colui che è sottoposto al trattamento può accedere alla

spazialità complessiva, grazie agli specchi che ha di fronte, e intrattenere scambi verbali, gestuali, di

sguardo, con le altre persone, può conversare con esse, scherzare, lamentarsi ed esprimere opinioni.

Quest'ultimo aspetto manifesta in modo evidente la permeabilità dello spazio del parrucchiere.

É però anche vero che appaiono elementi che interrompono una tale omogeneità come la presenza

frequente di una qualche separazione tra la zona del taglio, della pettinatura e anche dell'attesa, nel

loro insieme compatte, e la zone del lavaggio, spesso relegata in un qualche angolo, in qualche

modo protetta, in qualche misura riservata. Su questo corpo si esercita dunque una forma di

riservatezza che se pur non raggiunge la separatezza propria dell'ambulatorio medico, ne riprende il

movimento di esclusione dell'oggetto dal campo dello sguardo pubblico. Al contrario, il corpo

seduto nella poltrona è un corpo esposto e magnificato nella sua visibilità.

La competenza del parrucchiere è una competenza pratica, composta da un misto di manualità,

colpo d'occhio e intrattenimento, nella misura in cui il salone del parrucchiere riprende per molti

aspetti i tratti del salotto e della bottega dell'artigiano dove c'è chi ci sa fare. Il corpo sottoposto al

parrucchiere è un modo di apparire del suo proprietario, del suo portatore, che è, prima di tutto, un

modo di apparire agli altri e per gli altri. Per quanto riguarda la strutturazione temporale si tratta di

appuntamenti ravvicinati, alla distanza di pochi giorni o addirittura ore, presi al telefono o in molti

casi passando direttamente al salone, concordati tra persone che condividono o comunque simulano

una rilassata confidenza e una notevole disponibilità all'aggiustamento. Si tratta di un appuntamento

altamente permeabile e intrecciato con gli altri incontri e gli altri impegni.

6. Solarium e centri estetici

Lo spazio è circoscritto nel suo insieme ed escluso dallo sguardo esterno.

La facciata esterna senza trasparenze utilizza tuttavia forme convenzionali di rappresentazione

dell'identità specifica del luogo attraverso segnali verbali, visivi, talvolta sonori, che rimandano

all'esterno un'immagine più o meno stereotipica dell'interno (es. palme, contrasto giallo-azzurro).

Il corridoio di accesso alle salette di cura sarà illuminato da lampade a chiarore localizzato in modo

da marcare intervalli di luci e ombre, allo stesso modo le parete potranno non raggiungere il soffitto,

permettendo alla luce interna delle salette di fare capolino al di sopra delle separazioni, così ancora

prevarranno i drappeggi delle tende piuttosto che le porte e le parete rigide.

La configurazione del segreto sembra così dominare una situazione di cura in cui lo sguardo

pubblico immagina, come in un modello persuasivo del tipo della tentazione, e in cui l'oggetto del

trattamento si sottrae sia nella sua oggettività che nelle sue intenzioni modalizzate. È dunque il

corpo sottoposto alla cura che si vede diventare corpo segreto, da proteggere dagli occhi indiscreti

di un osservatore potenzialmente voyeur. Lo sguardo pubblico può solo immaginare e non vedere

quel che si fa, come si esercita il trattamento, come lo si subisce, quale relazione lega tra loro

l'operazione e l'operato.

Questo corpo individuale, al contrario del corpo pubblico ed esposto della capigliatura, al contrario

del corpo condensato nella purezza liminare della dentatura, e anche al contrario del corpo

parcellizzato delle medicine specialistiche, si offre all'immaginazione dello sguardo pubblico come

corpo integrale, come corpo personale, individuale appunto nella sua totalità di corpo animato.

Per quanto riguarda l'organizzazione temporale si tratta della diffusa consuetudine di impostare

l'accesso agli istituti di cura estetica attraverso forme di abbonamento che possono prevedere sconti

su un certo numero di sedute e che lasciano il cliente libero di scegliere, all'interno di una certa

gamma di possibilità di orario e di giorni lavorativi, il momento in cui profittare della propria

prenotazione virtuale. Né dunque la disponibilità di entrambi gli attori all'aggiustamento (dentista),

né la limitatezza e chiusura di un appuntamento fissato e inamovibile (specialista), né ancora

l'ondulazione pubblica e sovrapponibile aperta alle commistioni con altre pratiche (parrucchiere),

bensì la presa immediata e privata di una disponibilità di cui ci si è garantiti il possesso in anticipo.

