Capitolo I
Si deve allo zar Alessandro II l'abolizione della servitù della gleba nel 1861. Inoltre, seguendo un processo di parziale liberalizzazione, concesse maggiore autonomia alle università e alla magistratura, credendo così di riaffermare il monopolio del potere e dell'iniziativa dell'autocrazia. Lo zar non aveva intenzione di dividere il proprio potere con le istituzioni ma preferiva, come fecero i suoi predecessori, mantenere un contatto "tra persone" e non tra "uffici", del tipo "sovrano-burocrate".
Nel 1881 il Ministro dell'Interno M.T. Loris Melikov propose l'introduzione di due commissioni, una amministrativa ed una finanziaria, che avrebbero esaminato solo le questioni poste dal sovrano. Lo zar accettò la proposta costituendo la cosiddetta "Costituzione di Loris-Melikov", sperando che gli "elementi fedeli della società" sarebbero rimasti soddisfatti, visto che questa "costituzione" lasciava comunque irrisolti alcuni problemi, come l'estensione del potere supremo ed il suo rapporto con i gruppi che chiedevano protezione al governo. In pratica, la decisione di Alessandro II suscitò gli appetiti per una vera e propria Costituzione.
Il 1° marzo 1881 lo zar venne assassinato con una bomba e dopo circa una settimana il Comitato esecutivo della Narodnaja Volja, che aveva progettato l’attentato, chiese al figlio di convocare un'assemblea nazionale di rappresentanti liberamente eletti per riformare la vita sociale e politica della Russia. Le riviste dell'epoca chiedevano allo zar di non cedere ad una politica repressiva nonostante la sciagura, ma cercavano di intercedere per ottenere una condotta più magnanima.
Tra gli intellettuali che si imposero in questo periodo, ricordiamo Boris Cicerin, giurista e filosofo, professore all'università di Mosca ed ex tutore dell'ultimo fratello dello zar. Questi manifestò la sua sfiducia nelle assemblee e la necessità di un potere forte ed autoritario che potesse mettere ordine nel periodo di disordini che stavano vivendo. La costituzione, per Cicerin, sarebbe stata introdotta dal monarca quando questi l'avesse ritenuta necessaria. Per reprimere i rivoluzionari, prevenire i cambiamenti o almeno controllarne la velocità e direzione, governo, benestanti e persone colte dovevano collaborare e fidarsi l'uno dell'altro.
Questo discorso sulla fiducia fu portato avanti anche da Konstantin Pobedonoscev, anch'egli giurista ed ex professore di legge, che era entrato al servizio dello Stato dopo aver partecipato alle riforme giudiziarie del 1864. Nel 1880 fu nominato Ober-Prokuror, o direttore laico del Santo Sinodo, e propose una concezione burocratica nei riguardi della gestione della Chiesa e dello Stato. Lo studioso sosteneva che la salvezza della Russia poggiasse su gerarchia, obbedienza e autorità delle classi superiori. Gli uomini andavano dominati, non bisognava fidarsi.
Pobedonoscev divenne una figura politicamente rilevante nel nuovo regno, essendo stato tutore di Alessandro III; egli si oppose a Melikov e ai suoi alleati. Nel frattempo, lo zar Alessandro III non si era mostrato né contrario né del tutto favorevole alla Costituzione di Melikov, per cui quest’ultimo propose una versione meno “euforica” del progetto iniziale, pur lasciando consigli pratici per migliorare la sicurezza dello Stato sia per interessare lo zar che per placare i sudditi. Inoltre, Melikov suggerì un Gabinetto unitario ed esperti consiglieri, senza specificare però come questi ultimi dovessero essere scelti.
Pobedonoscev, però, spinse lo zar a non cedere a tali “sirene liberali” e nonostante gli accordi presi dai ministri il 28 aprile a favore di Melikov, la mattina seguente un manifesto imperiale (ideato e redatto da Pobedonoscev) sconfessava tutto. Il "coup de theatre" di Pobedonoscev, così chiamato da Miljutin, portò alla caduta dei membri liberali del governo e delle loro speranze ma non pose fine alle richieste dal basso per una maggiore vicinanza tra governati e governanti.
Pobedonoscev e chi come lui osteggiavano la presenza del popolo nella politica, consideravano il popolo sì libero (dopo il 1861) ma privi dell’opportuna sorveglianza che invece le "masse ottenebrate" richiedono. L’assassinio di Alessandro II fu quindi il pretesto (e non la causa) delle decisioni governative illiberali che seguirono.
