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Riassunto esame di Psicodiagnostica Clinica (ex Strumenti di valutazione della personalità), docente Parolin, libro consigliato “L’azione terapeutica”, Enrico Jones

Riassunto per l'esame di Psicodiagnostica Clinica (ex Strumenti di valutazione della personalità), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Parolin: L'azione terapeutica, di Enrico Jones. Gli argomenti trattati sono i seguenti: modalità dell'azione terapeutica, L’intervento terapeutico come assessment, Creare opportunità... Vedi di più

Esame di Strumenti di Valutazione della Personalità docente Prof. L. Parolin

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ESTRATTO DOCUMENTO

terapeuta. Glover (1931), nel suo lavoro sull’effetto terapeutico delle interpretazioni inesatte, ha

proposto una teoria dell’influenza suggestiva per spiegare come le terapie non analitiche potevano

produrre un cambiamento del comportamento.

Nel modello strutturale i sintomi venivano compresi come un compromesso tra un

desiderio minaccioso e il bisogno di sentirsi al sicuro. Se si fosse scoperta la tendenza inconscia e

si fosse reso consapevole il paziente (rendendo conscio l’inconscio), non ci sarebbe stato più

bisogno dei sintomi,ed essi sarebbero scomparsi. Tuttavia, si osservò ben presto che la maggior

parte dei pazienti resistevano alla scoperta del contenuto mentale inconscio, questa conoscenza

era più di tipo intellettivo, e il sintomo poteva persistere. E cosi l’accento si è spostato sempre più

sull’analisi e l’interpretazione di resistenze e difese e meno sull’indagine del contenuto mentale

inconscio.

La ricerca evolutiva psicoanalitica e l’osservazione infantile supportano dei modelli

dell’azione terapeuta compatibili con i modelli dello sviluppo normale. I modelli

interpersonali/interattivi si basano su un punto di vista fortemente evolutivo in qui la relazione di

caregiving genitore – bambino ha sostituito quella medico – paziente come metafora centrale per

la comprensione della relazione terapeutica. Ragionare sulla relazione terapeuta – paziente in base

all’analogia con le interazioni madre – bambino pone delle limitazioni. Il problema sta nella

plausibilità dell’attribuire agli stati mentali del bambino quello che gli osservatori possono solo

presumere sull’esperienza adulta del paziente nella prima infanzia.

Diversi teorici relazionali considerano sia il transfert sia la resistenza come il risultato

dell’interazione tra paziente e terapeuta piuttosto che come localizzati all’interno del paziente.

La ricerca degli autori sul processo terapeutico e analitico ha mostrato la presenza di pattern

ripetitivi di interazione nel corso delle sedute. Paziente e terapeuta interagiscono in maniera

ripetitiva nel corso della terapia. Gli cambiamenti in questi pattern di interazione sono collegati a

cambiamenti nella struttura psicologica del paziente, cosi come a un miglioramento sul piano

sintomatico.

2. L’intervento terapeutico come assessment

Vengono qui discussi la valutazione del paziente e il rapporto tra diagnosi e trattamento dal

punto di vista della teoria e della terapia psicoanalitiche. Gli approcci convenzionali alla

diagnosi sono limitati e statici in quanto si concentrano sulle caratteristiche pre-trattamento

o sugli aspetti da trattare. La logica dei manuali di trattamento convenzionali è quella di

progettare un trattamento per una specifica categoria diagnostica (il DSM), come la

depressione o il disturbo da panico.

Più consigliato, invece, è la valutazione orientata al processo. Fino a quando il terapeuta

non ha lavorato con il paziente per un breve periodo, è impossibile sapere se può trarre beneficio

o meno da un approccio analitico. Questo tipo di approccio richiede poche sedute e ha il vantaggio

di collegare in maniera diretta valutazione e intervento.

Cosi, nel corso di diverse sedute, il terapeuta può ottenere una sufficiente comprensione

del paziente per formulare una decisione più meditata se offrire solamente una consultazione,

una terapia breve o una terapia più intensiva, una psicoanalisi o consigliare l’invio a un altro tipo

di trattamento.

