Introduzione a Moll Flanders
Comparsa nel 1722, dopo 3 anni dal Robinson, la storia di Moll Flanders somiglia molto alla precedente. Seppur i due protagonisti abbiano origini diverse (Robinson fa parte dell'agiata borghesia mercantile, mentre Moll Flanders nasce in carcere da una madre ladra), vivono in due luoghi completamente discordi e l'uomo viene raffigurato come un essere con più virtù rispetto alla donna, che come si legge nel sottotitolo ("fu dodici anni prostituta, cinque volte sposata, dodici anni ladra, otto anni deportata in Virginia"), le somiglianze rimangono.
La solitudine
Queste somiglianze non riguardano solo la modalità della stesura della prosa o la narrazione; se Robinson è un solitario, anche Moll lo è. Vive tra la società, ma fin dall'inizio è senza amici, aspetto che viene punteggiato nell'intero romanzo nonostante le numerose vicende matrimoniali.
L'ambiente
Come Robinson deve sopravvivere in un ambiente ostile e sfavorevole; per l'uno è la natura e per l'altro è la società. Per Robinson, la natura non ha nulla di sorprendente, ma è vista come il nemico da combattere e il terreno su cui sopravvivere. Per Moll vale lo stesso discorso; lei viene gettata nella società, come Robinson sull'isola deserta, trovandosi esposta a pericoli. Infatti, la prima parte del romanzo riguarda l'apprendimento da parte di Moll del fatto che la società è il nemico sempre pronto ad escluderla.
È per questo motivo che si giustifica la lunghezza e la minuzia con cui viene raccontato il primo episodio di seduzione per Moll. Seppur vi sia sproporzione tra questo e la narrazione di anni in poche righe, l'episodio è fondamentale perché costituisce per lei la scoperta della realtà della società. Moll non uscirà delusa dall'episodio, ma realista; d'ora in poi il suo rapporto con la società diventerà quello che Robinson ha con la natura (puramente economico – di sopravvivenza). Col tempo si accorgerà del fatto che nel mondo in cui vive non c'è posto per i sentimenti che quindi i matrimoni erano frutto di un piano per mettersi in affari. Inoltre, dato che la società inganna e aggredisce, imparerà ad usare gli stessi mezzi.
Infatti quando si rende conto che son risultati vani i tentativi di sposarsi con mezzi leciti, ricorre a quelli illeciti e quando si trova lei stessa raggirata e preda alla povertà, ricorre al furto.
Se i primi e i successivi furti, di cui si argomenterà nella seconda parte del romanzo, trovano origine dalla paura di morire di fame, dopo non sarà più così, infatti sarà l'avidità a spingerla a comportarsi in quel modo, tentativo di strappare alla società tutto ciò che questa non le ha concesso.
La vittoria
Con il lieto fine di Moll che si riunisce ad uno dei mariti ritrovato in carcere e trova il benessere e la serenità, avendo così la vittoria sulla società, allo stesso modo accade la stessa cosa in Robinson. Soli in un ambiente ostile, vincono entrambi; questo è il premio concesso dal divino per essersi pentiti (anche Robinson infatti non ha obbedito ai consigli del padre), dovuto alla resistenza, alla tenacia e astuzia con cui affrontano il loro destino.
Le differenze tra le opere
Dopo aver visto solo alcuni dei punti di contatto tra le due opere, vediamo le differenze:
Il destino
La prima differenza sta nel fatto che mentre Robinson potrebbe evitare il suo destino, Moll non può. Robinson davanti a se ha un futuro felice e quando decide di avventurarsi in mare fa una scelta consapevole tra rischio e sicurezza. Spinto dallo spirito d'avventura e dal desiderio di migliorare il suo stato, fugge di casa, s'imbarca e dopo aver naufragato si ritrova solo nell'isola, dove per più di 20 anni lotta con la natura.
Per Moll invece non c'è scelta; la sua lotta con la società è inevitabile, un destino che le viene assegnato fin dalla sua nascita. Seppur vi siano colpe che si devono dare alla sua responsabilità individuale, la sua nascita non è motivo di decisione. La possibilità di scelta è una condizione intenta a caratterizzare le classi sociali; coloro che socialmente appartengono ad una classe umile, non hanno a disposizione quel vantaggio iniziale di cui godono persone come Robinson, ossia i membri della borghesia. Tutto ciò è sottolineato ancora di più nel fatto che Defoe colloca Moll nella società e non in un'isola deserta, ossia in una situazione non eccezionale come quella di Robinson.
