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Riassunto lezioni Storia dell'impresa e del management

Appunti di storia dell'impresa e del management basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Leonardi dell’università degli Studi di Trento - Unitn, facoltà di economia, Corso di laurea magistrale in economia e legislazione d'Impresa. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Storia dell'impresa e del management docente Prof. A. Leonardi

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Nonostante queste difficoltà, l’avvio delle grandi imprese francesi avviene tra le due

guerre mondiali a causa della messa fuori gioco di molte imprese tedesche che

rafforza la posizione delle imprese francesi sul mercato in vari settori:

ambito siderurgico:

* nonostante non ci fossero imprese francesi in grado di

competere con Crup, c’è la Schneider, attivo già prima della prima guerra mondiale e

che riesce a rafforzarsi nel periodo infrabellico grazie al fatto che adotta metodologie

di organizzazione che si basano sul triplice investimento esattamente come aveva

fatto la grande impresa siderurgica tedesca durante la belle epoque: assorbe imprese

minori, realizza poli produttivi in cui concentra l’intera filiera produttiva e mette in

campo una capacità produttiva di particolare rilievo.

settore della produzione dell’alluminio

* : protagonista è la Pechiney che riesce a

raggiungere posizioni di primato a livello europeo e posizioni significative a livello

mondiale; produce di tutto dal pentolame alle fusoliere delle aeree.

settore della lavorazione del vetro:

* vede lo sviluppo della Saint Gobain, un’impresa

nata durante il periodo del coulbertismo (periodo mercantilista, una politica economica

che vede l’affermazione grazie anche all’intervento dello Stato, della produzione

interna al fine di soddisfare i segmenti di mercato che sarebbero stati soddisfatti

grazie alle importazioni: se l’imprenditoria locale non avvia la produzione in

determinati ambiti lo deve fare lo stato o quanto meno incentivarlo [Teoria

mercantilista: favorire esportazioni e disincentivare le importazioni]), che dalla

produzione di bottiglie di vetro si era orientata nella produzione di vetri per l’industria

automobilistica (cruscotti e lunotti); dunque parte da impresa di Stato per cambiare

ruolo nel periodo infrabellico.

settore elettrico:

* in questo settore era partita precocemente, ma non era arrivata a

risultati eclatanti; in questo periodo si è affermata la Thomson-Houston che allaccia

una joint venture con la General Electric; a fianco ad essa vede il sorgere della CGE

che però si occupa solo di produzione e distribuzione (non di produzione

elettrotecnica); si può dire quindi che in questo campo si vede qualche segnale

d’innovazione, sempre sfruttando il crollo dell’economia tedesca.

settore automobilistico:

* ci sono tre case importanti che avevano mosso i primi passi

come produttori di nicchia nel periodo prebellico, ma che si svilupperanno nel periodo

infrabellico: Renault, Peugeot e Citroen; queste tre assumono ruolo di leader europei,

anche se non sono nemmeno paragonabili alle Big3 americane; la crescita

settore della lavorazione della gomma

dell’industria automobilistica è d’incentivo al

con Michelin che diventa leader europea nella produzione di pneumatici.

settore chimico:

* grande sviluppo sempre sfruttando il crollo dello stesso settore

tedesco; emergono due imprese, grazie a una serie di fusioni nel periodo infrabellico,

Rhone-Poulenc e Kuhlmann che partono dalla produzione di esplosivi e ammoniaca e

diventano sempre più forti nella petrolchimica, carbochimica, chimica farmaceutica,

produzione di coloranti artificiali…

Tutte queste imprese che si sono sviluppate in tutti questi ambiti operativi si articolano

come U-form, solo molto lentamente alcune di esse assumono una fisionomia

multidivisionale; questa loro lentezza nel realizzare economie di diversificazione

accanto ad economie di scala è ciò che le rende più fragili nel mercato internazionale,

ma questa lentezza è legata alle difficoltà di approvvigionamento finanziario che le

imprese riscontrano in tutta la loro storia, anche successivamente alla Seconda guerra

mondiale, fase in cui proveranno ad espandersi, ma proprio per la difficoltà di reperire

capitali andranno incontro a momenti critici in cui sarà necessario l’intervento diretto

dunque l’elemento che ha reso difficile la trasformazione da U-form a M-

dello Stato;

form è stato il sistema finanziario francese, che è rimasto sempre molto fragile a

causa dell’esperienza finita malamente del Credit Immobilier che ha intaccato

pesantemente e per molti anni l’intero ambiente finanziario francese. costretto lo