Per esempio, nel sistema nosografico del DSM, ansia e depressione sono concettualizzate

come categorie distinte di disturbi mentali, viste come estremi di tratti e comportamenti normali,

indipendenti dalla personalità.

Il DSM lascia irrisolti problemi clinici pratici. Diagnosi d’ansia e depressione derivate dal

DSM non sono, per esempio, intese a distinguere in maniera affidabile tra quegli individui che

possono essere curati con successo con la psicoterapia e quelli che richiedono cure

farmacologiche. Non sono neanche particolarmente utili per identificare gli individui a rischio di

ricadute o di problemi ricorrenti o cronici.

La diagnosi DSM e concentrata sui sintomi evidenti, invece, l’obiettivo di molti trattamenti

analitici è il raggiungimento di un cambiamento più duraturo, un cambiamento in quella che

potrebbe essere chiamata la “struttura psicologica”; vale a dire un sollievo sintomatico a lungo

termine associato a un cambiamento significativo nei processi psicologici.

Il modo in cui la psicoanalisi considera la psicopatologia offre la possibilità di comprendere

il significato dei sintomi ansiosi e depressivi. Freud afferma che la depressione è il tentativo di

punire l’oggetto che ci ha abbandonato, che ora, però, è parte di sé. Invece Brenner vedeva la

depressione come la risposta a un disastro che si pensa sia già avvenuto. L’affetto depressivo ha

come contenuto ideativo una calamità o delle calamità esistenti nel presente; mentre l’angoscia ha

come contenuto ideativo una calamità futura.

Dopo ci presenta un caso (della signora M) per illustrare l’efficacia di un trattamento

analitico. La paziente è stata diagnosticata, secondo il DSM, con un disturbo depressivo maggiore.

Il suo trattamento è consistito in una psicoterapia psicodinamica di due anni e mezzo, a frequenza

bisettimanale.

L’interazione avvenuta durante le prime due sedute del trattamento migliora la valutazione

e comprensione della signora M. Inizialmente la signora M ha richiesto una parcella inferiore a

quella fissata dal tariffario utilizzato dai clinici che l’avevano vista precedentemente, mettendo in

pericolo le sue opportunità di essere accettata per il trattamento. Successivamente, ha sollecitato

il terapeuta a patologizzarla annunciando quanto inefficaci fossero stati i precedenti trattamenti e

sottolineando la gravità dei suoi sintomi, in particolare le frequenti crisi di pianto. In altre parole,

aveva invitato masochisticamente il terapeuta a rifiutarla per il trattamento, a vederla come

estremamente problematica o a trattarla con dell’inutile compassione.

Il terapeuta a tentato di interpretare i momenti di pianto della signora M come espressione

di un desiderio di condividere gli eventi felici e i successi. Questa interpretazione ha chiaramente

interessato la paziente, interesse che l’ha coinvolta nella terapia ed è sembrato avere un effetto

organizzante.

Durante il trattamento il terapeuta si è sentito ripetutamente costretto a soccorrere la

signora M dalla depressione e dai suoi sentimenti masochistici di non essere utile o speciale.

Le interazioni nella fase iniziale del trattamento possono fornire una conoscenza e una

comprensione del paziente utili al terapeuta per valutare la capacità di autoriflessione di lavorare

con le interpretazioni. Le informazioni sul paziente ottenute attraverso l’interazione terapeuta –

paziente sono di impegno più immediato per valutare la probabilità che un individuo ha di trarre

beneficio dal trattamento.

Si è sviluppato un ampia gamma di interventi per la salute mentale. L’uso dei farmaci per la

cura della depressione e dell’ansia, cosi come di molti altri problemi psicologici, è aumentato

enormemente e i medici nella pratica quotidiana prescrivono farmaci antidepressivi a pazienti che

lamentano affetti disforici. Non c’è da sorprendersi se, conseguentemente, molti individui sono

speso incerti rispetto a quale trattamento potrebbe essere il migliore per loro. I terapeuti orientati

analiticamente devono spesso rispondere a confusioni, domande e preoccupazioni sul loro

metodo di trattamento e sul suo livello di efficacia rispetto alle altre possibilità terapeutiche.

