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I disturbi alimentari dell'infanzia e nell'adolescenza

Le radici storiche e culturali dei disturbi del comportamento alimentare

1. L'anoressia mentale nei miti, nelle fiabe, nelle religioni e nella storia della medicina

I miti e le fiabe

Le radici dell'anoressia mentale sono antiche, anche se nelle scienze mediche le prime discussioni risalgono solo al '600: l'esplorazione di queste aree mostra come l'anoressia mentale non sia una patologia del nostro tempo, ma un fenomeno molto più antico, di cui si ha traccia nel mito e nella religione. Ricorrere al mito serve per trovare una chiave di lettura per la comprensione del disturbo anoressico più ampia di quella derivata dall'approccio medico e psicoanalitico. Il mito è una teoria generale del funzionamento psichico; attraverso di essi, un frammento del passato collettivo può essere ricordato e inserito nel presente individuale, permettendo non solo di leggere ogni evento in chiave più ampia, ma anche di reinserire in un orizzonte universale le singole esperienze vissute in modo psicopatologico.

  • Eco e Narciso: emerge il tema del potere della Grande Madre (Era) che toglie la parola, intesa come modalità di espressione individuale, impedendo la comunicazione con il maschile; la storia di Eco ricorda dunque la difficoltà dell'anoressica a stabilire relazioni soddisfacenti o a scegliere compagni narcisisti. Sia Eco che Narciso sono immersi in una dimensione fusionale che impedisce la relazione con l'altro da Sé; allo stesso modo, le anoressiche non ascoltano la voce interna dei propri bisogni e delle proprie esigenze.
  • Artemide: evoca il rapporto delle anoressiche con la sessualità; la dea, infatti, è un'eterna vergine e considera con orrore i richiami sessuali.
  • Atena: ha un carattere maschile e guerriero e si maschera dietro la sua corazza; possiede l'Animus che caratterizza anche le adolescenti anoressiche. Esprime il legame con un mondo maschile e paterno attraverso il quale l'anoressica cerca di emanciparsi dal potere della Madre reale e archetipica.
  • Demetra e Persefone: l'una raffigura la madre dell'anoressica, eccessivamente legata alla figlia, mentre l'altra si rivolta contro di essa, rifiutandone la fertilità e la crescita ("il cibo della madre"). L'anoressica rifiuta tutto ciò che proviene dalla madre e preferisce morire piuttosto che rinunciare alla sua distorta ricerca di unicità che si esprime nel rifiuto di nutrirsi e di accettare una femminilità corporea e sessuata.
  • Fiaba della Bella Addormentata: come la protagonista si punge con l'ago, anche l'anoressica, punta dal materno cui tenta di adeguarsi, non si riconosce il diritto di esistere e cade nel sonno della rimozione della propria individualità.
  • Hansel e Gretel: mostrano l'aspetto negativo del materno (la strega che usa il cibo come trappola); ricorda le cure fornite dalle madri delle anoressiche che nascondono dietro questi atteggiamenti il loro bisogno di potere e controllo.

Le religioni

Il digiuno è uno strumento tipico usato dalle anoressiche, che si trova come rituale e strumento di purificazione in tutte le religioni. La visione anoressica della carne e del cibo richiama la concezione gnostica del mondo che accentua la frattura tra corpo e anima e che non accetta tutto ciò che è materiale (simboleggiato dal femminile). Le anoressiche si trovano anche nel Medioevo: vi furono diverse "sante anoressiche" che rinunciavano al corpo per diventare spirito. Un altro tipo di anoressia si trova nelle donne costrette invece alla vita monastica che usarono l'anoressia per difendersi dai richiami di un corpo non volontariamente rifiutato. Altre erano donne sposate, che in questo modo mortificavano il corpo che aveva vissuto la sessualità. In queste donne si trovano molte similitudini con le anoressiche contemporanee: esse usano la malattia per sfidare il potere della famiglia; ugualmente danno importanza all'autoprivazione come mezzo di elevazione spirituale e hanno l'attitudine di prendersi cura degli altri piuttosto che di se stesse, ad esempio preoccupandosi di nutrire i familiari. Attualmente, l'anoressia si tende al progressivo distacco del corpo materiale per controllare il malessere interiore e i vissuti sgradevoli.

