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L’ondata di panico morale costituisce una modalità collettiva per affermare determinati

3. interessi, ma anche per ridefinire i confini della moralità, contribuendo a produrre un nuovo

ordine sociale.

Civiltà in declino

7.

La teoria del panico morale lascia aperta la questione delle fondamenta della paura.

Concentrarsi sui processi politico-culturali di esasperazione delle paure delle persone e di un loro

uso strumentale non deve far perdere di vista il nesso profondo tra paura della criminalità e le paure

sociali che attraversano il mondo contemporaneo.

L’idea di crisi si definisce oggi intorno all’assenza di un progetto capace di guidare l’esperienza

individuale e collettiva. Viviamo un’epoca che si contrappone ad altri periodi della modernità in cui

la fiducia costituiva la caratteristica essenziale del sentire collettivo.

L’idea di fondo descritta da pensatori come De Martino, somiglia molto alla descrizione del periodo

di passaggio dall’autunno del medioevo agli albori della modernità operata dai romanzieri

rinascimentali e dagli storici dell’epoca proto moderna. È in questo clima di pessimismo che

cominciarono paradossalmente a intravedersi percorsi per uscire dal senso di crisi e presero forma

riflessioni filosofiche come quella di Hobbes sulla paura reciproca che spinge gli uomini a uscire

dallo stato di guerra di tutti contro tutti, a rinunciare al proprio diritto a tutto e ad affermarsi ad un

soggetto terzo (per Hobbes il Leviatano, ovvero lo Stato), in grado di contenere la violenza.

Oggi, per molti motivi, lo Stato ha perso la propria centralità e le protezioni che esso garantiva si

stanno disperdendo, non trovando ancora un nuovo soggetto attorno a cui ricostruirsi. È in questi

momenti di crisi che la paura della violenza riemerge in modo virulento, come segnale d’allarme,

indicando la necessità di restaurare il progetto moderno o di trovarne uno nuovo più valido.

La paura segnala l’imminenza di una crisi di sistema, segna la perdita di certezze e l’isolamento

dell’individuo di fronte a trasformazioni epocali.

L’ira di Achille e la paura dell’uomo contemporaneo.

8.

Mario Vegetti sottolinea come il racconto dell’ira di Achille nell’Iliade, corrisponda ad una

narrazione dell’uomo e della società fortemente radicata nella tradizione e nella cultura dl mondo

antico. Il racconto della collera di Achille non descrive semplicemente la situazione affettiva di un

uomo, ma afferma una visione ancorata all’eroismo, segnalando al contempo il rischio che i valori

tradizionali vengano travolti dal progetto di costruzione di nuove forme di governo.

Come l’ira rappresentata nell’Iliade, costituiva un’esperienza affettiva fondamentale , così oggi la

paura esprime l’inquietudine diffusa che si possa regredire ad uno stato di inciviltà. Si teme di

ritornare ad una condizione di guerra di tutti contro tutti.

5

La propagazione sociale della paura non dipende da una sommatoria in crescita delle paure

individuali e neppure sembra essere l’effetto di una crescita di violenza nelle città. Emerge invece

una rinnovata centralità del sentimento della paura come passione collettiva, intesa come stato

affettivo diffuso che si costruisce culturalmente in relazione ad una certa idea di società, e come

apparato significante, che orienta le mentalità e sensibilità e il modo in cui percepiamo ciò che sta

intorno a noi.

Le politiche della paura.

9.

La paura orienta e legittima comportamenti disumani, restrizioni illiberali e politiche

discriminatorie; sostiene e attribuisce significato ad innovazioni legislative e pratiche

amministrative che affermano un’idea distorta di cittadinanza, la quale si caratterizza sempre più

marcatamente come dispositivo di esclusione dall’area dei diritti di intere fasce di popolazione.

Piuttosto che costruire nuove condizioni per una convivenza accettabile, si tende a demolire gli

assetti istituzionali dello Stato di diritto e dello Stato sociale, a scivolare verso una forma di Stato

penale dell’emergenza, a investire sull’individuo, a edificare la propria sicurezza in modo esclusivo,

sulla costruzione di nuove categorie di soggetti pericolosi e su richiesta di essere protetti da tutto e

tutti.

Non si vuole essere contaminati e si chiede di essere immunizzati. Lo si chiede alla politica, ma

l’istanza contiene in sé la risposta: l’eliminazione del virus.

La priorità di vivere una vita asettica, priva di rischi, si nutre dell’idea che ogni conflitto possa

essere governato e debba essere rimosso. Si ritiene, soprattutto a livello politico, che la democrazia

possa formattare ogni conflitto trasformandolo in una competizione che pone astrattamente sullo

stesso piano le opinioni, le idee e gli interessi..

L’eliminazione del virus è rinforzata sul piano delle rappresentazioni collettive dal ritorno al passato

dei piccoli borghi, della vita contadina, dei quartieri di una volta dove ci si conosceva tutti e la vita

era serena, senza preoccupazioni. Un passato privo di violenza, a livello mitico e utopico, ma che

diventa parametro di valutazione e di costruzione delle relazioni sociali.

In questo scenario, se inevitabilmente si chiede alla politica di essere protetti, in realtà inizia a

prendere forma la convinzione che l’unica strada praticabile è il fai da te.

La rivendicazione del diritto individuale alla sicurezza porta inevitabilmente ad una perdita della

concezione della sicurezza come bene comune.

La sicurezza nel campo politico.

10.

La sicurezza costituisce il concetto politico della modernità: si è identificata attorno alla limitazione

del diritto a tutto di ciascuno in vista del raggiungimento di un bene comune. Riconoscerne la

politicità consente: 6

Di riconoscere la creatività della paura, intesa come passione esplorativa, con una specifica

- vocazione a strutturare i rapporti collettivi dando vita ad istituzioni capaci di garantire

l’ordine;

Di riscoprire che le politiche di sicurezza non sono buone o cattive in sé, ma coerenti con la

- società che si vuole costruire;

Di recuperare un’idea di ordine come esito di un equilibrio, necessariamente dinamico e

- provvisorio, tra le diverse istanze che animano la vita sociale;

Di sancire la necessità del conflitto come ancoraggio fondamentale per la politica; di ridare

- fiato all’azione politica dirigendola verso la costruzione di nuove forme di fraternità, a

partire da un rinnovato sguardo sul conflitto, anche nei casi di rottura delle regole sociali.