Tra la schiera dei conservatori vi erano anche gli slavofili, che rifiutavano l’Occidente e le sue forme di governo ma non erano autoritari come Pobedonoscev; quest’ultimo era considerato dagli slavofili un male dell’estraneo burocratismo introdotto da Pietro il Grande. Questi intellettuali, più che un discorso politico, ne portavano avanti uno morale e religioso (zar, nobiltà e contadini nel passato avevano fatto parte di una famiglia nazionale equilibrata).
Gli slavofili idealizzarono un’assemblea territoriale (zemskij sobor) dove i "fidati membri" della nazione potevano esprimere i propri bisogni ed opinioni. Aksakov sollecitò la creazione di questo organismo che avrebbe visto la collaborazione di mercanti, nobili, clero e almeno un migliaio di contadini. Pobedonoscev mise in guardia lo zar anche da questa proposta, così come rese inviso il ministro Ignat’ev per aver “sostenuto” i progetti slavofili.
Ignat’ev, non solo sostenne la proposta dello zemskij sobor ma invitò anche due commissioni di esperti che consigliassero il governo sui problemi dei contadini. Questi fu sostituito come ministro dell’Interno dal conte Dmitrij Tolstoj (predecessore di Pobedonoscev al Santo Sinodo). Dimitrij Tolstoj definì le linee del nuovo governo caratterizzato dalla parola “Ordine”; egli soppresse l’organizzazione “Schiera Santa”, formata da aristocratici che costituivano un organo di protezione dello zar ed indicava però un’insufficienza degli organi regolarmente preposti alla salvaguardia dello zar. Tolstoj vedeva nella Schiera un focolaio di liberali, pericoloso.
Lo scrittore Lev Tolstoj indirizzò allo zar Alessandro III una lettera in cui parlava dell’amore cristiano e del perdono per intercedere per gli assassini del padre. Lo scrittore affermava l’inutilità dell’uccisione dei rivoluzionari, sostenendo la maggiore utilità di un incontro con loro sul piano delle idee. Per sconfiggere i rivoluzionari lo zar doveva trovare un ideale superiore al loro. La mancanza di un tale ideale era una falla per l’autocrazia, significava una mancanza di fiducia del futuro; c’era un pessimismo storico condiviso che spingeva il potere centrale ad essere forte, rigido.
Lo zar e il governo affermavano la grandezza e l’unicità della Russia per sostenere la sua estraneità dall’ Europa. Si tratta di un isolamento anche sociale, tanto che Pobedonoscev affermò di essere “l’ultimo dei Mohicani”. Testimonianza di questa estraneazione sociale, ideologica, della Russia si può leggere nel tentativo di ritrarre lo zar Alessandro II come uno zar “contadino”. Lo zarismo divenne prigioniero della propria ideologia, voleva apparire come governo di tutto il popolo, al di sopra di classi e partiti, e si trovò senza alcun appoggio.
Sotto il regno di Alessandro III la vita pubblica conobbe la calma e anche dopo la rivoluzione del 1905 non ci fu un sostanziale cambiamento delle cose. La situazione russa prerivoluzionaria si configura, pertanto, con una crisi dell’autorità.
Capitolo II
Il primo articolo del Codice delle Leggi affermava la supremazia del sovrano sulle leggi, quindi un'autorità illimitata dell'autocrate. Infatti, la libertà concessa ai tribunali nel 1864 limitò solo l'interferenza del sovrano; il volere dello zar era legge. Il potere dello zar, come Capo di Stato, con la sua amministrazione e le sue forze armate, era grande perché lo Stato controllava (o era coinvolto in) la Chiesa, l'istruzione, l'industria e i trasporti, i centri di potere locale, la sanità ed il benessere pubblico.
Lo zar Alessandro III e il figlio Nicola II mantennero saldo il loro potere anche perché credevano che solo pochi avrebbero potuto controllare la massa recalcitrante di contadini appena liberi dalla servitù e pieni di risentimento per i torti subiti in passato. Il regno di Alessandro III fu tranquillo in politica estera ed interna e tale pacatezza nascose il divario tra le pretese e le realizzazioni dell'autocrazia; lo stesso atteggiamento dello zar si adeguava all'ideale autocratico. Alessandro disapprovava gli atteggiamenti del padre che sminuivano la stima e la forza della monarchia (tra cui la relazione amorosa con la Dolgorukaja).