Nella storia: tra la psichiatria e l'endocrinologia

La scoperta/invenzione dell'anoressia come entità clinica risale al '600 con la descrizione di Morton di un caso di una ragazza che rifiutava di alimentarsi. Solo due secoli dopo si ebbero le prime segnalazioni dell'anoressia mentale come entità clinica. Gull pubblicò nel 1873 un primo studio su questa malattia a cui diede inizialmente il nome di apepsia hyusterica; in seguito abbandonò l'ipotesi di un'alterazione neurologica a favore di un'origine tipicamente psichica del disturbo e la denominò anoressia mentale. Contemporaneamente anche Lasègue descrisse casi clinici simili e li inquadrò tra le varianti dell'isteria; egli descrisse anche l'interazione tra la paziente e i familiari, sottolineando come il dimagrimento e rifiuto del cibo diventasse l'unico argomento di conversazione. All'inizio del '900, Simmonds ricondusse la malattia a un'insufficienza endocrina e l'origine psichica della malattia venne dimenticata. Le ricerche sull'anoressia, tuttora aperte, si intensificarono negli anni '60, quando con il Simposio di Gottinga del 1965 venne riconosciuta a questa malattia una struttura specifica: si concordò che il conflitto essenziale era a livello del corpo e non a livello delle funzioni alimentari sessualmente investite; esprimeva dunque l'incapacità di assumere le trasformazioni caratteristiche della pubertà.

Le radici transgenerazionali e psicodinamiche dei disturbi alimentari

Le radici archetipiche e familiari

Lo strutturarsi delle patologie anoressiche e bulimiche non inizia nel momento in cui il disturbo si manifesta; la loro origine si può trovare nella storia familiare. Quando si affronta una storia clinica, bisogna rintracciare tutte le variabili che hanno permesso la strutturazione patologica che ha portato al disturbo alimentare. Il modello relazionale fa riferimento alla catena trigenerazionale, secondo cui per comprendere la genesi di un disturbo si deve prendere in considerazione tutta la famiglia fino ai nonni. Questo, però, non è sufficiente perché le dinamiche psichiche individuali e familiari risentono dei processi inconsci che oltrepassano la terza generazione, mostrando radici molto più antiche fino ad arrivare all'inconscio collettivo (radici archetipiche). L'origine del disturbo oltrepassa le caratteristiche individuali e della famiglia reale, le cui difficoltà e fragilità, pur potendo cause dei problemi, diventano lo strumento che permette la realizzazione del processo evolutivo iscritto nella psiche dell'individuo. È nell'inconscio collettivo che sono operanti gli archetipi e in cui si trova custodito il progetto esistenziale del paziente radici del disturbo sono quindi più antiche, anche se la sua comparsa è legata alle caratteristiche individuali e familiari reali.

La ricostruzione trigenerazionale è comunque necessaria. È inoltre importante porre attenzione alla gravidanza perché permette di riconoscere le prime tracce del manifestarsi di un disturbo che ha condizionato la relazione tra genitori e figlio e che, se non corretto, ha contribuito a determinare l'innesco della patologia.

Il transgenerazionale

In letteratura è spesso affrontata l'ipotesi di una possibile trasmissione generazionale dei DCA e la clinica mostra come questi disturbi siano profondamente radicati nella storia familiare. Infatti, nella storia clinica dei pazienti spesso si trovano dei problemi e una percezione alterata della relazione con la funzione materna; questa alterazione si origina dalla gravidanza e nel rapporto che in questa fase i genitori instaurano con il nascituro. Jung con la sua formulazione di inconscio collettivo e degli archetipi può essere considerato un precursore della catena transgenerazionale. L'archetipo è un modello di esperienze psichiche strutturanti (pattern of behaviour); costituisce un ponte tra psiche e corpo. È inconoscibile in sé, ma si rende visibile solo attraverso la sue rappresentazioni consistenti in schemi e temi dominanti universali. Tra questi vi sono la Persona (maschera sociale), l'Ombra, Grande Madre e Padre (archetipi genitoriali), l'Animus. Secondo Jung: "L'uomo è in possesso di molte cose che non ha mai acquisito ma che ha ereditato dai suoi antenati". Il bambino quindi non è una tabula rasa ma ha in sé tutto il patrimonio archetipico che verrà costellato in rapporto alle figure incontrate nella realtà. Un bambino esiste nella fantasia dei genitori ancora prima del suo concepimento; il singolo è sempre in una prospettiva transgenerazionale. Ogni nucleo familiare è portatore di una rete di miti e narrazioni che elaborano le esperienze vissute nelle varie generazioni. La trasmissione transgenerazionali comprende anche tutte le esperienze non mentalizzate, che costituiscono un lascito negativo in quanto interferiscono con la capacità di elaborazione. Vi sono due livelli che concorrono a determinare l'esistenza e il funzionamento familiare:

  • Livello visibile oggettivo
  • Livello invisibile nascosto, determinato dal nascondimento; ne fanno parte le esperienze traumatiche non elaborate.