CAPITOLO 2: Violenze urbane.

Città senza confini.

1.

I sociologi introducono il tema della città globale, ovvero una città senza confini, un grande

contenitore territoriale con simboli che si mimetizzano sempre più in aree anonime, che minano

progressivamente la consapevolezza di abitare un luogo e un tempo capaci di restituire una parte

significativa dell’identità individuale.

La mondializzazione dell’economia ha reso gran parte del nostro paese dominio di big cities,

ovvero grandi bacini territoriali che fanno da contenitore al movimento di milioni di persone,

attratte da poli produttivi sempre più concentrati.

Con il termine urbano non ci si riferisce più necessariamente ad una dimensione spaziale e

relazionale diametralmente opposta a quella rurale ed extraurbana.

Sul piano urbanistico, le città si estendono a macchia d’olio, inglobando centri che un tempo erano

separati e autonomi. Pertanto, dal punto di vista culturale, l’urbanesimo è un fenomeno svincolato

dal risiedere all’interno delle mura cittadine, e che orienta gli stili di vita e le relazioni sociali,

rendendoli tendenzialmente omogenei in ogni angolo del mondo. In questo senso, lo stile di vita

occidentale è intrinsecamente urbano.

È in questi spazi urbani che la violenza, intesa come attacco al corpo, accade. Città e violenza

rimandano ad una moltitudine di esperienze che contribuiscono a delineare il mondo nel quale

agiamo e viviamo.

Attacchi ai corpi.

2.

I gesti violenti sono spesso intesi come l’esito di una malattia mentale e/o di una predisposizione

biologica: se ne parla in termini di follia, labilità psichica o di innata cattiveria e disumanità.

Rispetto a questi vettori interpretativi, la ricerca criminologica ha fornito, negli ultimi decenni, dei

risultati convergenti. Esiste una moderata ma significativa relazione statistica tra violenza e disturbo

mentale; essa si verifica soprattutto se si considerano alcuni disturbi di personalità (antisociale e

borderline) in associazione all’abuso di sostanze, al genere maschile e all’età del perpetratore.

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I pazienti psichiatrici sono responsabili di una quota limitata di delitti violenti e non sono

potenzialmente più violenti della popolazione in generale, pertanto, per la maggior parte dei delitti

violenti, il mito psicopatologico, appare ormai da accantonare.

Nella logica comune, è molto più rassicurante pensare che una persona c.d. normale non possa

commettere certi tipi di azioni che appaiono irrazionali e incomprensibili, ma ciò accade

quotidianamente e ovunque.

L’uomo costruisce attivamente il proprio agire, violento o non, attraverso decisioni che si basano su

conversazioni interiori nel corso delle quali egli indica a se stesso e valuta se e come certi elementi

(credenze, idee, desideri) abbiano a che fare con lui e che cosa pensare, dire e fare in un determinato

contesto. Questo dialogo interiore conferisce senso ai propri atti.

Secondo tale approccio, dunque, occorre guardare alla violenza nella sua dimensione relazionale e

simbolica e, in particolare, all’interpretazione delle situazioni contingenti vissute dall’attore,

all’immagine che egli ha di sé in quel preciso momento della sua vita in relazione alla violenza, e

agli altri significati internalizzati nel corso della propria vita.

Le strutture socioculturali influenzano l’agire umano solo attraverso la riflessività interna della

persona, la quale deve introdurre i dati del contesto esterno nelle sue strategie e fare i conti con esse.

Alcuni assumono un’azione violenta come mezzo di risoluzione di conflitti che insorgono

inaspettatamente, o che sono incistati in relazioni già consolidate.

Uno sguardo di troppo.

3.

Ogni mondo, ogni subcultura, cristallizza alcuni suoi schemi interpretativi ai quali i suoi

appartenenti fanno riferimento, con il filtro della loro riflessività, per risolvere rapidamente

questioni cruciali. L’essere umano accumula un senso comune con cui si interpretano abitualmente

le cose che ci circondano e i comportamenti delle altre persone.

In una città globale, in cui la vicinanza delle differenze fatica a trovare sostegno, la precaria fragilità

di tutti i contesti della vita aiuta a vedere l’altro come elemento perturbante e a leggere alcune

situazioni quotidiane come potenzialmente minacciose.

Lontani dalla propria terra natia e disorientati da shock culturali, volti, parole, usi e costumi

diventano difficilmente decifrabili, così, una parola di troppo o un urto tra corpi, divengono

l’occasione perfetta per dar vita a tensioni che, soventemente, possono facilmente precipitare.

Ogniqualvolta scoppia un grave conflitto, tutti sanno che c’è il rischio di subire una violenza, ma

che si deve essere pronti anche ad infliggerla se necessario. Così, ciò che spesso appare come un

atto impulsivo e insensato, si rivela poi come una conversazione tra gesti di messa in atto per

stabilire, in quella dinamica conflittuale, chi debba rivestire una posizione di supremazia e chi no.

La riparazione per un comportamento incivile e lesivo di un diritto altrui normalmente avviene con

scuse più o meno sentite, accompagnate, spesso, da insulti reciproci. A volte, però, la tensione

diventa incontenibile perché la difesa di uno spazio normato vissuto come proprio spazio vitale,

diventa l’estremo tentativo di rivendicare la propria dignità.

8

In questi casi, in criminologia, si parla di un’interpretazione della situazione fisicamente difensiva:

non solo la vittima, ma anche l’attore violento interpreta i gesti dell’altro come l’inizio di

un’aggressione, e individua nella violenza l’unico mezzo per resistere all’attacco altrui e proteggere

la propria o altrui vita. Si tratta di un’azione preventiva di fronte ad un pericolo imminente e il

sentimento che la connota è la paura.

