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Riassunto psicologia

Il genere umano ha un lato oscuro, la sua esistenza non dovrebbe sorprendere coloro che pensano di essere brave persone. Spesso la violenza si sprigiona dove mancano i freni, le strutture della civiltà.

La psicologia sociale e i suoi concetti base

Gruppi ed identità

Il termine psicologia sociale, così come definito da Allport, attiene alla definizione e osservazione dei comportamenti sociali manifesti di un individuo e/o di un gruppo sociale. Galimberti definisce la psicologia sociale come «la disciplina che studia le interazioni umane e le relazioni interpersonali a livello di individui, gruppi, istituzioni, nonché le varie tematiche evidenziate dalle situazioni sociali». Il dizionario prosegue distinguendo cinque elementi all’interno della voce “psicologia sociale”: il primo è il processo di socializzazione, il secondo è quello della psicodinamica di tale processo, il terzo elemento è relativo alle diverse interpretazioni della socializzazione, il quarto si riferisce all’organizzazione sociale e l’ultimo alla sociopatia e alla risocializzazione.

Guardando in un quadro generale questi cinque elementi si evince che le interazioni umane e le relazioni interpersonali si dispiegano anzitutto su un percorso temporale che va dalla nascita dell’individuo (massima dipendenza dalle figure di accudimento, con le quali intrattiene delle relazioni legate alla sopravvivenza) al raggiungimento e mantenimento della sua autonomia (massima indipendenza e legami con pari, con i quali intrattiene relazioni legati al soddisfacimento di bisogni più complessi).

La psicologia sociale pare rispondersi che è un qualcosa che per essere descritto ha bisogno di entrare in relazione con altri elementi, ha bisogno di definirsi entro un quadro dinamico di punti che entrano in relazione tra loro e, interagendo, producono la psicologia sociale stessa. Tale caratterizzazione si ravvisa nel termine stesso di “sociale”: dal latino Socialem, di cui la radice Socius significa compagno mentre la terminazione -alem significa appartenenza o dipendenza. In realtà quando parliamo di sociale parliamo di un compagno, dunque di un soggetto che in quanto compagno è già in relazione con un altro io sottointeso e che intrattiene con questo un legame di appartenenza comune o di dipendenza.

La tematica cardine della psicologia sociale infatti è proprio il comportamento degli individui quando si trovano all’interno dei loro gruppi di appartenenza e l’influenza che gli altri, siano presenti o meno, possono avere sui singoli. Da questa definizione possiamo comprendere che i punti fondanti della psicologia sociale sono il gruppo e l’influenza sociale e la loro interconnessione con gli individui. È dunque necessario definire cosa sia un gruppo, quali sono le teorie dell’influenza sociale e i processi di soggettivazione innescati dall’appartenenza ad un gruppo che producono identità.

I gruppi sociali

I gruppi sociali, essendo l’oggetto di studio cardine della psicologia sociale, sono stati più volte soggetti a differenziazioni caratterizzate in base alla loro origine, composizione o funzione. Cooley ha distinto i gruppi in primari e secondari. I gruppi primari sono quelli caratterizzati da un’interazione diretta tra i membri di tipo “faccia a faccia” e sono fondati principalmente sull’affiatamento e l’identificazione reciproca; ne sono un esempio la famiglia, i compagni di gioco, il gruppo degli amici. I gruppi secondari sono quelli più formali in cui non sempre è possibile un’interazione uno a uno tra i membri e hanno una estensione maggiore.

A questa definizione originaria di Cooley possono essere sovrapposte altre caratterizzazioni di gruppi che, ad esempio, sono stati descritti come formali e informali. Questi ultimi sono la famiglia e gli amici in quanto non sono artificialmente costruiti ma si formano in maniera naturale, mentre quelli formali sono costruiti da convenzioni o contrattualizzazioni o regole. Un esempio ne è un gruppo di lavoro, una squadra di calcio o anche una classe scolastica.

Possiamo parlare di gruppo quando gli individui che ne fanno parte hanno per lo meno la potenzialità di avere tra di loro delle interazioni e quando vi è una interdipendenza nel compito e nel “destino”. Vale a dire che i soggetti che identifichiamo come appartenenti a tale gruppo sentono di avere un “destino comune” che li lega e non per le caratteristiche di somiglianza o diversità ma le interazioni che si producono tra loro, che queste interazioni abbiano una certa frequenza e che vi sia una interdipendenza tra i soggetti.