Quadrato semiotico → categoria plastica aperto / chiuso

 parrucchiere: aperto (ostensione);

 medico: chiuso (preclusione);

 dentista: non chiuso (intravisione);

 estetista: non aperto (prefigurazione).

7. Altri spazi, altre cure

Pensiamo alle palestre in cui si svolgono sedute per il fitness, body building o step dance: su ampi

spazi non necessariamente occlusi allo sguardo pubblico si verifica il caso che questo stesso

sguardo pubblico viene neutralizzato da procedure limpide di concentrazione del corpo sulla

percezione di se stesso. Ciascuno resta concentrato sul proprio esercizio, sulla propria fatica, sul

proprio misurato dello sforzo, del battito cardiaco, del ritmo respiratorio, del rendimento.

Oppure pensiamo alle sale vuote della ginnastica aerobica ritmate sulla musica, quella con una

grande specchiera che copre tutta una parete verso la quale sono rivolti i ginnasti: di fronte a quella

visibilità riflessa ognuno è tenuto a controllare se stesso, il proprio esercizio, la sua adeguatezza alle

istruzioni, e la sua percezione dello spazio complessivo rimane una percezione dello sfondo

indifferenziato in cui si muovono altri corpi individuali, ciascuno concentrato sull'immagine riflessa

di se stesso.

2. L'acquisto della calzatura: osservazioni etnosemiotiche

1. In negozio

La signora che gestisce il negozio ha sparato una massima a una signorina che provava: “non ci si

provano mai le scarpe da seduti, perché è da in piedi che il peso porta il piede nella sua vera

posizione”. La spiegazione della signora è che dall'alto si vede solo la punta e la punta non ha una

grande resa estetica ed è poco significativa; la scarpa va vista di tre quarti e di profilo per coglierne

e apprezzarne il disegno. Quest'ultima è la ragione adottata da un'operatrice del settore, una che non

solo se ne intende, ma ha fatto sicuramente anche qualche corso di shoes-marketing.

2. La calzatura come oggetto bivalente

Da un lato la scarpa appare come oggetto della visione, dall'altro sembra richiamare su di sé un

universo della tattilità, più complesso e articolato del primo, un insieme di tratti sensibili che

potremmo definire il sincretismo dell'intimità.

La scarpa della visione è quell'oggetto che può essere accettato o rifiutato sulla base di categorie

del gusto, spesso predeterminate, che concernono il modo in cui quel dato oggetto appare e trae la

propria identità dal modo in cui si rende visibile. La scarpa della visione è pertanto una scarpa che

tende ad essere immediatamente collocabile e che viene valutata a partire dal posto che occupa nel

sistema: una scarpa da sera verrà valutata a partire da questa sua collocazione nel sistema, così

come una scarpa da cammino verrà valutata a partire da questa sua diversa collocazione, e questo

comporterà la messa in valore di aspetti diversi del suo apparire.

Per quanto riguarda la scarpa della dimensione tattile si tratta di un oggetto che ci è prossimo, di

qualcosa che chiede di diventare parte di noi, del nostro corpo, del nostro benessere, della nostra

pelle, del nostro calore, del nostro movimento. Al contrario della scarpa della visione, che vive di

un'esteriorità oggettivante, la scarpa del tatto è tendenzialmente soggettivata; non viene qui valutata

a partire dal modo in cui si ritaglia la propria identità sulla scena pubblica, bensì a partire da un

contratto sì provvisorio ma decisivo.

Se la dimensione del visibile tende a creare una polarizzazione tra due estremi, il soggetto da una

parte e l'oggetto dall'altra, la dimensione della tattilità, al contrario, tende a creare una fusione del

due poli della relazione, ad avvicinarli tanto che si instauri una sorta di reciprocità nei movimenti di

apprezzamento, una sorta di confronto reciproco tra due soggetti-oggetto in qualche modo paritetici,

dove sensibilità del piede da una parte e conformazione della calzatura dall'altra diventano i

protagonisti principali.