Spesso, la tragica evoluzione del litigio in omicidio costituisce l’esito di quel gioco di sguardi, di

gesti, di parole che partecipano in conflitti distruttivi.

Violenze collettive. Il punto di vista di Roberta Senechal de la Roche.

4.

Tra tutte le forme di violenze, quelle collettive scuotono profondamente le coscienze e producono

torsioni e fratture nell’apparente normalità del fluire della vita metropolitana.

In base agli studi psico-sociali, tali violenze sono caratterizzate dall’inflizione di un danno fisico a

persone e/o cose, dal coinvolgimento di almeno due esecutori e dall’intesa coordinata, almeno in

parte, tra questi.

È la modalità dei conflitti ad essere al centro degli studi anche in questo caso.

Il contributo di Roberta Senechal de la Roche, mira ad edificare una teoria generale capace di

spiegare e predire:

Perché i conflitti sono gestiti per mezzo della violenza piuttosto che con altre modalità;

a) Perché sono gestiti collettivamente piuttosto che dagli individui singolarmente.

b)

Senechal de la Roche legge le violenze collettive essenzialmente come una forma di controllo

sociale, messa in atto da un gruppo tramite un’aggressione unilaterale, e le definisce e distingue in

base al grado di responsabilità per l’ingiustizia subita, al grado di organizzazione e alla

combinazione di altri fattori, quali:

La distanza relazionale, ovvero il livello al quale le persone partecipano alle vite altrui,

1) misurabile da variabili come il numero di legami tra persone, la frequenza e la durata del

loro contatto, la durata e la natura della loro relazione;

La distanza culturale, misurabile attraverso le differenze linguistiche e religiose che

2) intercorrono tra individui/gruppi. Quando la violenza collettiva accade tra soggetti vicini da

un punto di vista culturale, tenderebbe ad essere meno grave.

L’interdipendenza funzionale, ovvero il grado di cooperazione economica e politica che

3) intercorre tra individui e gruppi. Molto difficilmente i gruppi esercitano la violenza nei

confronti di coloro che sono indispensabili per il mantenimento del loro benessere

economico e sociale; 9

L’ineguaglianza di status: più vi è distanza verticale tra le parti in conflitto, più è facile che

4) le forme di controllo possano intervenire.

Convivenze.

5.

La violenza collettiva appare come il precipitato di un atto deviante, tanto immorale quanto

irrazionale, che trova i suoi presupposti in una condizione sociale ed ambientale esplosiva.

Seguendo le riflessioni di Senechal de la Roche, rinveniamo in molte violenze unilaterali commesse

da un gruppo, non tanto la risposta emotiva ad una sofferenza improvvisa, ma soprattutto un

estremo e distorto tentativo di riparare un’offesa che altera un fragile equilibrio sociale, e di

riaffermare una forma di controllo sul proprio spazio di vita violato. Emerge qui il double message

della violenza: male estremo e controllo sociale sul proprio territorio.

In comunità turbolente, in cui la segregazione allontana i cittadini dalle istituzioni legittime ed

implica condizioni economiche, sociali e culturali fortemente precarie, il modello comportamentale

dominante, a cui si può fare riferimento per controllare il proprio ambiente, porta a reagire ad un

torto, ad un’offesa alla propria vita, prescindendo dal ricorso al sistema della giustizia ordinaria. Se

l’autorità statutale e la legge che essa pone perdono centralità, allora, soprattutto nelle comunità

turbolente e segregate, la tendenza diffusa, di fronte a minacce al proprio status sociale o alla

propria incolumità, è di sostituire alla legge di tutti, la propria legge e farla rispettare anche con la

forza.

In certi casi, dunque, la violenza rischia tragicamente di diventare il mezzo più ordinario tramite cui

difendere il proprio spazio vitale invaso e ristabilire, almeno ai propri occhi, l’ordine violato.

Racaille.

6.

Il double message della violenza (male estremo e controllo sociale del proprio territorio) è ancora

più evidente se ci riferiamo a dinamiche di massa che appaiono spontanee, come per esempio

alcune forme di rivolta urbana.

È il caso francese delle rivolte nelle banlieues ad avere assunto una rilevanza paradigmatica. Gli

accadimenti del novembre 2005 segnano, secondo il sociologo Lagrange, uno scarto rispetto agli

episodi di violenza collettiva avvenuti nel decennio precedente e rispetto a quelli risalenti ancora

più indietro nel tempo. La rabbia si è riversata nell’incendio di automobili e bus, di scuole e

palestre, nel lancio di pietre contro tram e metro e nello scontro con la polizia. Gli incendi, oltre a

dare visibilità alla propria protesta, esprimono l’antagonismo e la volontà di segnare confini

invalicabili. Le scuole, simbolo tradito della promessa di integrazione, vengono identificate quali

luoghi delle opportunità diseguali. L’attacco ai mezzi di trasporto rende ancora più evidente che i

destinatari sono le autorità pubbliche e non gli interessi privati.

La protesta di inizio millennio, pur avendo assunto fin da subito una sua dimensione politica, non ha

trovato canali di rappresentanza istituzionali. La solitudine e l’isolamento della racaille non

riguardano però solo questo aspetto. I giovani della citè non si uniscono, difatti, alle rivolte delle

periferie, non partecipano alle vite degli attori di queste vicende e non solidarizzano con le loro

10

istanze: in tale contesto, la distanza verticale di status tra coetanei si affianca in modo drammatico a

quella orizzontale (relazionale, culturale, linguistico/religiosa). Questo livello di segregazione,

accompagnato dal fatto che le istituzioni non sono percepite dagli abitanti delle banlieues come

capaci o affidabili nell’affrontare e dare soluzioni ai problemi lavorativi, abitativi e di assistenza

socio-sanitaria, facilita l’esplosione di violenze proprio contro beni pubblici.

Ogni progetto migratorio racchiude una domanda di riscatto e di miglioramento delle proprie

condizioni sociali ed economiche di vita, e si estende fino alla richiesta di pieno godimento dei

diritti, che consenta a ciascuno di realizzare le proprie aspirazioni. È proprio perché si prende sul

serio la promessa generalizzata di uguaglianza che il conflitto si alza fino a esplodere quando

l’esperienza concreta della marginalizzazione sociale e spaziale, unita a quella delle discriminazioni

razziali, finisce per diventare intollerabile.