Asch definisce il gruppo tramite un’analogia con la chimica; la molecola dell’acqua è l’unione di idrogeno e ossigeno che non si sommano ma si combinano per formare l’H2O. Il gruppo è dotato dunque, di proprietà uniche che emergono dalla rete di relazione tra i singoli membri e dalla percezione che questi hanno di sé stessi in qualità di membri della medesima unità sociale e nelle varie relazioni reciproche all’interno di tale unità. L’essere membro di un gruppo e i comportamenti tenuti in quanto soggetto appartenente ad un gruppo specifico ha conseguenze psicologiche specifiche anche se il gruppo non è immediatamente presente.

Un gruppo ha comportamenti specifici in relazione ad altri gruppi (dinamiche intergruppi) e all’interno del gruppo stesso (dinamiche infragruppo). Lewin dice che il gruppo è una totalità dinamica vale a dire che è qualcosa di più e di diverso dalla somma delle singole parti; nella sua definizione si riuniscono aspetti già citati prima quali l’interdipendenza, distinta in due tipi: interdipendenza del destino e interdipendenza del compito. La prima, è un elemento macroscopico di unificazione e consiste nella sensazione di essere nella stessa situazione e nella percezione di far parte dello stesso gruppo. È quella che generalmente viene definita come senso di appartenenza ad un gruppo. Il secondo tipo di interdipendenza invece è un elemento più forte e più diretto dell’interdipendenza del destino, poiché fa sì che lo scopo del gruppo determini un legame fra i membri in modo tale che i risultati delle azioni di ciascuno abbiano delle implicazioni sui risultati degli altri.

Una persona si comporta diversamente se si percepisce come appartenente ad un gruppo o meno, se si trova in presenza di un gruppo considerato come opposto (outgroup) o se si trova ad interagire con persone che percepisce come appartenenti allo stesso gruppo sociale (ingroup). Il paradigma dei gruppi minimi di Tajfel afferma che un insieme di persone per essere considerate un gruppo devono essere categorizzati come appartenenti allo stesso gruppo ed essere definiti come tali in opposizione ad un altro gruppo. Quando si divide un insieme di persone in due gruppi, in maniera arbitraria, il principio di azione che guida entrambi è quello di massimizzare le differenze, quindi in tale ottica il pregiudizio si colloca all’interno di un processo cognitivo normale.

Nel momento in cui ci si trova in una situazione di suddivisione in ingroup e outgroup (anche arbitraria, così come detto nel paradigma dei gruppi minimi) il processo di categorizzazione agisce su due livelli: amplificando le differenze fra gruppi e rafforzando le somiglianze all’interno del gruppo.

La contrapposizione tra psicologia individuale e psicologia sociale o delle masse perde, a una considerazione più attenta, gran parte della sua nettezza. La psicologia individuale verte sull’uomo singolo e mira a scoprire per quali tramiti questo cerca di conseguire il soddisfacimento dei propri moti pulsionali, ma solo raramente, in determinate condizioni eccezionali, riesce a prescindere dalle relazioni di tale singolo con altri individui. Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, pertanto, in quest’accezione più ampia ma indiscutibilmente legittima, la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale.

L'identità

L’identità è definita dal dizionario di psicologia come «il senso del proprio essere continuo attraverso il tempo e distinto, come entità, da tutte le altre». Da questa definizione si evincono due concetti fondanti l’identità: la continuità temporale e l’essere unici di ogni individuo rispetto agli altri; come dire che l’identità è data dall’avere una storia e dal percepire le somiglianze e differenze con gli altri individui.

Gli esseri umani tendono naturalmente a categorizzare sé stessi e gli altri in base all’appartenenza ad uno o più gruppi sociali ben specifici seguendo il principio del meta-contrasto. L’uomo appartiene contemporaneamente a molteplici gruppi sociali e, quindi, ha identità sociali diverse in base al contesto in cui si trova. In realtà le varie identità sociali coesistono tra loro e insieme all’identità personale del soggetto e non confliggono, generalmente, tra di loro. Questo accade anche perché le categorie sociali in cui ci si classifica, si trovano a livelli diversi di astrazione che, come se fossero cerchi concentrici, si contengono l’uno nell’altro. In base al contesto si ha una salienza maggiore di una identità sociale rispetto ad altre che però non scompaiono, semplicemente passano in secondo piano nella percezione del soggetto e nell’autodefinizione della propria identità.