Una terapia analitica a lungo termine comporta per il paziente la possibilità di subire dei

cambiamenti secondo modalità che non desidera, o anche di precipitare in una caduta vertiginosa.

La richiesta di un paziente per un particolare tipo di trattamento (o di terapeuta) rappresenta di

frequente un desiderio di avere, o evitare, un particolare tipo di relazione o di esperienza.

Nell’ambito degli interventi psicologici, la persona del terapeuta ha forse un’importanza maggiore

rispetto al modello di trattamento, una cosa spesso trascurata nella nostra era dei trattamenti

manualizzati.

Multi pazienti hanno spesso solo delle nozioni vaghe ed erronee rispetto a quello che

possono aspettarsi da un terapeuta e su quello che dovrebbero fare in terapia. Spesso è utile

informare un po’ il paziente sulla terapia. Dare delle spiegazioni al paziente sulle libere associazioni

è spesso un modo utile per informarlo su come procedere. (pag.55)

Libere associazioni – consentire ai suoi pensieri di venire in mente da soli e cercare di dargli voce;

sono una specie di antidotto al razionalismo.

3. Creare opportunità per l’autoriflessione

Speso i pazienti si avvicinano alla terapia aspettandosi che il terapeuta comprenda senza

difficoltà perché si sentono in quel modo, e fornisca delle spiegazioni curative. Sperano, in maniera

consapevole o inconsapevole, che il terapeuta risolverà i loro conflitti e dilemmi e darà consigli su

come vivere la vita.

Obiettivo principale delle terapie analitiche è quello di aiutare i pazienti a comprendere la

loro mente e come funziona. La maggior parte di quello che un paziente fa in terapia consiste

nell’apprendere a percepire, esprimere e riflettere sull’esperienza. L’autosservazione del paziente

è una pre-condizione necessaria per il cambiamento. Alcune tecniche di base per sviluppare questa

capacità nel paziente includono domande, chiarificazioni, confrontazioni, l’identificazione di

condotte nell’esperienza del paziente, l’uso di ricordi o ricostruzioni del passato e la capacità di

collegare percezioni o sentimenti attuali con esperienze passate.

Domande. L’impiego di domande nelle terapie analitiche è un argomento piuttosto controverso.

Le domande in sé possono essere delle interpretazioni; possono anche servire come modo per

sollecitare la curiosità del paziente o indirizzarlo verso un’area di indagine che il terapeuta

considera produttiva. Gli analisti però, esprimono anche delle preoccupazioni rispetto all’uso delle

domande. Esse possono, per esempio, richiedere al paziente in maniera implicita di sottomettersi

agli interessi o al piano del terapeuta.

Come ogni azione del terapeuta, anche le domande possono essere pensate nei termini di

strutture di interazione se il paziente è passivo e non si rivela con facilità.

Non ci sono linee guida sul tipo di domande che il terapeuta non dovrebbe porre.

Dovrebbero solo trattenersi dal porre domande riguardanti interessi personali. Terapeuti meno

esperti talvolta pongono domande perché non sanno cosa fare altrimenti. Anche l’angoscia o una

difficoltà a tollerare il silenzio possono essere motivi che spingono a porre domande, mentre è

importante per i pazienti poter disporre di periodi di silenzio per poter riflettere.

Una riserva degli psicoanalisti rispetto all’uso delle domande è la possibilità che possono

intralciare il processo delle libere associazioni, richiedendo al paziente di fare affidamento su una

forma cognitiva più razionale e orientala alla realtà.

Esplorare il significato che una domanda ha per il paziente, come avviene per ogni altro

aspetto dell’attività del terapeuta, può condurre a nuove conoscenze o consapevolezze.

Un buon uso delle domande è quello di fornire un modello per l’autoriflessione e per aiutare

il paziente a sviluppare un senso della propria soggettività. Per esempio: di mettere a fuoco un

aspetto delle difese e il loro scopo; per incoraggiare il paziente ad assumere un certo punto di vista

su sé stesso.

La strategia di pressare il paziente con le domande per ottenere dei particolari su un

possibile evento traumatico deriva da alcune idee opinabili sul trattamento delle sindromi

traumatiche.

