Oltre la paura
Criminalità e insicurezza
La banalità di una narrazione criminologica
“La criminalità segna la vita di ogni cittadino” è una delle frasi più ricorrenti e sentite negli ultimi anni. Frasi come questa sono diventate talmente familiari che spesso non ci chiediamo più quale messaggio contengano, quale visione della società sottendano. L’aumento del numero di reati e l’efferatezza con cui vengono commessi inquietano e spaventano i cittadini e, per questo motivo, occorrono risposte energiche, più severe ed emergenziali da parte dello Stato. Sull’apparente evidenza di questa considerazione si sono costruite gran parte delle politiche penali adottate fino ad oggi da entrambe le fazioni politiche (destra e sinistra) della nostra società. La suddetta frase fu pronunciata per la prima volta nel 1966 dall’allora presidente degli Stati Uniti, Johnson. È la prima volta che il termine “paura della criminalità” appare in un discorso presidenziale e da quel momento in poi sarà utilizzato costantemente nei discorsi ufficiali di ogni presidente, costituendo l’asse fondamentale delle successive campagne elettorali statunitensi. Così, si è assistito, nel corso degli ultimi decenni, non solo alla proclamazione degli Stati Uniti come la più grande democrazia penale del mondo, ma anche al passaggio da un modello di governo nato con il New Deal ad una forma di governance in cui centrale sono la criminalità e la giustizia penale. La paura si impone così nei rapporti tra istituzioni, fino a diventarne una vera e propria caratteristica fondante (es. se non si descrive il proprio territorio come insicuro e caratterizzato da allarme sociale, non si riescono ad ottenere finanziamenti per riqualificarlo e ristrutturarlo).
Quanta paura nelle città
La paura della criminalità è uno dei temi più studiati nella letteratura criminologica internazionale. Partiamo da alcuni dati relativi alla quantità di paura della criminalità nelle città. L’indagine internazionale di vittimizzazione sin dal 1992 misura il senso di insicurezza delle persone a livello internazionale. Dall’ultima indagine svolta nel 2004-2005 in 30 paesi e 33 grandi città, emerge che, in media, più di un quarto della popolazione considerata si sente poco o per nulla sicura a camminare da sola la sera nella zona in cui vive. La percentuale è più alta tra gli abitanti delle grandi città. Hong Kong e le capitali nordeuropee sono considerate le più sicure. In ambito europeo solo in Bulgaria gli abitanti che dichiarano di essere insicuri per strada sono più della metà, mentre nel resto d’Europa e in Nord America lo scarto tra sicuri e insicuri rimane ampio.
È utile sottolineare come la percentuale di persone insicura non sia significativamente variata nel corso degli anni. Questo vale per molti paesi, ma in particolare per l’Italia. Ciò viene confermato da altre indagini italiane e insinua più di un dubbio rispetto all’insorgere di continui allarmi sociali che si registrano negli ultimi 15 anni. Visto che le indagini campionarie più serie non indicano una crescita della paura della criminalità, vi è da chiedersi, innanzitutto, se sia vero, in un’ottica meramente quantitativa, che i reati sono in aumento.
Quanta criminalità
Di fronte ai crimini che irrompono nella nostra vita quotidiana sorge l’inquietudine che questi fenomeni non ci sia alcun argine e che possano riprodursi sempre e ovunque. Al tempo stesso si pretendono, in tempo reale, risposte efficaci e immediate tanto quanto le emozioni che quei fatti suscitano. Questo legame tra inquietudine e criminalità ha spesso effetti distorcenti anche sul piano cognitivo: ne deriva che ogni forma di criminalità viene avvertita come sempre più diffusa e violenta. L’analisi delle tendenze della criminalità nel ‘900 indica che l’Italia, a partire dagli anni ’70, si è caratterizzata come società ad alto tasso di criminalità, però, negli anni duemila, si registra una diminuzione del tasso di alcuni reati considerati indicatori della criminalità violenta e di quella contro la proprietà (omicidio e furto). Un’analoga tendenza si riscontra anche in altri paesi occidentali.
