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Riassunto per l'esame di Storia della Russia, Prof. Sestan, libro consigliato La Russia Prerivoluzionaria di H. Rogger Appunti scolastici Premium

Elaborazione personale degli argomenti trattati durante il corso e di quelli contenuti basati del libro di riferimento "La Russia prerivoluzionaria". I temi trattati sono:la figura dello zar, i ministri dello zar,i burocrati, poliziotti e dipendenti pubblici, i contadini e nobili, la situazione sociale,la fine dell'impero, la rivoluzione (dalla fase embrionale all'epilogo)

Esame di Storia della Russia dal corso del docente Prof. L. Sestan

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ristretto gruppo che agiva in nome della classe operaia, come una caricatura della

burocrazia zarista. Per questo tutti i più illustri marxisti si separarono da lui.

Lo scisma della socialdemocrazia ebbe iniziò con il Congresso del 1903 a proposito della

definizione dell’iscrizione al partito. L’abbozzo leniniano degli statuti affermava che

membro del partito era chiunque ne accettasse il programma, desse sostegno materiale al

partito e partecipasse anche ad una delle sue organizzazioni. Gli oppositori di Lenin

volevano un partito più aperto, collegato alle masse proletarie, non così dominato dalla

gerarchia e dalla purezza dottrinale. Lenin fu sconfitto da una votazione di 28 a 21,

sconfitta che si tramutò in vittoria quando un pugno di “economicisti” e delegati del Bund –

partito dei lavoratori ebrei – si ritirarono perché il Congresso rifiutò di riconoscere il Bund

come il solo partito dei lavoratori ebrei. Lenin ebbe così la meglio quando venne stabilita

la composizione del Comitato centrale. Con 20 voti favorevoli, due schede bianche e venti

astenuti, i leninisti si chiamarono bolscevichi (i maggioritari), mentre i loro oppositori i

menscevichi (i minoritari). Il Congresso, nonostante la spaccatura, aveva adottato un

programma “minimo”: la rivoluzione borghese avrebbe portato alla fine dell’autocrazia e

alla sua sostituzione con una repubblica democratica; una legislatura monocamerale a

suffragio universale; autonomia locale; una milizia popolare; la separazione tra Stato e

Chiesa; istruzione obbligatoria; imposta progressiva sul reddito; giornata lavorativa di 8

ore; la consegna ai contadini di tutte le terre della nobiltà. Era un programma radicale, ma

non socialista. Proclamare apertamente la meta finale della rivoluzione proletaria avrebbe

compromesso la collaborazione con altre classi. L’effetto immediato della nascita del

partito leninista sembrò essere proprio la separazione dalle masse. I bolscevichi e i

menscevichi erano occupati in litigi interni. I membri di entrambe le fazioni venivano dagli

strati privilegiati della società, mentre il grosso della base apparteneva alle classi inferiori.

Erano i menscevichi ad avere il seguito d’èlite, colto e cittadino, mentre i bolscevichi

avevano maggior successo fra la manodopera più giovane e meno istruita.

L’emergere di un vigoroso liberalismo negli anni successivi al 1900 rappresentò un

problema per tutti i socialisti. Visto come il braccio politico della borghesia, il liberalismo

non costituiva più un’astrazione ma un fatto e una forza con leader, giornali, legami nel

governo e nelle università, mezzi finanziari. Per gli stessi liberali il proprio movimento

significava indipendenza dagli interessi di classe e un grado di riformismo sociale che il

liberalismo classico in Occidente aveva raramente manifestato. Il liberalismo russo non

era il laissez faire della classe capitalistica, né un tentativo da parte della nobiltà di

perseguire il potere politico per compensare la perdita di servi e terra. Nel giornale

“Liberazione”, Struve aveva scritto che la libertà politica e culturale della Russia non

poteva essere il compito di una sola classe, di un solo partito, ma la causa della nazione

nella sua globalità. Il liberalismo avrebbe dovuto essere indipendente da qualsiasi gruppo

sociale e che non si sarebbe identificato esclusivamente con gli interessi economici delle

classi proprietarie. Questo principio riuscì ad entrare, con l’aiuto di Miljukov, nel

programma dell’Unione di liberazione. Le sue richieste per una giornata lavorativa di 8

ore e per l’espropriazione indennizzata di terre private per i contadini, l’appello per

un’Assemblea costituente erano senz’altro rivoluzionarie.

L’Unione decise così di collaborare con i partiti della sinistra e di elaborare un programma

di azione comune. Vi furono liberali che si ritrassero di fronte a quello che era ritenuto

l’estremismo dell’Unione, ma la loro posizione venne indebolita dalla testardaggine dello

zar. Il coro crescente di proteste convinsero Nicola a permettere la discussione di riforme

governative da parte dei suoi

consiglieri. Un decreto nel 1904 promise più tolleranza religiosa, l’attenuazione della

censura e un miglioramento della legislazione sugli zemstva. Non c’era però menzione di

un qualsivoglia ruolo per i rappresentanti del popolo. Il ministro dell’Interno Mirskij aveva

proposto di aggiungere al Consiglio di Stato singoli individui eletti dagli zemstva, ma

Nicola rifiutò.

L’Unione di liberazione aveva conseguito l’egemonia del liberalismo e attraverso essa il

liberalismo arrivò ad accettare la rivoluzione e cominciò a sviluppare un’attrazione di

massa. L’Unione di liberazione diede anche la possibilità al liberalismo di riunire sotto la

propria ala il più ampio arco di associazioni e di opinioni che si fosse mai prima unito.

Quell’unità sarebbe stata decisiva nella sconfitta inflitta all’autocrazia nel 1905.

CAPITOLO VIII

Dopo la sconfitta della guerra di Crimea, la vergogna per la sconfitta per mano di

Inghilterra, Francia e Turchia furono solo parzialmente riscattati dalla vittoria su

quest’ultima nel 1877-78. La persistente debolezza economica e militare della Russia

contribuì anche alla sua sconfitta diplomatica quando fu obbligata da un Congresso delle

potenze tenutosi a Berlino, a rinunciare ad una parte delle sue conquiste.

All’indomani delle guerre napoleoniche e dell’annessione di Polonia, Finlandia e

Bessarabia, non ci fu un’ulteriore estensione della sovranità russa ad Occidente. Eppure

ci furono ulteriori conquiste nell’estremo Oriente come pure in Asia centrale. Forse ciò fu

dovuto proprio al fatto che l’Europa era controllata e frenata da vicini potenti. L’arida,

lontana e inquieta Asia centrale fu scarsamente redditizia per commercianti, industriali e

agricoltori finchè le ferrovie, la pacificazione e l’irrigazione ne fecero realmente una parte

dell’Impero e iniziarono a ricompensare le aspettative dei conquistatori. Sebbene San

Pietroburgo, temendo complicazioni con gli Inglesi in India, avesse inizialmente esitato a

sostenere le azioni di comandanti locali che a volte andavano al di là dei suoi ordini, fu

anch’essa orgogliosa dei successi delle armi russe, così come importanti settori

dell’opinione pubblica. Il Turkestan, oltre a risollevare l’autostima della Russia, recò anche

benefici più tangibili. Attraverso la possibilità di pressione sugli inglesi in India, offrì un

mezzo per riaffermare la presenza europea della Russia.

Le relazione con il resto del mondo non poterono però essere isolate più a lungo da

interessi, pressioni e sentimenti più ampi. Ciò era vero particolarmente per i rapporti con

l’Austria e la Prussia. Quando quest’ultima sconfisse la Francia nel 1870, Bismarck, il

cancelliere tedesco, tese all’Austria la mano della riconciliazione. Lo zar Alessandro II

timoroso che i due imperatori diventassero troppo uniti, chiese di unirsi a loro. Le

preoccupazioni dei tre portarono ad accordi diplomatici e militari volti a preservare lo

status quo nei Balcani e nell’Europa centrale e culminarono nel Patto dei tre imperatori.