Nonostante alcuni studiosi considerassero Alessandro un uomo dal mediocre intelletto, altri lo hanno esaltato per le sue qualità morali perfettamente conformi alla salvaguardia del sistema. Anche il suo ministro delle finanze, Sergej Witte lo ammirava in quanto portatore della forza storica necessaria in quel periodo, in Russia, di riunire le energie e le risorse per la modernizzazione economica. Alessandro più che per le attività intellettuali era portato per quelle fisiche: lo zar aveva ricevuto gli insegnamenti di storia di Solovev e quelli di diritto di Pobedonoscev; tuttavia si trattò di incontri sempre più irregolari e oltre a dargli uno spiccato senso patriottico non indottrinarono troppo Alessandro.
Cicerin invece sosteneva che lo zar, dedito ad un assolutismo assoluto, era un sovrano duro anche proprio perché “grossolano”. Nicola era ancora meno preparato del padre e spesso appariva meno estroverso e “forte” del padre. La sua preparazione era soprattutto sul cerimoniale, i suoi punti fermi erano un credo atavico nella giustezza morale e nella necessità storica dell'autocrazia, oltre che in una fede religiosa quasi fatalista (credeva di essere nelle mani di Dio e da Lui ispirato).
Le aspettative che accompagnarono l'ascesa di Nicola erano legate al fatto che la quiete del governo precedente faceva sperare a nuove riforme, alla possibilità che il nuovo zar fosse meno rigido del padre. Tutte queste aspettative crollarono quando Nicola liquidò la semplice proposta di comunicare le necessità e i pensieri del popolo allo zar. Il disprezzo con cui lo zar trattava le considerazioni politiche rimase un tratto caratteristico del suo governo, compromettendo così il prestigio dell'autocrate per il suo rifiuto di concedere ascolto.
Nicola credeva che la gente semplice fosse dalla sua parte, che quindi lui fosse in grado di capirlo; proposte e dissenso erano per lui situazioni temporanee, dovute ad agitatori, ebrei e politicanti egoisti. Dopo il 1905 la rivoluzione riuscì ad estorcergli la Duma (organo legislativo eletto dal popolo) limitandone la sfera di competenza. Lo zar considerava la Duma un ambiente per distendere le tensioni, per dare pareri ma le decisioni spettavano a lui. Nel 1913 Nicola si spinse a considerare di privare la Duma del suo valore legislativo proprio per ridurlo ad organismo puramente consultivo.
L'operosità di Nicola II si affievolì di molto per la sua incapacità di prendere decisioni su ogni questione, arrivando a problemi per lui insormontabili. La sua palese limitazione si manifestò quando commentò come “imbarazzante” la carestia che colpì la Russia in piena Prima Guerra Mondiale, quasi vantandosi della sua ignoranza in campo economico.
Per quanto riguarda la sfera personale, il matrimonio dello zar con Alessandra era felice, ma questo idillio era offuscato prima dalla preoccupazione, in quanto non riuscivano ad avere figli maschi, e poi perché dopo aver tanto aspettato l’erede (Alessio) arrivò ma era emofiliaco. Alessio fu curato da molti medici ma senza grossi risultati, per questo la famiglia si strinse intorno al santone Grigorij Rasputin, capace di lenire le sofferenze del fanciullo e di incoraggiare i genitori. Rasputin fu ben accolto per questo motivo dai sovrani e lui stesso sfruttò questa relazione, spesso ingigantendola, per ottenere favori; tuttavia fu sempre circondato da una pessima fama.
Il giudizio storico sugli ultimi sovrani di Russia è chiaro: mettendo da parte l’umana compassione, i sovrani avrebbero dovuto proteggere la Russia rinunciando a quella forma di potere ormai priva di significato vista la mancanza di un autocrate (Alessio sarebbe morto presto, o comunque non sarebbe diventato un uomo energico e forte, tale da governare la Russia) per adottarne un’altra più adatta. L’autocrazia era considerata dagli stessi russi già “morta”, prima della menomazione fisica di Alessio, proprio per la limitatezza dello zar.
Verso la fine del 1916 alcuni generali e uomini politici iniziarono a pensare alla destituzione di Nicola II a favore del fratello, il granduca Michail. Nonostante le critiche e le perplessità, comunque, il regime zarista può considerarsi ben longevo; questo perché gli strumenti di controllo e repressione erano molto forti, la maggioranza contadina era apatica ed immatura e si concentrava solo sul soddisfacimento dei propri bisogni materiali senza interessarsi alle alternative politiche. Inoltre, lo zar incarnava il perno del sistema, per cui l’idea di destituirlo apriva alla paura di sconvolgimenti sociali.