Chiarificazioni. La chiarificazione è un’azione che comporta un riprendere o un riformulare

affermazioni o idee del paziente oppure ripresentarle con un tono affettivo, in una forma più

chiaramente riconoscibile, cosi da rendere più evidente il significato della sua comunicazione. Lo

scopo è portare all’attenzione alcuni aspetti dell’esperienza e aumentarne la consapevolezza.

Confrontazioni. Le confrontazioni sono interventi in cui il terapeuta dirige l’attenzione del

paziente a un comportamento o pensiero in un qualche modo problematico. Le confrontazioni

sono utili, per esempio, se il comportamento del paziente è pericoloso o distruttivo e quando

l’incapacità del terapeuta a commentare può essere interpretata come un’accettazione dell’azione.

Le confrontazioni, spesso, mostrano al paziente che l’azione problematica è molto più significativa

di quanto inizialmente pensasse il paziente.

Individuazione delle tematiche. Un tipo comune di intervento è l’identificazione di una tematica

ricorrente nell’esperienza o nella condotta del paziente che potrebbe essere collegata in qualche

modo alle sue difficoltà. Le ricerche hanno mostrato che individuare delle tematiche aiuta ad

aumentare le libere associazioni nel paziente e che talvolta questo effetto si estende alle due o tre

sedute successive.

Ricordo, ricostruzione e azione terapeutica. La trattazione di come favorire l’autoriflessione del

paziente porta inevitabilmente ai temi della memoria e del ricordare. La memoria e il ricordo delle

esperienze infantili e della prima storia personale hanno svolto un ruolo centrale nelle terapie

psicoanalitiche. Gli psicoterapeuti esperti sanno che alcuni pazienti possono ricordare poco del

passato o avere lacune nei loro ricordi; altri sembrano non interessati al loro passato o incapaci di

connettere il passato con il presente; altri pazienti ancora si riferiscono frequentemente al passato

e lo usano come aiuto per comprendere se stessi.

In uno dei suoi primi lavori, Freud ha segnalato l’importanza dei ricorsi sostenendo che le

isteriche soffrirebbero “poco più che di reminiscenze”. Sintomi e inibizioni erano considerati

espressioni delle esperienze passate, solitamente traumatiche. Un compito del terapeuta era aiutare

il paziente a ricordare, a ricostruire queste esperienze.

La ricerca sulla memoria suggerisce che tutti i ricordi sono un misto di accurata

riproduzione del passato e ricostruzione. Il ricordo di un evento è influenzato dal suo significato

personale, dall’esperienza emotiva associata all’evento, dalla quantità di tempo che intercorre tra

l’esperienza dell’evento e il suo ricordo, dal perché la persona sta ricordando l’evento e per quale

motivo.

La memoria è, entro una certa misura, un riflesso di interessi e conflitti attuali e il ricordo

cambia e si modifica di conseguenza. Si è anche sostenuto che il vero passato storico sia per la

maggior parte inaccessibile.

Forse, va persino messo in dubbio se abbiamo ricordi coscienti provenienti dall’infanzia o

non piuttosto ricordi costruiti sull’infanzia. I nostri ricordi infantili ci mostrano i primi anni di vita

non come essi sono stati, ma come ci sono apparsi più tardi, in un’epoca di risveglio della memoria.

I resoconti narrativi del passato devono per lo meno avvicinarci alla verità per poter

contribuire alla conoscenza psicologica del sé. Non tutti i resoconti del passato funzionano. La

ricostruzione è speso un processo graduale che comporta sia il ricordare, sia il ricostruire gli eventi

reali.

Il ricordo di traumi infantili. Il dibattito scientifico sui ricordi di abusi sessuali subiti nell’infanzia

risale all’ipotesi della seduzione di Freud, secondo la quale alla base dell’eziologia dell’isteria vi

erano ricordi rimossi di tentativi precoci di seduzione. Freud ha in seguito rivisto questa ipotesi,

in una direzione che è risultata decisiva per lo sviluppo della psicoanalisi, affermando che molti

ricordi di seduzioni infantili erano in realtà fantasie che testimoniavano la presenza di una

sessualità infantile. Gli eventi traumatici hanno tuttavia continuato ad avere un ruolo importante

nell’eziologia della psicopatologia. La ricerca contemporanea indica che l’abuso sessuale infantile

è probabilmente più comune di quanto si pensasse in precedenza e che alcuni individui possono

effettivamente non avere alcun ricordo dell’evento.