Realtà
Defoe ha saputo dare quella concretezza e verosimiglianza alla storia di Robinson al punto che è considerata il primo esempio di realismo narrativo. La realtà emerge dal fatto che Defoe rende Robinson rappresentativo del suo tempo; per la classe sociale, le componenti ideologiche puritane e razionalistiche della cultura inglese Sei Settecentesca: si passa dalla dimensione realistica ma anche favolosa di Robinson, al realistico del romanzo stesso in Moll Flanders.
Gli aspetti negativi
Mentre in Moll vengono espressi gli aspetti negativi dell'anima e del comportamento umano, in Robinson appaiono più rilevanti quelli positivi. Seppur Moll abbia qualità positive che le consentirebbero di sopravvivere, tutto conduce sempre al male e alla corruzione.
La società
Ciò a cui appartiene Robinson e dalla quale poi tornerà, è la società borghese, un mondo fatto di mercanti saggi e onesti, che amministrano con cura le loro sostanze. La stessa società, in Moll Flanders è esempio di egoismo non di solidarietà ed appare il nemico da combattere; la forza che regola tutto è il denaro.
Il denaro
Nell'ultima parte di Robinson, tutto è calcolato, ma è visto da Defoe in modo ironico. In Moll, il fatto che la società sia basata sul denaro costituisce motivo di aspra accusa. Già da bambina Moll, "contemplava l'oro", "contava le ghinee più di mille volte al giorno", si metterà "la borsa in petto"... L'unica ironia sul denaro è fatta nell'ultima parte del romanzo, dove Moll mostrando di avere un po' di soldi durante la deportazione in Virginia, riesce ad avere un viaggio piacevole. Riguardo al denaro, Defoe ne parlerà anche in "The Review", definendo il denaro talmente importante da escludere qualsiasi altro pensiero e sentimento.
Il motivo per cui Moll e quelli come lei sono costretti a pensare in termini materiali e ad eliminare gli affetti, è causato dalla società di cui Robinson è espressione e simbolo. Defoe è dalla parte di Moll e non di Robinson; come nella scoperta del male del mondo, Moll rivela il Defoe puritano, mentre nella denuncia del sistema sociale, si rivela il Defoe polemista e riformista, il difensore delle classi umili.
Defoe e le sue opere
Più che a Robinson, Defoe affida l'immagine della realtà che egli stesso conosce e soffre a Moll Flanders. Moll acquista più corposità e senso della vita rispetto a Robinson. Aspetto dovuto anche al fatto che nella scrittura di Moll l'autore è sessantenne e ha potuto conoscere tutti gli aspetti della vita. È soprattutto in Moll che riversa la sua ricchezza di conoscenza descrivendo luoghi conosciuti come Londra di cui ormai sa ogni segreto, ma è anche valendosi delle proprie esperienze che rappresenta attraverso le avventure picaresche di Moll, le vicende dell'uomo; quindi la rappresentazione della realtà e non la creazione di un mito come in Robinson.
Il linguaggio
Il passaggio da realismo illusionistico a realismo autentico è visibile anche nella differenza di uso del linguaggio. Alla base di entrambi vi è una prosa semplice e pratica che Defoe attinge alla tradizione puritana e giornalistica. Però lo svolgimento del romanzo è in modo diverso dato che, se Robinson è strutturato in una narrazione tra il realismo e la morale, in cui il narratore rimane uno strumento con cui raccontare in modo oggettivo le vicende del protagonista, Moll invece è solo realtà; la narratrice vi partecipa totalmente, narra e rivive la sua storia. In questo modo Defoe trasforma i commenti moralistici in un qualcosa di più costruttivo che manca in Robinson.
Moll Flanders è davvero il romanzo con cui veramente comincia il romanzo moderno e il moderno realismo. È una storia privata. L'originale venne risistemato con nuove parole, alcune parti vennero escluse e altre accorciate di molto dato che la parte viziosa di questa vita era impossibile da raccontare con modestia. L'intero racconto è ripulito da tutte le frivolezze e licenziosità che conteneva; è diretto col massimo scrupolo ai fini di virtù e religione.