Le difficoltà finanziarie ed i problemi già visti col capitale umano hanno

Stato francese ad intervenire più volte per sopperire alle difficoltà delle imprese , si può

capitalismo assistito,

dire che il sistema francese è un pur restando un’economia di

mercato: anche in Germania si era visto un intervento massiccio statale (acciaierie

pubbliche…), ma in tempi diversi perché quelli francesi sono tempi che sembrerebbero

tali da non richiedere interventi statali.

Lo Stato francese diventa protagonista in economia almeno in tre casi:

- ‘36/’37: intervento figlio della grande depressione

- tra la fine della guerra e il ‘48

- ‘82/’83: dura un decennio ed è il più eclatante perché interviene su settori portanti

del sistema produttivo francese nonostante le leggi europee

Gli interventi statali assumo un ruolo di difesa e valorizzazione di quelli che sono i

“campioni nazionali”: imprese che lo Stato ritiene strategiche per l’economia nazionale

e che quindi non possono essere lasciate cadere.

Nell’82 alcune imprese stavano fallendo, tra cui Renoult: in quest’ultima lo Stato

interviene acquisendo il pacchetto di controllo, rifinanzia l’impresa, i manager pubblici

in questo caso riescono a rilanciarla, tanto che nel 1993 può essere rimessa sul

mercato e privatizzata nuovamente.

Questa crisi colpisce imprese quasi tutti i grandi settori che vedono l’intervento della

mano pubblica che risolve una situazione di debolezza dell’organizzazione interna.

Ma lo Stato non interviene solo in casi di difficoltà, infatti interviene anche nei casi in

cui industrie francesi investano in progetti di grandi rilievo (Joint venture

internazionali), sono due i casi eclatanti, entrambi nell’ambito dell’industria

aeronautica:

Progetto Concorde:

1) che era legato alla realizzazione di un aereo supersonico per il

trasporto civile, ma si rileverà un fallimento perché aveva bisogno di aeroporti speciali,

aveva costi di gestioni altissimi e un incidente tragico e quindi la Joint venture con gli

inglesi venne interrotta

Progetto Airbus:

2) è una Joint venture fraco-tedesca; parte a metà anni ’60 per 10

anni l’impresa è in perdita, ma poi quando molte compagnie aeree iniziano ad

acquistare gli aerei l’impresa inizia a produrre utili e distribuire dividendi permettendo

un rafforzamento della compagnia stessa; oggi è uno dei Big3 a livello mondiale.

Nel campo di elettronica e informatica i francesi hanno capito prima il potenziale

rispetto ai tedeschi, hanno fatto delle collaborazioni con americani e giapponesi così

come si vede il sorgere della Bull nella produzione di computer, nonostante non

possedessero grandi conoscenze elettrotecniche come i tedeschi.

Negli anni ’90 si è passati alla privatizzazione di molte delle rivalorizzate imprese

nazionalizzate.

Nell’ambito automobilistico c’è un caso che è riuscito a risanarsi senza l’intervento

statale: Pegeut rileva Citroen, due imprese che non andavano benissimo, ma che

insieme, dando vita a PSA sono riuscite ad emergere e oggi, seppur esistano ancora

due marchi, l’impresa è unica; in tempi recenti sono state fatte importanti Joint

ventures con Toyota.

LA GRANDE IMPRESA NELL’UNIONE SOVIETICA

E’ interessante perché è un caso di ECONOMIA PIANIFICATA, anche se oggi esiste solo

in Corea perché quasi ovunque tutto si basa sulla base dell’accordo tra domanda e

offerta.

E’ importante confrontare il ruolo dell’impresa nell’economia di mercato e quello

nell’economia pianificata.