Senonchè nessuno dei tre poteva dimenticare le incompatibilità di fondo. C’era attrito

nell’Europa sud-orientale, dove gli slavi cercavano il sostegno russo; tensione tra Russia

e Germania per la minaccia da parte di quest’ultima di guerra preventiva contro la

Francia. La creazione della Triplice alleanza tra Germania, Austria e Italia, fu ispirata dai

timori di Bismarck per il lento spostamento della Russia fuori dalla sua orbita.

All’incertezza degli schieramenti si aggiunsero complicazioni interne degli agrari

tedeschi e degli industriali russi che chiedevano di essere protetti dai rispettivi rivali

dell’altro paese. Il

filoprussiano Alessandro II iniziò a chiedersi se i suoi critici nazionalisti non avessero

ragione quando sostenevano che l’amicizia con la Francia repubblicana avrebbe giovato

alla Russia e alla causa degli slavi più che l’abbraccio soffocante della Germania.

Momentaneamente l’azzardo di Bismarck diede buoni risultati. Il trattato impegnava i suoi

contraenti ad una benevola neutralità se uno di essi avesse mosso guerra ad un quarta

potenza; stabiliva che ci fosse un previo accordo fra di loro sui cambiamenti territoriali

turchi; ribadiva la chiusura degli Stretti e l’obbligo turco ad applicarlo; conferiva all’Austria

il diritto di annettersi Bosnia ed Erzegovina; acconsentiva all’eventuale unione di Bulgaria

e Rumelia. Il successore di Alessandro II, Alessandro III si tenne invece lontano da

questioni estere, concentrandosi sulla gestione interna. I timori di disordini interni e le

difficoltà finanziarie andavano di pari passo con la sconfortante consapevolezza

dell’arretratezza industriale e tecnologica. Dati questi condizionamenti, si lasciò alla

diplomazia la difesa degli interessi del paese come meglio poteva.

Ai tedeschi era già stato dato ad intendere che la Russia non era propensa a rinnovare il

Trattato dei tre imperatori. Alessandro però non era ancora pronto ad ascoltare il

crescente coro pubblico di richiesta che lo zar recidesse il legame con la Germania e

ripristinasse la libertà d’azione della Russia con un riavvicinamento alla Francia. Il

sospetto dell’instabilità della Terza Repubblica francese, il pericolo di essere trascinati dai

suoi politici nella riconquista dell’Alsazia-Lorena, e l’assenza di una comunione di interessi

preclusero però l’alternativa francese. Per la Russia la Germania era sia il maggior

pericolo, sia garante di maggiori benefici. Nel 1887 fu siglato un accordo segreto, il

Trattato di controassicurazione, nel quale le due potenze si impegnavano a rimanere

neutrali nel caso entrambe venissero coinvolte in una guerra difensiva con una terza

potenza; veniva riconosciuta la preponderante influenza della Russia in Bulgaria;

Bismarck acconsentiva a collaborare con la Russia per il mantenimento dello status quo

nei Balcani. Questo trattato ebbe vita breve. Il riconoscimento della preminenza russa in

Bulgaria giunse troppo tardi per prevenire l’elezione del re Ferdinando, e la chiusura alla

Russia dei mercati finanziari tedeschi fu tutt’altro che un gesto d’amicizia. Bismarck

temeva infatti che in Germania fossero tenute troppe carte-valori russe; voleva perciò

ripagare con la stessa moneta le nuove tariffe doganali russe che riducevano fortemente

le esportazioni tedesche, ricordando così alla Russia il bisogno che loro avevano della

Germania. Ciò fu dovuto anche alle critiche che giungevano dal kaiser, dagli agrari che

reclamavano ulteriori restrizioni sulle importazioni russe, dai militari che non vedevano di

buon occhio la crescita della forza militare russa con l’aiuto dei banchieri tedeschi.

Bismarck stava perdendo terreno e alla fine venne destituito. Nel 1894, scaduto il trattato

di contrassicurazione, la Russia si alleò così con la Francia in funzione antitedesca.

L’alleanza era vista come uno strumento puramente difensivo che non precludeva i

tentativi di ripristino di relazioni cordiali con la Germania. L’alternativa francese dette al

governo la possibilità di trattare da posizioni di forza con il suo stesso popolo e con i

tedeschi. Nel 1905 lo zarismo represse la rivoluzione anche grazie agli aiuti economici

francesi dovuti ai debiti che la Russia aveva già accumulato con la Francia e che questa

aveva interesse a farsi saldare.

Witte aspirava all’assunzione da parte della Russia di una missione imperiale

nell’Estremo Oriente che l’avrebbe resa inattaccabile in Europa e le avrebbe procurato

vantaggi materiali. Stabilire una presenza russa in Manciuria; acquisire mercati e materie

prime; comunicazioni ferroviarie con le province della Russia sul Pacifico, erano tra gli

scopi principali di Witte. Senonchè con la vittoria nella guerra contro la Cina, il Giappone

ottenne la penisola di Liaotung che per la sua posizione

offriva una via d’accesso alla Manciuria settentrionale e quindi alla Transiberiana e a

Vladivostok. Witte sosteneva che il reale obiettivo dei giapponesi fosse proprio la Russia e

che per questo dovessero essere cacciati. Il ministero degli Esteri e i capi delle forza

armate erano invece disposti a trattare per ottenere compensi territoriali. Witte ebbe la

meglio, e con l’aiuto tedesco e francese fu in grado di far cedere al Giappone la penisola

di Liaotung in cambio di un indennizzo da parte della Cina che un prestito russo, fornito da

banche francesi, aiutò a pagare. Nel trattato Li- Lobanov, la Russia si impegnava a

preservare l’integrità territoriale cinese salvo poi infrangerla ricevendo il permesso di

costruire la Ferrovia orientale cinese dalla Manciuria a Vladivostok. Il percorso della

Transiberiana venne così abbreviato e si stabilì in territorio cinese un’enclave russa con

guardie armate e amministratori. Nel 1898 la Russia fece però quello che aveva negato al

Giappone, esigendo la cessione temporanea della penisola di Liaotung, il permesso di

costruire una base navale a Port Arthur, un porto commerciale a Dairen, e una

concessione per la Ferrovia mancese meridionale. Questa volta Witte si oppose: la Russia

si sarebbe estesa eccessivamente, la Gran Bretagna e la Francia si sarebbero allarmate,

la Cina provocata e il Giappone offeso. Solo la Germania era felice di vedere il suo vicino

impelagato in Asia. Alla fine il negoziato fallì e i russi furono obbligati a ritirare le truppe

dalla Manciuria entro il 1903 senza aver ottenuto concessioni economiche o politiche. A

ritiro ultimato, vennero ripristinate la concessione di Yalu e la compagnia per il relativo

sfruttamento. Questi sviluppi crearono delle nubi sui negoziati russo giapponesi del 1903-

4. Da entrambe le parti c’era scarsa propensione a raggiungere il tipo di compromesso

che avrebbe potuto prevenire la guerra: una delimitazione delle sfere di influenza in Corea

e in Manciuria. I giapponesi, rassicurati dal sostegno britannico e statunitense, si

convinsero che avrebbero dovuto combattere. I russi sottovalutarono i loro avversari e

quando la guerra scoppiò passarono di sconfitta in sconfitta. La mancanza di leadership e

di armamento tattico, lo scarso addestramento, la scarsa conoscenza del nemico, il

problema logistico di approvvigionare un esercito con la Transiberiana a binario unico

contribuirono alla sconfitta per terra e per mare.

