ESSERE SANI IN POSTI INSANI:
Rosenhan ci fa riflettere su come le nozioni di normalità e anormalità possano
non essere così corrette come pensiamo. La follia è notoriamente
contraddistinta dalla sanità per la presenza di “sintomi”, tuttavia di recente
questa convinzione è stata messa in discussione, poiché le diagnosi sono nella
mente degli osservatori.
Solo se la sanità fosse sempre riconosciuta correttamente avremmo la certezza
che è distinta dall’ambiente insano in cui si trova.
L’esperimento: introduce otto persone sane (che non hai mai avuto sintomi
apparenti di problemi psichici) in diversi ospedali. Vennero dichiarati nomi e a
volte professioni diverse dalle reali per non destare sospetti, ma per il resto il
racconto della loro vita era invariato.
L’iter era sempre lo stesso: presa dell’appuntamento, presentazione
all’accettazione, dichiarazione di sentire delle voci e ammissione all’ospedale.
Una volta ammessi, si comportavano normalmente come avrebbero fatto nel
quotidiano, tant’è che anche le cartelle del personale presenta le definizioni di
“amichevoli, collaborativi e senza sintomi di anormalità”.
I punti di riflessione sull’esperimento sono alcuni:
- I normali erano ben individuabili come sani, i pazienti che stavano più a
contatto con loro avevano capito che fossero lì per uno studio e avevano
in alcuni casi iniziato ad imitare quei comportamenti, così che fossero
visti come guariti dal personale e nel migliore dei casi dimessi.
- Al momento dell’ingresso nell’ospedale gli veniva affidata un’etichetta,
che non avrebbero più potuto togliersi: le diagnosi non vengono mai
messe in discussione. C’è da aggiungere inoltre che il contatto del
personale con i pazienti è minimo, tendente al nullo, e questo non facilita
né la guarigione, né la possibilità di comprendere che c’è stato un errore.
La resistenza dell’etichetta è tale che: ad es. un paziente dichiarava di
avere avuto prima un rapporto stretto con la madre, poi da adulto più
intimo con il padre, di avere ottimi rapporti con la moglie e i figli con cui
si arrabbiava poco e raramente era arrivato a delle sculacciate. Questa
storia filtrata attraverso l’osservatore, veniva riportata così nella cartella
clinica: rapporti ambivalenti con i genitori sin dall’infanzia, assente la
stabilità affettiva e i tentavi di controllare l’emotività con la famiglia sono
caratterizzati da picchi d’ira e violenta (sculacciate).
I fatti erano inconsapevolmente distorti dallo staff che rimaneva legato
alla necessità di renderli coerenti con la diagnosi di schizofrenia.
NB: un’etichetta psichiatrica produce la sua realtà, che va a toccare sia
l’osservatore che il paziente – diventa una profezia che si autodetermina.
- Durante l’ospedalizzazione i contatti sono minimi. All’inizio erano state
prese diverse misure cautelari per poter tenere un diario senza essere
scoperti, dopo poco gli pseudopazienti iniziarono a scrivere alla luce del
sole poiché si erano resi conto che il personale non prestava
minimamente attenzione a loro. Anzi, spesso gli erano poste domande su
i farmaci che stavano assumendo e non gli veniva neanche fornita una
risposta. Questo è importante soprattutto perché: il tempo che una
persona passa con te è indice di quanta importanza ti attribuisce. Questo
atteggiamento non era dovuto tanto alla fretta per la quantità di lavoro,
ma piuttosto all’etichetta che avevano addosso che creava paura e
distanza.
- Comunissimo era il fenomeno di spersonalizzazione, che alla fine toccava
anche gli pseudopazienti che arrivavano a chiedere a parenti e amici di
portargli materiale che li legasse alla loro professione per mantenere un
contatto con la realtà. In quel contesto i pazienti erano privati della
maggior parte dei loro diritti (ad es. i bagni non hanno le porte, spesso
venivano picchiati per aver avviato un contatto verbale, non erano mai
creduti, ecc.).
Oltre alla paura dello staff, la spersonalizzazione era data proprio dalla
struttura gerarchica dell’ospedale – in cui il contatto con il paziente non è
rilevante e spesso si ricorre a medicinali psicotropi.
Quante persone sono quindi sane, ma non vengono riconosciute come tali?
Le conclusioni dello studio erano sia la necessità di evitare etichette che
portano alla distorsione dei fatti antecedenti, sia informare maggiormente
operatori e ricercatori del campo sulle dinamiche interne al reparto psichiatrico.
Quando i risultati uscirono numero degli ospedali furono indignati e chiesero di
ripetere il test prestando loro maggiore attenzione. Fu accordato e nel periodo
successivo molti tra quelli che si presentavano all’accettazione vennero ritenuti
possibili pseuodpazienti; la verità è che in quel periodo non ne fu mandato
nessuno.
Quindi una maggiore attenzione da parte dell’osservatore potrebbe migliorare
le diagnosi psichiatriche.