8.Questioni identitarie. Latinos.

Un altro tema cruciale per la comprendere le violenze collettiva è quello dell’identità.

Esclusioni, violenze, aggressioni non dipendono, per lo più, dalla psicopatologia di chi li attua, ma,

in modo più significativo, da una serie di processi psicologici normali che caratterizzano il modo in

cui i soggetti si pongono attivamente e riflessivamente rispetto a certe credenze, idee, taluni desideri

e situazioni in cui sono coinvolti. In molte violenze collettive accade che, nel sostenere questi

processi di esclusione di altri dal proprio universo morale, assumano centralità l’appartenenza a

gruppi ritenuti rilevanti, il bisogno di salvaguardare tali appartenenze come costitutive della propria

identità e le relazioni che intercorrono fra l’ingroup (che sta all’interno del gruppo) e l’outgroup

(chi sta al di fuori).

Il fenomeno delle bande di latinos e la socializzazione alla violenza che in esse si riscontra, possono

essere collocati in questa prospettiva di analisi.

A Genova, nel 2003, si forma il primo gruppo italiano di Latin Kings, una pandilla locale, una delle

tante derivazioni dei nuclei dell’associazione di giovani sudamericani costituitasi nelle metropoli

statunitensi negli anni ’60.

I giovani migranti provano, come tutti coloro che arrivano in una terra sconosciuta, un senso di

improvviso distacco dai loro codici simbolici e dai loro tradizionali riferimenti culturali. In tale

contesto, i ragazzi immigrati avvertono l’urgenza di ritrovarsi, quasi sempre a partire dalla

nazionalità di origine, in spazi pubblici da marcare come propri, per far fronte a tutto ciò che nella

società d’arrivo è vissuto come perturbante.

Chi ha osservato da vicino le bande di latinos nelle città italiane, riferisce della presenza di uno

specifico piano valoriale e normativo che sostiene un progetto di vita gruppale con rituali, regole di

vita e forme di solidarietà tra i membri. L’esperienza dei giovani latinos in Italia non può definirsi

propriamente di gruppi di strada, perché generalmente è coinvolto un numero limitato di persone e

l’aggregazione non avviene sulla base dell’appartenenza ad una via o ad un isolato. Inoltre, è

riduttivo ritenere che i gruppi si limitino ad un’unica forma organizzativa.

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È proprio l’atteggiamento di sopraffazione insito nella rivendicazione di un’identità originaria a

drammatizzare le relazioni all’interno del gruppo e tra gruppi rivali, scatenando scontri violenti per

il dominio.

Appartenere ad un gruppo ritenuto rilevante dai suoi componenti favorisce immagini di sé e del

mondo e schemi d’azione che tendono ad espellere, anche attraverso la violenza, tutti coloro che

stanno fuori da quello specifico universo morale. Anche in assenza di un luogo fisico da difendere,

queste retoriche gruppali, improntate alla lotta per il dominio, non sopportano chi sta fuori o esce

dal gruppo e promuovono azioni distruttive verso l’esterno e di disciplinamento all’interno. Tutto

ciò comporta anche un’omologazione degli stili di vita nel segno della devianza e della criminalità:

la cocaina, venduta per lo più nelle reti amicali e consumata abitualmente, consolida la forza dei

legami all’interno del gruppo e incoraggia l’attuazione di scippi, rapine, aggressioni e risse.

Va detto, però, che il circuito della violenza e della paura metropolitana non è stato affrontato

solamente con ondate di arresti in molte città, ma anche con progetti sociali capaci di incidere sulle

modalità di gestione dei conflitti tra i gruppi (es. in collaborazione con associazioni di volontariato

come la Caritas).

9. Violenze oppositive.

Ogni società democratica contiene soggettività profondamente ostili, che alimentano conflitti

accompagnati da linguaggi, simboli e codici culturali che arrivano a negare le basi stesse della

democrazia. Se in altri paesi questi fenomeni si manifestano per lo più sottoforma di gesti violenti

privi di ogni significato politico, in Italia molti atti di sopraffazione e di aggressività commessi da

gruppi di adolescenti e giovani adulti trovano sfogo anche in quell’area generalmente denominata

tifo calcistico organizzato, il quale, a sua volta, assume spesso le connotazioni di uno scontro

politico tra curve fasciste e antifasciste. Non c’è weekend in cui non si verifichino incidenti,

attacchi, fino a vere e proprie battaglie, anche nelle città dove si giocano partite delle serie minori.

Più in generale, intravediamo in questi ultimi anni, caratterizzati da un clima di diffusa de-

ideologizzazione, i segnali di un rafforzamento della contestazione da parte degli ultras contro ogni

forma di controllo e di ordine statutale. Rimangono i rituali della politica, ma sempre più sganciati

dal conflitto tra destra e sinistra che ha caratterizzato i decenni precedenti. Persiste e si consolida,

invece, la rabbia oppositiva contro il nemico di sempre: le forze di polizia.

Più si struttura il conflitto con le forze dell’ordine, più la reazione da parte dello Stato si inasprisce,

fino a rappresentare i tifosi come classe pericolosa.

Un filtro che si estende a tutti gli spettatori assidui di partite di calcio è rappresentato dalla tessera

del tifoso introdotta nel 2010. La finalità di questa card è duplice: da un lato si persegue l’obiettivo

di prevenzione generale in funzione di una maggiore sicurezza negli stadi, dall’altro si vincola il

rilascio della tessera alla sottoscrizione di un contratto bancario con lo scopo di fidelizzare il tifoso-

cliente anche attraverso la concessione di benefit.

La tessera del tifoso esprime compiutamente la volontà di anticipare il controllo della pericolosità di

tutti coloro che intendono convergere su una partita di calcio, soprattutto quando seguono la loro

squadra del cuore. 12

10.Sofferenze urbane.