In un’economia pianificata non esiste la dialettica tra domanda e offerta perché tutto è

stabilito da un decisore unico che individua le priorità nei bisogni o nei desideri da

soddisfare e finalizza l’attività produttiva e distributiva al raggiungimento degli

si organizza tutto sulla base di ciò che è ritenuto più

obbiettivi che ritiene strategici:

immediatamente necessario per il benessere dei cittadini ed il prestigio dello Stato .

Il problema è che molto spesso si è accantonato il benessere dei cittadini a favore del

prestigio dello Stato.

L’URS non è solo composta dalla Russia, ma anche da altri territori essendo

considerata l’erede del grande impero zarista; dunque è composta da territori

sterminati, la presenza di più razze (Europei e Asiatici insieme), varie religioni e una

moltitudine di risorse minerarie.

Nonostante questo si scopre che alla vigilia della prima guerra mondiale è un paese

arretrato, i motivi sono vari:

1) un grande problema sono proprio le enorme distanze che separano i pochi centri

urbani rendono difficilmente utilizzabili le grandi risorse di cui il paese dispone

2) pochezza del capitale umano: l’URS è sottopopolato in proporzione alle sue

dimensioni

3) fragilità del capitale umano stesso: si manifesta sulla stratificazione sociale, infatti

solo nel 1867 vede il paese uscire da una situazione di persistenza di organizzazione

sociale da antico regime: fino a questi anni i contadini erano schiavi dei proprietari

terrieri, nel 1867 viene abolita la schiavitù, ma si crea un modello organizzativo che

tiene la popolazione contadina in una posizione di forte subalternità e quindi crea il

clima per il sorgere di movimenti rivoluzionari

Le tecnologie che aveva a disposizione l’URS durante la prima guerra mondiale erano

dovute ad investimenti europei.

Tuttavia la presenza industriale è legata soprattutto ad imprese di grandi dimensioni:

sia gli investimenti effettuati direttamente dall’aristocrazia russa che quelli degli

investitori occidentali, attirati da nuove opportunità e dalla ricchezza di materie prime,

si erano focalizzati sulla creazione di imprese di grandi dimensioni; si può dire quindi

che c’erano pochi poli produttivi di grandi dimensioni perché si denota che il paese

non è ancora pronto.

L’URS entra in guerra, ma decide di ritirarsi precocemente e nell’Ottobre del 1917

inizia la rivoluzione bolschevica: scoppia una guerra civile che dura circa 4 anni e

sfinisce la gente che ancora doveva riprendersi dagli stenti della guerra; in questa

situazione è impossibile immaginare la creazione di un sistema industriale russo.

Nel periodo di guerra a causa della svalutazione monetaria si incentivava il ritorno al

baratto: il ritorno al baratto testimonia lo sfascio dell’economia con il Comunismo di

guerra.

La teoria ortodossa, dal punto di vista marxiano prevedeva dopo la rivoluzione

proletaria la collettivizzazione dei mezzi di produzione e un’economia di mercato.

Dopo la fine del comunismo di guerra prevale la rilettura del sistema economico

promossa da Lenin che dà vita alla nuova politica economica (NEP): cioè un’economia

mista che si basa sulla compresenza tra un controllo pubblico dell’economia e la

tolleranza nei confronti di imprese che operano in un regime di ‘mercato. Lenin

dunque “corregge il tiro” di fronte alla situazione dell’economia interna della Russia

dopo gli anni del comunismo di guerra perché valuta che se avesse appesantito la

mano nel voler applicare i criteri dogmatici emersi dal “Capitale” di Marx non solo la

situazione non sarebbe migliorata, ma il consenso nei confronti dell’attività dei

Bolshevichi sarebbe precipitata e dunque stabilisce che per rendere possibile la

portata della rivoluzione è necessario introdurre dei criteri di economia mista. E

le grandi imprese

quindi finché Lenin rimane in vita rimane in piedi questo sistema:

dei settori strategici sono assorbite dallo Stato, mentre le imprese con meno di 20

dipendenti e le imprese agrarie continuano ad operare in una logia di mercato.

Le politiche di Lenin consentono al paese di riprendersi, senza però raggiungere i livelli

di PIl dei paesi dell’Europa occidentale.