Il dibattito sul recupero dei ricordi è spesso molto acceso. Tali ricordi sono ricordi rimossi

di eventi traumatici, in particolare di abusi sessuali nell’infanzia, che riaffiorano dopo anni di

completa amnesia. In questo dibattito, la memoria e il suo ruolo in terapia sono concepiti come

nella teoria freudiana dell’isteria.

Dato che questi ricordi emergono solitamente, anche se non sempre, in terapia, sono nate

controversie sulla possibilità che siano i terapeuti stessi a suggerire ai pazienti di essere stati abusati

sessualmente da bambini e di aver rimosso l’evento, anche quando sono poche le indicazioni di

un reale abuso (falsi ricordi).

Alcuni pazienti sono traumatizzati da un’atmosfera in famiglia che non sempre rende chiari i limiti

del comportamento ammissibile, creando cosi un’ambiguità sul fatto che le fantasie del bambino

possano realizzarsi. Quando nella famiglia ci sono elementi di impulsività e sessualità non

controllata, il bambino può non riuscire a distinguere nella sua mente fantasia e realtà.

Se il terapeuta si concentra solo su quello che è avvenuto davvero, non è possibile

apprezzare il reale trauma sofferto, spesso dovuto all’incapacità del bambino di distinguere tra

l’evento realmente accaduto e quello fantasticato; questo, a sua volta, è di per sé il risultato di

un’atmosfera familiare incapace di favorire un adeguato esame di realtà.

Contesi familiari disfunzionali e abusanti creano nei pazienti la forte sensazione di non

sapere quello che è realmente successo. La pressione del paziente a cercare di capire ciò che è

realmente accaduto può contribuire al desiderio controtransferale del terapeuta di ricostruire

esperienze traumatiche.

Solitamente le esperienze traumatiche non sono dimenticate. Molti individui traumatizzati

da bambini ricordano direttamente il trauma e talvolta sono assorbiti dall’evento sul piano

emotivo.

È probabile che ricordi di abuso infantile più o meno accessibili prima di un incontro terapeutico

siano, per lo meno in parte, veri.

Approcci contemporanei al ruoli dal passato. Non è facile essere chiari su quello che si intende

con “passato”. In psicoterapia non esiste una cosa come una storia pura, un resoconto dei fatti

del passato. Il passato è un amalgama di fatti di vita del paziente, del modo in cui ha reagito, delle

risposte dei genitori alle reazioni del bambino e delle fantasie del paziente su tutte queste cose

insieme.

La questione principale è il modo in cui il paziente usa il passato nel presente. L’accento è

posto più utilmente sul modo in cui il paziente si difende dallo ri-sperimentare il dolore provato

in passato, su come il passato è stato trasformato e su come siano le soluzioni trovate dal paziente

ad aver determinato il suo passato.

Le strutture di interazione possono essere pensate come una nuova versione della storia

rivissuta nel contesto della psicoterapia. Attraverso queste interazioni ripetitive, una parte della

storia del paziente si concretizza, o si ripete, senza essere compresa.

La ricerca contemporanea in psicologia cognitiva distingue tra una memoria esplicita e una

implicita o procedurale. La memoria esplicita può essere riprodotta sotto forma di narrative degli

eventi autobiografici. La memoria implicita è una conoscenza non conscia di come fare le cose –

incluso come relazionarsi agli altri e la qualità delle esperienze di relazione.

La nozione di memoria implicita si adatta bene alle idee psicoanalitiche sulle rappresentazioni

mentali interne del sé e dell’altro, dando una spiegazione su come ci relazioniamo agli altri e come

gli altri si relazionano a noi. Le esperienze, fantastiche e reali, che forniscono le basi per queste

rappresentazioni mentali non possono, naturalmente, essere ricordate tutte in maniera esplicita,

dato che alcune di queste erano in sé originariamente al di fuori della consapevolezza conscia.