Non è possibile racchiudere e far confluire diverse tipologie di violenze urbane, individuali e

collettive in un’unica forma rappresentativa. Pare subito evidente, infatti, la distanza che intercorre

tra una prepotenza in ambito scolastico, un’aggressione perpetrata in contesti domestici, gli atti

violenti esercitati dalle baby gang e le forme di sottomissione agite da organizzazioni criminali che

controllano i mercati illegali, si infiltrano nelle istituzioni ed esercitano il loro dominio sui territori e

sulle economie locali.

Tutte queste vicende intersecano, però, anche una sofferenza urbana sempre più pervasiva.

È ormai condiviso il fatto che la marginalità sociale, intesa come l’essere collocati al di fuori dei

mercati legali del lavoro e dei meccanismi di ridistribuzione di beni e servizi, non sia più l’unico

fattore di esclusione sociale. L’essere espulsi fa emergere forme di vulnerabilità legate a dinamiche

di impoverimento reddituale che incrociano altre precarietà riguardanti gli statuti deboli dei soggetti

esclusi dalla sfera della cittadinanza, dai diritti e dalle aspettative di inclusione.

Il venir meno di centralità strutturali e la conseguente comparsa di una fase di mobilità culturale, di

nuove domande di senso rispetto al proprio status sociale, stravolgono l’ordine dei bisogni e la

tradizionale percezione di sradicamento, subalternità e passività, promuovendo come bisogni

l’individuazione soggettiva e l’identità collettiva. Tutto ciò comporta una sorta di unificazione tra

bisogni materiali e non materiali, suggerisce nuove domande alle istituzioni, soprattutto locali, e

riproblematizza il concetto di dignità della vita, includendo al suo interno anche contenuti culturali

e simbolici.

Le ricadute di questi processi consistono in sofferenze sociali diffuse, più che in disagi individuali,

che si riversano su persone fragili. A livello culturale, però, le sofferenze vengono immediatamente

interpretate in chiave soggettiva, denominandole e frammentandole in malattie specifiche, per

ciascuna delle quali si promette un farmaco adeguato. In tal modo, le domande sono riformulate in

relazione al tipo di soluzione preconfezionata da chi è ufficialmente chiamato a intervenire; così,

anche questa forma di risposta specialistica perde la capacità di intercettare i bisogni di quella

specifica persona. Pertanto, emerge la drammatica assenza di un progetto di cittadinanza inclusiva e

aperta capace di tenere insieme la moltitudine di individui atomizzati e gruppi disomogenei.

CAPITOLO 3: Odio razziale.

Le nostre terre.

1.

La complessità e la difficoltà di trovare una dimensione identitaria conducono a vivere sentimenti di

decisa insofferenza nei confronti di chi abita le nostre terre e che percepiamo come lontano,

distante, diseguale. È in questo clima che, in modo apparentemente spontaneo e casuale, prendono

consistenza vicende drammatiche che solitamente vengono archiviate come esplosioni di violenza

circoscritte e occasionali. 13

Al contrario, si può ravvisare una trama che salda alcuni di questi fatti con visioni del mondo

regressive, che finiscono per generare progressivamente mappe cognitive basate sull’intolleranza e

pratiche istituzionali che riducono gli spazi di libertà, favoriscono la contrazione dei diritti di molti

e minano il progetto dell’universalismo giuridico.

Rosarno, Italia.

2.

Il 7 gennaio 2010, un cittadino del Togo in possesso di regolare permesso di soggiorno, viene ferito

all’inguine e trasportato all’ospedale di Gioia Tauro. Questo riferisce di essere stato colpito nel

centro abitato di Gioia Tauro da un piombino sparato da un’arma ad aria compressa da una persona

che si trovava a bordo di un’autovettura.

La notizia si diffonde rapidamente e un gruppo di circa 300 cittadini stranieri, in gran parte

lavoratori agricoli stagionali, si riversa sul luogo dell’aggressione manifestando la propria rabbia

anche attraverso il danneggiamento di cassonetti per i rifiuti e di autovetture in transito.

Contemporaneamente un altro gruppo di lavoratori stagionali, occupa il centro di Rosarno con

un’altra rabbiosa forma di protesta, rendendo necessario l’intervento delle forze dell’ordine.

Gli scontri violenti si protraggono fino a notte fonda, portando all’arresto di alcuni cittadini

stranieri. Le forze di polizia, contemporaneamente, devono fronteggiare anche un centinaio di

cittadini rosarnesi animati dall’intenzione di intraprendere iniziative di ritorsione nei confronti degli

immigrati.

Nel pomeriggio del giorno dopo, continuano gli episodi di danneggiamento, violenza e minaccia: un

cittadino rosarnese spara a scopo intimidatorio dal balcone del proprio appartamento; altri due

italiani sono intercettati mentre cercano di scagliare alcuni cassonetti contro un gruppo di stranieri;

un trentenne pluripregiudicato investe con la propria autovettura un altro lavoratore straniero,

mentre due cittadini della Guinea sono feriti da colpi di arma da fuoco poco fuori dal centro abitato.

A fronte di questo clima di caccia all’uomo alcuni funzionari di polizia si adoperano per facilitare il

trasferimento di immigrati dalle ex fabbriche occupate e utilizzate come dormitori verso posti sicuri

lontani da quelli sconvolti dai disordini e dalle violenze.

A strutturare le tensioni di quelle terre è anche la presenza della ‘ndrangheta.

Nell’intersezione delle possibili letture di quanto accaduto, un dato irriducibile riguarda la

moltitudine di persone, in regola con il permesso di soggiorno e libere di stabilire la loro residenza

ovunque, che per paura di un linciaggio collettivo, e dunque per essere protetta, è stata deportata da

Rosarno.

A ben vedere,però, qui non si è manifestata propriamente quella forma di giustizia sommaria, quella

violenza collettiva spontanea che gli studiosi hanno definito come linciaggio.

Linciaggio e rituali retributivi.

3.