Il passaggio da una generazione all'altra di oggetti non elaborati rende sempre più difficile nel tempo la capacità individuale di dare senso alle esperienza. Questi contenuti oscuri sono trasmessi attraverso meccanismi inconsci proiettivi, come l'identificazione proiettiva, una difesa transpersonale.

La catena transgenerazionale: la gravidanza come anello di congiunzione

La relazione genitore-figlio si sviluppa a partire dalla gestazione. L'attesa del figlio è un periodo delicato che scatena diverse emozioni che riportano in superficie il gioco delle identificazioni con le proprie figure genitoriali, nel momento in cui si passa dal ruolo di figli a quello di genitori. La gravidanza è un nodo evolutivo fondamentale; è una grande possibilità ma anche un grande rischio. È in questa fase che attraverso la madre vengono trasmesse al bambino informazioni strutturanti appartenenti al momento della gravidanza-trasmissione orizzontale, ma anche la trasmissione dei contenuti derivanti dalla genealogia-trasmissione verticale.

La trasmissione orizzontale: durante la gravidanza la madre stabilisce con il feto rapporti reali e fantastici che si basano sulle sue vicende personali, sul suo momento evolutivo e sul suo ambiente sociofamiliare. Nella mente della madre esiste un bambino reale e uno fantastico; sentendo il bambino dentro di lei, unifica man mano queste due immagini entrando in comunicazione con il feto. Questo graduale apprendimento sarà la base della comunicazione dopo la nascita che le permette di comprendere empaticamente i suoi bisogni. La madre comunica le sue esperienze attraverso il corpo e fa da mediatore tra il feto e l'esterno, soprattutto il padre.

La regressione in gravidanza: riporta la donna alla gravidanza di sua madre e riattiva la memoria inconscia della propria nascita e del rapporto instaurato con la madre e con l'archetipo materno. È dalla regressione che la futura madre attinge le capacità comunicative con il feto. È funzionale allo sviluppo del bambino, perché permette alla donna di acquisire la capacità di comprenderlo empaticamente, attivando la preoccupazione materna primaria, o rêverie materna. Se da una parte serve ad acquisire delle competenze fondamentali per la funzione materna, può anche riattivare aree psichiche problematiche che rendono difficile questa acquisizione.

Trasmissione verticale: se la donna ha avuto relazione problematica con sua madre, la regressione sarà problematica perché attiva l'archetipo materno terrifico. Questa riattivazione può causare disturbi nel figlio, innescando un meccanismo di madrilinearità e di transgenerazionalità. In questa fase il padre assume un ruolo importante: infatti la madre ha bisogno di una figura che la protegga dalle angosce arcaiche, aiutandola a trasformarle; questa funzione è svolta dall'aspetto Anima del padre. Se la mente della madre è occupata da angosce ed esperienze non elaborate e il padre non sa aiutarla nel metabolizzare queste paure, la figura paterna non permetterà di interrompere e trasformare la problematica transgenerazionale madrilineare e può di conseguenza incidere negativamente con il rapporto instaurato con il bambino e con le cure.

La genetica, l'epigenetica e le conferme del transgenerazionale

Gli studi biologici hanno recentemente dato conferme delle intuizioni di Freud e Jung e della psicologia transgenerazionale. Il genotipo è il corredo genetico di ognuno, mentre il fenotipo dipende dal genotipo ma anche dalle interazioni tra geni e fattori esterni; è quindi determinato anche dall'epigenetica. L'epigenetica studia i cambiamenti che si verificano sul fenotipo senza alterare il genotipo, descrive tutte le interazioni che determinano modificazioni ereditabili e modificano l'espressione genica. Quindi il programma genetico di ognuno è il prodotto di nove mesi di interazione epigenetica. Il DNA mitocondriale (mtDNA) si eredita unicamente dalla madre: questa scoperta va a sostenere la trasmissione madrilineare. DNA, mtDNA ed epigenetica possono essere considerati come ciò che è sostenuto nella trasmissione orizzontale e verticale della catena transgenerazionale, ma in chiave biologica.