L’inferiorità tecnologica non era solo la conseguenza dell’arretratezza industriale; costituiva

anche il risultato di concezioni militari superate, come l’aver sminuito il ruolo delle

mitragliatrici, dell’artiglieria a fuoco rapido o i paraschegge per i cannoni, perché, secondo

alcuni, avrebbero sminuito l’aggressività delle truppe. A guerra persa, tramite la

mediazione del presidente americano Roosevelt, ai russi fu risparmiato il pagamento di un

forte indennizzo ma dovettero cedere diritti e territori: la Manciuria venne restituita alla

Cina, la Russia cedette al Giappone metà dell’isola di Sachalin, lo sfruttamento

temporaneo della penisola di Liaotung e la Ferrovia mancese. La Corea entrò nella sfera

di influenza giapponese.

CAPITOLO IX

Lenin definiva la Russia imperiale come una “prigione di popoli”. La più neutra definizione

di impero è: “un esteso territorio comprendente un gruppo di nazioni, Stati o popoli sotto il

controllo o la dominazione di un singolo potere sovrano”. La tendenza del potere imperiale

a considerare un agglomerato di oltre cento gruppi etnici, di culture, confessioni, lingue

come una massa indifferenziata di sudditi si arrese alla realtà della diversità. Tuttavia la

ricerca dell’uniformità e dell’ordine giuridico-amministrativo e il principio per cui l’Impero

ero uno Stato unitario russo piuttosto che plurinazionale non vennero abbandonati. Dal

momento che, alla fine del XIX sec., i Grandi Russi divennero una minoranza, il sistema

imperiale che essi avevano creato e

dominavano, compensava il loro declino. La politica di integrazione e di uniformità

amministrativa era lontana da quella genocida del XX secolo e per molti aspetti fu

benefica nei confronti delle popolazioni soggette. Tuttavia restò spesso insensibile e, nelle

sue manifestazioni peggiori, repressiva e maldestra come nel caso della questione

ucraina.

L’antica Russia, o Russia di Kiev, non conosceva alcuna distinzione nella propria

popolazione di slavi orientali. Solo dopo che Kiev cadde in mano ai Mongoli nel 1240 e il

suo territorio diviso, sorsero le divisioni degli slavi orientali in Grandi russi, bielorussi e

ucraini. Questi ultimi, durante i 400 anni di separazione dai Grandi russi, svilupparono

particolarità di linguaggio, usanze, strutture socio-economiche. Kiev e l’Ucraina orientale

entrarono a far parte della Russia dopo che l’atamano cosacco Chmel’nickij si mise sotto

la protezione di Mosca. L’annessione dell’Ucraina occidentale fu completata durante il

regno di Caterina II. I cosacchi vennero integrati nell’esercito russo e i loro ufficiali

acquisirono lo status e i privilegi dei nobili russi, facendo diminuire in questo modo l’ostilità

dell’elite cosacca verso i nuovi padroni.

All’inizio non si pensava ad uno Stato ucraino indipendente. Prima del 1917 il separatismo

e il sogno di una grande Ucraina che comprendesse anche la Galizia austriaca, era

limitato a pochi estremisti. In Galizia, i polacchi e gli ucraini godevano di un certo

autogoverno e di un ampio grado di libertà civile, per cui divenne il centro del

nazionalismo ucraino. Con l’inizio di una depressione economica, il nazionalismo ucraino

si rianimò trasformando un pacifico movimento culturale in associazioni e attività politiche

illegali. La prima di queste fu il Partito rivoluzionario ucraino, che per via del suo

radicalismo si sciolse presto. Il Partito nazionale ucraino attirò invece l’ala destra del PRU,

secondo la quale il socialismo era dannoso per gli interessi dell’Ucraina. Si rivelarono nel

giusto quando l’estrema sinistra del PRU si unì ai socialdemocratici russi. Malgrado la loro

opposizione i partiti ucraini non acquisirono mai abbastanza forza per sopravvivere alla

repressione governativa, essendo privi di un seguito di massa, di alleati in Russia e di

unità all’interno. Alcuni nazionalisti infatti vedevano i russi come dei difensori contro i

polacchi, mentre altri guardavano all’Austria e alla Germania come alleati (sempre contro i

polacchi).

L’orientamento filo-tedesco venne rafforzato in tempo di guerra durante l’occupazione

della Galizia da parte dei russi che in quell’occasione furono spietati con gli ucraini.

Questo comportamento costituì il preludio all’indipendenza ottenuta nel 1918 - con

l’aiuto dell’esercito tedesco – e persa nel 1920 ad opera dei bolscevichi.

Al contrario degli ucraini, i polacchi ebbero per lungo tempo uno Stato potente, alla cui

esistenza la Russia aveva posto fine con la connivenza prussiana. Inoltre possedevano

una tradizione di cultura, lingua e religione intatta. I polacchi nutrivano un senso di

superiorità fondato sulla propria appartenenza al mondo feudale, aristocratico, latino e

cattolico dell’Europa medievale. La loro affinità con l’Occidente assunse forma di

nazionalismo liberale o romantico. Alessandro I accondiscese ad una parziale

restaurazione della Polonia in quanto Stato cuscinetto, arrivando addirittura a concedere

una Costituzione tra le più liberali d’Europa: concesse il diritto di voto a circa 100mila

persone; un esercito autonomo; un organo legislativo bicamerale; l’uso del polacco come

lingua ufficiale; la libertà individuale, di stampa e l’inviolabilità della proprietà. Lo zar aveva

invece pieno potere esecutivo, diritto esclusivo di iniziativa legislativa e diritto di veto.

Nominava il vicerè e il capo dell’esercito polacco. L’integrità dello Stato e della

costituzione vennero violate quando gli interessi russi lo richiesero. Per questo scoppiò

un’insurrezione che depose Nicola I dal trono polacco. L’esercito russo occupò la Polonia

e pose fine alla resistenza. La costituzione venne

abrogata, l’esercito venne sciolto e le cariche più alte vennero assegnate a russi. Dopo

un’altra insurrezione, ugualmente repressa, la Polonia entrò a far parte a tutti gli effetti

dell’Impero russo. I vantaggi economici dell’integrazione si avvertirono nell’ultimo terzo di

secolo. Lo sviluppo delle manifatture, dell’industria mineraria e del commercio nel regno

significava l’accettazione del governo straniero e l’impegno a realizzare la prosperità della

nazione. Questo però non significò una totale acquiescenza. Nel 1905, quando anche le

province polacche furono afflitte da scioperi e violenze, vennero avanzate delle richieste

che vennero in buona parte respinte, a parte alcune concessioni sull’uso del polacco nelle

scuole e sulla libertà religiosa.

La Finlandia dichiarò la propria indipendenza nel 1917. I finlandesi godevano di un grado

di libertà e autogoverno superiore ad ogni altra provincia dell’Impero. C’erano leggi

separate, un’amministrazione autonoma guidata da finlandesi, un’assemblea legislativa

elettiva, un piccolo esercito, ferrovie e dogane separate; sistemi postale, monetario e

scolastico autonomi. Tutto ciò procurò ai finlandesi una coscienza nazionale altamente

sviluppata, sostenuta dai loro privilegi e dal loro progresso economico. Negli anni ‘90

dell’Ottocento si opposero alla richiesta russa di controllo più stretto sugli affari finlandesi.

Tali richiese erano motivate dalla paura di un attacco svedese o tedesco attraverso la

Finlandia; dalla avversione verso il separatismo burocratico; dal desiderio di conformare le

leggi a quelle dell’Impero; dal risentimento per lo scarso contributo in uomini e denaro per

la difesa. Nel 1900 e 1901 vennero promulgate la legge sulla lingua che rendeva il russo

la lingua ufficiale, e la legge sull’arruolamento che aveva lo scopo di portare l’esercito

finlandese sotto il controllo russo e rendere ogni finlandese soggetto al servizio di leva.