Alla morte di Lenin nel 1925 si ha una svolta di rilievo: si afferma la figura di Stalin che

all’inizio non ha ben chiaro se schierarsi con l’ala destra (continuare con la politica di

Lenin, valorizzando il ruolo dell’agricoltura, perché lo Stato non è ancora pronto ad una

collettivizzazione dei mezzi di produzione) e l’ala sinistra (invocava la svolta in modo

da incentivare rapidamente la crescita dell’industria russa considerando il ritardo con

cui partiva) del partito Comunista russo: quando prende il potere nel partito, Stalin si

schiera con l’ala destra del partito.

Stalin pensa che il Comunismo non si realizza se non si applica il principio base del

marxismo-leninismo cioè la collettivizzazione dei mezzi di produzione: questa deve

passare attraverso un riorganizzazione complessiva di tutta l’attività produttiva con la

cancellazione del mercato perché sarà sostituito dal piano quinquennale.

Questo è il momento in cui si dà vita all’economia pianificata dell’URS.

Il primo passo è la redazione dei piani quinquennali: partono dal 1928 e ce ne sono

stati 13, l’ultimo dei quali non è finito perché nel 1990 si è sciolta; nessun piano

quinquennale riesce a raggiungere gli obiettivi, tanto che molte volte vengono

ridefiniti gli obiettivi in corso, detto questo i balzi in avanti saranno notevoli.

Chi operava nel sistema produttivo sovietico aveva un ruolo completamente diverso

da chi operava negli altri paesi del mondo: se guardiamo l’impresa con ottica

Chandleriana, il ruolo del management è completamente svuotato perché il centro

decisionale sta all’esterno dell’impresa.

All’interno di un’economia pianificata il mercato non ha nessun ruolo perché chi decide

cosa produrre, quanto produrre, dove produrre e costi e prezzi della produzione sono

decisi dal Politburo del partito comunista (le disposizioni provengono quindi dal

sistema politico): quindi lo stratega non sta all’interno dell’impresa, ma è un operatore

esterno.

L’idea di Stalin era quella di aumentare la produzione dell’industria pesante sovietica

che consenta all’economia sovietica di avvicinarsi all’economia occidentale in tempi

brevi: nel fare questo è necessario investire molti fondi in questo settore a discapito di

altri (ES: consumi privati…).

Ovviamente è necessario che ci sia un organismo preposto all’organizzazione

complessiva degli obiettivi del piano, il Gostlan: è una sorta di super ministero che

deve decidere tutto dalle forniture della materia prima all’organizzazione della

produzione, dalla destinazione dei semilavorati all’utilizzo degli stessi, dalla vendita

del prodotto finale ai salari…; lo Stato attraverso il Gostlan, che è il pianificatore,

decide tutto e quindi il sistema produttivo non risponde alle esigenze dei consumatori,

ma a ciò che è ritenuto strategico dal Gostlan su direttive del Politburo del partito

comunista.

E’ importante ricordare che l’URS nel 1928 quando inizia la pianificazione voluta da

Stalin è in una situazione decisamente arretrata rispetto a tutti i paesi dell’occidente,

cioè a tutti quei paesi a cui voleva imporre il suo nuovo modello operativo.

L’obiettivo di Stalin era la veloce crescita dell’economia sovietica e per farlo riteneva

un settore fondamentale e strategico quello dell’industria pesante e quindi gli sforzi

prioritari che il Gostlan deve realizzare sono finalizzati a determinare una crescita nella

produzione siderurgica, da cui discende la possibilità di fare dell’Unione sovietica una

vera e propria potenza (il primo piano varato nel 1928 ha come obiettivo la

moltiplicazione della produzione siderurgica).

Il Gostlan si avvale di una serie di sub-organismi, detti sottosegretariati, che

controllano segmenti specifici dell’attività produttiva, ad esempio:

- il Gossnab si occupa dell’approvvigionamento, cioè di come le unità produttive

devono essere fornite di materie prime, materiale energetico e semilavorati e delle

tecnologie che deve caratterizzare il processo produttivo.