I fattori che aumentano la salienza delle categorizzazioni lungo l’asse ingroup-outgroup tendono a far aumentare l’identità percepita tra sé e i membri dell’ingroup (e la differenza rispetto ai membri dell’outgroup) e quindi provocano un fenomeno di depersonalizzazione. Appartenere a un determinato gruppo sociale, identificarsi come membro dello stesso e quindi percepire chiaramente una identità sociale legata a tale gruppo ha dei consistenti benefici psicologici. Questo è vero se il gruppo di appartenenza ha caratteristiche che noi reputiamo positive, cosa che permette un mantenimento dell’autostima personale.

Brewer afferma che ogni soggetto, con lo scopo di mantenere un’immagine di sé adeguata e sufficientemente positiva risponde contemporaneamente all’esigenza di assimilarsi all’esemplare del gruppo sociale di appartenenza (per rassicurare sé stesso nella sua identità tramite il confronto e la similitudine con qualcosa di familiare) e di differenziarsene (tramite il rilevamento delle differenze con l’esemplare del gruppo stesso). La possibilità di individuare un ‘esemplare’ permette agli appartenenti al gruppo di definirsi in base alla somiglianza e alla differenziazione dallo stesso.

I fenomeni di gruppo: differenze tra massa e gruppi e loro dinamiche

La massa è stata studiata, provando a darne una definizione, da Le Bon, il quale afferma che ciò che più colpisce di una massa psicologica è che gli individui che la compongono, indipendentemente dal tipo di vita, dalle occupazioni, dal temperamento o dall’intelligenza, acquistano una sorta di anima collettiva per il solo fatto di trasformarsi in massa. Tale anima li fa sentire, pensare ed agire in un modo del tutto diverso da come ciascuno di loro, isolatamente, sentirebbe, penserebbe e agirebbe.

Quando il soggetto si trova all’interno di un gruppo sociale allargato definito come “massa” modifica radicalmente il suo comportamento e agisce in maniera completamente diversa rispetto al proprio sentire o alla propria morale. La massa agisce sull’individuo depersonalizzandolo e prendendo il sopravvento. Tale concetto consiste nella perdita del senso di individualità durante la quale il soggetto si comporta con poco o addirittura nessun riferimento rispetto ai valori personali interni o standard di condotta. Lo stato di deindividuazione è caratterizzato da uno stato di piacere dato dal sentirsi liberi di agire in base agli impulsi e senza nessun riguardo per le conseguenze delle proprie azioni.

In stretta correlazione con il concetto di deindividuazione, si trova quello di deresponsabilizzazione sociale legato all’obbedienza alle figure di autorità.

Esperimenti

Milgram fece un esperimento in cui si analizzava l’obbedienza di un soggetto ad un’autorità, dunque in quanto persona con un ruolo sociale specifico di tipo gerarchico. Tale esperimento avveniva mentre si processava il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann e ci si domandava se si poteva giustificare il comportamento omicida della persona come risultato dell’obbedienza ad una autorità.

La ricerca fu condotta nel 1961 da Stanley Milgram negli Stati Uniti e i partecipanti alla ricerca furono reclutati tramite un annuncio su un giornale locale o tramite inviti spediti per posta a indirizzi ricavati dalla guida telefonica. Il campione risultò composto da persone fra i 20 e i 50 anni, maschi, di varia estrazione sociale. Fu loro comunicato che avrebbero collaborato, dietro ricompensa, a un esperimento sulla memoria e sugli effetti dell'apprendimento.