Dimostrazioni e rifiuti alla legge sull’arruolamento condussero a provvedimenti ancora più

drastici e alla sospensione dei rimanenti diritti della Finlandia. La combattività dei

finlandesi e la loro collaborazione con i liberali e i socialisti portò ad ammorbidire i

provvedimenti. I poteri del governatore generale e la legge sull’arruolamento vennero

revocati, acconsentendo anche alla riforma della Dieta. Non appena il governo centrale

recuperò le proprie energie dopo la rivoluzione del 1905, fu deciso che la condizione della

Finlandia era incompatibile col nuovo ordine costituzionale. Si sostenne che le Leggi

fondamentali del 1906 erano applicabili in tutto l’impero e che in base ad esse il Consiglio

di Stato e la Duma, e non la Dieta, dovessero essere considerati fonte di tutte le leggi

riguardanti le imposte, le dogane, il servizio militare, i tribunali, le scuole, le ferrovie, le

poste, la valuta.

Le province baltiche d’Estonia, Livonia e Curlandia erano state annesse alla Russia nel

XVIII sec. Gli zar permisero ai nobili e ai cittadini tedeschi di mantenere i loro diritti

corporativi e le loro istituzioni, le loro chiese, la loro lingua, le loro scuole e tribunali. I

nobili tedeschi ripagarono con lealtà i favori degli zar. Diversamente, i dubbi dei

nazionalisti sulla loro lealtà aumentarono con la crescita della potenza prussiana. I lettoni

e gli estoni colti si opponevano al dominio culturale tedesco, mentre i russi accusavano i

propri dirigenti di aver abbandonato un’intera regione a padroni stranieri. I tentativi di

rafforzamento della presenza russa iniziarono con l’istituzione di un vescovato ortodosso

a Riga. Gli zar però si opposero a qualsiasi movimento, filorusso o antitedesco che fosse,

in cui protesta sociale e desideri nazionali erano strettamente intrecciati.

Vennero così intensificati gli sforzi per le conversioni all’ortodossia, venne introdotto il

sistema giudiziario russo e l’uso della lingua russa. I risultati furono modesti perché né la

conversione né la russificazione potevano soddisfare i bisogni economici dei lavoratori o

le richieste di diritti politici. Per ironia furono proprio le università russe a mettere in

contatto i giovani estoni e lettoni con le

idee radicali. L’industrializzazione della regione creò un’intelligencija e una classe

operaia native che svolsero un ruolo attivo nella rivoluzione del 1905. Di conseguenza,

le autorità russe abbandonarono il progetto di russificazione e rinsaldarono il loro

rapporto con i tedeschi baltici. Questo non impedì la persistenza di un nazionalismo

che, dopo la caduta dello zar, si riaffermò contro il governo provvisorio. Nel 1918

vennero proclamate le repubbliche di Estonia, Lettonia e Lituania. Successivamente

vennero tutte annesse all’Urss.

In Transcaucasia, i georgiani e gli armeni avevano un senso di identità nazionale

altamente sviluppato, rafforzato dalla rispettive Chiese ortodosse, dalle loro lingue e

letterature e dalle glorie passate. Tuttavia avevano accettato di buon grado la protezione

dello zar come protezione dalle potenze musulmane. Le tensioni etniche, esacerbate dal

disprezzo russo verso il sentimento nazionale e religioso, resero la Transcaucasia un

fronte di combattimento contro l’autocrazia che fornì al movimento rivoluzionario alcuni dei

suoi membri principali, come Stalin. Il patriottismo georgiano era subordinato al socialismo

populista o marxista. Organizzato nel 1901 come sezione del Partito operaio

socialdemocratico russo, il marxismo georgiano rinnegava gli obiettivi puramente

nazionali, sostenendo che fosse necessaria una rivoluzione socialista che avrebbe portato

alla liberazione di tutte le minoranze. Questo orientamento era dovuto alla eterogeneità

delle popolazioni caucasiche, per cui sarebbe stato assurdo per la classe operaia

georgiana cercare soluzioni territoriali o nazionalistiche per conto proprio.

Per gli armeni, sparsi in tutta la Transcaucasia, l’autonomia nazionale era ancora più

problematica. Per questo la rinascita nazionale degli armeni cercava solamente di

preservare o di estendere le opportunità culturali, religiose ed economiche di cui essi

godevano in Russia. Fu la Federazione rivoluzionaria armena (Dasnakcutjun) il più

popolare e potente dei partiti nazionalisti armeni. I dasnaki inizialmente destinarono i loro

sforzi alla conquista della libertà amministrativa ed economica per l’Armenia turca e alla

difesa del suo popolo dalle scorrerie turche. Quando però le autorità russe chiusero le

scuole armene e confiscarono le proprietà della Chiesa armena, la reazione fu furiosa e

unanime. Resistenza passiva e boicottaggi portarono infine all’abrogazione del decreto di

confisca ma con spedizioni punitive venne ristabilito l’ordine. La maggior parte degli

armeni vide favorevolmente la restaurazione dell’ordine poiché le sue continue violazioni

avrebbero ostacolato la possibilità di assistenza verso i fratelli in Turchia, aprendo la

strada al radicalismo sociale dei dasnaki. Successivamente la tregua si mutò in alleanza

quando la Russia entrò in guerra contro la Turchia.

La repressione russa in Transcaucasia servì a mobilitare i musulmani di tutta la Russia.

Un gruppo di intellettuali organizzò il primo partito azero. Il loro programma poneva

l’accento sull’unificazione dei musulmani e perseguiva l’unione del popolo della

Transcaucasia orientale con i correligionari turchi. Gli abitanti dell’Azerbaijan non si

ritenevano una nazione e i turchi musulmani che lo abitavano erano impropriamente detti

tatari. Gli amministratori russi avevano proibito l’attività missionaria cristiana e avevano

lasciato intatte leggi e costumi nativi anche se avevano abolito la schiavitù e la tortura;

avevano introdotto le ferrovie e l’irrigazione e avevano riformato la proprietà fondiaria e

l’ordinamento fiscale. L’Asia centrale invece era vista come un mercato per i beni che i

fabbricanti russi trovavano difficile vendere altrove; una fonte di lavoro a basso costo per

produrre cotone e un luogo di insediamento per i contadini senza terra. In particolare

quest’ultimo fatto portò i nativi alla rivolta, successivamente repressa. Con la caduta

dell’autocrazia, i musulmani centro-asiatici, al Congresso panrusso dei musulmani,

sostennero la

mozione azera che richiedeva l’autonomia territoriale in una repubblica federale. Il potere

politico però sfuggì ai musulmani prima e dopo il 1917 perché erano privi di coesione,

storia comune e unità territoriale. I loro legami etnici erano molto meno forti della loro fede

comune. I tatari del Volga, che avevano raggiunto un certo grado di benessere

producendo una intelligencija musulmana, non desideravano lo smembramento del

Paese. Volevano i pieni diritti civili e politici al pari degli altri russi. Quando nel 1914

scoppiò la guerra, i musulmani proclamarono la propria devozione alla comune

madrepatria nella speranza di poter vedere accolte le loro richieste.

