Riassunto completo di:
La storia del mondo in dodici mappe
Jerry Brotton (Feltrinelli, 2017)
Introduzione
Nel 1881, durante gli scavi tra le rovine di Sippar (vicino all’odierna Baghdad), l’archeologo Hormuzd
Rassam portò alla luce circa settantamila tavolette scritte in carattere cuneiformi 2500 anni fa, inviate poi
in Inghilterra. Una di queste, oggi esposta al British Museum, è la “mappa babilonese del mondo”, cioè la
più antica carta geografica che si conosca.
È costituita da due anelli concentrici costruiti intorno a un foro centrale. Al loro interno, cerchi rettangoli e
linee curve, all’esterno otto triangoli. Capiamo che è una mappa dal testo che l’accompagna: l’anello
esterno è il mare, quello interno il mondo abitato; poi ci sono l’Eufrate, la montagna, la palude, Babilonia e
le altre città. I triangoli esterni rappresentano regioni lontane, con animali esotici. Il testo sul retro parla
della cosmologia babilonese, di cui il mondo abitato è il frutto.
Non sappiamo per chi fu realizzata, ma essa ci testimonia uno dei bisogni più antichi dell’uomo: fornire un
ordine allo spazio smisurato e poter vedere la terra per intero, in una tavoletta di pochi centimetri. Benché
questo sia il primo tentativo di rappresentare tutto il mondo, la creazione di “mappe” (rappresentazioni del
paesaggio su una superficie piana) risalgono al Paleolitico (30.000 anni fa). La “mappatura cognitiva” dello
spazio intorno a noi è infatti un processo psicologico comune sia agli uomini che agli animali (marcatura del
territorio, danza delle api…).
La definizione di “mappa” (in latino significava “pezzo di stoffa”; “carta” invece “documento scritto”) fornita
in “History of cartography” (1987) è la seguente: “rappresentazione grafica che facilita una comprensione
spaziale di oggetti, concetti, eventi e processi del mondo”. Lo statuto autonomo delle mappe rispetto ad
altri documenti o ai manufatti artistici è invece relativamente recente, e la loro emancipazione dalla scienza
geografica ancora di più (fin dall’antica Grecia, la geografia consistette appunto nel “graphein”).
L’idea di “mondo” comprende sia l’insieme di elementi fisici, sia un insieme di idee e convinzioni, e le
mappe hanno sempre espresso questo duplice significato. Pur considerate rappresentazioni oggettive, esse
sono sempre influenzate da una certa visione del mondo e a loro volta ne producono una. Già nel
Cinquecento il cartografo fiammingo Abraham Ortelius definì le carte un “teatro del mondo”, ben cosciente
della finzione che stava dietro di esse.
Le mappe del mondo richiedono sempre delle astrazioni per rappresentare l’intera superficie terrestre. Ma
le mappe in generale sono frutto dell’astrazione: rappresentano infatti il mondo sulla base di convenzioni.
L’unica mappa davvero completa dovrebbe essere in scala 1:1, come quelle che troviamo in “Sylvie e
Bruno” di Lewis Carrol (1893) e in “Del rigore della scienza” di Borges (1946), ma quindi ridondante.
Oltre alla scala, c’è il problema della prospettiva: nel corso della storia, la maggior parte delle mappe è stata
egocentrica, e anche oggi Google Maps centra l’utente sulla sua posizione. Si tratta di un meccanismo di
rassicurazione, che mette al centro l’individuo. Anche la scelta di porre il Nord in alto è puramente
convenzionale e tipica dell’Occidente: deriva dall’uso della bussola per tracciare le prime mappe? Ma i
musulmani continuarono a porre il sud in alto anche dopo l’introduzione dello strumento.
Infine, c’è la questione della proiezione, cioè la resa bidimensionale del nostro pianeta sferico. Il concetto
fu elaborato in maniera consapevole nel II d.C. da Tolomeo, il quale introdusse il reticolato geografico.
Tutte le mappe precedenti non adottavano un criterio geometrico, anche perché in molti casi non si
credeva che la terra fosse sferica: furono i Greci a stabilirlo, nel IV secolo. Dopo secoli di tentativi,
nell’Ottocento il matematico Carl Friedrich Gauss dimostrò che una proiezione perfetta non è possibile, ci
sarà sempre distorsione.
Dato che la geografia nacque come disciplina accademica solo nel XIX (distinguendosi appunto dalla
cartografia), lo studio della storia delle mappe è iniziato solo di recente. Nel 1935 il generale russo Leo
Bagrow fondò “Imago Mundi”, la prima rivista dedicata all’argomento e nel 1944 pubblicò la sua “Storia
della cartografia”. Non ne sono state pubblicate poi molte altre e la “History of Cartography”, opera in più
volumi iniziata da Harley e Woodward tarderà ancora molto prima di essere completata.