Per questo motivo, mentre i rivoluzionari e radicali non vedevano l’ora di rovesciare lo zarismo, i liberali moderati e i liberali conservatori auspicavano invece riforme liberali unite all’autorità statale, oltre che all’educazione delle masse a sentirsi parte della società. Le classi elevate in Russia godevano di privilegi che poggiavano su un vulcano di rancori, un malcontento che già era scoppiato nel XVII e XVIII sec. con le rivolte contadine di Razine Pugacev. La nobiltà terriera si era quindi aggrappata all’autocrazia per ottenere protezione dal pericolo delle rivolte violente dei contadini. Oltre ai latifondisti, però, a sostenere l’autocrazia vi era anche parte dell’intelligencija (gli intellettuali).
L’autocrazia era considerata la barriera contro la disgregazione nazionale e sociale, il perno di aggregazione della lealtà dei sudditi in uno Stato plurinazionale; si temeva l’anarchia che sarebbe succeduta al crollo dello zarismo. È lecito affermare che tra il 1905 e il 1917 l’autocrazia come problema intellettuale. All’alba della Rivoluzione si attribuì un’eccessiva attenzione alla “nocività” dell’autarchia; i vertici rendevano difficile risolvere i reali problemi della Russia perché davano maggiore importanza alle prerogative e doveri dell’autocrazia, arrivando a violare le libertà civili e i diritti politici garantiti nel 1905-06 e questa situazione fu sfruttata dai rivoluzionari per giustificare i propri crimini ed eccessi.
Dopo la caduta dello zar, il governo provvisorio si trovò a dover fronteggiare una profonda sfiducia popolare verso l’autorità statale, il disprezzo per una politica di compromesso, la poca esperienza amministrativa nella popolazione, l’assenza di capi carismatici e per questo fallì.
Capitolo III
Lo storico Karamzin nel 1811 scrisse allo zar Alessandro I di cercare gli uomini giusti da inserire nella macchina statale (scriveva “sono gli uomini a governare, non i documenti”), ovvero cinquanta amministratori coscienziosi e saggi. Nicola II seguiva questa regola, ripetutagli da Pobedonoscev, tanto che durante la rivoluzione del 1905 questi si dichiarava convinto del lieto esito dei tumulti se gli amministratori delle province fossero stati onesti e capaci. A circondare lo zar erano i ministeri o capi di dipartimento (Interno, Guerra, ecc) ma essi comunque erano solo servitori della corona. Lo zar, dunque, era anche consigliato male perché non era circondato da persone adeguatamente preparate e pronte, vi era una scarsezza di risorse umane.
Per quanto riguarda il rapporto dello zar con i ministeri, Alessandro II li considerava al pari dei capi della servitù. Il ministro degli Esteri per dodici anni preparava ad Alessandro III le udienze settimanali come un insegnante farebbe con le interrogazioni di un ragazzino. Lo stesso Sergeij Witte, l’uomo più dinamico nel servire gli ultimi zar, spesso in presenza dei monarchi si comportò come un semplice ufficiale subalterno. Tutto ciò perché i monarchi potevano parlare francamente con gli zar, ma mettendo a rischio la propria posizione, retribuzione e fama di fedeltà.
Il Ministero dell’Interno controllava la polizia di pubblica sicurezza e quella politica, sovraintendeva a stampa, poste e telegrafo, servizi medici, insediamenti contadini, carceri, dirigeva il soccorso durante la carestia. Per questo motivo riceveva spesso richieste, suppliche, petizioni: il ministro dell'interno rappresentava il volto umano del governo. La prima persona scelta come ministro dell'Interno da Alessandro III non aveva un’adeguata preparazione, né esperienza in politica interna. Ignat’ev, infatti, aveva un passato da militare e diplomatico, tuttavia non si rivelò del tutto incapace: incoraggiò l’aiuto economico ai contadini (ponendo fine agli obblighi temporanei di milioni di servi nei confronti dei propri padroni), stimolò miglioramenti nell’amministrazione rurale e promosse una consultazione pubblica su queste materie.
Va considerato, però, che Ignat’ev fu scelto perché Pobedonoscev non trovò altri funzionari capaci e con valide convinzioni politiche. Quando Ignat’ev mostrò la sua proposta dell’assemblea consultiva, Dmitrij Tolstoj apparve come un sollievo per i sostenitori della fermezza e della disciplina. Tolstoj godeva di molta pi...
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