Esistono forme diverse di violenze collettive, certamente non riconducibili ad un unico codice

interpretativo. Tra queste, il linciaggio appare in genere come quella più spontanea, meno

organizzata, ma, a ben vedere, ciò che lo caratterizza maggiormente è la funzione di controllo

14

sociale che gli conferisce il gruppo dominante quando qualcuno di diverso scatena conflitti

considerati dannosi rispetto all’integrità morale della comunità. Se, ai nostri occhi, il linciaggio si

manifesta come un gesto irrazionale e immorale, esso, da altre angolature, si rivela anche come un

estremo tentativo di ristabilire l’ordine morale nel punto in cui è stato violato.

A Rosarno, in un contesto di lavoro precario di immigrazione stagionale (talvolta clandestina) e di

presenza di criminalità organizzata, le tensioni derivanti dallo sfruttamento di manodopera a basso

costo, da condizioni di vita miserabili e dalle difficoltà di convivenza hanno alimentato nell’ingroup

l’incertezza, la vulnerabilità e le paure connesse ai rischi di natura economica e ai processi di

integrazione, accelerando vertiginosamente, tra gli attori sociali, la ricerca di spiegazioni pronte e

convincenti dei conflitti in atto.

La soluzione più fruibile è quella di individuare e delegittimare il nemico attraverso un atto di

categorizzazione che permetta di differenziare chi sta fuori dal gruppo e accusarlo pubblicamente.

L’outgroup si connota così per le sue finalità malvagie, mentre l’ingroup si percepisce come

perennemente sotto assedio. Tali processi si declinano in modo ancora più drammatico quando le

etichette delegittimanti sono distribuite sulla base dell’etnocentrismo.

Nel passato, i linciaggi si manifestarono soprattutto a cavallo tra il 19° e il 20° secolo, in un

momento storico di particolare tensione nelle politiche razziali e di classe degli Stati del Sud

America.

Anche allora, come oggi, erano la vulnerabilità nei confronti del crimine e la percezione di una

perseverante minaccia al proprio status sociale e alla propria autorità morale e politica a sostenere

atti di violenza ripetuti nei confronti di chi aveva commesso un grave reato. Se negli Stati Uniti

dell’epoca si viveva un momento di passaggio dalla schiavitù a forme di controllo meno incivili

della popolazione nera, oggi, in Italia, viviamo un’epoca quasi speculare, in cui il monopolio

statuale della violenza legittima perde la sua centralità e riemergono istanze che richiamano forme

di giustizia sommaria.

Il sistema giudiziario era percepito dalle masse come lento e inadeguato a rispondere con efficacia a

crimini e criminali. Costoro venivano considerati meritevoli di una vendetta, di una punizione

diretta, pubblica ed esemplare, che il processo penale non poteva certo garantire in questi termini.

L’abuso penale costituito dal linciaggio aveva anche l’obiettivo manifesto di degradare il colpevole,

privarlo della sua dignità, collocare lui e i suoi simili su un piano inferiore e garantire, così, il

ripristino dell’ordine violato.

Le nuove domande di sicurezza che si configurano nel campo politico italiano hanno una forte

risonanza con i sentimenti sociali espressi nei linciaggi come tortura pubblica. Anche a Rosarno

possiamo registrare il riemergere di una giustizia espressiva.

Il ricorso esplicito alle armi da fuoco, gli incendi appiccati alle fabbriche- dormitorio e le ritorsioni

sedate con fatica da agenti e funzionari delle polizie presenti hanno creato uno scenario di violenze

collettive assai prossimo a rituali di giustizia sganciati da quelli del sistema giudiziario.

Mixofobia.

4. 15

Il massiccio movimento di persone che si spostano incessantemente sulla terra per i più disparati

motivi, unitamente al forte sviluppo della comunicazione massmediatica su scala globale, sono alla

base di un mutamento di statuto dell’immaginazione degli individui.

La proliferazione di immagini identitarie crea un sistema di differenze non omogeneizzabili

all’interno dei confini dello stato nazionale. Così, da un lato, le comunità più piccole corrono il

rischio di diventare realtà protette, a metà tra ghetti e fortezze; dall’altro lato, la comunicazione di

massa su scala globale rende possibili i contatti tra gruppi di persone anche molto lontani

geograficamente, costituendo delle sfere pubbliche che hanno la possibilità di mobilitare le

rispettive differenze culturali a vantaggio di un’identità di gruppo costruita ad hoc. La tensione tra

globale e locale si esprime nelle città in un processo di ri-definizione continua degli spazi a partire

da identità locali, spesso costruite culturalmente su scala globale.

Multiculturalismo è la risposta filosofico-politica elaborata, a partire dagli anni ’60, per coniugare il

rispetto delle differenze culturali con l’universalismo giuridico, e per integrare il pluralismo

all’interno della tradizione culturale politica liberale.

Secondo tale prospettiva, di fronte alle pressioni delle identità culturali collettive che chiedono

riconoscimento, non occorrono fondazioni speciali o deraglianti dai principi liberali fondati sullo

stato di diritto e sui diritti individuali.

Su questi presupposti s’intende sostenere l’edificazione di società in cui le differenze siano

componibili in uno stesso progetto di cittadinanza. Questo auspicabile passaggio ad una società

multiculturale ha dovuto e deve però fare i conti con il sentimento di mixofobia (paura di vivere

l’uno accanto all’altro) che si è diffuso e continua a espandersi, a tal punto da metterlo a

repentaglio.

Il fatto di vivere a stretto contatto con gli stranieri è oggi accompagnato da un potenziale di

angoscia. La fobia di mescolarsi con altre persone, se lasciata a se stessa, rischia di deviare il

progetto multiculturale in multiculturalismo, dove le differenze vengono utilizzate come mattoni

nella frenetica costruzione di mura difensive e dove ciascuna cultura, intesa come fortezza

assediata, nega i presupposti di un pluralismo sociale. Spesso è la stessa classe politica a rinforzare

tale tendenza.

L’altro diabolico.

5.

Paura, disgusto e odio sono sentimenti sociali che, in certi contesti, si accumulano e convergono su

soggetti prescelti perché altri possano dotarsi di una legittimazione socio-politica.