La minoranza che se la passava peggio era quella ebraica. Con le spartizioni polacche del

XVIII sec. in Russia arrivarono più di 600 mila ebrei, considerati stranieri sotto ogni

aspetto: non appartenevano ad una Chiesa cristiana, parlavano un loro linguaggio,

indossavano vestiti di foggia medievale. La maggior parte di loro erano commercianti e

intermediari, padroni di locande e negozi. Pochissimi erano contadini e tra loro non

c’erano guerrieri né nobili. Caterina la grande trattò i nuovi sudditi con imparziale liberalità,

garantendo loro tutti i precedenti diritti. Entro pochi anni tutti gli ebrei furono iscritti negli

ordini urbani e divennero legalmente cittadini. Né lo status di mercante né quello di

cittadino conferivano il diritto di residenza o di iscrizioni nelle comunità urbane dell’interno

della Russia. Il governo non era disposto ad estendere agli ebrei la libertà di movimento di

cui, del resto, pochi russi godevano. Per questo gli ebrei potevano vivere solo nelle dieci

province polacche e nel Territorio di residenza permanente che comprendeva alcune

province occidentali e sud-occidentali. Anche in questi territori gli ebrei dovevano pagare

speciali tributi, non potevano diventare ufficiali dell’esercito ed erano esclusi dagli impieghi

statali. Con Alessandro II vennero mitigate le restrizioni di residenza e si aprirono delle

opportunità in campo scolastico ed economico che permisero ad un piccolo numero di

ebrei di raggiungere il successo. L’acquisizione della ricchezza o dell’istruzione

alimentarono la speranza che lo Stato e la società riconoscessero i contributi che gli ebrei

apportavano. Queste speranze furono deluse quando nel 1881 scoppiarono le prime

rivolte antisemite, i pogrom. A questo odio veniva data una parvenza di rispettabilità

intellettuale dal nuovo “antisemitismo scientifico” di origine occidentale: i finanzieri e gli

intellettuali ebrei erano i simboli e gli agenti di tutto ciò che sfidava l’autorità, grazie al loro

controllo su banche, borsa, tribunali, stampa. I pogrom inoltre fecero sorgere lo spettro

dell’ira popolare che poteva estendersi anche a mercanti, proprietari terrieri, dirigenti russi.

L’ingovernabilità delle masse, le ambizioni politiche dei polacchi e il potere finanziario degli

ebrei furono visti come le conseguenze dell’industrializzazione e del capitalismo. Ecco

perché la Russia doveva erigere barriere contro gli ebrei e lo spirito del secolo che li

sosteneva. Secondo il ministro dell’Interno Ignat’ev, la causa della violenza delle classi più

povere stava nello sfruttamento da parte degli ebrei che avevano preso il controllo di

manifatture e commercio. Non l’avevano fatto per incrementare le forze produttive del

paese, ma per i loro scopi di classe. Tra il 1882 e il 1901 ci fu una valanga di

provvedimenti antisemiti: vennero introdotte delle quote massime della percentuale di

ebrei nell’esercito e nei ministeri, limitazioni alla proprietà e all’istruzione, espulsioni e

cancellazione del diritto di voto. Questo portò molti ebrei ad emigrare oppure ad unirsi al

movimento rivoluzionario (come Trockij e Martov) o a fondare partiti come il Bund che fu il

primo partito marxista con un seguito di massa costituito esclusivamente da ebrei. I

fondatori del Bund inizialmente considerarono la loro organizzazione come parte

integrante della socialdemocrazia russa. I loro principi marxisti li spinsero a mettere gli

interessi di classe degli operai al di sopra di quelli del popolo ebraico. Successivamente

però richiesero il riconoscimento dello yiddish come lingua nazionale, l’istituzione di scuole

yiddish, lo sviluppo di una stampa e

letteratura yiddish. Le rivendicazione culturali del Bund potevano essere accettate dagli

altri socialdemocratici, ma dal momento che erano associate ad una posizione

federalista e alla richiesta che il Bund rimanesse rappresentante esclusivo dei lavoratori

ebraici e restasse un’organizzazione distinta, il rifiuto giunse immediato. Dopo la

rivoluzione del 1905 la condizione degli ebrei russi non migliorò. Le richieste per il

conseguimento della parità di diritti restavano lontane dall’essere realizzate quanto gli

obiettivi rivoluzionari del Bund.

CAPITOLO X

In pochi paesi si credeva così diffusamente nella possibilità di una rivoluzione come in

Russia all’inizio di questo secolo. L’atto iniziale di quella che sarebbe divenuta la

rivoluzione del 1905, la Domenica di sangue, non fu compiuto dai partiti socialisti ma da

padre Gapon e dall’Assemblea dei lavoratori russi di fabbrica. La petizione che quel giorno

i dimostranti avevano invano cercato di presentare allo zar, comprendeva parti del

programma liberale: un’Assemblea costituente, suffragio universale, estensione delle

libertà civili, uguaglianza di tutti davanti alla legge, una giornata lavorativa di 8 ore, migliori

retribuzioni, diritto di organizzazione e di sciopero. Il governo non seppe dare risposte

adeguate per porre fine alla crisi politica e sociale. Il 29 gennaio venne presa la decisione

di formare una commissione d’inchiesta per determinare le cause dell’agitazione sociale e

proporre dei rimedi. La Commissione sarebbe stata formata da funzionari, datori di lavoro,

e 50 rappresentanti elettivi dei lavoratori. Gli elettori di questi rappresentanti posero come

condizione alla loro partecipazione che i compagni arrestati fossero rilasciati, che ai

membri operai della Commissione fossero concesse libertà di parola e inviolabilità

personale, che le riunioni fossero aperte al pubblico e che venissero istituiti organismi

simili in altri centri industriali. Siccome il governo si rifiutò di soddisfare queste condizioni,

non venne eletto alcun delegato e la Commissione fu sciolta.

I consigli degli operai, i soviet, fecero la loro prima comparsa negli Urali per poi diffondersi

in tutto il Paese. I socialdemocratici quanto i socialisti rivoluzionari consideravano i soviet

come una prova vivente del potere dei lavoratori e della loro indipendenza rispetto ai

partiti, motivo per cui era necessario inserirsi in queste organizzazioni e manovrarle.

L’agitazione nelle campagne portò ugualmente, anche se in ritardo, alla formazione di

organizzazioni politiche. La Lega contadina panrussa rappresentava una considerevole

maggioranza di opinioni nel mondo contadino. Era naturale che il problema della terra

dominasse il congresso segreto della Lega tenutosi a Mosca. La terra, conclusero i

delegati, era di proprietà del popolo e doveva essere data a coloro che la lavoravano. I

dettagli dovevano essere elaborati da un’Assemblea costituente.

Quando fu offerto il contentino di un’assemblea puramente consultiva, venne accolto

male – tanto più che era accompagnato da un manifesto imperiale che condannava gli

agitatori, riaffermava l’autocrazia e chiedeva ai sudditi di difenderla. Il 6 agosto, quando la

legge per l’elezione e la convocazione dell’assemblea consultiva, la Duma, venne

promulgata, essa offrì così poco da infiammare l’opinione pubblica. Il voto sarebbe stato

indiretto e non paritetico essendo discriminatorio verso i non russi, i poveri, gli abitanti

delle città (ad eccezione di quelli con proprietà), donne e uomini sotto i 25 anni. I socialisti

rifiutarono di partecipare ad un organismo

da cui le masse urbane non proprietarie erano escluse, ma non avevano né le forze né

l’unità né le armi per un’insurrezione di massa. Tuttavia trovarono una nuova disponibilità

tra gli operai ad ascoltare i loro agitatori, in particolare menscevichi perché, a differenza

dei bolscevichi, erano più disposti ad assecondare l’azione spontanea degli operai e dei

loro capi senza partito. In definitiva, nessun gruppo politico controllava gli operai. Essi

erano però giunti a considerare il conseguimento dei diritti politici come parte della lotta

per una vita migliore. Il grande sciopero dell’ ottobre 1905 che costrinse il governo a

maggiori concessioni divenne generale proprio perché gli operai avevano adottato gli

slogan che liberali e radicali per primi avevano lanciato. Cominciato a Mosca dal sindacato

dei ferrovieri, lo sciopero si diffuse rapidamente arrivando a coinvolgere anche altre

categorie e organizzazioni politiche. Anche se per quanto riguarda i fini ultimi erano divisi,

il superamento delle divisioni di classe era un fenomeno temporaneo determinato da

obiettivi comuni, ovvero migliori condizioni di vita e diritti politici. Per sanare la frattura tra

Stato e società, Witte propose una serie di misure che richiamavano parti del programma

liberale: smantellamento dei poteri di difesa eccezionale; garanzie per l’inviolabilità

personale dei cittadini; libertà di parola, coscienza, riunione, associazione; uguaglianza

davanti alla legge senza distinzioni; creazione di istituzioni e principi legislativi in armonia

con gli ideali della maggioranza della società. Non si faceva parola di costituzione né si

esprimeva fede nell’assoluta supremazia dell’assemblea legislativa. Lo zar, inizialmente

titubante, venne convinto dai suoi consiglieri militari a firmare il “Manifesto di ottobre”. La

Russia ora aveva un Primo ministro (Witte), nominato non perché piacesse allo zar ma

perché esprimeva lo stato d’animo del paese, e un governo le cui politiche il Primo

ministro doveva coordinare secondo le linee del Manifesto. Quest’ultimo concedeva le

libertà civili, estendeva il diritto di voto a tutte quelle categorie precedentemente escluse e

instaurava il principio che nessuna legge poteva entrare in vigore senza l’approvazione dei

rappresentanti elettivi del popolo.