Negli approcci contemporanei all’uso della memoria e delle ricostruzioni si dà più

importanza alla presenza di pattern che al modo in cui si sono verificati esattamente gli eventi.

L’azione terapeutica, o la spinta al cambiamento del paziente, risiede nella discussione,

riflessione ed elaborazione delle rappresentazioni mentali quando queste si manifestano nel

transfert- controtransfert.

4. Rendere coscienti le difese e i contenuti mentali inconsci

Uno degli scopi principali della terapia psicoanalitica è rendere consapevoli i pazienti di

come stanno evitando la conoscenza di sé. Molti pazienti hanno una capacità limitata di

autoriflessione. Facendo affidamento su strategie difensive di vario tipo, lasciano spazio solo a

una gamma ristretta di esperienze.

Una componente fondamentale di questo processo è l’attività nota come “analisi delle

difese”. Informazioni minacciose e altri contenuti mentali possono essere mantenuti

inconsapevoli attraverso una varietà di processi difensivi. L’obiettivo della terapia psicoanalitica è

rendere coscienti queste manovre difensive. L’osservazione ripetuta di questi processi permette di

comprendere i motivi per cui il paziente fa affidamento su di essi e consente, infine, un controllo

maggiore su procedure difensive prima utilizzate in maniera automatica.

Secondo Schafer termini come difesa e resistenza si riferiscono al fatto che il paziente non si

comporta nel modo che ci si aspetta – in un modo collaborativo o per lo meno desiderabile.

Come osservare e identificare i processi difensivi. Secondo Freud, i migliori progressi analitici

vengono raggiunti attraverso l’analisi delle difese e delle resistenze a esse connesse. L’elenco dei

diversi processi difensivi redatto da Anna Freud – come diniego, restringimento dell’Io,

identificazione con l’aggressore – ha favorito uno spostamento del focus nei trattamenti analitici

dall’interpretazione dei contenuti mentali inconsci ai processi difensivi.

Le modalità di difesa sono parte del funzionamento normale e sono riccamente variegate

tanto quanto lo è la stessa vita mentale. Identificare e portare alla consapevolezza i processi

difensivi vuol dire portare alla consapevolezza il funzionamento psichico di quei pattern routinari

e automatici di comportamento.

Un’indicazione classica consiste nel sottoporre difese e resistenze a una confrontazione. La

confrontazione è considerata un importante passo iniziale nell’analisi e nella modificazione delle

resistenze e dei processi difensivi. Come ha detto Greenson: 2Il nostro compito è di far

comprendere al paziente che sta resistendo, a cosa sta resistendo, e il modo in qui lo fa”.

È generalmente accettata l’idea di doversi rivolgersi prima ai processi difensivi e

successivamente al contenuto sottostante situato spesso al di fuori della consapevolezza. I processi

difensivi sono più direttamente osservabili mentre l’interpretazione della fantasia inconscia e del

conflitto può comportare ipotesi o speculazioni eccessive da parte del terapeuta.

Come interpretare le resistenze. Le resistenze spesso riguardano gli aspetti inerenti al tempo, la

programmazione degli incontri e l’arrivare in ritardo.

Il silenzio è una forma di resistenza piuttosto comune e spesso sta a significare che il

paziente è inconsciamente, o consciamente, non disposto a comunicare i suoi pensieri e

sentimenti. In alcuni casi il paziente può essere consapevole di questa riluttanza o può

semplicemente sentire che la sua mente è vuota. Il compito del terapeuta di comprendere la natura

del silenzio e di veicolarne il significato.

Come interpretare le difese. Le resistenze hanno una qualità interattiva; sono la manifestazione

interpersonale delle difese. Le difese sono caratterizzate dall’evitando di certi pensieri, sentimenti

o esperienze e appaiono meno apertamente dirette verso terapeuta. Identificare e interpretare i

processi difensivi comporta una meticolosa attenzione alle alterazioni negli affetti del paziente, nel

flusso delle associazioni o nei cambiamenti di argomenti.