I difensori del teatro hanno fatto di questo il loro argomento più forte per persuadere la gente che le loro opere sono utili e che ogni governo più civile e timorato di Dio dovrebbe permetterne la rappresentazione. Sostengono cioè, che queste opere sono dirette a scopi di virtù e che non trascurano, tramite le più vivaci descrizioni, di raccomandare la virtù e i principi generosi e di dissuadere e mostrare nella loro deformità ogni sorta di vizi e depravazione di costumi. Fosse vero che così facessero. Si spera che i lettori vorranno compiacersi più della morale che della favola, dell'applicazione che non della esposizione e dello scopo al quale mira lo scrittore più che alla vita del personaggio trattato.
La prima parte ruota attorno alla vita dissoluta che la protagonista conduce con il giovane signore di Colchester. Prosegue con il pentimento del suo amante di Bath e come questi sia portato ad abbandonarla. Lo scopo è che coloro che leggono potranno trovare qualche insegnamento e farne tesoro. Tutte le imprese di questa illustre signora nelle sue rapine a danno dell'umanità, siano esempi per la gente onesta affinché stia in guardia.
La storia di quando costei si darà finalmente a una vita onesta e a una condotta laboriosa, nella Virginia, in compagnia del suo sposo deportato, è piena di insegnamenti per tutte le creature sfortunate che sono costrette a ricercare sotto un altro cielo come rifarsi un'esistenza, sia per la disgrazia della deportazione, sia per qualche altra calamità. Vi si impara che la buona volontà e l'applicazione ricevono il dovuto incoraggiamento e dimostra che col tempo si possa risollevare la più vile delle creature e rimetterla all'onore del mondo investendola di una nuova parte nella vita.
Restano due delle parti più belle ossia quella della vita della sua governante e quella del marito deportato che però non verranno raccontate perché troppo lunghe. Questo racconto non arriva alla fine della vita di Moll Flanders, ma la vita del marito di lei, dato che è scritta da un terzo, dà un completo ragguaglio di tutti e due: quanto tempo vissero insieme in quella terra, e come tutti e due tornarono, dopo otto anni circa, diventati ricchissimi, in Inghilterra, dove lei visse, sembra, fino alla più tarda età, ma non fu più una penitente così eccezionale come era stata all'inizio (ha sempre parlato con orrore della sua vita precedente, e di ogni momento di questa).
Nell'ultima scena accadono molte belle cose che rendono quella parte della sua vita assai ben accetta, ma non sono raccontate con quell'eleganza che hanno le altre di cui lei stessa si occupa.
La trama
Il mio nome era Moll Flanders. Il mio vero nome è così noto negli archivi e nei registri del carcere di Newgate e vi sono ancora implicati, circa la mia personale condotta, certi fatti così importanti, che non dovrete attendervi che io accompagni al racconto il mio nome o un ragguaglio della mia famiglia.
Mia madre era condannata di delitto capitale per un furtarello che non vale le parole che costa: aveva preso a prestito tre pezze di fine tela d'Olanda nel negozio di un certo mercante in Cheapside. Mi lasciò che avevo circa sei mesi in mani tutt'altro che virtuose.
Qualche parente di mia madre mi prese con sé. Il primo ricordo è che vagabondavo con una banda di zingari e fu a Colchester nell'Essex che fui io a lasciarli; venni raccolta da qualcuno degli incaricati della parrocchia quando non avevo più di tre anni.
Si presero cura di me te, tanto che divenni una delle loro orfane come se fossi nata in quel posto. Mi sistemarono presso una donna che era povera, ma aveva visto tempi migliori e ricavava un piccolo sostentamento.
Aveva pure una piccola scuola in cui insegnava alle bambine a leggere e a fare altri lavori. Le educava anche molto religiosamente, essendo una donna molto posata, pia e di buoni costumi. Stetti là fino a quando ebbi otto anni.
Avevano deciso che entrassi a servizio, ma dissi alla mia balia che credevo di potermi guadagnare la vita senza andare a servizio, se voleva essere così buona da darmi il suo consenso. Il dialogo commosse la mia buona e materna balia che così decise che per il momento non sarei andata a servire.
La mia balia ne parlò al sindaco e così egli mandò la moglie e le due figlie a farci visita e visitare la scuola e le bambine. Dicevo di voler fare la signora; quel che io intendevo, era di potere lavorare per conto mio e guadagnare quanto bastasse per non andare a servire, mentre quelle intendevano fare la gran vita e non so che altro.