La reazione della sinistra radicale fu prevedibilmente negativa. L’Izvestija, il giornale del

Soviet, denunciava quanto fosse strana una costituzione che proclamava libertà di

riunione e di parola mentre le adunanze venivano accerchiate e la stampa censurata per

motivi di ordine pubblico. La risposta dei liberali non fu molto diversa. Essi volevano il

suffragio universale, i pieni diritti civili, un’amnistia generale per i prigionieri politici,

un’Assemblea costituente. Witte si rese conto che, fintanto che non c’erano nuove leggi o

nuove istituzioni, risultavano essenziali nuovi uomini per rassicurare il Paese. Destituì

alcuni ministri impopolari, e cercò di includere nuove figure moderate. Witte voleva

allargare la base di consenso ma alle sue condizioni, senza cioè alcuna condivisone con

le forze politiche mobilitate. Dopo tutto era comunque un ministro dello zar e doveva

destreggiarsi tra conservatori, liberali e socialisti. La sua resistenza venne rafforzata

anche dal diffondersi dell’appello socialista all’insurrezione. A Mosca, sotto la pressione

bolscevica, scoppiò un’insurrezione male armata e subito repressa nel sangue.

Gradualmente il governo riacquistò il controllo della situazione. Estese la legge marziale,

inviò spedizioni punitive nelle campagne e si rianimò vedendo che la maggioranza della

società non voleva prendere parte ad una rivoluzione che andava oltre la liberazione

politica. Su questo sfondo di violenza e divisioni, la burocrazia preparò le leggi che

dovevano ratificare la rivoluzione dei liberali e, come poi risultò, limitarla. La legge

elettorale dell’11 dicembre realizzò la promessa del Manifesto di estendere il suffragio

universale a tutte le classi senza tuttavia renderlo diretto, paritetico o universale. Tutti

coloro che avevano meno di 25 anni, le donne, gli operai di piccoli stabilimenti, alcune

categorie di braccianti e artigiani, gli studenti e i dipendenti statali, i contadini senza terra e

i soldati rimasero

privi del diritto di voto. Anche la Duma venne limitata in vari modi. Le era negata ogni

funzione costituente; l’esecutivo era obbligato a convocarla solo due mesi all’anno;

doveva esserci una Camera alta di 200 membri, metà nominati dall’imperatore, il resto dal

clero ortodosso, dagli zemstva, università, corporazioni della nobiltà, associazioni di

commercio e industria. Nessun progetto di legge poteva essere approvato senza il

consenso di questa camera e senza quello dello zar, il cui veto era assoluto. La Duma,

sebbene fosse richiesto il suo consenso per tutte le leggi, era ridotta ad organo puramente

consultivo. Quando Nicola ricevette i deputati nella sala del trono lesse un breve discorso

in cui l’imperatore prometteva di proteggere le nuove istituzioni, esortandole a chiarificare i

bisogni dei contadini e a illuminare il popolo. A questi timidi propositi arrivò la “Replica al

discorso del trono” della Duma che insisteva ancora sulle elezioni dirette e sul suffragio

universale, diritti civili, fine dei pogrom, fine della legge marziale. I ministri dovevano

rispondere delle loro responsabilità di fronte alla Duma, il Consiglio di Stato abolito,

eliminate le restrizioni legislative.

Quando il presidente della Duma chiese un’udienza per presentare la Replica, lo zar si

rifiutò di riceverlo e di presentarla attraverso i canali ordinari. Venne risposto alla Duma

che essa non era un ramo del governo di pari dignità e che doveva limitarsi ad un ruolo

subordinato. La Duma si rifiutò di farlo, approvò un voto di sfiducia contro il governo e

chiese che fosse seguito da un governo che godesse della fiducia dell’assemblea

legislativa. Il gabinetto non si dimise, né rispose alla maggior parte delle interpellanze. La

Duma si rivolse al paese con una propria dichiarazione che divenne il pretesto per il suo

scioglimento. Ci si aspettava che nuove elezioni avrebbero dato un’assemblea più

arrendevole. Quando la nuova Duma si riunì, i cadetti (di tendenza liberale) non potevano

più dominare la Camera come in quella precedente. Essi dipendevano o dalla sinistra

socialdemocratica e rivoluzionaria o dalla destra che appoggiava ed era appoggiata dal

governo. Fu un Duma ostile quella a cui il nuovo primo ministro Stolypin presentò un

programma con il quale sperava di persuadere una maggioranza di deputai della serietà

del governo, di trasformarli in un centro di collaborazione e di guidarli a compiti pratici.

Oltre a proporre le riforme fondiaria e fiscale, l’estensione dell’autogoverno locale,

l’istruzione elementare obbligatoria, espose la sua idea dello Stato emerso dalla

rivoluzione: “La Patria, trasformata per volere del monarca, deve diventare un governo di

diritto”. Libertà di parola, stampa, d’assemblea dovevano essere definiti e difese. A queste

condizioni Stolypin tendeva la mano ai moderati della Duma per non rimanere isolato.

Dall’altra parte i cadetti temevano di cadere nel campo dei “clienti” del governo e di

perdere l’unità e l’appoggio popolare. I decreti agrari di Stolypin però impedirono un

accordo con i cadetti. Tutti i progetti dell’opposizione per la riforma agraria avevano infatti

una cosa in comune: la confisca. Ed era questo forzato trasferimento di proprietà ad

essere inaccettabile per Stolypin che invece voleva rafforzare la proprietà contadina

individuale in modo da far loro distogliere lo sguardo dalle terre dei nobili. Il governo

appoggiò solo la redistribuzione volontaria della terra della nobiltà mediante vendita alla

Banca fondiaria contadina a condizioni favorevoli al venditore. Stolypin – avendo perso la

speranza del consenso dell’assemblea legislativa sul suo programma agrario – chiese

l’esclusione di quasi tutti i deputati socialdemocratici con l’accusa che stavano cospirando

a fomentare la ribellione delle forze armate, portando allo scioglimento della seconda

Duma. Venne approvata una legge elettorale che riduceva i diritti di intere categorie di

votanti e tuttavia servì allo scopo di far nascere una assemblea “cooperativa”. Quando la

terza Duma si riunì nel novembre 1907, l’opposizione, composta da socialdemocratici,

trudoviki, cadetti e progressisti, era decimata. Anche coloro che credevano nella lotta

armata delle masse dovevano ammettere

che, nelle condizioni esistenti, essa era senza speranze. Frenata prima nella fase

proletaria, poi in quella contadina e alla fine in quella parlamentare, la rivoluzione era

finita.

CAPITOLO XI

Il fatto che il governo avesse riaffermato l’autorità e imposto una pace che durò per una

decina d’anni, nei contemporanei nacque il dubbio se ciò che era accaduto avesse

costituito davvero una rivoluzione. Per Nicola, la diffusione del conservatorismo, la lealtà

delle forze armate, il fallimento dei rivoluzionari nel far insorgere le masse, costituivano

una conferma ad una spiegazione casuale degli eventi. Quindi egli non sarebbe stato più

debole e non avrebbe più ceduto ai politici, come WItte, per i quali era necessario

modernizzare il sistema di governo del paese.