Del resto, anche gli obiettivi della cartografia scientifica non sono ancora stati realizzati: la Carte de Cassini
(v. cap. 9) non fu mai completata e lo stesso vale per il suo corrispondente mondiale, la Mappa
Internazionale del Mondo. I geografi sono ormai consapevoli che nessuna mappa può essere oggettiva, ma
al massimo realista (e infatti la cartografia raggiunse il culmine nel periodo del Realismo).
Tra le mappe presentate non ce n’è dunque una migliore o una peggiore: ognuna di esse risolve i problemi
della cartografia in modo più o meno scientifico e trasmette una certa visione del mondo che tipica del
contesto storico-culturale di chi l’ha prodotta (o anche della sua soggettività). A sua volta, ciascuna delle
mappe ha fortemente influenzato la visione del mondo dei contemporanei. Questo non vuol dire che
fossero necessariamente, come ha sostenuto qualche studioso, degli strumenti ideologici: sono piuttosto
delle argomentazioni, delle speranze di un mondo diverso.
Capitolo 1 – Scienza
Tolomeo, Geografia, circa 150 d.C.
Fondata nel 334 a.C. da Alessandro il Grande come una “polis”, Alessandria divenne la capitale del regno
dei Tolomei e il centro di diffusione della cultura greca in tutto il mondo ellenistico, grazie alla Biblioteca.
Fondata intorno al 300 a.C., fu una delle prime biblioteche pubbliche al mondo e aveva lo scopo di
conservare una copia di ogni manoscritto conosciuto, in lingua greca e nelle altre (conteneva sicuramente
oltre 100.000 rotoli, tutti catalogati e consultabili). Annesso alla biblioteca, c’era il Mouseion, luogo di
studio e di incontro, che attirò le più grandi menti dell’epoca: Euclide, Callimaco, Eratostene, Archimede…
Intorno al 150 d.C., in quel che rimaneva della Biblioteca (distrutta probabilmente intorno al 48 a.C.),
l’astronomo Claudio Tolomeo scrisse “Guida alla geografia”, dando inizio alla cartografia moderna. L’opera
condensava mille anni di ragionamenti sulle dimensioni e la forma del mondo, secondo criteri scientifici:
forniva ad esempio la latitudine e la longitudine di oltre 8000 località, illustrava i procedimenti per
realizzare le mappe e, soprattutto, definiva cosa fosse la geografia.
L’opera scomparve per circa un millennio, ricomparendo poi a Bisanzio nel XIII, accompagnata da mappe
disegnate da scribi bizantini. In queste, l’Europa, il Mediterraneo, il Nord Africa, il Medio Oriente e alcune
parti dell’Asia risultano ben riconoscibili, le altre parti del mondo erano sconosciute a Tolomeo. L’Oceano
indiano è rappresentato come un lago circondato dall’Africa meridionale che si congiunge con il Sudest
asiatico in una interpretazione molto fantasiosa.
Per il resto però sembra familiare: il nord è in alto, usa un reticolato geografico (come i suoi
contemporanei, Tolomeo sapeva che la terra è sferica) e sono riportati i toponimi. Ma le copie bizantine
riprendevano le mappe originali dell’autore? Non abbiamo altre testimonianze simili dall’antichità, solo
tanti secoli di speculazioni letterarie, filosofiche e scientifiche sulla terra, riprese da Tolomeo.
Gli antichi Greci usavano “pinax” (tavola) per indicare quella che oggi chiameremmo mappa, oppure
“periodos ges” (circuito della terra): entrambi i termini saranno sostituiti dal latino “mappa”, mentre il
termine “geografia” invece rimase. Per i Greci, le mappe non avevano tanto una funzione pratica, ma
piuttosto quella di supportare le trattazioni cosmologiche (Strabone, che a cavallo dell’anno O scrisse la
“Geografia”, riteneva che questa facesse parte della filosofia).
La testimonianza più antica di “geografia” la troviamo in Omero (per Strabone è il primo geografo), nel XVIII
libro dell’Iliade: sullo scudo di Efesto (ekphrasis: descrizione dell’opera d’arte) troviamo infatti una mappa
dell’universo materiale e simbolico greco (legame tra geografia e cosmogonia).
I primi racconti scientifici sull’origine del mondo apparvero invece nella Mileto del VI secolo a.C. e proprio lì
il filosofo Anassimandro (secondo quello che racconta il dossografo Diogene Laerzio nel III secolo d.C.)
disegnò per primo “il profilo del mare e della terraferma”, cioè la prima “geographikon pinaka”.