- il Gostech che aveva la responsabilità sull’innovazione tecnologica (ciò che in una

grande impresa sarebbe svolto da un dipartimento di ricerca e sviluppo) e questo è un

ruolo molto complesso perché si doveva occupare dello studio di nuove tecnologie in

territori molto differenti tra loro

- il Goskomsten doveva decidere i prezzi: lo faceva in proporzione ai costi di

produzione e mai secondo un logica di domanda e offerta

- il Goskomtrad è contradditorio perché una società socialista e d’uguali non avrebbe

bisogno di un controllo sulle condizioni di lavoro perché dovrebbero essere al primo

posto nella gestione dell’attività produttiva;

- il Gosstandard si occupava della standardizzazione della produzione.

Ci sono poi una serie di altre elementi perché ci si rende conto che il coordinamento

era molto complicato a causa della moltitudine di etnie e della vastità territoriale, ci

sono casi ad esempio di stabilimenti che non potevano lavorare perché non arrivavano

i semilavorati corretti; per cercare di risolvere questi problemi dagli anni ’30 sono stati

creati i Glavk che erano degli organismi che dovevano supervisionare i diversi tipi di

impianti che si occupavano del medesimo tipo di produzione, dovevano coordinare

l’azione tra chi forniva la materia prima e chi realizzava i prodotti finiti, dovevano in

certa misurare realizzare quelle forme di coordinamento che avrebbero dovuto rendere

efficace il processo produttivo e distributivo; in sostanza l’organizzazione era così

complessa da richiedere organismi più agili che collaborassero alla realizzazione del

piano.

Tuttavia non si ottengono grandi risultati, anche se nel periodo 1929-1939 la capacità

produttiva dell’industria pesante e della siderurgia dell’URS fa degli enormi passi in

avanti, però questo sforzo particolarmente intenso va a discapito di altri settori che

hanno visto la riduzione degli investimenti e di conseguenza la popolazione sovietica

dovrà rinunciare a molti beni di consumo a differenza degli altri cittadini europei e

questo fatto è reso visibile dopo la seconda guerra mondiale: nonostante l’URS abbia

portato i suoi carrarmati in tutti i paesi occidentali, confrontandosi con queste realtà

capisce che c’erano anche altri ambiti in cui si poteva ottenere risultati importanti.

Questo fatto emerge con forza dal 1953 con la morte di Stalin: il successore è

Krusciov, un ingegnere che proviene dalle campagne russe.

Krusciov rileva molti errori di Stalin e anziché promuovere la lotta dura con i paesi

occidentali parla di “convivenza pacifica” pensando che in breve tempo tutti i paesi si

sarebbero convertiti volontariamente al comunismo.

Krusciov, di fronte all’inefficienza del sistema, ha tentato di riorganizzare il sistema

istituendo degli organismi di controllo a livello regionale perché lo riteneva più

efficace, tuttavia parallelamente lascia che vengano a galla dei nuovi organismi: c’è

una reimpostazione del piano che modifica il lavoro dei Gosplan introducendo l’azione

dei Kombinati che sono delle associazioni produttive che sono il frutto della fusione di

più poli produttivi presenti nel medesimo settore; questi cominciano ad essere efficaci

molto di più che non le organizzazioni territoriali proposte da Krusciov questo fa sì che

dopo la caduta di quest’ultimo (Krusciov sarà fatto dimettere dalla carica di segretario

generale del partito comunista e di presidente dell’URS, c’è un congiura pilotata da

Bresniev che prenderà i suoi posti) vengono ripristinati i Glavk, ma a questi si

affiancano i Kombinati, mentre le organizzazioni territoriali vengono cassate.

L’azione dei Kombinati è talmente forte da mettere fuori gioco gli stessi Glavk che

vengono del tutto soppressi negli anni ’80: questa nuova struttura certamente da

ottimi risultati per quanto riguarda l’industria aerospaziale, militare…

Guardando il modo di funzionari per Kombinati c’è chi sostiene che questi combinati di

poli produttivi di settori tra loro prossimi possono essere paragonati ad una forma

d’impresa gerarchico-funzionale: anche se non c’è una strategia propria dell’impresa

(essendo che tutto è deciso dallo Stato), il coordinamento che c’è tra imprese della

stessa area produttiva fa sì che possano essere paragonati a una forma d’impresa di

tipo gerarchico funzionale (U-form) perché c’è un’attività che può essere assimilata a

quella dei dipartimenti funzionali propri della U-form (una volta che arriva l’input

dall’esterno i poli produttivi in una qualche misura hanno una capacità d’intervento

simili a quelli dei dipartimenti funzionali propri della U-form).