A causa delle illusioni nate dai suoi facili successi iniziali, la sinistra aveva calcolato male

la forza del nemico. Incapace di sconfiggerlo, essa non riuscì a mantenere le concessione

che gli aveva strappato. Cernov, il capo dei socialisti rivoluzionari, scorgeva un motivo di

speranza nell’influenza che i socialisti rivoluzionari avevano avuto tra i contadini. Non era

stato sconfitto il loro appello alle masse, ma l’organizzazione dei socialisti rivoluzionari

che avrebbe dovuto essere adattata per operare in condizioni di repressione poliziesca. Il

partito doveva diventare più centralizzato, più cospirativo, più disciplinato senza perdere

però il contatto con il popolo la cui coscienza politica poteva svilupparsi in organizzazioni

come sindacati, cooperative, associazioni.

Anche i menscevichi interpretarono il 1905 come un esempio di estremismo prematuro. Il

risultato era stato il loro isolamento politico e li aveva inoltre avvertiti di difendere la

rivoluzione democratica prima di avanzare verso quella socialista. Martov avvertì che solo

l’autocrazia avrebbe tratto beneficio da ripetuti attacchi alla borghesia, la quale doveva

ancora portare a termine il suo compito di smantellamento del vecchio regime. I

bolscevichi accusavano i menscevichi di trascura il potenziale rivoluzionario dei contadini.

I menscevichi non ignoravano i contadini ma temevano la loro arretratezza politica. Era

perciò necessario molto lavoro educativo prima che le masse contadine potessero essere

inserite in un partito marxista. Parte di quel lavoro sarebbe stato compiuto dall’evoluzione

economica delle campagne facendole uscire dallo stato feudale. Un’altra parte sarebbe

spettata alla socialdemocrazia che avrebbe collegato al suo nucleo centrale di

rivoluzionari consapevoli la massa dei lavoratori risvegliati dalla rivoluzione.

Se i socialisti rivoluzionari e i menscevichi divennero più prudenti, per Lenin fu il contrario.

Per lui il semplice fatto che una rivoluzione avesse avuto luogo costituiva la prova che

essa accelerava i processi della storia, che essa poteva essere la maestra delle masse

piuttosto che il risultato di un’educazione politica. In un compromesso con i liberali Lenin

vedeva una triplice minaccia: l’attenuazione del radicalismo del partito, la confusione tra i

suoi seguaci, e il tradimento una volta che gli scopi egoistici della borghesia sarebbero

stati ottenuti. Ecco perché il proletariato, troppo debole da solo, doveva cercare alleati tra i

contadini. Che dire però dell’attaccamento piccolo- borghese di contadini alla proprietà,

della loro arretratezza politica, della loro indifferenza al socialismo? Lenin non immaginava

l’alleanza come un accordo tra pari. Il partito proletario sarebbe rimasto un partito di

classe, grazia alla suo disciplina e fermezza dottrinaria. Un altro fattore rendeva preferibile

la scelta dei contadini come alleati: poiché miravano alla confisca delle terre della nobiltà,

sfidavano i rapporti di proprietà e l’ordine politico esistente. La confisca e la

distribuzione delle terre avrebbero anche favorito lo sviluppo del capitalismo nelle

campagne, portato alla divisione dei contadini in ricchi e poveri, e alla crescita di un

proletariato rurale. Così, grazie alla forza delle circostanze e della propaganda, un

crescente numero di contadini avrebbe sposato la causa socialista.

Il paese però sembrava stanco di tumulti. Questo si rifletteva nella virtuale fine degli

scioperi, nell’efficacia della repressione poliziesca, nel coinvolgimento dei menscevichi in

attività parlamentari, nel calo degli iscritti al partito social-democratico. L’arena politica si

era notevolmente ristretta e il suo clima raffreddato. L’iniziativa politica passò al governo

mentre il peso principale dell’opposizione fu sostenuto non dai partiti rivoluzionari ma dai

cadetti. Anche loro erano però divisi su come giudicare la rivoluzione. L’ala destra, con

Maklakov, riteneva che rifiutando il compromesso con un governo non riformato, il partito

era venuto meno alla causa del liberalismo. Parlando invece a nome del centro, Miljukov

aveva moderato il suo programma dopo lo scioglimento della prima Duma. Aveva messo

in guardia contro le rivendicazioni senza speranza e aveva premuto per metodi ordinari e

costituzionali nella lotta contro il governo. Per questo ripudiò la tattica del boicottaggio e

dell’ostruzionismo della sinistra e si impegnò a prendere parte al processo legislativo. Il

problema dei cadetti stava nel fatto che potevano far poco per determinare un mutamento

di rotta nel governo. Sia Maklakov che Miljukov erano timorosi di suscitare la rabbia delle

masse nel lanciare una nuova offensiva contro il regime. Rimaneva solo la Duma e la

speranza che i partiti moderati avrebbero operato insieme per salvaguardare le conquiste

di ottobre.

La modificazione della legge elettorale aveva dato a Stolypin alleati compiacenti nella

terza Duma, costituita da ottobristi, nazionalisti e destra moderata. Se però gli ottobristi

(liberal- conservatori) votavano con i cadetti, potevano mettere in difficoltà il governo.

Stolypin avrebbe preferito governare con il sostegno di una maggioranza della Duma

formata intorno ad un nucleo ottobrista. Nonostante alcuni screzi sul comando delle forze

armate, gli ottobristi appoggiavano il programma di Stolypin: riforma agraria, mutilazione

dell’autonomia finlandese, estensione dell’autogoverno locale. Successivamente però si

moltiplicarono i contrasti su questioni relative all’istruzione, affari esteri, sui diritti dei

cristiani non ortodossi, sul coinvolgimento della polizia con gli estremisti di destra, sulla

persecuzione dei sindacati. La rottura arrivò nel 1911, quando l’ottobrista Guckov si dimise

dalla presidenza della Duma per protesta contro l’arbitrario trattamento riservato da

Stolypin all’assemblea. Con l’aiuto di Guckov era stato approvato un progetto di legge per

istituire zemstva elettivi, respinto però dal Consiglio di Stato. Alla Camera alta non piacque

il peso che veniva conferito ai piccoli proprietari terrieri e contadini russi (in realtà ucraini e

bielorussi) rispetto a quelli dei nobili polacchi. Stolypin, dopo aver minacciato di dimettersi,

persuase lo zar a mettere in riga i membri del Consiglio e a rimandare i lavori delle

Camere. Il progetto di legge venne quindi emanato con decreto di emergenza, in

violazione delle Leggi fondamentali. Così facendo Stolypin si alienò sia le simpatie

dell’imperatore che degli ottobristi. Venne ucciso da un sicario nel settembre 1911.

Dopo la morte di Stolypin e il contenimento della minaccia riformista che egli e i burocrati a

lui fedeli avevano costituito per la supremazia della nobiltà nelle campagne, quest’ultima

assunse una visione più fiduciosa verso il governo. Lo zar e i suoi consiglieri erano

fiduciosi del fatto che le tensioni e le pene del paese erano causate o esagerate

dall’opposizione. Kokovcov, il successore di

Stolypin, sostenne che in Russia non esistesse alcun reale malcontento e che il paese

non avesse bisogno di riforme politiche ma di una solida economia e di un buon

governo.

La contesa politica tra il governo e i suoi critici rimase in gran parte circoscritta alla Duma.