L’interpretazione di una difesa non consiste di solito in un semplice intervento. Più speso assume

la forma di un chiarimento graduale della natura del processo difensivo, una comprensione degli

scopi del paziente nel mantenere in piedi la difesa e le implicazioni che derivano dal non avere più

bisogno di fare affidamento su tali manovre difensive.

Come interpretare i contenuti mentali inconsci e da cui il soggetto si difende

Riconoscere, fare esperienza e identificare rappresentazioni mentali precedentemente isolate o in

conflitto permette di elaborare un concetto di sé più integrato e un insieme di rappresentazioni

d’oggetto meno discordanti.

Dopo aver accettato i contenuti mentali minaccioso precedentemente negati, i pazienti

hanno spesso un forte desiderio di essere liberati da simili sentimenti, di disfarsene.

Osservare i processi mentali difensivi, identificarli e mostrare al paziente come egli faccia

affidamento su di essi è un’attività fondamentale per molti terapeuti psicoanalitici.

Il più delle volte le misure protettive e i sentimenti negati devono essere riconosciuti e

interpretati più volte prima che il paziente si senta poco ala volta sicuro di poterne venire a

conoscenza: questo è quello che si intende con “elaborazione”.

Questi processi aumentano la capacità di autoriflessione dei pazienti, la capacità di

rappresentarsi efficacemente la loro esperienza e integrare le rappresentazioni.

5. Le strutture di interazione nel transfert – controtransfert

Il transfert e controtransfert, questi pattern bi-personali a basso tasso di cambiamento

rappresentano le forze inconsce in gioco tra paziente e terapeuta; descrivono non solo i conflitti

del paziente vengono rappresentati nel transfert, ma anche le relazioni del terapeuta a questi

conflitti.

Il transfert è una co-costruzione di paziente e terapeuta, un fenomeno interattivo a cui

prendono parte entrambi.

Transfert e azione terapeutica. Il transfert era, al epoca di Freud, una ripetizione dovuta

principalmente alla resistenza a prendere coscienza di una fantasia o di un desiderio, a ricordare

alcune esperienze (fantastiche e reali) del passato.

È stato per lo più accettato il fatto che le forme di transfert fossero sempre presenti e

osservabili fin dall’inizio del trattamento. Il terapeuta veniva considerato un osservatore partecipe

dei pattern conflittuali del paziente, non solo il recipiente o il bersaglio dei suoi atteggiamenti

emotivi trasportati direttamente dal passato.

Ci sono due tipi di transfert: quello negativo, che e visto come una resistenza, e c’è il

transfert positivo, che alcuni chiamano “alleanza terapeutica”.

L’alleanza terapeutica è diventata un costrutto diffuso, ed è utile considerarla in relazione

ai diversi modi di comprendere il transfert. Il costrutto dell’alleanza ha più di una definizione, ma

può essere spiegato, in generale, come la misura in cui il paziente e terapeuta lavorano in maniera

collaborativa e formano un legame di fiducia.

Il terapeuta non deve comportarsi in un modo particolare al fine di creare un’alleanza. Sono

le progressive chiarificazione, interpretazione e comprensione delle relazioni di transfert in sé che

aiuteranno a costruire un’alleanza di lavoro. Paziente e terapeuta esaminano insieme questa nuova

esperienza che si forma attraverso la continua comprensione dell’interazione tra loro.

La posizione neutrale, non reattiva e tuttavia di interessamento indulgente del terapeuta

fornisce lo sfondo per l’analisi del transfert.

La relazione non è una semplice ripetizione dei conflitti interni del paziente, ora

esternalizzati: è anche una risposta alla persona del terapeuta e al suo controtransfert.

Spesso si ottiene un’integrazione più utile di passato e presente se il terapeuta prende come

punto di partenza i pattern di interazione ripetitivi di qui può essere fatta esperienza e che possono

essere osservati nello stato presente del transfer – controtransfert. Questo approccio offre una

maggiore immediatezza emotiva e quindi una maggiore utilità terapeutica. In un certo senso, le


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica dello sviluppo e neuropsicologia
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher paulweston di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Strumenti di Valutazione della Personalità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Parolin Laura.

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