Di questa non ci è rimasta traccia, però sappiamo che Anassimandro si figurava la terra come un cilindro
sospeso nel vuoto al centro del cosmo. Una faccia del cilindro era disabitata, l’altra conteneva tutto
l’oikoumene, al cui centro stava Mileto oppure l’omphalos (ombelico: pietra sacra) di Delfi. Sulla base dei
racconti di Odisseo e degli Argonauti, è probabile che il filosofo avesse immaginato l’Europa, l’Asia e l’Africa
come enormi isole divise dal Mediterraneo, dal Mar Nero e dal Nilo.
Attorno al 500 a.C., Ecateo di Mileto scrisse il primo trattato dedicato alla Geografia (“Periodos ges”), con
una mappa del mondo che è andata perduta. Dai frammenti capiamo però che doveva essere molto
influenzata da quella di Anassimandro.
Erodoto di Alicarnasso, nel IV libro delle sue Storie, criticò proprio la visione “geometrica” di Ecateo e dei
geografi precedenti: l’Europa è in realtà molto più grande della Libia e dell’Asia e il mondo non è circondato
dall’acqua. Lo storico riteneva infatti che la descrizione della terra dovesse basarsi su viaggi e resoconti (da
cui infatti ricava anche approfondite descrizioni etnografiche).
Con buona pace di Erodoto, però, il paradigma geometrico continuò a prevalere. Fu probabilmente
Parmenide (480 ca.) a suggerire che la terra potesse essere sferica, ma la prima enunciazione scritta di
questa teoria si trova nel “Fedone” di Platone (380 ca.): Socrate, prima della sua morte, spiega che
l’umanità vive in una serie di cavità in cui confluiscono l’acqua e l’aria, ma che sono una brutta copia della
vera terra. Con una mirabile astrazione, dà poi una descrizione della terra dall’alto: sferica come una palla e
intarsiata di diversi colori. Questa visione affascinante influenzò generazioni di geografi.
Si pose allora il problema di stabilire le proporzioni della sfera terrestre rispetto a quella celeste. Eudosso di
Cnido, allievo di Platone, creò un modello di sfere concentriche con la terra al centro e gli astri intorno,
fissando un paradigma per l’astronomia e l’astrologia (zodiaco) dei secoli seguenti. Eudosso inoltre fu
probabilmente il primo a stimare la circonferenza del pianeta (400.000 stadi).
Ad Eudosso si rifece anche Aristotele, che si occupò più volte della forma e delle dimensioni della terra. Nel
“Cielo”, fornisce prove per la sfericità della terra (alone delle eclissi, cambiamenti all’orizzonte…); nei
“Meteorologica” invece divide il globo terrestre in cinque zone climatiche, di cui solo due (quelle
temperate) abitabili. Per le sue considerazioni, Aristotele si fondava sui resoconti dei viaggi e le sue teorie,
poi riprese da Tolomeo, segnarono l’apice della riflessione geografica greca.
Abbiamo però altri esempi precedenti di una geografia empirica e “pratica”. Erodoto, ad esempio, racconta
che Aristagora di Mileto chiese aiuto agli Spartani portando con sé una tavola di bronzo di tutto il mondo
abitato. Nelle “Nuvole” di Aristofane invece due personaggi scambiano battute a proposito di una mappa,
segno che nel V secolo erano già diffuse come oggetti fisici.
Le spedizioni di Alessandro contribuirono notevolmente a espandere le conoscenze sul mondo, anche
perché il macedone, educato da Aristotele all’osservazione empirica, ingaggiò un gruppo di eruditi per
raccogliere dati su flora, fauna, cultura, storia e geografia dei luoghi attraversati. Questi dati, uniti alla
teorizzazione del periodo precedente, cambiarono il modo di realizzare le mappe durante l’ellenismo.
Pitea di Massalia, all’incirca nello stesso periodo di Alessandro, esplorò le coste dell’Europa occidentale e
settentrionale, arrivando forse fino al Baltico, determinò correttamente la posizione del polo nord celeste e
stabilì il nesso tra la latitudine e la durata del giorno. E sempre nello stesso periodo, Dicearco di Messina
compì i primi calcoli su latitudine e longitudine, creando una mappa oblunga (rettangolo) con un parallelo e
un meridiano che si incrociavano a Rodi.
Grazie alla combinazione di diversi saperi, le mappe divennero raccolte enciclopediche di informazioni su
tutto il mondo abitato. Eratostene di Cirene (III secolo), uno dei primi bibliotecari di Alessandria, sintetizzò il
sapere geografico in due importanti opere: “Della misurazione della Terra” e “Geografica”.