La moglie del sindaco cominciò a capire cosa intendessi per far la signora e cioè niente più che guadagnarmi il pane con il mio lavoro. Avevo allora circa dieci anni. Avevo spesso sentito dire dalle dame che ero carina e sarei diventata una vera bellezza, vi assicuro che me ne gonfiavo non poco. Ma questa presunzione non ebbe su di me per il momento nessun cattivo effetto.
La mia buona balia ogni volta che mi regalavano del denaro, lo impegnava per me. Arrivò il giorno che davvero i magistrati ordinarono che andassi a servire. Ero diventata così una buona lavoratrice, tanto che la mia balia disse ai magistrati che se le concedevano l'autorizzazione mi avrebbe tenuta per far di me il suo aiuto maestra; anche se molto giovane ero sveltissima nel mio lavoro.
La mia vecchietta destinava tutto il denaro per me come una mamma, conservandomi tutto, costringendomi ad averne cura e farne il miglior uso possibile, perché era una massaia coi fiocchi. Una delle dame manifestò il desiderio di avermi in casa sua. Mi tenne per una settimana. Dopodiché tornai a casa e vissi un altro anno con la mia onesta vecchietta per la quale cominciavo ad essere di aiuto.
Avevo quattordici anni e tre mesi quando la mia vecchia cara balia, una mamma dovrei piuttosto chiamarla, si ammalò e morì. Quanto a ciò che la balia lasciava, venne una sua figlia donna sposata, che si impadronì di tutto e mentre sgomberava la roba mi cacciava di casa. L'onesta vecchia aveva avuto in mano sua ventidue miei scellini, che erano tutto il patrimonio della piccola signora in questo mondo, e quando li chiesi alla figlia, costei mi malmenò e disse che non ne sapeva nulla.
La figlia in seguito fu tanto onesta da consegnarmeli, benché prima mi avesse trattata in modo crudele. Ora sì ch'ero una povera signora sul serio, e proprio quella notte sarei stata cacciata per l'immenso mondo. Qualche vicino abbia avuto tanta compassione da avvertire la dama che mi aveva accolta nella sua famiglia; e quella mandò la cameriera a prendermi.
La mia nuova generosa padrona superava la buona vecchia, con la quale stavo prima eccetto nell'onestà. Ci stetti fino a diciassette o diciotto anni. La dama faceva venire i maestri ad insegnare alle sue figlie e nonostante non fossero destinati ad istruire me, imparai a ballare, suonare il clavicembalo e parlare francese bene quanto loro. I miei erano tutti doni di natura. Ero più bella di tutte loro, meglio fatta e cantavo meglio in più avevo la solita vanità del mio sesso.
In tutto questo periodo della mia vita, avevo il carattere di una posata, modesta e virtuosa giovane; non avevo avuto fino ad allora occasione di pensare ad altro o di sperimentare cosa fosse una cattiva tentazione. La mia vanità fu la causa della mia rovina. La dama che mi teneva in casa sua, aveva due figli; il più anziano cominciò a osservare in tutte le occasioni quanto fossi carina, simpatica, ben portante secondo lui.
Ogni tanto sentivo che dicevano un sacco di belle cose sul mio conto, che stuzzicarono la mia vanità, ma, come presto mi accorsi, non erano la via buona per aumentare il mio credito nella famiglia, poiché il fratello minore e la sorella si bisticciarono gravemente a questo riguardo.
Un giorno il fratello maggiore arrivò su per le scale fino alla camera in cui le sorelle si riunivano per lavorare ed entrando trovò solo me; tenendomi tra le braccia, mi baciò tre o quattro volte. Mi disse che si era innamorato di me e le sue parole mi incendiarono il sangue. Il problema era che io facevo sul serio mentre quel signore no. Da quella volta non ero più io.
Si presentò l'occasione in cui le damigelle erano uscite in visita in compagnia della madre; il fratello non era in città e il padre a Londra per una settimana. Così ricominciò il gioco, mi tenne tra le braccia e iniziò a baciarmi: la verità è che la cosa mi piaceva troppo per resistergli. Mi fece un lungo discorso dicendomi quanto lo facessi star bene e quanto mi amasse; io risposi poco o nulla, ma mi accorsi di essere sciocca a non capire a cosa mirasse. Mi buttò distesa sul letto, non tentò su di me nessuna villania, soltanto non smetteva di baciarmi; mi mise in mano cinque ghinee...
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