Cicerone in difesa di Marco Celio
Il contesto del processo
Il 4 aprile del 56 a.C., Cicerone si presenta alla Questio de Vi, un tribunale speciale con giurisdizione sui reati di violenza, in difesa di Marco Celio Rufo. Intanto a Roma vi erano i Ludi Megalenses, il culto della Grande Madre Idea, trasferito a Roma dalla Frigia nel 204 a.C. Gli spettacoli si preannunciavano particolarmente fastosi quell'anno, poiché li presiedeva Publio Clodio, edile curule. Cicerone sottolinea fin da subito l’eccezionalità del momento, paragonando il fatto che lui e i giudici, invece di dedicarsi all’otium proprio di quei giorni, debbano dedicarsi al labor.
Il teatro come filo conduttore
Il filo conduttore dell’intera orazione è proprio il riferimento agli spettacoli teatrali, con citazione di alcuni versi della Medea enniana. L’oratoria di Erennio, uno degli accusatori di Celio, è caratterizzata come quella dello zio brontolone della commedia.
Momenti teatrali nell'orazione
- Maschere sceniche, personae: sono le due personificazioni di Appio Claudio Cieco e Publio Clodio Pulcro.
- Sempre al teatro si attinge per la raffigurazione delle due figure di padre: paragrafi 37-38. Un padre severo, durus, del teatro di Cecilio e uno tollerante, bonario, comprensivo della commedia di Terenzio.
- Cicerone al paragrafo 61 ricorre nuovamente al teatro di Terenzio per l’espressione "hinc illae lacrumae", già proverbiale, per designare l’origine dei mali di Celio.
- Paragrafi 61-66 narrano l’avventura dei bagni: non è più il teatro di Cecilio o Terenzio, ma un mimo inscenato dalla fantasia creatrice di Clodia, fabularum poetria.
La strategia di Cicerone
Con questa tecnica, Cicerone cerca di portare la festa dei Ludi Megalenses anche all’interno del tribunale. Vuole sottolineare come, per colpa di una meretrix, si stiano perdendo gli spettacoli per un’accusa inconsistente e sottolinea anche la gravità enorme dell’accusa di de vi che è aperto a differenza di tutte le altre corti criminali.
A Clodio veniva imputato un crimine di violenza politica ed era stata attivata contro di lui la Lex Plautia (la stessa con cui erano stati condannati Catilina e i suoi complici). Cicerone si mostra assai vago sulla configurazione dei reali capi d'accusa, limitandosi a un cenno nel paragrafo 23. Se si esclude l’assassinio di Dione, non siamo informati di nessun evento citato, ma è ragionevole supporre che siano tutti eventi del 57, anno in cui gli Alessandrini mandarono un’ambasceria a Roma per impedire il ritorno di Tolomeo Aulete in Egitto. Per comprendere la gravità delle accuse contro Celio bisognerà sviscerare l'affare egiziano.
L'affare egiziano
Nell’80 a.C., moriva Tolomeo Alessandro II, lasciando come erede del suo regno il popolo di Roma, ma questa né ripudiò il testamento né si risolveva ad annettere i domini tolemaici. Questa ambiguità si protrasse fino al 59 a.C., anno in cui Tolomeo Aulete venne riconosciuto dai romani come sovrano d’Alessandria d’Egitto e socius et amicus populi Romani.
Per questi accordi, Tolomeo Aulete dovette versare 36 milioni di denari a Giulio Cesare, che si impegnava a distribuirli tra i senatori. La prima metà della cifra gli venne subito data, grazie a un prestito che Tolomeo ottenne dalle banche, ma per la seconda parte si trovò in difficoltà, poiché doveva pagare il debito e racimolare i soldi per la seconda parte. Così si vide costretto ad aumentare le tasse.
D’altra parte, l’inasprimento peggiorò nel 58 quando i romani decisero di annettersi Cipro a spese del fratello, quindi gli Alessandrini si sollevarono contro di lui. Per non fare la fine di Tolomeo Alessandro II, decise di rifugiarsi a Roma e chiedere aiuto a Cesare e Pompeo, ma questi non erano nelle condizioni migliori per aiutarlo. Per convincere i senatori, occorreva altro denaro che Tolomeo si procurò nuovamente per mezzo dei banchieri romani. Questa volta anche i loro rischi erano maggiori, poiché sapevano che se il sovrano non fosse stato restaurato avrebbero perso il loro denaro. Spinsero il Senato ad esprimersi in favore di Tolomeo e a far capeggiare l’operazione da Pompeo.
A questo punto, gli Alessandrini inviarono un’ambasceria di 100 uomini illustri, capeggiata da Dione, noto filosofo della scuola accademica. Dovevano sbarcare a Pozzuoli e trovare sistemazione nella fiorente colonia greca di Napoli, ma Tolomeo rovinò i loro piani uccidendone alcuni, causando l’indignazione del Senato, che convocò direttamente Dione.
-
Cicerone, Catullo e Orazio
-
Riassunto della Prima Filippica di Cicerone
-
Riassunto esame Letteratura latina, Prof. Pellacani Daniele, libro consigliato Tra poesia e politica: una lettura d…
-
Riassunto esame Istituzioni di diritto romano, prof. La Rosa, libro consigliato Problemi possessori nell'esperienza…