3. Un percorso all'interno della sensibilità

Pur nell'infinita variabilità delle soluzioni adottate da parte di progettisti, architetti e allestitori, è

possibile rintracciare alcune costanti astratte nella preparazione dello spazio-ambiente della vendita,

e tali constanti si innestano su una pratica condivisa che consiste nel dover gestire la dimensione

sensibile dei propri acquisti.

3.1. Dalla visione al raccoglimento sincretico

Nell'acquisto della scarpa la dimensione della visibilità è la prima alla quale la scarpa stessa deve

sottoporsi e vi è un luogo in cui tale meccanismo del giudizio estetico viene in qualche misura

concentrato, enfatizzato e reso direttamente funzionale al processo d'acquisto: la vetrina. La vetrina

è la forma concentrata della scena pubblica, il piccolo ma intenso palcoscenico esposto agli sguardi

di un pubblico di possibili acquirenti sul quale vengono messe in mostra le scarpe acquistabili, in

una tensione alla totalizzazione dell'offerta alla quale corrisponde il classico giro di vetrine. Nella

misura in cui l'incontro tra la tensione espositiva e l'attenzione del consumatore si verifica e il

contatto si stabilisce, prende inizio una fase piuttosto omogenea e continua di relazione visiva tra il

soggetto e l'oggetto. È in questa fase che la dimensione della visibilità esercita la sua funzione

selettiva, in cui si mettono in atto processi di scelta e di scarto. Differenziare un modello di scarpe

in mezzo a tutti gli altri diventa anche differenziare se stessi in mezzo a tutti gli altri.

Dalla vetrina si procede verso l'interno del negozio. È molto frequente quel modello di

organizzazione spaziale del punto vendita che prevede un'estensione della funzione vetrina anche

durante il percorso di accesso all'interno del negozio: più o meno lunghe gallerie vetrinate che

accompagnano il consumatore verso la porta del negozio hanno costituito un modello di

allestimento della soglia molto diffuso e vengono spesso riprese e declinate in varie forme anche

negli allestimenti più recenti.

Si passa poi alla fase in cui si giocano in modo decisivo le strategie di accoglimento del cliente da

parte del personale del negozio. In questo percorso il personale di negozio non ricopre soltanto la

funzione di colui al quale chiedere un servizio o con il quale concludere lo scambio, ma comincia a

diventare anche un simulacro di una funzione importante, quella dell'altro e degli sguardi altri che

vedranno. Il personale conduce dunque gradualmente il cliente al contatto con la scarpa.

C'è un fase successiva che precede ancora la prova vera e propria: è il tempo dell'attesa, quello

necessario al commesso per andare nel retro e cercare il numero richiesto, e che viene impiegato dal

cliente secondo una modalità ben diversa dalle fasi di attesa precedenti; ora ci si guarda intorno e si

osservano le scarpe con un atteggiamento distaccato, quello di chi ha già compiuto la sua scelta, di

chi si è già messo in contatto con la sua scarpa ed è in attesa di quella, non di una qualunque.

Intorno alla fase di prova vera e propria convergono gli sguardi di almeno due attori, cliente e

commesso, ma spesso, finché non si esce da quello spazio, sulla prova possono convergere non solo

gli sguardi, bensì i tocchi di entrambi, le loro manipolazioni, i loro aggiustamenti di dettaglio o i

loro apprezzamenti soddisfatti. È intorno a quell'evento, inoltre, che convergono spesso gli sguardi

ravvicinati di un pubblico speciale, un pubblico ristretto di amici o parenti ai quali è concesso il

diritto di commentare qualcosa che rimane nell'ordine dell'intimità. È il sincretismo dell'intimità,

tatto, olfatto, energia muscolare, scambio verbale di commenti, vista, ecc.