Negli ultimi anni, il numero dei reati registrati dalla polizia, sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea, è diminuito costantemente. A partire dal 2002, infatti, nella maggior parte dei paesi UE, i livelli di criminalità sono in calo costante, anche se nel periodo 2006-2009 questa tendenza ha mostrato segni di rallentamento, soprattutto per reati come il furto in abitazione e il traffico di droga. Il reato che ha mostrato la diminuzione più consistente è il furto di veicoli a motore.
In sintesi, i passaggi fondamentali della storia della criminalità italiana registrata negli ultimi settant’anni sono fondamentalmente due:
- La svolta tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, in cui i delitti aumentano vistosamente: in particolare, i furti quasi quadruplicano nel giro di pochi anni; a loro volta, gli omicidi, dopo un lungo periodo di diminuzione, iniziano a crescere;
- La tendenziale diminuzione di omicidi e furti negli ultimi vent’anni.
Quale criminalità
Già Enrico Ferri, allievo e amico di Lombroso, aveva ipotizzato che nel corso del novecento si sarebbe verificato un passaggio epocale dalla criminalità medievale contro le persone alla criminalità borghese contro la proprietà. Certamente, le trasformazioni sociali vissute dall’Italia hanno non solo avviato processi di ampliamento delle opportunità criminali, di allentamento dei controlli sociali e di incremento della conflittualità che hanno avuto ricadute sulla diffusione della criminalità, ma anche innescato processi di attribuzione di centralità alla proprietà, diventata perno del sistema sociale. Seguendo questa linea interpretativa, quindi, l’aumento dei furti sarebbe dovuto all’evolvere di una società del benessere e di un sistema proprietario che producono rischi, siano essi materiali o legati a immaginari collettivi.
La crescita degli omicidi nel ventennio 1971-1992 trova alcuni parallelismi in gran parte dei paesi europei e degli USA. Per motivare questo fenomeno sono state avanzate alcune interpretazioni valide anche per il caso italiano:
- L’interruzione improvvisa del processo di civilizzazione;
- Il passaggio da un capitalismo aggiustato dal welfare a un capitalismo liberista;
- La crisi economica degli anni ’70.
Ma, se omicidi e furti sono diminuiti negli ultimi vent’anni, quali reati contribuiscono a mantenere stabile il numero di delitti denunciati nell’ultimo ventennio? Va, in primo luogo, segnalato il rilevante incremento delle truffe, anche grazie allo sfruttamento delle nuove tecnologie e alla progressiva sostituzione del denaro contante in moneta virtuale, che ha comportato la diffusione di nuove forme di truffa. Anche i reati in materia di sostanze stupefacenti sono in continua crescita. La legislazione sull’immigrazione degli ultimi anni ha introdotto figure di reato che hanno inciso sull’andamento complessivo della criminalità.
Un abbaglio di massa?
La società italiana è meno insicura, dal punto di vista della criminalità, sia rispetto ad alcune altre società europee, sia rispetto al passato. Nel 1969 Popper, sosteneva che le società europee fossero di gran lunga le migliori mai realizzatesi nel corso della storia umana, in quanto, grazie al welfare state si sono conquistati dei diritti e si sono aboliti i principali malanni che affliggevano i cittadini (povertà, disoccupazione, malattie, sofferenze). Tutto ciò, al giorno d’oggi, ci appare in via di disfacimento continuo ogni giorno. Le società occidentali contemporanee sono riconosciute essere le più sicure mai esistite, ma in queste società, nonostante le paure individuali registrate nelle indagini campionarie non siano aumentate e siano comunque inferiori rispetto a quelle di altre aree geopolitiche, si è sviluppata una sorta di ossessione per la questione securitaria, tale da segnare profondamente le esperienze sociali e le politiche pubbliche.
