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Tracciati di etnosemiotica

F. Marsciani

Etnosemiotica della cura

Introduzione

Pensiamo alla poltrona del dentista come oggetto semiotico. La configurazione semiotica specifica che può fungere da ponte tra la significatività del piccolo spazio (poltrona) e la significatività del grande spazio (ambulatorio) era quella che oggi chiamerei configurazione dell'accessibilità. In uno studio dentistico non vi è mai quasi nulla che non si possa intravedere e che sia tenuto manifestamente nascosto. Ci sono porte tenute socchiuse, infermiere che passano, vetri opacizzati, i piedi di un altro paziente seduto sulla sua poltrona, banchi per le pratiche amministrative per nulla discosti, c'è insomma l'allestimento di tutta una scena volta a negare le separazioni, le chiusure, le pareti e le porte inaccessibili.

Dal dentista il paziente sa di non sapere abbastanza, ma sa anche di poter discutere e di poter prendere alcune decisioni, in una misura che è molto diversa rispetto a quanto accade dal medico generico o presso uno specialista. Vi sarebbe dunque una differenza manifesta tra l'operato del dentista e quello del medico, una sorta di licenza all'intromissione da parte di quest'ultimo che il dentista condivide solo in parte. Si tratta allo stesso tempo di due diverse immagini del corpo-oggetto: due diversi tipi di corpo che si sottomettono alla cura, un corpo oggetto socchiuso, da un lato, un corpo oggetto chiuso, ma accessibile da qualcuno di qualificato, dall'altro.

Due parole sulla cura

Vi è cura quando qualcuno, dotato di una certa competenza di cui è privo il proprietario del corpo, “mette mano” alle condizioni di tale corpo per ripristinarne il buon funzionamento. Si tratta di quel tipo di relazione inter-soggettiva in cui qualcuno “si affida”, affida il proprio corpo, alle cure di un altro e lo fa riconoscendo a questo altro un qualche grado di competenza (un poter-saper fare) di cui ritiene se stesso sprovveduto.

Ancora dal dentista

Per quanto riguarda la dimensione temporale, i tempi della cura dentistica sono continuamente sottoposti ad aggiustamenti, a rinvii, a improvvise urgenze, a dilazioni, eccetera. Anche gli spazi vuoti tra un appuntamento e l'altro, in realtà, non sono spazi temporali propriamente vuoti, bensì intervalli lungo i quali sono previsti comportamenti di mantenimento, di igiene, di cura, di attenzioni da rinnovarsi con assiduità quotidiana, quasi a costruire uno sfondo temporale qualificato per i momenti salienti dell'incontro in ambulatorio, momenti nei quali si giudicherà di questi stessi comportamenti e della loro efficacia.

L'appuntamento presso il dentista si ritaglia dunque uno spazio qualitativamente determinato sulle pagine dell'agenda, con un'aura di importanza certa ma non cruciale, un aggancio piuttosto elastico intorno alla data di riferimento, senza che questa possa in alcun modo segnalare un allentamento della relazione tra i due attori, ma sullo sfondo di una relazione diluita su un arco temporale i cui ritmi interni non sono rigidamente stabiliti bensì ordinatamente indicati.

Dal medico

Per quanto concerne l'ambulatorio medico dovunque ci si trovi non è possibile vedere altro che la porzione di spazio in cui si è collocati: le pareti non sono trasparenti e le porte sono chiuse. Laddove vi sia personale che deve spostarsi da una sala all'altra, i flussi non sono continui bensì interrotti dalle operazioni di apertura e chiusura di porte, di tende, di paraventi. Il paziente, quando è il suo turno, viene fatto entrare nello spazio topico in cui si svolge la cura e tale spazio è uno spazio separato, inaccessibile se non previa ammissione.

È abituale che dal dentista il paziente venga fatto accomodare sulla poltrona mentre il dentista è occupato in un'altra saletta, e lì il paziente attende; durante l'arco di tempo in cui il paziente è seduto sulla sua poltrona, lo spazio circostante diventa uno spazio anche suo, diventa sotto certi aspetti il suo spazio in dotazione, ed in quello spazio il medico si introduce di tanto in tanto, spesso con cenni di saluto e di cortesia come se effettivamente stesse accedendo a uno spazio dell'altro.