3.2. Dall'intimità alla visione immaginaria

La scarpa è stata indossata, se ne è valutata la portabilità e l'adeguatezza alle forme del piede; ora

deve fingere di mettersi in strada ed è il momento delle proiezioni immaginarie. La scarpa deve ora

essere messa in scena, va valutata nel suo saper prendere posto nella figura e la dimensione della

visibilità torna a rivestire un ruolo dominante. È lo specchio che consente la mesa in scena, ovvero

la riproduzione della finzione; il consumatore si mette nella posizione dell'altro, finge di essere

qualcuno che lo guarda, qualcuno che giudica le scarpe che lui indossa e che si assume grazie alla

funzione dello specchio il ruolo dello sguardo pubblico. Sotto lo sguardo pubblico la scarpa calzata

si trova immediatamente collocata all'interno della figura intera, diventa con una certa facilità e

necessità un completamento, una delle componenti dell'abbigliamento e perde quel carattere di

oggetto a se stante con cui era stata valutata nel suo apparire in vetrina.

Nel caso di un negozio visitato l'osservazione etnosemiotica ha potuto notare una declinazione dello

sguardo simulato dovuto alla presenza, accanto alla zona di prova, di una telecamera con funzione

di specchio. La telecamera è stata incorporata ad una parete ad altezza di caviglia e ad altezza di

sguardo: l'immagine ripresa viene proiettata su uno schermo televisivo a sua volta incassato nel

muro. L'immagine visibile presenta caratteri quasi diametralmente opposti rispetto a quelli che

abbiamo menzionato a proposito della visione allo specchio: l'inquadratura è ristretta, da primo

piano, rendendo così impossibile la visione della figura intera; le relazioni destra/sinistra sono ad

effetto naturale, anziché secondo l'inversione speculare tipica della visione allo specchio; la

riproduzione del movimento non rispetta la velocità naturale ma è leggermente rallentata, ecc.

4. La decisione d'acquisto

Ciò che emerge in tutta evidenza è che il processo di acquisto della scarpa è un processo di

incorporazione, un processo attraverso il quale l'oggetto deve diventare parte integrante del soggetto

quasi un suo secondo organo. È questo a rendere più comprensibile tutto l'universo di investimenti

affettivi ed emozionali, estetici e mitici, tanto spesso legati al prodotto calzatura: alcune grandi

passioni per le scarpe, la scarpa come oggetto-feticcio, come investimento erotico, l'emozione

straziante legata alla figura di una scarpa abbandonata, lo scarpone degli alpini, la scarpetta di

Cenerentola, l'umiliazione del vinto sotto la scarpa più o meno chiodata del potere, il sandalo del

contenimento della geisha, la suola gommata della performance sportiva, ecc.

Affinché la scarpa possa diventare parte del sé occorre che la sua presa di possesso passi attraverso

un momento speciale di incorporazione, e un tale momento è rappresentato precisamente da ciò che

si trasforma tra due momenti della visione, la scarpa esterna, la scarpa-oggetto, da una parte, e la

scarpa-corpo/la scarpa-organo, dall'altra.

3. Percorsi nel punto vendita tra gesti e sensibilità

Il punto vendita è uno spazio in cui si realizza un'interazione, cioè una relazione tra un'offerta e una

domanda che determina uno scambio regolato da una qualche forma di contrattualità. Inoltre, nel

punto vendita entrano corpi che incontrano altri corpi, subiscono sollecitazioni percettive,

rispondono con percorsi gestuali, provano sensazioni di attrazione o di repulsione, selezionano e

valorizzano le porzioni di una spazialità o gli oggetti che vi sono contenuti a partire da reazioni a

stimolazioni molto complesse, fatte di sincretismi sensoriali.

1. Spazio e movimento

Lo spazio percepito articola innanzi tutto la terza dimensione: il suo fondamento è la profondità.

Il punto vendita organizza un intorno significante per il programma di acquisto del consumatore che

proprio nel punto vendita entra in un rapporto, che la semiotica chiamerebbe attualizzato, con il

prodotto. L'illuminazione e le modalità di sovrapposizione tra i piani che scandiscono la profondità

sono strumenti per mettere in scena una enorme varietà di storie e racconti dell'accesso, laddove

non sono tanto gli elementi sostanziali a giocare un ruolo determinante, quanto le relazioni formali.

I rapporti di illuminazione possono determinare percezioni del valore spaziale diametralmente

opposte tra loro, come è il caso della differenza che si dà tra un negozio di merceria tradizionale,

oscuro nella sua penombra, e la lucentezza di uno store di articoli elettronici nella sua luminosità

ribassata di una galleria o di un corridoio di centro commerciale.