Moral panic
Alcuni studiosi attenti ai processi culturali che accompagnano l’allarme sociale mettono in rilievo come spesso il panico che colpisce svariate fette di popolazione sia il risultato di una strategia delle classi dominanti che consente loro di aumentare il consenso e la supremazia. La paura, infatti, può essere una valida risorsa per catalizzare il consenso pubblico. Numerose carriere di politici si sono costruite proprio sull’agitazione di angosce collettive e sulla creazione di situazioni di panico morale volte all’affermazione di una logica amico-nemico, protezione-esclusione (es. Salvini con i migranti). Il termine moral panic fu coniato da Cohen nel 1972, con riferimento al clima di allarme che rapidamente si diffuse in alcune località balneari della Gran Bretagna intorno alla presenza di bande giovanili denominate rockers e mods. Secondo Cohen, la reazione di panico non avviene per via di una valutazione razionale dell’incidenza di una particolare minaccia, ma è piuttosto l’esito di inquietudini non ben definite che, alla fine, trovano un centro drammatico e semplificato di esplosione in un singolo incidente o stereotipo. Questo centro è popolato spesso dai suitable enemies, ovvero categorie di persone spesso incapaci di attivare difese all’interno della società, che diventano bersaglio privilegiato di rabbia, indignazione e paure collettive (es. tossicodipendenti, zingari, homeless).
Il panico morale si costruisce intorno a dicerie che, alimentate dai mass media e dagli imprenditori morali, costituiscono un sistema di credenze in grado di catalizzare gli umori collettivi e di orientare le politiche. Il fenomeno delle dicerie non è un fenomeno di recente invenzione, ma trova le sue radici, tra l’altro, nella civiltà dell’antico regime, dove venivano fatte circolare voci allarmistiche riguardanti i briganti, le streghe e gli eretici. Più recentemente, anche Alessandro Dal Lago, descrivendo analiticamente i processi che hanno portato in Italia alla costruzione del fenomeno “emergenza immigrazione”, e sottolineando in particolare il ruolo ricoperto dai mass media, politici e imprenditori morali, si muove nella stessa direzione degli studi sul panico morale. Negli anni ’90, infatti, le forze politiche hanno ceduto al panico di fronte all’immigrazione, chiudendo sempre più le frontiere, creando il binomio regolari-clandestini e relegando la gestione del fenomeno nell’ambito dell’ordine pubblico. Tutto ciò avviene in un processo definito tautologia della paura. La stampa entra in gioco rappresentando la pericolosità degli immigrati e la legittimità delle pretese dei cittadini, che diventano canovacci narrativi dominanti in grado di influenzare le opinioni politiche e le misure legislative. L’effetto che si produce è di un’ulteriore propagazione delle paure sociali come risorsa inesauribile di consenso.
Sono tre gli elementi che ricorrono negli studi sul panico morale:
- Il panico morale si diffonde sussiste un nucleo di inquietudini accumulate intorno ad una pluralità di disgrazie o minacce;
- L’esplosione del panico può essere spontanea o costruita, ma in ogni caso si stabilizza e dura nel tempo grazie all’intervento di alcuni agenti provocatori o amplificatori (mass media e imprenditori morali);
- L’ondata di panico morale costituisce una modalità collettiva per affermare determinati interessi, ma anche per ridefinire i confini della moralità, contribuendo a produrre un nuovo ordine sociale.
Civiltà in declino
La teoria del panico morale lascia aperta la questione delle fondamenta della paura. Concentrarsi sui processi politico-culturali di esasperazione delle paure delle persone e di un loro uso strumentale non deve far perdere di vista il nesso profondo tra paura della criminalità e le paure sociali che attraversano il mondo contemporaneo. L’idea di crisi si definisce oggi intorno all’assenza di un progetto capace di guidare l’esperienza individuale e collettiva. Viviamo un’epoca che si contrappone ad altri periodi della modernità in cui la fiducia costituiva la caratteristica essenziale del sentire collettivo. L’idea di fondo descritta da pensatori come De Martino, somiglia molto alla descrizione del periodo di passaggio dall’autunno del medioevo agli albori della modernità operata dai romanzi rinascimentali e dagli storici dell’epoca proto moderna. È in questo clima di pessimismo che cominciarono paradossalmente a intravedersi percorsi per uscire dal senso di crisi e presero forma riflessioni filosofiche come quella di Hobbes sulla paura reciproca che spinge gli uomini a uscire dallo stato di guerra di tutti contro tutti, a rinunciare al proprio diritto a tutto e ad affermarsi ad un soggetto terzo (per Hobbes il Leviatano, ovvero lo Stato), in grado di contenere la violenza. Oggi, per molti motivi, lo Stato ha perso la propria centralità e le protezioni che esso garantiva si stanno disperdendo, non trovando ancora un nuovo soggetto attorno a cui ricostruirsi. È in questi momenti di crisi che la paura della violenza riemerge in modo virulento, come segnale d’allarme, indicando la necessità di restaurare il progetto moderno o di trovarne uno nuovo più valido. La paura segnala l’imminenza di una crisi di sistema, segna la perdita di certezze e l’isolamento dell’individuo di fronte a trasformazioni epocali.