Le fantasie genitoriali sul nascituro

Le fantasie sul bambino che si sviluppano nel corso della gravidanza sono funzionali a condurre il mondo fantastico dei genitori verso un pensiero e una rappresentazione del figlio in arrivo e a facilitare l'adeguamento alle richieste alle trasformazioni richieste durante e dopo la gravidanza. Una delle fantasie più frequenti è quella del danno genetico. È una fantasia legata al bisogno narcisistico di sentirsi adeguati e affermare la propria integrità, rappresentata dalla nascita di un bimbo sano. È fondamentale per costringere la donna, attraverso la paura, a creare uno spazio mentale per il bambino perché possa essere pensato. Può prendere forma su due poli:

  • Fantasia del bambino perfetto: se predomina non si crea nessuno spazio di ascolto perché il figlio reale, ovviamente non perfetto, sarà visto come inadeguato.
  • Fantasia del bambino malformato: se predomina impedisce di cogliere gli aspetti positivi e potenziali del bambino. È fisiologica e funzionale, ma quando diventa preponderante, la paura del danneggiamento occuperà la mente della madre tanto da bloccare quella opposta. Dietro questo materno vi è una dimensione archetipica: questa donna si trova a fare i conti con l'aspetto terribile della Grande Madre.

Solo un alternarsi e un equilibrarsi reciproco di questi estremi permette al genitore di riconoscere e di entrare progressivamente in contatto con il bambino reale. Queste fantasie attingono sia dall'inconscio personale sia da quello familiare, che da quello collettivo con l'attivazione dell'archetipo del Fanciullo. Le angosce di morte possono esprimersi in due modalità:

  • Paura di far morire il bambino: queste fantasie affondano le radici nel mondo interno arcaico della donna, che la vede incarnare il ruolo di Grande Madre Terra, contemporaneamente dispensatrice di vita e di morte. Nel mondo archetipico della donna coabitano infatti due aspetti opposti del materno (Madonna vs. Medea). Questo contatto con la propria natura ambivalente può favorire l'insorgere di sensi di colpa legati al timore di non essere una buona madre.
  • Paura di essere uccisa dal bambino: evidenzia un vissuto persecutorio del bambino. La presenza patologica di queste fantasie non viene solitamente ridimensionata con il parto; spesso questa immagine rimane ancorata al bambino reale condizionando negativamente e per tutta la vita la relazione instaurata con lui.

Se la fantasia di morte assume caratteristiche rigide impedisce la capacità di entrare in relazione e di ascoltare i bisogni del bambino reale, i genitori al posto di ascoltare il bambino si chiederanno dove hanno sbagliato, oppure, quando i meccanismi difensivi sono indeboliti, possono agire i propri aspetti distruttivi, negati e relegati nell'inconscio. Anche l'assenza di fantasie è un elemento patologico. In tal caso la donna ha un rapporto così problematico con il materno e i propri vissuti infantili da evitare di entrarci in contatto. Non è quindi possibile la regressione, perché tornare indietro a quell'esperienza la obbligherebbe a ritrovarsi in un mondo arcaico pericoloso e ad attingere in un materno sperimentato come devastante. La mancanza di fantasie e regressione impediscono alla donna di aprire dentro di sé lo spazio mentale necessario alla costruzione del rapporto con il figlio.

Come la madre, grazie alla preoccupazione materna primaria, riesce a assorbire le fantasie angosciose delle prime fasi dello sviluppo e a restituirle al bambino trasformate, anche la madre ha bisogno di una terza figura che assolva nei suoi confronti questa funzione di protezione, elaborazione e trasformazione delle angosce più arcaiche. Mentre nelle culture matriarcali la donna in gravidanza veniva circondata da un cordone protettivo costituito dal gruppo sociale che aveva il compito di assorbire le angosce e di lasciarle spazio fisico e mentale per compiere la regressione, ora questo compito spetta al partner, che dovrebbe fare da contenitore della diade, il tramite tra madre e mondo esterno, accogliere e trasformare le sue angosce. Il padre assume la funzione di un contenitore, attivando una sorta di rêverie paterna che fornisca alla donna il modello.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Vers.13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della salute e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Ripamonti Adriana.
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