Nell'ambulatorio medico lo spazio topico, lo studio o saletta dove si svolge la visita, è uno spazio esclusivo del medico e di sua assoluta pertinenza; è il medico ad aprirvi la porta e farvi entrare. Il paziente viene fatto entrare in uno spazio altrui di cui non può in alcun modo appropriarsi e nel quale resta un ospite momentaneo. Così come dall'esterno non è possibile intravedere nulla dello spazio dell'interazione, allo stesso modo dall'interno non si intravede nulla del corridoio e della sala d'aspetto. Il corpo del paziente su cui convergono le attenzioni diventa un corpo sacralizzato; non vi sono altri sguardi che quello del medico e tale sguardo ha la prerogativa di poter vedere dentro, cosa che resta negata a chiunque altro.

Sembrano vigere due grandi figure che organizzano la forma dell'appuntamento tra il medico e il paziente: da un lato la strutturazione tipica della visita presso il medico della mutua, quello che ha l'ambulatorio aperto dalle ore alle ore o che vi si rende disponibile alcuni giorni della settimana, dall'altro il modo in cui viene fissato l'appuntamento con il medico specialista di fama. In quest'ultimo caso si assiste ad una temporalizzazione molto precisa in quanto tale l'appuntamento viene fissato con una notevole rigidità dell'agenda e intorno ad esso si tende a fare il vuoto. L'appuntamento si ritaglia come una parentesi temporale dai confini invalicabili e che esclude qualunque intromissione come qualunque spostamento.

Dal parrucchiere

La prima considerazione che viene naturale compiere è quella relativa ai percorsi dello sguardo. L'operato del curante, insieme alla parte di corpo da curare, sono sotto gli occhi di tutti, spesso e sempre più addirittura sotto gli occhi dei passanti. Le ampie vetrine quasi sempre trasparenti, l'illuminazione spesso esuberante del salone, talvolta le telecamere a circuito chiuso che mostrano in tempo reale sul marciapiede quello che il parrucchiere sta facendo, rappresentano un'esaltazione della visibilità. Le persone che aspettano partecipano allo stesso spazio omogeneo in cui l'operazione del curante stesso si svolge, e il suo operato può ad ogni istante essere considerato, valutato e apprezzato da tutti i presenti.

Colui che è sottoposto al trattamento può accedere alla spazialità complessiva, grazie agli specchi che ha di fronte, e intrattenere scambi verbali, gestuali, di sguardo, con le altre persone, può conversare con esse, scherzare, lamentarsi ed esprimere opinioni. Quest'ultimo aspetto manifesta in modo evidente la permeabilità dello spazio del parrucchiere. É però anche vero che appaiono elementi che interrompono una tale omogeneità come la presenza frequente di una qualche separazione tra la zona del taglio, della pettinatura e anche dell'attesa, nel loro insieme compatte, e la zone del lavaggio, spesso relegata in un qualche angolo, in qualche modo protetta, in qualche misura riservata. Su questo corpo si esercita dunque una forma di riservatezza che se pur non raggiunge la separatezza propria dell'ambulatorio medico, ne riprende il movimento di esclusione dell'oggetto dal campo dello sguardo pubblico. Al contrario, il corpo seduto nella poltrona è un corpo esposto e magnificato nella sua visibilità.

La competenza del parrucchiere è una competenza pratica, composta da un misto di manualità, colpo d'occhio e intrattenimento, nella misura in cui il salone del parrucchiere riprende per molti aspetti i tratti del salotto e della bottega dell'artigiano dove c'è chi ci sa fare. Il corpo sottoposto al parrucchiere è un modo di apparire del suo proprietario, del suo portatore, che è, prima di tutto, un modo di apparire agli altri e per gli altri. Per quanto riguarda la strutturazione temporale si tratta di appuntamenti ravvicinati, alla distanza di pochi giorni o addirittura ore, presi al telefono o in molti casi passando direttamente al salone, concordati tra persone che condividono o comunque simulano una rilassata confidenza e una notevole disponibilità all'aggiustamento. Si tratta di un appuntamento altamente permeabile e intrecciato con gli altri incontri e gli altri impegni.