L’ira di Achille e la paura dell’uomo contemporaneo
Mario Vegetti sottolinea come il racconto dell’ira di Achille nell’Iliade, corrisponda a una narrazione dell’uomo e della società fortemente radicata nella tradizione e nella cultura del mondo antico. Il racconto della collera di Achille non descrive semplicemente la situazione affettiva di un uomo, ma afferma una visione ancorata all’eroismo, segnalando al contempo il rischio che i valori tradizionali vengano travolti dal progetto di costruzione di nuove forme di governo. Come l’ira rappresentata nell’Iliade, costituiva un’esperienza affettiva fondamentale, così oggi la paura esprime l’inquietudine diffusa che si possa regredire a uno stato di inciviltà. Si teme di ritornare a una condizione di guerra di tutti contro tutti.
La propagazione sociale della paura non dipende da una sommatoria in crescita delle paure individuali e neppure sembra essere l’effetto di una crescita di violenza nelle città. Emerge invece una rinnovata centralità del sentimento della paura come passione collettiva, intesa come stato affettivo diffuso che si costruisce culturalmente in relazione a una certa idea di società, e come apparato significante, che orienta le mentalità e sensibilità e il modo in cui percepiamo ciò che sta intorno a noi.
Le politiche della paura
La paura orienta e legittima comportamenti disumani, restrizioni illiberali e politiche discriminatorie; sostiene e attribuisce significato a innovazioni legislative e pratiche amministrative che affermano un’idea distorta di cittadinanza, la quale si caratterizza sempre più marcatamente come dispositivo di esclusione dall’area dei diritti di intere fasce di popolazione. Piuttosto che costruire nuove condizioni per una convivenza accettabile, si tende a demolire gli assetti istituzionali dello Stato di diritto e dello Stato sociale, a scivolare verso una forma di Stato penale dell’emergenza, a investire sull’individuo, a edificare la propria sicurezza in modo esclusivo, sulla costruzione di nuove categorie di soggetti pericolosi e su richiesta di essere protetti da tutto e tutti. Non si vuole essere contaminati e si chiede di essere immunizzati. Lo si chiede alla politica, ma l’istanza contiene in sé la risposta: l’eliminazione del virus. La priorità di vivere una vita asettica, priva di rischi, si nutre dell’idea che ogni conflitto possa essere governato e debba essere rimosso. Si ritiene, soprattutto a livello politico, che la democrazia possa formattare ogni conflitto trasformandolo in una competizione che pone astrattamente sullo stesso piano le opinioni, le idee e gli interessi.
L’eliminazione del virus è rinforzata sul piano delle rappresentazioni collettive dal ritorno al passato dei piccoli borghi, della vita contadina, dei quartieri di una volta dove ci si conosceva tutti e la vita era serena, senza preoccupazioni. Un passato privo di violenza, a livello mitico e utopico, ma che diventa parametro di valutazione e di costruzione delle relazioni sociali. In questo scenario, se inevitabilmente si chiede alla politica di essere protetti, in realtà inizia a prendere forma la convinzione che l’unica strada praticabile è il fai da te. La rivendicazione del diritto individuale alla sicurezza porta inevitabilmente a una perdita della concezione della sicurezza come bene comune.
La sicurezza nel campo politico
La sicurezza costituisce il concetto politico della modernità: si è identificata attorno alla limitazione del diritto a tutto di ciascuno in vista del raggiungimento di un bene comune. Riconoscerne la politicità consente:
- Di riconoscere la creatività della paura, intesa come passione esplorativa, con una specifica vocazione a strutturare i rapporti collettivi dando vita ad istituzioni capaci di garantire l’ordine;
- Di riscoprire che le politiche di sicurezza non sono buone o cattive in sé, ma co
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