Nonostante tutta la sua irrequietezza, lo schieramento delle forze era immutato. Un terzo

della Camera, la destra, era dalla parte del governo; un altro terzo, la sinistra, stava

all’opposizione; l’ultimo terzo era il centro, fluttuante e imprevedibile. Era improbabile che

la quarta Duma, eletta nel 1912, dominata da proprietari e privilegiati, conducesse un

attacco al regime. Perfino l’opposizione era di pareri discordi su come rispondere ai

segnali di nuova insubordinazione degli operai urbani e degli studenti. Il conflitto sociale

era nuovamente esploso quando, nel febbraio 1912, si fece fuoco sugli scioperanti

disarmati delle miniere d’oro della Lena. L’opposizione temeva che il comportamento delle

autorità avrebbe esacerbato gli animi e rafforzato l’attrazione verso la sinistra

rivoluzionaria, rafforzata dai successi dei bolscevichi nei sindacati della capitale.

La formazione dei sindacati era stata permessa nel 1906, ma vennero limitati in vari modi.

Divieti di formare organizzazioni regionali e nazionali, l’obbligo della registrazione ufficiale

e di usare solo mezzi pacifici, privarono i lavoratori dei mezzi per portare avanti

un’autentica contrattazione collettiva. In questo modo i sindacati divennero pochi e deboli.

Nonostante le condizioni di vita precarie in cui vivevano gli operai di San Pietroburgo, i

sindacati erano troppo pochi e deboli per fornire quegli sbocchi culturali, sociali ed

educativi che preparavano gli operai a forme non violente di azione sociale. I bolscevichi,

che erano molto desiderosi di farlo, mancavano dell’organizzazione e dei fondi per

consolidare le proprie conquiste o per ricostruire il partito nel resto del paese. Per questi

motivi non potevano avere presa sugli operai. Per i bolscevichi un’insurrezione prematura

non era desiderabile. Molto probabilmente sarebbe rimasta confinata alla capitale e subito

repressa. Quella che Lenin chiamò la “crisi dei vertici” non era ancora così profonda.

I miglioramenti nell’economia vennero infatti in aiuto al governo. Bilanci commerciali

favorevoli, eccedenze di bilancio, aumento delle riserve auree, aumento dei consumi, alti

tassi di crescita nell’industria, costituivano per gli ottimisti la prova che capitale e capacità

interne stavano ottenendo i dovuti riconoscimenti. Nonostante ciò il divario con i paesi

occidentali aumentò perché l’economia di questi crebbe ancora più velocemente. E’

opinione generale che molto dipendeva dai risultati dell’agricoltura. Per superare lo

squilibrio strutturale dell’economia bisognava sanare l’arretratezza e la bassa produttività

agricola. Finchè il settore rurale produceva quasi metà della ricchezza nazionale, ciò

avrebbe frenato la crescita. Nel 1906 venne concesso ai contadini di vendere la loro parte

di terra comunitaria e di lasciare il villaggio. Così, dopo cinquant’anni dall’emancipazione,

si dava l’avvio all’intenzione originaria di quell’atto: eliminare il possesso comune e

rendere il contadino proprietario assoluto della sua terra. La riforma agraria di Stolypin

ebbe inizio con l’istituzione del titolo di proprietà individuale per gli appezzamenti

precedentemente attribuiti alla comune, al fine di creare una media borghesia agraria che

avrebbe sostenuto il regime. Lo scopo finale della riforma era l’eliminazione del sistema di

coltivazione a strisce. La dispersione dell’appezzamento familiare in diverse località

rappresentava una perdita di tempo e di lavoro e rendeva difficile l’impiego di macchinari e

di moderni metodi di coltivazione.

Per unire queste strisce sparse, il decreto del 1906 prevedeva che se colui che intendeva

separarsi dalla comune lo richiedeva, poteva ricevere un podere unificato. Circa il 10%

delle famiglie avviò realmente poderi ottenuti da fusioni. Essi tendevano ad avere più

bestiame, raccolti più

abbondanti, maggiore apertura alle innovazioni. Erano però troppo pochi per porre fine

alla prevalenza dell’agricoltura di sussistenza. La possibilità di perdere l’assistenza

umana e materiale della comune era un deterrente a lasciarla. Ciò spiega perché la

riforma ebbe meno successo nelle province più povere. I risultati della riforma furono

perciò contrastanti. La terra coltivata si estese, della quale quattro quinti apparteneva ai

contadini, eppure nella Russia europea il 61% delle famiglie faceva ancora parte della

comune e l’80% della loro terra rimaneva in strisce ed era carente di capitale, bestiame,

macchinari. Il tempo concesso alla riforma fu troppo breve, il numero di persone coinvolte

troppo esiguo, i guadagni troppo lontani nel futuro per cambiare la condizione della

maggior parte dei contadini. Pur con tutti i suoi difetti però, la soluzione di Stolypin diede

al governo un momento di respiro che si sarebbe prolungato se non fosse stato interrotto

dalla guerra.

CAPITOLO

Secondo Lenin la guerra mondiale era il risultato prevedibile delle rivalità imperiali nel

mondo. In Russia l’impero tedesco e austriaco erano visti come la principale minaccia. La

sfida germanica alla supremazia navale, coloniale, e commerciale portò la Gran Bretagna

a cercare accordi con la Francia e con la Russia fino ad arrivare alla Triplice intesa,

un’alleanza capace di fronteggiare quella delle potenze centrali cui si era unita anche la

Turchia. I compromessi divennero sempre più difficili. Nel 1910 venne raggiunta un’intesa

con l’Austria per mantenere l’ordine nei Balcani e un accordo con la Germania per ridurre

le controversie sulla Persia settentrionale e sulle concessioni ferroviarie tedesche in

Turchia. Gli sforzi diplomatici russi per ottenere dalla Turchia l’apertura degli Stretti

fallirono, così come le speranze che una lega di Stati balcanici sarebbe servita come

baluardo contro l’Austria. Nelle guerre balcaniche la Russia deluse i bulgari opponendosi

alla loro conquista di Costantinopoli, e i serbi non appoggiando le loro richieste territoriali

di fronte agli ultimatum austriaci. Se si voleva evitare che la Serbia uscisse definitivamente

dall’orbita russa era necessario non abbandonarla di nuovo. Quando l’arciduca Francesco

Ferdinando venne assassinato, l’Austria incolpò il governo serbo. Nonostante la risposta

conciliante all’ultimatum austriaco, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. La Russia si

mobilitò in sua difesa. La Germania chiese alla Russia di bloccare i preparativi e, quando

questa si rifiutò, dichiarò guerra alla Russia e poi alla Francia. L’invasione tedesca del

Belgio provocò l’entrata in guerra della Gran Bretagna al fianco di Russia e Francia. In

Russia, come altrove, ci fu un’ondata di entusiasmo patriottico e un serrare le file intorno

al governo. Di conseguenza questo divenne sempre meno dipendente dall’assenso della

società e si liberò dalla critica e dal controllo della Duma. Sia gli ottobristi che i cadetti

sospesero le loro diatribe con il governo. Solo i membri della sinistra denunciarono le

classi dominanti per le sofferenze e lo spargimento di sangue. Essi comunque non

richiesero la sconfitta

dello zarismo e giurarono che la democrazia e il proletariato avrebbero difeso la terra natia

da ogni attacco. Alcune delle figure più importanti del movimento rivoluzionario fecero

appello ai loro compagni perché la sconfitta del militarismo germanico diventasse il loro

primo dovere.

Prima che le ostilità iniziassero, Durnovo, membro del Consiglio di Stato, implorò

l’imperatore di evitare la guerra, prevedendo la rivoluzione sociale, la disintegrazione

dell’esercito e un’anarchia senza freno in caso di sconfitte militari. Le disfatte subite

dall’esercito russo durante i primi mesi di guerra non erano ancora così gravi da fiaccare la

resistenza dei soldati e il favore dell’opinione


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Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, lettere e culture comparate
SSD:
Docente: Sestan Lapo
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Morgana393 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della Russia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Sestan Lapo.

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