L'ingresso nell'antro un po' magico dove ci attende l'incontro con un donatore di oggetti dei quali

questi conosce e possiede il valore, da un lato, e il raggiungimento dell'eden luminoso che segna la

nostra glorificazione nel congiungimento con quei prodotti che espongono il loro valore intrinseco e

pubblicizzato dall'altro. Si accede con rispetto nel luogo dell'altro, si accede con baldanza nello

spazio pubblico/pubblicizzato, si chiede quel che potrebbe convenirci, nel primo caso, si cerca quel

che si vuole, nel secondo, ci si colloca in una posizione prevista dall'interazione faccia a faccia, da

un lato, ci si muove liberamente in uno spazio di tutti e la relazione è con l'insieme degli oggetti

esposti, plurale, nell'altro.

2. Gesti della presa

Se incrociamo tra loro due opposizioni categoriali che esprimono da un lato la distanza tendenziale

con cui un consumatore si colloca di fronte al prodotto e dall'altro il grado di complessità sensoriale

coinvolta nella percezione, possiamo costruire un quadrato che identifica quattro posizioni astratte:

 la panoramica: è il comportamento di colui che passa negli spazi osservando tutto con la

vista senza avvicinarsi e senza toccare la merce;

 lo sfioramento: è il comportamento di colui che vede tutto, che tutto tocca, che valuta con

continuità il tessuto, il colore, che gira i cartellini per avere uno sguardo di insieme sui

prezzi, che non deve comprare nulla in particolare;

 l'immersione: è il comportamento di colui che stropiccia, che stiracchia, che gira e rigira,

che prova, che passa molto tempo a soppesare;

 lo sguardo analitico: è il comportamento di colui che analizza e stima, che compara i

prezzi, che verifica le targhette informative sui tessuti, che cerca il made in.

La modalità di costruzione del punto vendita e dell'esposizione stessa dei prodotti dipende meno

dalla loro intrinseca natura funzionale che dalla valorizzazione culturale e variabile dovuta alle

aperture immaginarie e simboliche che racconti d'acquisto diversi possono attivare.

3. Gli spostamenti

Vi è innanzitutto una qualificazione d'insieme della spazialità dovuta a sistemi di circoscrizione più

generali: le soglie di accesso, le casse all'uscita, un'illuminazione generica che stabilisce il tono

luminoso, una temperatura condizionata che distingue il punto vendita in quanto costante rispetto ad

un esterno variabile, una qualificazione cromatica altrettanto generale.

Vi è poi all'interno di questo spazio generale l'articolazione tra le diverse stanze, tra i reparti,

articolazione che gestisce le scansione fra zone fredde e zone calde, tra zone bianco-azzurre e zone

giallo-arancio, tra zone inodori e zone variamente profumate, tra zone a vetrina o a banco e zone ad

accesso libero alla merce, tra spazi liberamente accessibili e spazi per addetti ai lavori.

Vi è, infine, il costituirsi delle continuità interne a ciascun reparto dove si può rallentare e fluire

sulle linee marcate da variazioni continue di colorazione, di intensità luminosa, ma anche di

percezione ravvicinata della progressiva modificazione dei tipi di merce esposta. La parete degli

yogurt è ad esempio sovente organizzata secondo una progressione cromatica che manifesta un

passaggio progressivo dagli yogurt naturali verso quelli con aggiunta di integratori, poi verso quelli

con sapore di frutta e ancora verso quelli con aggiunta di pezzi di frutta fresca per arrivare a quelli

con fruttificazione composita.