Di fronte a fatti di cronaca che segnano il riemergere di discriminazioni e violenze a sfondo etnico e

razziale, ci domandiamo come si possa odiare uno straniero che non si conosce, un rom che non

abita sotto casa, un criminale di cui non si è vittima. Ritroviamo tutti questi soggetti inevitabilmente

accomunati e definiti da slogan quali:”vengono qui solo per rubare”.

In prima battuta, si potrebbe dire che si odio ciò che si teme e che il disgusto è alimentato dalle

nostre istanze di pulizia e ordine, ma, in realtà, non è così.

16

Nella prospettiva di Roberta De Monticelli, questo sentimento sociale identifica l’altro, l’odiato,

con una volontà di male. L’odio punta dritto al cuore dell’odiato e l’odiante sente l’altro come

essenzialmente malevolo, portatore di una volontà malefica occasionale, ma costitutiva della sua

modalità di relazionarsi. L’odio sarebbe sempre una reazione a qualcuno che ha iniziato a farci del

male, a odiarci per primo.

In relazione al fatto che l’altro sia deliberatamente malefico, si individuano 3 possibili modalità di

reagire:

La prima consiste nello smarrimento che si prova quando ci si imbatte in una malvagità che

1) appare senza senso.

La seconda colloca in un altrove rispetto a sé lo svilupparsi del male: si odia perché l’altro è

2) diabolico.

La terza risposta possibile è cominciare a non credere ai propri occhi, a negare che ciò che di

3) orribile è accaduto sia effettivamente accaduto, allontanando da sé gli effetti di un gesto

distruttivo.

Rispetto a queste tre possibili modalità di reazione al male, l’odio si accompagna alla seconda

risposta: perché l’altro è diabolico.

Chi odia per primo non vede mai il volto di un altro e ciò avviene principalmente perché si registra

un’interruzione del sentire l’umanità di se stesso e di chi è prossimo.

L’attacco fisico nei confronti dei cittadini stranieri extracomunitari, dei rom, si dà perché questi

nemici appartengono ad un’altra classe di individui, che può così essere disconosciuta. Ovvero si è

autorizzati a distruggerli prima ancora di poterli riconoscere.

Chi si legittima ad operare una cancellazione dell’altro fatica a coprire il vuoto dato dal non

percepire alcune persone come degne di essere apprezzate ed onorate. L’empatia si annulla

nell’impossibilità di sentire; al suo posto un vuoto atroce e impersonale, incapace di parlare, di

esprimersi, si aggrappa ad una scintilla di odio e ad una volontà malefica per darsi uno spessore.

Disgusto e contaminazione.

6.

Dentro questa incapacità di partecipare emotivamente alle vite degli altri, prima ancora di sentire

odio, può essere il disgusto la prima scossa interiore che conduce al rifiuto della piena umanità degli

altri.

L’idea centrale del disgusto è la contaminazione dell’individuo, un’emozione che comporta marcate

reazioni fisiche di repulsione e che struttura molte nostre abitudini quotidiane, molte relazioni

sociali e che svolge un ruolo influente anche nella politica e nel diritto.

La proiezione sociale del disgusto consiste nel tentativo di emarginare persone o gruppi

associandoli ad un’immagine corrotta della sporcizia del corpo, animalesca e subumana. I più atroci

genocidi, infatti, si sono nutriti di slogan che proiettano sul nemico un’immagine disgustosa.

17

Ma anche ad altri livelli, in altri contesti, il disgusto sociale, ormai misto all’odio, richiede atti di

purificazione che igienizzano il mondo della sporcizia, spesso proprio attraverso il fuoco, quello che

accompagna le esecuzioni del Ku Klux Klan come quello dei roghi nei campi rom.

Nonostante il quadro legislativo europeo in materia di tutela delle minoranze e promozione dei loro

diritti sia tra i più avanzati al mondo, talvolta le politiche dei singoli paesi e le pratiche a livello

locale rendono evidente una crescente insofferenza, anche delle istituzioni, nei confronti della

prossimità urbana di gruppi percepiti come culturalmente e moralmente lontani.

La rimozione di parti di popolazione può avvenire, anche fisicamente, attraverso il confino in

campi, luoghi separati, volti a proteggere i cittadini dalla contaminazione e a preservarli dal

disgusto. Pensati come campi di sosta temporanei per rispondere al bisogno di abitazione di chi

svolgeva lavori itineranti e per garantire alcuni diritti essenziali, questi luoghi si sono trasformati,

soprattutto in seguito dell’intensificarsi dell’immigrazione a partire dagli anni ’90, in vere e proprie

baraccopoli, abitate stabilmente e divenute nel tempo comunità distaccate e territori di

segregazione.

Ma laddove anche i campi si fanno troppo prossimi fino a lambire i confini dell’espansione urbana,

allora l’unica soluzione per placare le rivolte popolari, i roghi e le violenze appare lo sgombero

degli insediamenti, sia autorizzati che abusivi.

In un certo senso, attraverso lo sgombero, quasi mai supportato da percorsi reali di

accompagnamento all’abitazione, si sancisce il loro carattere di banditi, soggetti esclusi dalla

comunità.

Roghi.

7.

Le angosce di essere invasi e il desiderio di difendersi appaiono comprensibili: i continui allarmi

sicurezza e le sbandierate emergenze rom portano inevitabilmente a sentire queste presenze come

pericolose per la propria integrità.

Chi si vede stravolto, dopo un nuovo insediamento, l’ambiente di vita che gli era familiare inizia a

sentire impotenza per non sapere che cosa fare, paura che nulla intorno a lui sarà mai più come

prima e una pulsione ad agire per ritrovare l’ordine sconvolto.

Tutto ciò diventa esasperazione quando ad ogni ora del giorno e della notte un rogo altissimo brucia

immondizia e copertoni, al fine di ripulire il rame rubato o di scarto dalle guaine che lo ricoprono

per poi rivenderlo, intossicando i residenti dei palazzi limitrofi e trasformando quelle aree in

discariche a cielo aperto.

In questo agire collettivo giocano un ruolo chiave anche alcuno processi psicologici di de-

individuazione: questi ultimi aumentano il senso di anonimato del singolo all’interno del gruppo

degli aggressori, limitano il suo senso di responsabilità personale, riducono le elaborazioni di

stimoli rilevanti per i suoi valori e standard morali e la considerazione delle conseguenze dei suoi

gesti, rendendo possibili comportamenti che altrove e in altre situazioni sarebbero inconcepibili.

