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Introduzione e paradigmi nella ricerca sociale

Per metodologia della ricerca sociale si intende un discorso critico sui metodi di ricerca scientifica. Per tecniche si intendono le specifiche procedure operative, riconosciute dalla comunità scientifica e trasmissibili per insegnamento, di cui una disciplina scientifica si avvale per l’acquisizione e il controllo dei propri risultati empirici (empirico=contrapposto a razionale). Si dice tecniche e quindi al plurale, contro il singolare di metodologia, poiché le tecniche da applicare sono molte, ma la riflessione su di esse è una sola.

Kuhn e i paradigmi delle scienze

La parola paradigma ha un’origine antica nella storia del pensiero filosofico: è stata utilizzata da Platone e da Aristotele nell’accezione di esempio. Nelle scienze sociali, invece, a questo temine vengono attribuiti numerosi significati: teoria, sistema di idee di ordine prescientifico, corrente di pensiero o scuola, etc.

Nel 1960 lo studioso Thomas Kuhn ha riproposto una definizione del termine paradigma nella sua opera “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”. La riflessione di Kuhn ha come oggetto lo sviluppo storico delle scienze ed il fatto che esistano delle anomalie, delle accidentalità, in cui si interrompe il rapporto di continuità con il passato e si inizia un nuovo corso. Quando tali anomalie diventano ingenti, si verifica una situazione di crisi che potrà essere superata solo quando gli scienziati apporteranno soluzioni, generando una rivoluzione.

Dunque, per Kuhn un paradigma è una visione teorica, condivisa e riconosciuta dagli scienziati, fondata su acquisizioni precedenti della disciplina stessa, che opera indirizzando la ricerca in termini di individuazione e scelta dei fatti rilevanti da studiare, di formulazione delle ipotesi e di predisposizione dei metodi e delle tecniche di ricerca necessari. Le scienze sociali sono prive di un paradigma condiviso dalla comunità scientifica, ad accezione dell’economia, in quanto gli economisti sono d’accordo sulla definizione di economia. In questo senso le scienze sociali si troverebbero in una condizione preparadigmatica.

Nella storia della sociologia è difficile individuare un paradigma predominante, condiviso da tutti i sociologi, questo per reattività del soggetto studiato, individualità, complessità delle cause, difficoltà di realizzare un esperimento. Per tentare di applicare un paradigma alla sociologia è stata rivista l’interpretazione di Kuhn ed è stato riformulato il concetto di paradigma: è una visione teorica che definisce la rilevanza dei fatti sociali, fornisce le ipotesi interpretative, orienta le tecniche della ricerca empirica. L’unico carattere originario che non viene considerato nella nuova definizione è la condivisione da parte della comunità scientifica. Così facendo si apre la possibilità dell’esistenza di più paradigmi all’interno di una stessa disciplina e la sociologia da preparadigmatica diventa disciplina multiparadigmatica. Tale interpretazione del concetto di paradigma è l’interpretazione più diffusa e corrisponde all’uso corrente del termine nelle scienze sociali.

Tre questioni di fondo

Una delle funzioni del paradigma è quella di definire il metodo e le tecniche di ricerca accettabili in una disciplina. Sono due i paradigmi fondativi della ricerca sociale:

  • Visione empirista (positivismo);
  • Visione umanistica (interpretativismo).

Questi paradigmi non sono teorie sociologiche, bensì concezioni generali sulla natura della realtà sociale, sulla natura dell’uomo e sul modo con il quale questo può conoscere quella. Tali paradigmi possono essere ricondotti a tre questioni fondamentali:

  • Questione ontologica (essenza): l’ontologia è quella parte della filosofia che studia l’essere in quanto tale; dal greco óntos (essere) e lógos (riflessione). È la questione del “che cosa”; riguarda la natura della realtà sociale e la sua forma. Ci si interroga se il mondo dei fatti sociali sia un mondo reale e oggettivo con un’esistenza autonoma al di fuori della mente umana e indipendentemente dall’interpretazione che ne dà il soggetto.
  • Questione epistemologica (conoscenza): l’epistemologia è la riflessione sulla conoscenza scientifica; dal greco espistème (conoscenza certa) e logos (riflessione). È la questione del rapporto fra il “chi” e il “che cosa” e dell’esito di tale rapporto. Essa riguarda la conoscibilità della realtà sociale e si sofferma sulla relazione tra studioso e realtà studiata.
  • Questione metodologica (metodo): dal greco méthodos (metodo) e logos (riflessione), inteso come corpo organico di tecniche. È la questione del “come”, cioè come la realtà sociale possa essere conosciuta. Riguarda, quindi, la strumentazione tecnica del processo conoscitivo.