Il passaggio significativo si dà all'interno stesso del moderno supermercato tra i corridoi creati dalla

longitudinalità degli espositori e le pseudo-piazze sulle quali solitamente si affacciano i banchi a

vendita diretta (gastronomia, pesce fresco, prodotti da forno freschi, cosmetica) e dove è prevista

l'interazione faccia a faccia tra l'acquirente e un addetto che porziona, pesa, applica il prezzo. Si

assiste in questo caso ad una evidente operazione di mimesi con gli spazi dei mercati cittadini, con

le vie che sboccano in slarghi su cui si aprono i banchi dei negozi, mimesi cui corrispondono

trasformazioni visive, tattili e soprattutto sonore. I passaggi da zone in cui le merci sono collocate

su grandi espositori a quelle in cui è necessaria l'interazione con un commesso è facilmente

descrivibile come un passaggio da un programma semplice di acquisizione (dove la spazialità

predispone la piena competenza del soggetto, dotato del /voler-fare/ e del /poter-fare/) ad un

programma complesso di interazione nel quale si insinua una configurazione specifica e prevista

che è quella dell'attesa (attesa dei turni e dei tempi gestuali dell'addetto, con focalizzazione

sul /dover-fare/ e sul /saper-essere/). Allo stesso tempo la nostra gestualità si trasforma: subentra

l'indicazione tramite indice puntato, subentra il braccio teso nell'attesa della consegna con la mano

che accoglie, subentra un andirivieni laterale che resta agganciato, quasi con un elastico, al punto in

cui è collocato il commesso.

4. L'identità

Una prima osservazione consiste nella valutazione di quanto uno scambio verbale tra acquirenti

contravvenga di fatto ad uno sfondo relazionale previsto, diciamo ad una tonalità di fondo che mette

al centro il rapporto diretto tra consumatore e merce.

Presso il panettiere sotto casa la gente si scambia volentieri battute, saluti o commenti sul tempo,

perché alcune condizioni circostanziali prevedono tale possibilità, ma le cose cambiano

notevolmente nel caso di punti vendita più grandi e anonimi. Quando entriamo in un supermercato

la relazione individuale con il mondo delle merci prende sensibilmente il sopravvento. Coloro che

ci rivolgono la parola davanti ad un espositore sono persone che contravvengono alla regola del

rapporto individuale col prodotto e manifestano la loro posizione peculiare come chiunque porti un

handicap: si tratta di persone anziane che hanno dimenticato gli occhiali e ci chiedono di venir loro

in aiuto o sono colf straniere che non hanno ancora ben chiaro un qualche significato esposto su

un'etichetta e così via.

Nella definizione dell'identità personale sono in gioco, secondo una prospettiva prossemica, le

estensioni spaziali del nostro ego, che variano di molto dall'intimità delle nostre tasche alla borsetta

fino al carrello (relativamente impersonale finché vuoto, ma progressivamente sempre più privato a

mano a mano che si riempie, al punto che, avvicinandosi alla cassa, lo si protegge da ogni sguardo

indiscreto e solo la cassiera è legittimata ad entrare in contatto con le nostre cose).

4. Intorno a un bagno “per tutti”

1. Il bagno: che cos'è

Il bagno è il luogo dell'acqua e non del fuoco e per questo è il luogo dell'impermeabilità, è il luogo

dove l'acqua passa, scorre affacciandovisi e portando via con sé. Intorno al fuoco ci sono salotti,

caminetti e caldaie, luoghi tendenzialmente quieti e pieni di una gestualità calma e riflessiva;

intorno all'acqua vi sono, invece, luoghi pieni di attività ritmate, gesti attivati e interrotti, cadenze

meno lunghe e maggior controllo tecnico-gestuale delle connessioni, degli innesti: si tratta di quei

luoghi di operatività che negli ambiti della vita quotidiana sono essenzialmente la cucina e il bagno.

In bagno si gestiscono dei flussi: evacuiamo, ci laviamo, ci risistemiamo. Insomma, il bagno è il

luogo ove le cose fluiscono attraverso l'acqua.

Il valore delle superfici lucide e cromate, delle piastrelle, delle ceramiche dei sanitari, del

pavimento minerale, dei laminati, delle vetrature, consiste in buona parte nella significazione del

valore semantico della separazione e del confine netto. Il tratto o valore dell'impermeabilità rende

quindi l'ambiente bagno un luogo dove è dominante l'aspetto dell'impenetrabilità e della

separatezza: stanza a parte, stanza isolata, per questo possibilmente ben identificabile in quella sua

fisionomia esterna che altro non è che la chiusura in quanto tale.