Nella fase iniziale della prova, lo sperimentatore, assieme a un collaboratore complice, assegnava con un sorteggio truccato i ruoli di "allievo" e di "insegnante": il soggetto ignaro era sempre sorteggiato come insegnante e il complice come allievo. I due soggetti venivano poi condotti nelle stanze predisposte per l'esperimento. L'insegnante (soggetto ignaro) era posto di fronte al quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica, composto da 30 interruttori a leva posti in fila orizzontale, sotto ognuno dei quali era scritto il voltaggio, dai 15 V del primo ai 450 V dell'ultimo. Sotto ogni gruppo di 4 interruttori apparivano le seguenti scritte: (1–4) scossa leggera, (5–8) scossa media, (9–12) scossa forte, (13–16) scossa molto forte, (17–20) scossa intensa, (21–24) scossa molto intensa, (25–28) attenzione: scossa molto pericolosa, (29–30) XXX.

All'insegnante era fatta percepire la scossa relativa alla terza leva (45 V) in modo che si rendesse personalmente conto che non vi erano finzioni e gli venivano precisati i suoi compiti come segue:

  • Leggere all'allievo coppie di parole, per esempio: "scatola azzurra", "giornata serena";
  • Ripetere la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro associazioni alternative, per esempio: "azzurra – auto, acqua, scatola, lampada";
  • Decidere se la risposta fornita dall'allievo era corretta;
  • In caso fosse sbagliata, infliggere una punizione, aumentando l'intensità della scossa a ogni errore dell'allievo.

Quest’ultimo veniva legato ad una specie di sedia elettrica e gli era applicato un elettrodo al polso, collegato al generatore di corrente posto nella stanza accanto. Doveva rispondere alle domande, e fingere una reazione con implorazioni e grida al progredire dell'intensità delle scosse (che in realtà non percepiva), fino a che, raggiunti i 330 V, non emetteva più alcun lamento, simulando di essere svenuto per le scosse precedenti.

Lo sperimentatore aveva il compito, durante la prova, di esortare in modo pressante l'insegnante: "l'esperimento richiede che lei continui", "è assolutamente indispensabile che lei continui", "non ha altra scelta, deve proseguire". Il grado di obbedienza fu misurato in base al numero dell'ultimo interruttore premuto da ogni soggetto prima che quest'ultimo interrompesse autonomamente la prova oppure, nel caso il soggetto avesse deciso di continuare fino alla fine, al trentesimo interruttore. Soltanto al termine dell'esperimento i soggetti vennero informati che la vittima non aveva subito alcun tipo di scossa.

I risultati stupirono perfino gli sperimentatori in quanto, nonostante i 40 soggetti dell'esperimento mostrassero sintomi di tensione e protestassero verbalmente, una percentuale considerevole di questi obbedì pedissequamente allo sperimentatore. Questo stupefacente grado di obbedienza, che ha indotto i partecipanti a violare i propri principi morali, è stato spiegato in rapporto ad alcuni elementi, quali l'obbedienza indotta da una figura autoritaria considerata legittima, la cui autorità induce uno stato eteronomico, caratterizzato dal fatto che il soggetto non si considera più libero di intraprendere condotte autonome, ma strumento per eseguire ordini. L’eteronomia è la percezione delle norme come provenienti dall’altro, in cui il soggetto non ha alcun ruolo o possibilità di modifica. I soggetti dell'esperimento non si sono perciò sentiti moralmente responsabili delle loro azioni, ma esecutori dei voleri di un potere esterno. Alla creazione del suddetto stato eteronomico concorrono tre fattori:

  • Percezione di legittimità dell'autorità (nel caso in questione lo sperimentatore incarnava l'autorevolezza della scienza);
  • Adesione al sistema di autorità (l'educazione all'obbedienza fa parte dei processi di socializzazione);
  • Le pressioni sociali (disobbedire allo sperimentatore avrebbe significato metterne in discussione le qualità oppure rompere l'accordo fatto con lui).

Il grado di obbedienza all'autorità variava però sensibilmente in relazione a due fattori: la distanza tra insegnante e allievo e la distanza tra soggetto sperimentale e sperimentatore. Furono infatti testati quattro livelli di distanza tra insegnante e allievo: nel primo l'insegnante non poteva osservare né ascoltare i lamenti della vittima; nel secondo poteva ascoltare ma non osservare la vittima; nel terzo poteva ascoltare e osservare la vittima; nel quarto, per infliggere la punizione, doveva afferrare il braccio della vittima e spingerlo su una piastra.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Merca-Tino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e delle relazioni giuridiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università della Sicilia Centrale "KORE" di Enna o del prof Craparo Giuseppe.
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