Le tre questioni sono intrecciate tra di loro, sia perché le risposte date ad ognuna sono influenzate dalle altre due, sia perché è difficile distinguere i confini delle tre questioni. La profonda differenza tra i due paradigmi (positivismo e interpretativismo) emerge dalle risposte che essi danno alle domande principali a cui si trova di fronte la scienza sociale. La realtà sociale esiste? -> ontologia. È conoscibile? -> epistemologia. Come può essere conosciuta? -> metodologia.

Positivismo

La sociologia nasce a metà 1800 sotto gli auspici del pensiero positivista. Il paradigma positivista studia la realtà sociale utilizzando:

  • Apparati concettuali: le categorie di “legge naturale”, di “causa-effetto”, di “verifica empirica”, di “spiegazione”, etc;
  • Tecniche di osservazione e misurazione: l’uso di variabili quantitative anche per fenomeni qualitativi (orientamenti ideologici, capacità mentali, stati psichici);
  • Strumenti di analisi matematica: l’uso della statistica, dei modelli matematici, etc.;
  • Procedimenti di inferenza: il passaggio dall’osservazione particolare alla legge generale.

Auguste Comte, il profeta del positivismo sociologico ottocentesco, ritenne che l’acquisizione del punto di vista positivista rappresenti in ogni scienza il punto finale di un percorso che ha attraversato gli stadi teologici e metafisici. Tale itinerario si realizza prima nelle scienze della natura inorganica (astronomia, fisica, chimica); successivamente in quelle della natura organica (biologia); infine nella materia più complessa, cioè la società, portando così alla costituzione di una nuova scienza: sociologia o scienza positiva della società.

Il primo vero sociologo positivista è stato Durkheim, il quale ha tradotto i principi del positivismo sulla teoria del “fatto sociale come cosa”. I fatti sociali sono modi d’agire, di pensare, di sentire che presentano la proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali. Ad esempio, quando si assolvono i doveri di cittadino, tali doveri non sono stati fatti dall’essere umano, ma sono stati ricevuti attraverso l’educazione. I fatti sociali, anche se non sono entità materiali, hanno le stesse proprietà delle cose del mondo naturale. Essi non sono soggetti alla volontà dell’uomo, anzi resistono al suo intervento, lo condizionano e lo limitano. I fatti naturali, inoltre, funzionano secondo proprie regole, possiedono una struttura deterministica che l’uomo può scoprire attraverso la ricerca scientifica. Da qui nasce l’assunto di un’unità metodologica fra mondo naturale e mondo sociale, in quanto si possono studiare con la stessa logica e lo stesso metodo.

Dunque, la metodologia positivista si basa su una realtà sociale al di fuori dell’individuo, oggettivamente conoscibile e studiabile con gli stessi metodi delle scienze naturali. Nel positivismo il razionalismo è induttivo (passaggio dal particolare all’universale). Alla base del positivismo c’è sempre l’entusiasmo per la conoscenza positiva di tipo scientifico e la considerazione della scienza e del suo metodo come unica conoscenza valida ed efficace in tutti i campi del sapere umano.

Neopositivismo

Nel corso del ‘900 si è sviluppato all’interno del positivismo un processo di revisione e di aggiustamento al fine di poter superare i limiti intrinsechi di tale movimento filosofico. Dal 1930 al 1960 si è sviluppato il neopositivismo, mentre a partire dalla fine degli anni ’60 si è diffuso il postpositivismo. Il neopositivismo ha origine dalla scuola del positivismo logico. Tale movimento è nato intorno alle discussioni di un gruppo di studiosi, chiamato “circolo di Vienna”. Il neopositivismo ebbe una grande diffusione e influenzò diverse discipline, come la sociologia.