Il suo risultato più importante fu poi il calcolo della circonferenza terrestre, grazie allo gnomone: anche se
non sappiamo quanto misurasse esattamente uno stadion, il valore oscillava tra 39 e 46 mila chilometri (e
sono effettivamente 40.075). Eratostene riprende la rappresentazione di Dicearco, immaginandosi che
l’oikoumene avesse la forma di una clamide greca, e calcola le dimensioni dell’oikoumene (non esatte).
Accennò anche all’idea di raggiungere l’India dall’Iberia, se non fosse stato per l’ampiezza dell’Atlantico.
Eratostene, inoltre, si figurò le varie regioni come figure geometriche, per calcolarne l’area: si vede
chiaramente l’influenza del bibliotecario precedente, il matematico Euclide, che con le sue teorie aveva
mostrato come tutto potesse essere risolto secondo calcoli matematici. Oltre al diretto influsso su
Eratostene, la geometria euclidea influenzò fortemente tutta la tradizione geografica fino al XX secolo
(spazio vuoto e omogeneo).
Tra il III e il II secolo, la potenza romana giunse a controllare il mondo greco e la cultura ellenistica iniziò a
decadere. Dal periodo romano, sia repubblicano che imperiale, non ci resta nessuna mappa del mondo:
probabilmente i romani preferivano l’uso pratico delle mappe (guerra, catasti) piuttosto che quello
speculativo. In realtà, una distinzione così netta e ingannevole.
La tradizione ellenistica continuò a Pergamo, dove fu fondata un’altra importante biblioteca. Qui (ci dice
Strabone) il geografo Cratete di Mallo (ca. 150 a.C.) costruì un globo terrestre con quattro continenti
(l’oikoumene, poi le terre dei perioikoi, degli antioikoi e degli antipodoes) separati da una croce oceanica.
A Rodi invece, l’astronomo Ipparco di Nicea (190-120 ca.) scrisse “Contro la geografia di Eratostene”,
confutandone i calcoli sulla base di osservazioni astronomiche. Anche Posidonio (135-50), autore di diversi
trattati in cui descriveva etnograficamente gli abitanti di Spagna, Francia e Germania, mise in dubbio i
calcoli di Eratostene, ma ottenendo risultati ancora più errati.
La “Geografia” di Strabone, scritta tra il 7 e il 18 d.C., rappresenta la fusione tra le tradizioni cartografiche
greca e romana. Ridusse le dimensioni dell’oikoumene ed eluse il problema della proiezione
raccomandando la creazione di un grande globo. Pur riconoscendo l’importanza della filosofia, della
geometria e dell’astronomia, sottolineò anche il fine pratico della geografia per gli statisti e i militari: dallo
studio dell’oikoumene si era passati allo studio dell’orbis terrarum, quel mondo che coincideva con Roma.
Nella “Geografia” di Tolomeo non si trovano tracce della tradizione romana, né accenni alla situazione
politica: la sua opera aveva un carattere spiccatamente erudito, così come il monumentale trattato
astronomico che aveva appena terminato, l’”Almagesto”. In quest’opera riprendeva il modello geocentrico
di Aristotele (ma anche la sua concezione fisica dei corpi celesti) disponendo il sole, la luna e i pianeti su
sfere concentriche. Catalogò poi 1022 in 48 costellazioni, illustrò come predire le eclissi e come spiegare i
moti irregolari dei pianeti.
Per calcolare i fenomeni celesti nelle varie città, conoscendone cioè le coordinate, occorreva però un
“progetto cartografico separato”, così nacque la “Geografia”. Alla fine, il progetto risultò molto più
complesso. Tolomeo infatti confrontò tutte le opere erudite e i resoconti dei viaggi più recenti, riportando
le coordinate di 8000 città e luoghi, dall’Irlanda all’India, ma anche un’enorme quantità di dati su tutto il
mondo conosciut0.
In apertura dell’opera, fa una distinzione importante tra la geografia, cioè la rappresentazione
dell’oikoumene, che ricorre a linee e simboli con un approccio geometrico, e la corografia, ovvero la
cartografia regionale, che rappresentava i paesaggi con maggior dettaglio.
Passa poi a calcolare le dimensioni della terra, dividendo la circonferenza del globo in 360° e arrivando allo
stesso risultato di Posidonio: 180.000 stadi, quindi molto meno della grandezza effettiva. In compenso
riteneva che le dimensioni dell’oikoumene fossero più grandi rispetto a quanto si pensava: calcolò 177°
dalle Isole Fort
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