LE PROFEZIE CHE SI AUTODETERMINANO:
Watzlawick ci parla di come una profezia che si autodetermina sia una profezia
che solo perché è stata pronunciata diventa realtà. Ad es. se si presuppone di
essere odiato da qualcuno, ci si comporterà nei suoi confronti in modo tale che
si creerà veramente dell’astio.
Il pensiero causale tradizionale prevede che A sia la causa e B l’effetto, quindi
lineare
c’è una causalità che partendo da A ci fa giungere a B. Con le profezie
che si autodeterminano questa temporalità è invertita perché convinti
dell’effetto, immettiamo una causa.
L’azione che risulta da una profezia che crediamo vera, crea una sua realtà che
diventa quindi “autodeterminante”.
Questo è straordinario: possono essere utilizzate anche in maniera intenzionale
nella vita quotidiana. Generalmente però solo una certa quantità di profezie si
autodetermina, come mai? Perché l’elemento fondamentale è che venga
creduta vera così da ottenere effetti sul presente.
Gli esperimenti:
- Oak School; vennero prese in esame le maestre e tutti gli alunni,
sottoposti a inizio anno accademico ad un test per valutarne
l’intelligenza. Da qui vennero (non realmente, ma facendoglielo solo
credere) individuati i nomi dei ragazzi più promettenti della scuola. I
risultati a fine anno accademico mostravano un reale incremento del
rendimento di quei ragazzi.
Il risultato di questo esame sottolineava come possiamo avere effetti
positivi o negativi a seconda di quello che crediamo: siamo noi a
controllare i nostri pensieri e le nostre speranze.
- Animali; studiando il comportamento di diversi animali in laboratorio,
anche su esseri primitivi come lombrichi se si lavorava attraverso
profezie autodeterminanti i risultati erano sbalorditivi.
Il contributo di Rosenhan mostra come i due studi siano legati: le istituzioni
psichiatriche attraverso l’etichetta contribuiscono alla costruzione di quelle
realtà che, una volta ammessi nell’ospedale, dovrebbero essere curate – ma
non esistevano in primo luogo.
- Un altro studio interessante riguarda le Vodoo Death, cioè le morti dovute
alle maledizioni, fenomeno che colpisce gli indigeni, poiché i primitivi
credono di abitare un mondo ostile. Sono in forte aumento gli studi
sull’influenzabilità del sistema immunitario umano da parte di
cambiamenti dello stato d’animo, per suggestioni o fantasticherie.
- Al contrario troviamo l’effetto placebo: se il corpo è portato a credere a
una proprietà curativa, risponderà di conseguenza producendo delle
endorfine, simili ad analgesici che sono stimolate proprio da processi
psichici.
La nostra visione classica del modello causale è scossa dalle profezie che si
autodeterminano, poiché siamo noi a creare la nostra realtà e non esiste una
realtà oggettiva. Tuttavia dove manca l’elemento della fede, la profezia non ha
effetto. Prendendo una decisione consapevole si ha sempre la libertà di
contravvenire a una teoria che predice il proprio comportamento.
In conclusione: se ci convinciamo di poter ottenere sempre il risultato migliore
da ogni situazione, immettiamo le cause per ottenere effettivamente il meglio;
tutto dipende dal controllo dei nostri pensieri.
CODIFICA E DECODIFICA:
La comunicazione è l’emissione deliberata (intenzionale) di un messaggio che
viene codificato e rivolto a dei riceventi (che avranno poi il compito di
decodificarlo).
I sistemi di comunicazione sono quattro:
-verbale, uso del linguaggio nel corso di un atto comunicativo;
-intonazionale, l’intonazione che diamo mostra sentimenti;
-paralinguistico, tutti i suoni che non rientrano propriamente nel linguaggio;
-cinesico, movimento del corpo o del volto.
A questi si possono aggiungere:
-la prossemica (gestione dello spazio, la distanza dalla persona che abbiamo di
fronte dichiara il rapporto che abbiamo con essa)
-l’aptica (il contatto corporeo con cose/persone).
Gli elementi fondamentali per la comunicazione sono quindi: l’intenzionalità, il
messaggio codificato secondo regole socialmente riconosciute e il contesto –
che permette di interpretare correttamente il messaggio.
Codificare il messaggio significa mettere insieme tutti i codici che scegliamo di
utilizzare per comporre un determinato contenuto; i codici sono la matrice di
possibilità a cui attingiamo per formulare i contenuti delle nostre interazioni
(seguono regole comuni e condivise). Nelle interazioni quotidiano mescoliamo
informazioni (su cui abbiamo un controllo minimo o nulla) e comunicazione (la
parte che controlliamo); nella comunicazione cerchiamo di trasmettere all’altro
la nostra migliore immagine (ci si mette letteralmente “la faccia”), sta a chi
riceve accettarla in base soprattutto a quello che trapela su cui non abbiamo il
controllo.
Secondo la scuola di Palo Alto i codici sono distinguibili tra analogici – in cui i
segni che utilizziamo hanno una relazione con quello a cui facciamo
riferimento; i segni sono sempre arbitrari perché hanno in sé solo parte di
quello di cui stiamo parlando – e numerici.
Nessuno ha mai il controllo totale su quello che comunica: nella comprensione<
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