2. Il bagno come luogo della privatezza

Il bagno a differenza della cucina dove la presenza del fuoco favorisce la socialità, è essenzialmente

il luogo della privatezza, il luogo in cui si sta da soli. In un bagno pubblico, ad esempio, ci si

chiude, mentre in un bagno privato o semi-privato ci si può anche solo rifugiare. L'aspetto della

chiusura rappresenta un investimento di tipo emozionale. Un bambino piccolo deve essere

accompagnato da un adulto, un disabile talvolta ha un accompagnatore, tra persone che condividono

l'intimità spesso non c'è bisogno di chiudersi. Vi sono bagni che in virtù del valore della privatezza

hanno dimensioni talmente ridotte da rendere quasi impossibile e certamente molto disagevole la

contemporanea presenza di due persone.

Un bagno per la disabilità con i suoi accessori mi rende una persona con problemi speciali, una

latrina angusta e sporca mi rende qualcuno che deve frettolosamente orinare attento agli spruzzi,

una sala da bagno con specchi e riflessi esalterà la percezione di sé, un bagno di stazione ci mette in

fila pur nel darci di sbieco le spalle, mentre la lunga specchiera della discoteca favorisce il

pettegolezzo tra ragazze al trucco. Il bagno quindi per come si mostra nei dettagli trasmette i modi

in cui trasforma la figura di un utilizzatore.

3. Il bagno come luogo della gestione dell'immagine di se

Bagno è il luogo dove normalmente si va a ricostituirsi, non solo dal disagio delle esigenze fisiche,

ma anche per una risistemazione estetica: è il luogo della ricostituzione del sé. Ogni trasformazione

comporta una certa strumentazione, un certo armamentario, sia esso tecnico o magico (la

trasformazione estetica, ad esempio, prevede che ci siano degli specchi). Il valore dello specchio è

anche il valore di una riappropriazione della propria identità. In bagno ci si lascia andare con

qualcuno di cui si sa che ci si può fidare: se stessi. E questo noi stessi è l'immagine riflessa nello

specchio. Le qualità sensibili, spaziali ad esempio, dell'ambiente determinano in buona parte il

modo in cui noi viviamo noi stessi, l'immagine che abbiamo di noi: in un bagno troppo angusto ci si

sente grossi, impacciati, sempre intenti a non farsi toccare dalle pareti, a non scivolare e a non far

scivolare gli indumenti. In un bagno troppo ampio e vuoto ci si può sentire dispersi, fragili,

vulnerabili, esposti alle ferite da taglio. In un bagno freddo ci si sente lì con le sole proprie

evacuazioni, un'operazione da sbrigare il più in fretta possibile. Un bagno caldo risulta accogliente,

ma a patto che vi siano appendiabiti o mensole dove poter appoggiare borsette o guanti.

Ma se il freddo rappresenta in un certo senso la qualità propria di un ambiente che profitta della

rigidità per far scorrere e detergere e per eliminare così gli effetti del vivere (borse sotto gli occhi e

abiti sgualciti), è anche vero che la stessa rigidità può facilmente essere vissuta come inquietante e

pericolosa, associata alla morte, al corpo ferito e dimenticato, al corpo solo e abbandonato, chiuso

nello spazio isolato dove le pareti tendenzialmente riflettono e non lasciano traspirare.

4. Il bagno e i tempi del bagno

Esistono situazioni pubbliche in cui è abituale che esistano bagni normali e bagni per i disabili,

perché ci si immagina che i tempi di questi attori diversi siano anch'essi diversi. Spesso le

tempistiche nell'uso del bagno sono legate in modo stretto con le caratteristiche della privatezza. Vi

sono situazioni molto diverse al riguardo e soprattutto vi è una differenza notevole tra il bagno

dell'abitazione privata e il bagno pubblico.

In casa il bagno è uno spazio meno separato, più arredato, più riscaldato e rappresenta spesso e

facilmente un luogo di rifugio e di pace ritrovata. In questo caso il conflitto tra gli appartenenti alla

famiglia diventa più diretto e consiste nell'avere a propria disposizione un bene comune ma di uso

individuale, un luogo in cui molto spesso si convive, dove molte funzioni vengono svolte in comune

(lavare un paio di calzini, lavarsi i denti, tagliarsi le unghie...).