Nel sistema capitalista il punto di forza di un’impresa attiva su un economia di

mercato è individuabile nel triplice investimento, quindi di interazione tra capitale

tangibile e intangibile, in altre parole è importante il ruolo del manager che nel caso

dell’URS non c’è: non c’è un sistema di confronto tra management e di conseguenza

non c’è possibilità di maturazione del management…

Per questo si può dire che i grandi risultati sono stati raggiunti in alcuni settori perché

si è investito molto, e quindi si hanno avuto costi elevati per sopperire alla precedente

mancanza: manca quel dinamismo derivante dal confronto/scontro con competitors

particolarmente agguerriti.

Il confronto con altre realtà è fondamentale per crescere e migliorare, si pensi il ruolo

che hanno avuto le imprese satellite grazie all’interazione tra capitale tangibile e

intangibile: nell’URS non ci sono piccole/medie imprese.

La mancanza di una libertà decisionale limita l’espansione delle imprese.

Tutto sommato quanto detto ci fa capire che emergono più difficoltà che punti di forza

di questo sistema.

Se guardiamo l’esito finale vediamo che il grande sforzo per l’industrializzazione

forzata ha portato a risultati eclatanti in alcuni ambiti, ma non ha consentito la

maturazione di competenze sviluppatesi a 360°.

Per questo quando è venuto meno il controllo dall’alto il sistema si frantuma e

scompare: quando in maniera rapida si è passati ad un’economia di mercato sono

emerse tutte le pecche di un’economia di mercato anziché i pregi; si sono create

situazioni di grande difficoltà.

Quindi pur avendo raggiunto risultati eclatanti, l’economia di mercato l’ha fatto

sostenendo dei costi pesantissimi e senza sviluppare quelle capacità d’interazione tra

capitale tangibile e intangibile proprie delle economie di mercato dove la grande

impresa ha saputo valorizzare una serie di competenze che sono state in grado di far

raggiungere risultati di enorme portata.

LA GRANDE IMPRESA GIAPPONESE

Il caso Giapponese è interessante perché è un caso di ritardo e allo stesso tempo un

caso in cui le grandi imprese hanno raggiunto un livello molto elevato tanto avere

molte leader mondiale: ciò nonostante il ritardo e la scarsità di materie prime ed

energetiche.

E’ un paese in cui la cultura dell’ambiente svolge un ruolo di fondamentale rilevanza.

Almeno fino la seconda guerra mondiale si afferma una tipologia di grande impresa al

di fuori dei canoni individuati Chandler: lo zaibatzu.

Fino al 1954 il Giappone creerà un sistema fortemente chiuso in se stesso ed

impermeabile a qualsiasi rapporto esterno e con una serie di articolazioni sociali

rigidissime con al vertice l’imperatore, i samurai e la gran massa della popolazione che

è in forte subalternità.

In questa organizzazione si è sviluppato un sistema culturale che prevede ceti

impermeabili.

Tuttavia i rapporti interni che si sono generati e la capacità inter-relazionle ha

consentito di raggiungere buoni livelli di produzione che soddisfano il mercato interno.

La svolta avverrà per una pressione proveniente dall’esterno nel 1854: la truppa

militare dell’ammiraglio Perry arriva nella baia di Tokio e impone con la forza l’apertura

di quel paese al mercato occidentale, facendo anche sottoscrivere i così detti TRATTATI

INEGUALI (già imposti alla Cina…).

Il confronto con l’occidente genera dapprima un forte contrasto sociale nella società

giapponese che produce la così detta RESTAURAZIONE DEI MEIJI (1868): questi

samurai (parte più colta e “vivace” della società giapponese) impone la restaurazione

della figura dell’imperatore e smantella la casta che per anni aveva detenuto il potere

e che aveva mantenuto immobile la società giapponese (APPROFONDISCI).

Il confronto con l’occidente ribaltando gli equilibri interni consente di “guardare fuori”

cogliendo gli spunti propositivi ed applicandoli per migliorare.

