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“L’AZIONE TERAPEUTICA” Jones

Capitolo 1: Modalità dell’azione terapeutica:

Si possono individuare due prospettive teoriche sulla natura dell’azione terapeutica, cioè dei fattori

mutativi nel trattamento terapeutico. Una sottolinea l’effetto dell’interpretazione e della conoscenza

psicologica nel cambiamento terapeutico, l’altra enfatizza il ruolo dell’interazione personale. La

prima, intrapsichica, considera importanti la conoscenza di sé e l’insight, mentre quella basata

sulla relazione/interazione, interpersonale, considera l’empatia, il senso di sicurezza, il

contenimento dei sentimenti, l’alleanza terapeutica. Inoltre, differiscono per il fatto che la

prospettiva interpretativa crede che il cambiamento sia nella mente di un individuo, mentre quella

interattiva crede che sia nell’esperienza con l’esterno. Jones ha introdotto un modello derivato

empiricamente, quello delle strutture di interazione, che tenta di unire l’azione terapeutica

all’insight e alla relazione, in cui questi due concetti non sono separabili, in quanto la conoscenza

psicologica del sé può svilupparsi solo nel contesto di una relazione in cui il terapeuta tenta di

comprendere la mente del paziente per mezzo della reciproca interazione. Secondo le strutture di

interazione, paziente e terapeuta interagiscono secondo modalità ripetitive e questi pattern sono

l’aspetto manifesto del transfert-controtransfert, riguardano gli aspetti comportamentali ed emotivi

e, quindi, sono più accessibili all’osservazione diretta; inoltre, sono pattern a basso tasso di

cambiamento che riflettono la struttura psicologica del paziente e del terapeuta. L’azione

terapeutica si colloca nel fare esperienza, riconoscere e comprendere, da parte di entrambi,

queste interazioni ripetitive; infatti, il cambiamento del paziente è il risultato di interazioni specifiche

ripetitive che facilitano il processo psicologico richiesto per far esperienza e rappresentarsi certi

stati mentali insieme alla conoscenza della propria intenzionalità. Le strutture di interazione

permettono di operazionalizzare alcuni aspetti del processo analitico chiamati responsività di ruolo,

enactment transfert-controtransfert e intersoggetività. La responsività di ruolo si riferisce al ruolo

intrapsichico che paziente e terapeuta si impongono reciprocamente, cioè il ruolo che il paziente si

assegna e il ruolo che il paziente spinge il terapeuta ad assumere. Gli enactment sono definiti

come interazioni simboliche tra terapeuta e paziente, spesso vissute come conseguenza dell’altro

e con significati inconsci. L’intersoggettività sostiene che il terapeuta non interpreti oggettivamente

quello che avviene in terapia, ma è parte del processo.

L’esperienza, l’identificazione e la comprensione delle strutture di interazione sono mutative per

mezzo di due modalità, integrativa ed evolutiva. La prima si concentra sul tollerare e rendere

consapevoli idee e sentimenti minacciosi, integrando queste rappresentazioni sé-altro con strutture

mentali più differenziate e consce. Il riconoscimento di pattern di interazione permette il

cambiamento nelle rappresentazioni mentali, che vengono portate alla consapevolezza e a una

maggiore coesione interna. La modalità evolutiva, invece, facilita i processi mentali bloccati o inibiti

e il riconoscimento di interazioni ripetitive può promuovere processi mentali precedentemente

inibiti mobilizzandoli nell’interazione terapeuta-paziente.

Capitolo 2: L’intervento terapeutico come assessment:

Gli approcci convenzionali alla diagnosi sono limitati e statici in quanto si concentrano sulle

caratteristiche pre-trattamento o sugli aspetti da trattare. Molti autori psicoanalitici, per esempio,

considerano le diagnosi DSM come descrittori superficiali, raggruppamenti di tratti sintomatici

comportamentali irrilevanti per quegli aspetti della persona pertinenti al trattamento. Infatti, la

diagnosi sottolinea il miglioramento sintomatologico e dà poca considerazione a come

miglioramenti nel funzionamento e nella capacità di relazionarsi possano richiedere più di un

semplice focus sui sintomi evidenti. Jones consiglia un approccio alternativo di valutazione, a

partire dalla premessa che la psicopatologia dei pazienti è meglio compresa nel corso del 1

trattamento. Oltre a una valutazione dei sintomi, un assessment completo può includere una

formulazione o un’ipotesi sui potenziali significati del comportamento sintomatico, sugli obiettivi del

paziente in terapia, sulla relazione tra difficoltà attuali ed esperienze passate e su come è

probabile che il paziente faccia uso del terapeuta nel lavoro terapeutico. Questo approccio integra

diagnosi e comprensione della psicologia del paziente tentando di comprendere sia la complessità

del singolo paziente sia i fattori che possono contribuire a mantenere i sintomi. Infatti, le interazioni

nella fase iniziale del trattamento possono fornire una conoscenza e una comprensione del

paziente utili al terapeuta per valutare la capacità di autoriflessione e di lavorare con le

interpretazioni. Inoltre, un’attenzione alla natura del processo del trattamento che si sviluppa con il

paziente è fondamentale per potersi formare una comprensione diagnostica e psicologica del

paziente.

Capitolo 3: creare opportunità per l’autoriflessione:

Obiettivo principale delle terapie analitiche è quello di aiutare il paziente a comprendere come

pensano, sentono e la natura delle loro relazioni con gli altri. L’autosservazione è una pre-

condizione necessaria per il cambiamento e può essere sviluppata con alcune tecniche: domande,

chiarificazioni, confrontazioni, l’identificazione di temi o condotte nell’esperienza del paziente, l’uso

di ricordi o ricostruzioni del passato e

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

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