Un bagno pubblico al contrario è un luogo nel quale si prevede una turnazione rigida e regolata: più

il bagno è pubblico più i tempi del bagno sembrano doversi attenere ad una misura codificata,

corrispondente al puro espletamento delle funzioni di base. In questo caso ovviamente le situazioni

di conflitto cambiano natura e comportano la delicata gestione dell'immagine pubblica che diamo di

noi stessi (ad esempio lo sguardo abbassato di chi esce, pronto a chiedere scusa per aver occupato

uno spazio di tutti, e lo sguardo altero e un po' indifferente di chi entra, segno di una rivendicazione

dei propri diritti).

5. Il bagno e la paura

La differenza essenziale tra il bagno privato e il bagno pubblico è data dal fatto che il bagno privato

viene arredato, corredato, adattato sulla base delle proiezioni dei propri bisogni e dei propri stati

d'animo, mentre il bagno pubblico resta un luogo di funzioni esterne al sé, meramente corporali,

separate rispetto a quegli investimenti emotivi che abitualmente il possesso e l'allestimento di uno

spazio consentono di gestire. Così il bagno pubblico tende ad allontanarsi dal sé e a diventare un

luogo dell'alterità, un luogo quindi di cui non fidarsi. In bagno ci si può sporcare con lo sporco degli

altri, si possono prendere quelle malattie che ci hanno lasciato gli altri, leggiamo sulle pareti le

volgarità degli altri, ecc. Così l'altro si trasforma nell'alieno da cui siamo turbati e che temiamo

come la figura immaginaria di un aggressore.

Un bagno piacevole e vivibile è quel bagno che lascia almeno vedere i segni di una mediazione, di

qualcuno che si prende cura di questa relazione tra corpi, che si occupa di gestirla, sia questo

qualcuno una brava massaia o almeno un meccanismo tecnologico caricato di un poco di umanità.

6. Conclusioni

Il bagno pubblico tende a produrre isolamento e separazione, lasciando chi entra in uno stato di

momentanea reclusione che può facilmente essere vissuta come abbandono. Per compensare o

ridurre questo effetto di separazione si può pensare di reintrodurre elementi di legame relazionale

che sono i segni di una mediazione tra lo spazio dell'isolamento e la spazialità del quotidiano. È la

stessa ragione per cui il bagno privato al contrario di quello pubblico è uno spazio vivibile per

intero e vissuto nella sua familiarità: perché l'accappatoio ha il suo gancio come l'abito nell'armadio,

perché il sapone ha il suo portasapone come in cucina le stoviglie hanno il loro cassetto, perché

sulle mensola c'è una piantina in vaso che ogni tanto ha bisogno d'acqua, eccetera.

Occorre restituire segnali di mediazione affinché la giacca sia qualcosa che ogni tanto ci si può

togliere, come nel mondo del quotidiano, e non un oggetto improvvisamente autonomo e

ingestibile. Occorre che le pareti possano ritrovare una complessità di funzioni che nel mondo della

vita quotidiana hanno abitualmente (funzioni di supporto, di iscrizione). Si potrebbe pensare

l'illuminazione in modo tale da restituire una mediazione tra lo spazio chiuso di un'omogeneità

luminosa (negli specchi dei bagni pubblici il nostro volto è spesso allucinato da una luminosità

senza ombreggiature, senza direzione, una luminosità totalizzante che reifica noi stessi quali

elementi d'arredo). Si potrebbe restituire al bagno pubblico una qualche dimensione temporale che

renda più accettabile il nostro permanervi (es. orologio).

5. Monterotondo. La passeggiata Buozzi

1. Di che si tratta

Verso la fine degli anni '90 il Comune di Monterotondo (RM) decise una riqualificazione strutturale

e urbanistica del viale Buozzi che rappresentava e rappresenta il luogo della passeggiata.

È uno spazio nel quale si compie ad un certo momento della giornata una specifica attività del

tempo libero apparentemente avulsa dalla logica degli atti funzionali, e che consiste nel passeggiare,

condursi lentamente prima in una direzione e poi nella direzione opposta lungo un asse di

spostamento. La passeggiata rappresenta una sorta di rituale nel quale si consumano procedure di

conferma, riordino o riassetto dei legami sociali condivisi.


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DETTAGLI
Esame: Semiotica
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in comunicazione e culture dei media
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semiotica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Leone Massimo.

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