Il punto di forza del Giappone era la produzione della seta, solo che il mercato della

seta è un mercato anelastico perché ha dei costi molto elevati (prodotto di

prestigio/nicchia) e può essere sostituita con altri materiali; il prodotto principe che

aveva permesso lo sviluppo dell’industria nella gran Bretagna prima e poi in tutto

l’occidente grazie all’elasticità della domanda era il cotone, ma in Giappone non c’era

(in Europa era importato dalle coloni): tutto questo ci fa capire che l’industria leggera

non poteva essere competitiva con quella occidentale.

Ma neanche per quanto riguarda l’industria pesante il Giappone non aveva la

possibilità di sviluppare una crescita industriale perché privo di materie prime e

materiali energetiche.

Per recuperare il gap con le economie occidentali ed “agganciarsi al treno” di chi è

partito prima sarà necessario aprirsi al mercato internazionale: importare i prodotti

mancanti in cambio di esportazioni di seta, riso, oppio, ma soprattutto thè; inoltre

quando non riusciva più a barattare i propri prodotti che non erano molti, applicava

l’esperienza bellica dei samurai per farsi valere, soprattutto nei confronti della Corea.

Fatto sta che in un modo o nell’altro riesce a raggiungere ciò che gli serve per mettere

in piedi un nuovo processo produttivo e qui entra in gioca l’organizzazione produttiva e

il ruolo della grande impresa.

Lo ZAIBATZU’ ha un’organizzazione interna tipica giapponese: è una grande impresa

che si organizza in base al sistema verticistico di una famiglia che detiene la leve

finanziarie attraverso cui gestisce più rami che operano in modo indipendente l’uno

dall’altro però con la supervisione e controllo finanziario della banca emanata

dall’impresa che controlla l’intero apparato.

In altre parole è una serie di articolazioni produttive controllate da una famiglia che

detiene le leve finanziarie di tutti i rami produttivi che risultano in ultima analisi

sottoposti al suo controllo finanziario, ma che agiscono indipendentemente l’uno

dall’altro.

Lo Zaibatzù ha un’origine successive alla restaurazione Meiji anche se l’origine della

forza finanziaria di queste famiglie è precedente il 1854.

Dopo la sconfitta militare dal Giappone 1946 viene meno questo tipo d’impresa perché

durante l’occupazione americana avviene il così detto processo di democratizzazione

del sistema produttivo giapponese: dal momento che, a ragione, i militari USA

ritenevano gli zaibatzù corresponsabili della militarizzazione del Giappone decidono di

smantellarli.

Gli Zaibatzù vengono sostituiti dai Keiretsu: presenti ancora oggi, sono forme di

organizzazione che possono essere verticali (ES: Sony, Toyota…) le quali producono

una gamma di prodotti con un filo conduttore che li unisce (molto simili all’M-form) o

orizzontali (ES: Mitzubishy…) le quali producono una gamma di prodotti tra loro

minimamente correlati (molto simili a H-form).

Tuttavia l’affermazione della grande industria Giapponese è legata agli Zaibatzù

perché è precedente.

La prima preoccupazione del sistema produttivo è stato quello di recuperare

velocemente il ritardo bruciando le tappe che aveva vissuto l’occidente, ma per farlo

bisognava fare i conti con la struttura della società giapponese e la cultura di

quest’ultima (che era sempre stata chiusa in se stessa e mai aperta al confronto con

occidentale); bisogna quindi trovare le modalità di consentire a chi aveva i mezzi

finanziari (grandi famiglie) di organizzare la propria attività (triplice investimento)

facendo riferimento a modelli occidentali.

A questo punto diventava strategico e di fondamentale valorizzare la figura del

management e quindi le famiglie ai vertici dell’organizzazione sociale prendono i

giovani più attivi intellettualmente e li mandano in occidente (un po’ in ogni paese a

seconda di quello che dovranno fare in futuro vengono mandati nei poli d’elite); i

ragazzi poi tornano e portano le conoscenze; è un investimento vigoroso. sposi

Il rapporto tra principale (vertice) e agente (manager) è tale che il manager

l’impresa, non gli obbiettivi di breve periodo che vorrebbe il principale, ma di lungo

periodo in modo che consegua utili in modo duraturo nel tempo: ancora oggi in

Giappone un manager che viene assunto resta in quel posto a vita perché se anche un

ramo va male viene assorbito da un altro.