Solarium e centri estetici

Lo spazio è circoscritto nel suo insieme ed escluso dallo sguardo esterno. La facciata esterna senza trasparenze utilizza tuttavia forme convenzionali di rappresentazione dell'identità specifica del luogo attraverso segnali verbali, visivi, talvolta sonori, che rimandano all'esterno un'immagine più o meno stereotipica dell'interno (es. palme, contrasto giallo-azzurro). Il corridoio di accesso alle salette di cura sarà illuminato da lampade a chiarore localizzato in modo da marcare intervalli di luci e ombre, allo stesso modo le parete potranno non raggiungere il soffitto, permettendo alla luce interna delle salette di fare capolino al di sopra delle separazioni, così ancora prevarranno i drappeggi delle tende piuttosto che le porte e le parete rigide.

La configurazione del segreto sembra così dominare una situazione di cura in cui lo sguardo pubblico immagina, come in un modello persuasivo del tipo della tentazione, e in cui l'oggetto del trattamento si sottrae sia nella sua oggettività che nelle sue intenzioni modalizzate. È dunque il corpo sottoposto alla cura che si vede diventare corpo segreto, da proteggere dagli occhi indiscreti di un osservatore potenzialmente voyeur. Lo sguardo pubblico può solo immaginare e non vedere quel che si fa, come si esercita il trattamento, come lo si subisce, quale relazione lega tra loro l'operazione e l'operato.

Questo corpo individuale, al contrario del corpo pubblico ed esposto della capigliatura, al contrario del corpo condensato nella purezza liminare della dentatura, e anche al contrario del corpo parcellizzato delle medicine specialistiche, si offre all'immaginazione dello sguardo pubblico come corpo integrale, come corpo personale, individuale appunto nella sua totalità di corpo animato. Per quanto riguarda l'organizzazione temporale si tratta della diffusa consuetudine di impostare l'accesso agli istituti di cura estetica attraverso forme di abbonamento che possono prevedere sconti su un certo numero di sedute e che lasciano il cliente libero di scegliere, all'interno di una certa gamma di possibilità di orario e di giorni lavorativi, il momento in cui profittare della propria prenotazione virtuale.

Né dunque la disponibilità di entrambi gli attori all'aggiustamento (dentista), né la limitatezza e chiusura di un appuntamento fissato e inamovibile (specialista), né ancora l'ondulazione pubblica e sovrapponibile aperta alle commistioni con altre pratiche (parrucchiere), bensì la presa immediata e privata di una disponibilità di cui ci si è garantiti il possesso in anticipo.

Altri spazi, altre cure

Pensiamo alle palestre in cui si svolgono sedute per il fitness, body building o step dance: su ampi spazi non necessariamente occlusi allo sguardo pubblico si verifica il caso che questo stesso sguardo pubblico viene neutralizzato da procedure limpide di concentrazione del corpo sulla percezione di se stesso. Ciascuno resta concentrato sul proprio esercizio, sulla propria fatica, sul proprio misurato dello sforzo, del battito cardiaco, del ritmo respiratorio, del rendimento. Oppure pensiamo alle sale vuote della ginnastica aerobica ritmate sulla musica, quella con una grande specchiera che copre tutta una parete verso la quale sono rivolti i ginnasti: di fronte a quella visibilità riflessa ognuno è tenuto a controllare se stesso, il proprio esercizio, la sua adeguatezza alle istruzioni, e la sua percezione dello spazio complessivo rimane una percezione dello sfondo indifferenziato in cui si muovono altri corpi individuali, ciascuno concentrato sull'immagine riflessa di se stesso.

L'acquisto della calzatura: osservazioni etnosemiotiche

In negozio

La signora che gestisce il negozio ha sparato una massima a una signorina che provava: “non ci si provano mai le scarpe da seduti, perché è da in piedi che il peso porta il piede nella sua vera posizione”. La spiegazione della signora è che dall'alto si vede solo la punta e la punta non ha una grande resa estetica ed è poco significativa; la scarpa va vista di tre quarti e di profilo per coglierne e apprezzarne il disegno. Quest'ultima è la ragione adottata da un'operatrice del settore, una che non solo se ne intende, ma ha fatto sicuramente anche qualche corso di shoes-marketing.