Il neopositivismo assegna un ruolo centrale alla critica della scienza, ridefinendo anche il compito della filosofia, la quale deve dedicarsi all’analisi critica di quanto viene elaborato nelle teorie delle singole discipline. In questo movimento di pensiero sono centrali le questioni epistemologiche e uno dei postulati è la convinzione che il senso di un’affermazione derivi dalla sua verificabilità empirica. La conseguenza della diffusione del neopositivismo fu lo sviluppo di un nuovo modo di parlare della realtà sociale, utilizzando un linguaggio tipico della matematica e della statistica, detto linguaggio delle variabili. Ogni oggetto sociale, a cominciare dall’individuo, veniva definito sulla base di attributi e proprietà. In questo modo la variabile diveniva la protagonista dell’analisi sociale.

Le teorie neopositiviste abbandonano la caratteristica di leggi deterministiche per assumere quella della probabilità [previsti elementi di accidentalità, la presenza di disturbi e fluttuazioni (incertezze)]. Nel neopositivismo è stata aggiunta una nuova categoria, quella della falsificabilità, usata come criterio di validazione empirica di una teoria. Tale categoria stabilisce che il confronto fra teoria e ritrovato empirico non può avvenire in positivo, cioè attraverso la prova o verifica che la teoria è confermata dai dati; ma si realizza in negativo, mediante cioè la constatazione che i dati non contraddicono l’ipotesi. In questo modo l’ideale scientifico dell’epistème, cioè della conoscenza certa e dimostrabile, si è rivelato un mito.

Postpositivismo

Secondo il postpositivismo l’osservazione empirica non è una fotografia oggettiva, bensì dipende dalla teoria (anche la semplice registrazione della realtà dipende dalla finestra mentale del ricercatore, da condizionamenti sociali e culturali). Fermo restando che la realtà esiste indipendentemente dall’attività conoscitiva e dalla capacità percettiva dell’uomo, l’atto del conoscere rimane condizionato dalle circostanze sociali e dal quadro teorico in cui si colloca. L’affermazione che non esiste una separazione netta fra concetti teorici e dati osservati fa venir meno anche le ultime certezze del positivismo: l’oggettività del dato rilevato, la neutralità e l’intersoggettività del linguaggio osservativo. Tale movimento afferma, inoltre, che le leggi naturali e sociali sono probabili e aperte a revisione (la natura della conoscenza scientifica è provvisoria).

Il post-positivismo ridefinisce i presupposti iniziali e gli obiettivi della ricerca sociale, ma il modo di procedere empiricamente ha alla base il linguaggio osservativo di sempre, fondato sull’operativizzazione, sulla quantificazione e sulla generalizzazione (approccio standard).

Interpretativismo

L’interpretativismo (paradigma interpretativo) comprende tutte quelle visioni teoriche per cui la realtà non può essere solo osservata, ma è necessario che venga interpretata (approccio non standard).

Il primo ad introdurre tale approccio fu il filosofo tedesco Wilhelm Dilthey. Egli, in una sua celebre opera, distingue tra:

  • Scienze della natura: l'oggetto di tali scienze è costituito da una realtà esterna all’uomo che rimane tale anche nel corso del processo conoscitivo, il quale assume la forma di spiegazione. C’è distacco tra studioso e realtà studiata;
  • Scienze dello spirito: non è presente la separazione tra studioso e realtà studiata e quindi la conoscenza può avvenire solo attraverso la comprensione.

Negli stessi anni un altro studioso tedesco, Windelband, ha proposto una distinzione collegabile a quella di Dilthey:

  • Scienze nomotetiche: finalizzate all’individuazione di leggi generali;
  • Scienze ideografiche: orientate a cogliere l’individualità dei fenomeni, la loro unicità e irripetibilità.

È con Max Weber che l’interpretativismo entra nel campo della sociologia, attraverso il concetto di scienza dello spirito. Secondo Weber le scienze sociali si distinguono da quelle naturali perché hanno come obiettivo quello di studiare i fenomeni sociali nella loro individualità. Il metodo usato da Weber è la comprensione dell’azione individuale, procurandosi i mezzi di informazione sufficienti per analizzare le motivazioni che hanno ispirato l’azione. L’osservatore comprende l’azione del soggetto osservato solo quando può concludere che, nella stessa situazione, egli avrebbe agito nel medesimo modo. Quindi, la comprensione weberiana presuppone che l’osservatore si metta al posto dell’attore, ma la soggettività del secondo non è necessariamente subito trasparente per il primo. Da questo orientamento intervengono i tipi di ideali che sono forme di agire che possono essere riscontrate in modo ricorrente nel comportamento degli individui. I tre tipi di ideali di Weber sono:

  • Potere carismatico;
  • Potere tradizionale;
  • Potere razionale-legale.