Attraverso il rogo si cancella ancora prima che si possa creare la stessa possibilità di una

coabitazione; si fa terra bruciata e si bandiscono dal proprio territorio gli ospiti indesiderati.

18

Scelte di campo.

8.

In queste vicende locali confluiscono tutte le difficoltà che riguardano rom e sinti. Questi popoli si

distinguono dalle altre minoranze perché hanno uno status giuridico diverso a seconda che si

trovino nella condizione di cittadini italiani, stranieri ma appartenenti all’ue, extracomunitari,

rifugiati politici, apolidi. Questi sono anche una minoranza volontaria i cui membri aspirano a

mantenere le caratteristiche che li differenziano dalla maggioranza e che perciò aspirano a

determinate garanzie giuridiche che assicurino loro il rispetto di tali caratteristiche da parte della

maggioranza.

A fronte di una mancanza di certezza del proprio status giuridico, della propria abitazione,

dell’accesso ai diritti sociali, lo strumento più razionale di cui si dovrebbe dotare la politica sarebbe

quello di una legge statuale che preveda norme di riconoscimento e di tutela delle minoranze rom e

sinti presenti in Italia e delle loro culture, anche con riguardo alle scelte delle modalità abitative.

Nulla di tutto questo è però all’orizzonte.

Discrimination with a Smile.

9.

In generale, si può dire che l’Italia sia diventata, nell’arco dell’ultimo ventennio, del tutto

assimilabile a quei paesi occidentali che sono stati segnati dal razzismo anche nel secondo

dopoguerra. Le società in questione hanno in comune il fatto che presentano disuguaglianze,

discriminazioni, atti di intolleranza, manifestazioni di ostilità collegati a criteri etnici, che incidono

concretamente sulle forme dell’organizzazione sociale, economica e politica.

In questo aspetto strutturale si coglie la differenza tra un pregiudizio razziale che coinvolge singoli

individui e il razzismo come sistema di distribuzione della ricchezza e del potere.

Di fronte ad attacchi individuali o collettivi di razzismo violento nei confronti di una o più persone

fisiche, la domanda da porsi è quindi se si è in presenza di episodi circoscritti di ostilità,

intolleranza, odio, oppure ci si trova in vere e proprie situazioni di razzismo caratterizzate da

discorsi pubblici.

Alcune forze politiche esprimono, attraverso prese di posizione e slogan, un orientamento

palesemente razzista che permette a molti di rendere quasi naturali atteggiamenti e opinioni in

contrasto con valori fino ad allora prevalenti e che, in questo modo, vengono gradualmente

anestetizzati.

Giunti a questo livello, il razzismo, ormai entrato nelle maglie di alcune amministrazioni, attenua il

suo carattere aggressivo e violento, ma diventa più pervasivo. Si parla allora di discrimination with

a smile, ovvero di quei comportamenti adottati da pubblici ufficiali o da privati cittadini che,

direttamente o indirettamente, comportano una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza

basata sulla razza e che hanno lo scopo o l’effetto di distruggere/compromettere il riconoscimento,

il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in

campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica.

19

Grazie ad una ricerca svolta a livello europeo relativi alla percezione di discriminazione delle

minoranze etniche, emerge una decisa tendenza a vedere ristretti i diritti di queste ultime in svariati

e numerosi contesti.

Nemici pubblici, diritto penale.

10.

Talvolta la discriminazione prende forza addirittura dalla legge, piegata all’obiettivo di distinguere

tra coloro che godono di diritti e gli altri che ne godono in misura minore o non ne godono affatto.

Anche in Italia.

L’inserimento nell’art.61 c.p. di una circostanza aggravante che riguarda ogni fatto che sia compiuto

da un cittadino di un paese extraeuropeo o da un apolide che si trovi illegalmente sul territorio

nazionale, introduce una disparità di trattamento penale, a parità di condotta, proprio a partire dallo

status giuridico dell’autore. A fronte di questo elemento significativo la corte costituzionale ne

dichiara l’illegittimità.

Queste forme di discriminazione introdotte dalla legge proiettano ombre simili a quelle del diritto

penale d’autore dell’epoca fascista e si collocano tra le teorie elaborate da Jakobs sulla necessità di

separare sul piano legislativo tra un diritto penale del nemico e un diritto penale del cittadino.

Jakobs sostiene con fermezza l’introduzione nella legislazione penale di un codice binario:

garantista per gli inclusi, repressiva per gli altri.

CAPITOLO 4: Forme del controllo e spazi urbani.

Le finestre rotte.

1.

In un articolo pubblicato nel 1982 dal titolo Broken Windows, due criminologi, Wilson e Kelling,

descrivono il percorso attraverso cui disordine, paura e criminalità si influenzano reciprocamente.

La violazione di norme sociali condivise riguardanti l’utilizzo di spazi pubblici (cioè i segni di

inciviltà) creano, a loro giudizio, situazioni di degrado e di abbandono di aree che rischiano di

diventare zone preferenziali per lo svolgimento di attività illecite.

Ai primi segnali di degrado, infatti, si tende ad evitare quelle aree percepite come pericolose, che

col tempo, diminuendo il controllo sociale informale esercitato dagli abitanti, diventano sempre più

a rischio di criminalità.

Come sintetizza Barbagli, i segni di inciviltà provocano insicurezza per vari motivi:

In primo luogo, essi vengono visti dai residenti come spie del crollo delle norme che

1) regolano la vita quotidiana e dell’incapacità di farle rispettare da parte di coloro che hanno

questo compito.

In secondo luogo, le persone ritenute responsabili di queste piccole violazioni (es.

2) tossicodipendenti, ubriachi) vengono considerate una minaccia perché imprevedibili e

dunque capaci di tutto, anche di commettere reati violenti.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in servizio sociale (BIELLA - CUNEO - TORINO)
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aledeca93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia della devianza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Prina Franco.

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