La calzatura come oggetto bivalente

Da un lato la scarpa appare come oggetto della visione, dall'altro sembra richiamare su di sé un universo della tattilità, più complesso e articolato del primo, un insieme di tratti sensibili che potremmo definire il sincretismo dell'intimità. La scarpa della visione è quell'oggetto che può essere accettato o rifiutato sulla base di categorie del gusto, spesso predeterminate, che concernono il modo in cui quel dato oggetto appare e trae la propria identità dal modo in cui si rende visibile. La scarpa della visione è pertanto una scarpa che tende ad essere immediatamente collocabile e che viene valutata a partire dal posto che occupa nel sistema: una scarpa da sera verrà valutata a partire da questa sua collocazione nel sistema, così come una scarpa da cammino verrà valutata a partire da questa sua diversa collocazione, e questo comporterà la messa in valore di aspetti diversi del suo apparire.

Per quanto riguarda la scarpa della dimensione tattile si tratta di un oggetto che ci è prossimo, di qualcosa che chiede di diventare parte di noi, del nostro corpo, del nostro benessere, della nostra pelle, del nostro calore, del nostro movimento. Al contrario della scarpa della visione, che vive di un'esteriorità oggettivante, la scarpa del tatto è tendenzialmente soggettivata; non viene qui valutata a partire dal modo in cui si ritaglia la propria identità sulla scena pubblica, bensì a partire da un contratto sì provvisorio ma decisivo.

Se la dimensione del visibile tende a creare una polarizzazione tra due estremi, il soggetto da una parte e l'oggetto dall'altra, la dimensione della tattilità, al contrario, tende a creare una fusione del due poli della relazione, ad avvicinarli tanto che si instauri una sorta di reciprocità nei movimenti di apprezzamento, una sorta di confronto reciproco tra due soggetti-oggetto in qualche modo paritetici, dove sensibilità del piede da una parte e conformazione della calzatura dall'altra diventano i protagonisti principali.

Un percorso all'interno della sensibilità

Pur nell'infinita variabilità delle soluzioni adottate da parte di progettisti, architetti e allestitori, è possibile rintracciare alcune costanti astratte nella preparazione dello spazio-ambiente della vendita, e tali constanti si innestano su una pratica condivisa che consiste nel dover gestire la dimensione sensibile dei propri acquisti.

Dalla visione al raccoglimento sincretico

Nell'acquisto della scarpa la dimensione della visibilità è la prima alla quale la scarpa stessa deve sottoporsi e vi è un luogo in cui tale meccanismo del giudizio estetico viene in qualche misura concentrato, enfatizzato e reso direttamente funzionale al processo d'acquisto: la vetrina. La vetrina è la forma concentrata della scena pubblica, il piccolo ma intenso palcoscenico esposto agli sguardi di un pubblico di possibili acquirenti sul quale vengono messe in mostra le scarpe acquistabili, in una tensione alla totalizzazione dell'offerta alla quale corrisponde il classico giro di vetrine. Nella misura in cui l'incontro tra la tensione espositiva e l'attenzione del consumatore si verifica e il contatto si stabilisce, prende inizio una fase piuttosto omogenea e continua di relazione visiva tra il soggetto e l'oggetto. È in questa fase che la dimensione della visibilità esercita la sua funzione selettiva, in cui si mettono in atto processi di scelta e di scarto. Differenziare un modello di scarpe in mezzo a tutti gli altri diventa anche differenziare se stessi in mezzo a tutti gli altri.

Dalla vetrina si procede verso l'interno del negozio. È molto frequente quel modello di organizzazione spaziale del punto vendita che prevede un'estensione della funzione vetrina anche durante il percorso di accesso all'interno del negozio: più o meno lunghe gallerie vetrinate che accompagnano il consumatore verso la porta del negozio hanno costituito un modello di allestimento della soglia molto diffuso e vengono spesso riprese e declinate in varie forme anche negli allestimenti più recenti. Si passa poi alla fase in cui si giocano in modo decisivo le strategie di accoglimento del cliente da parte del personale del negozio. In questo percorso il personale di negozio non ricopre soltanto la funzione di colui al quale chiedere un servizio o con il quale concludere lo scambio, ma comincia a diventare anche un simulacro di una funzione importante, quella dell'altro e degli sguardi altri che vedranno. Il personale conduce dunque gradualmente il cliente al contatto con la scarpa.

C'è un fase successiva che precede ancora la prova vera e propria: è il tempo dell'attesa, quello necessario al commesso per andare nel retro e cercare il numero richiesto, e che viene impiegato dal cliente secondo una modalità ben diversa dalle fa

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Semiotica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Leone Massimo.
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