Il tipo di ideale weberiano si ritrova in tutti i campi del sociale. Esempi di tipi di ideali: capitalismo (strutture sociali), burocrazia (istituzioni), agire razionale (comportamento dell’individuo). Questi tipi di ideali non devono essere confusi con la realtà, in quanto sono costruzioni mentali dell’uomo, modelli teorici che aiutano il ricercatore ad interpretarla.

Le uniformità che il ricercatore persegue ed individua nella sua interpretazione della realtà sociale, non sono leggi, ma connessioni causali o, per meglio dire, enunciati di possibilità: se accade A, allora il più delle volte si verifica anche B. Dunque, non si può raggiungere l’obiettivo di stabilire i fattori determinanti di un certo evento sociale o di un certo comportamento individuale, ma si può raggiungere quello di tracciarne le condizioni che lo rendono possibile.

Weber ha elaborato i propri concetti su un piano macrosociologico, interessato a capire l’economia, lo stato, il potere, la religione e la burocrazia, al contrario della prospettiva microsociologica, secondo la quale se la società è edificata a partire dalle interpretazioni degli individui ed è la loro interazione che crea le strutture, è proprio a questa interazione che bisogna interessarsi per capire la società. Da qui deriva la scoperta di un nuovo campo di indagine per la sociologia: il mondo della vita quotidiana.

Radicalizzazioni e critiche

Una radicalizzazione del positivismo consiste nel riduzionismo, cioè nel ridurre la ricerca sociale ad una mera raccolta di dati senza un'elaborazione teorica che li supporti. In questo modo la ricerca sociale diventa una massa sterminata di dati minuziosamente rilevati, misurati e classificati, ma non coordinati tra loro, privi di connessioni significative, incapaci di rendere una conoscenza adeguata dell’oggetto cui si riferiscono.

Un’altra critica al positivismo fa riferimento all’assunto secondo il quale le categorie osservative siano indipendenti da quelle teoriche. In altre parole, non è possibile sostenere che le forme di conoscenza non siano storicamente e socialmente determinate e quindi dipendenti dalle teorie utilizzate.

Per quanto riguarda l’interpretativismo, le critiche maggiori sono rivolte ai filoni sviluppatisi dalla teoria originale di Weber, per un estremo soggettivismo che esclude la possibilità dell’esistenza della scienza sociale (se tutto è soggettivo e unico, non c’è la possibilità di andare oltre la persona e non si possono fare generalizzazioni sovra individuali e quindi si nega l’oggettività della conoscenza) e perché l’interpretativismo esclude dai propri interessi le istituzioni, cioè gli oggetti per eccellenza della riflessione sociologica.

Ricerca quantitativa e qualitativa

Paradigma neopositivista: “Crime in the Making”

Per evidenziare le differenze tra i due approcci è possibile analizzare le ricerche condotte sulla stessa tematica: la delinquenza giovanile. La ricerca “Crime in the Making” parte dal ritrovamento, nelle cantine dell’Università di Harvard, di 60 scatoloni contenenti il materiale di un’importante ricerca longitudinale o diacronica, raccolto in 24 anni, tra il 1939 e il 1963, da due coniugi e utilizzato solo parzialmente per le loro ricerche. (Longitudinale o diacronica= studi su un gruppo di individui lungo un intero periodo – Trasversale o sincronica= studi su un gruppo di individui in un dato momento). Sampson e Laub decidono di rianalizzare tali dati utilizzando l’analisi secondaria per rispondere ai nuovi interrogativi nati a seguito degli sviluppi della ricerca sulla devianza minorile. La ricerca è stata condotta su 500 “autori di reato” e 500 “non autori di reato” giovani, maschi, bianchi, aventi, all’inizio dell’

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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