I manager dunque agiscono nell’ottica della lunga durata dell’operatività dell’impresa.

I vari rami operativi all’interno dello Zaibatzù, pur non essendoci una strategia unitaria

che ne determina le scelte, sono di stimolo l’un con l’altro perché il fatto che ci sia una

famiglia che controlla finanziariamente ogni ramo spinge ciascun ramo a dare il meglio

di se per competere con gli altri rami al fine di rafforzare il proprio ruolo nello Zaibatzù

e dunque dare visibilità al management che gli ha fatto raggiungere il risultato.

Questa competizione e la volontà di anticipare le tappe fa fare passi da gigante al

Giappone, anche se la formazione del capitale umano richiede tempo: perché sia in

grado competere con le imprese internazionali si dovrà aspettare il periodo

infrabellico, sfruttando anche il fatto che, come gli USA, durante la prima guerra

mondiale non aveva subìto distruzioni, al contrario dei paesi europei; inoltre dal 1910

aveva il pieno controllo della penisola coreana da cui traeva materie prime, aveva

vinto una guerra con la Russia ottenendo una serie di benefici…nella sua crescita

quindi vedendo il mercato nazionale troppo piccolo ha svolto delle scelte

colonialistiche per ottenere le potenzialità per affacciarsi sul mercato internazionale.

Proprio a partire dagli anni ’20 emerge la forza degli Zaibatzù anche perché l’operato

dei ragazzi che si erano formati in Europa inizia a dare i suoi frutti.

Agli inizi del ventesimo secolo vediamo che i settori dominanti sono quelli ad alta

capital

intensità di lavoro, quindi non emergono esperienze collocabili nell’orbita del

intensive: la prima ad emergere è l’industria tessile (si pensi che la Toyota nasce per

produrre telai tessili).

Si inizia con l’industria tessile per poi vedere nel periodo infrabellico lo sviluppo

settore siderurgico meccanica

dell’industria pesante, soprattutto nel e nella grazie

soprattutto all’appropriazione della Corea e di alcune aree dell’estremo oriente che

possedevano quelle materie che mancavano in Giappone.

In Giappone attorno agli anni ’20 assume una funzione guida di grande rilevo la

componente degli alti vertice delle forze armate giapponesi, che realizzano una

convergenza di interessi con gli imprenditori del settore siderurgico: questo fatto è

stato letto come antesiniano dell’attacco militare giapponese a Pearl Harbor contro la

flotta americana; il combinarsi di interessi economici e militari è stato spesso letto

come emblematico di un Giappone che vuole assumere il primato, oltre che sul

mercato internazionale, anche dal punto di vista imperialistico sul medio oriente.

Durante la seconda guerra mondiale mette in campo tutte le sue truppe, ma nel 1945

subisce lo sgancio delle due bombe atomiche e successivamente viene pesantemente

sconfitto dal contratto di pace

Gli americani che occupano il Giappone individuano in questo combinarsi di interessi

tra sistema produttivo (Zaibatzù) e apparato militare la motivazione dell’entrata in

guerra del Giappone e quindi decidono di rivoluzionare il sistema produttivo

imponendo lo smantellamento di tutti gli Zaibatzù attraverso quello che chiamano

democratizzazione del sistema produttivo giapponese .

Questo crea un grande scombussolamento del sistema produttivo che, unito alle

conseguenze della sconfitta nella guerra, comportano un’iperinflazione che sarà

fermata attraverso un grosso piano deflazionistico.

Ancora più rilevante è il fatto che sorga una nuova struttura organizzativa per le

imprese, approvata dalla potenza occupante, che tende a rimettere in sesto il sistema

produttivo giapponese: i Keiretsu.

I Keiretsu, come già visto, si distinguono in:

- orizzontale: sembrano richiamare i dei vecchi Zaibatzù: al proprio vertice c’è la

banca di riferimento che rappresenta un punto di riferimento di carattere finanziario

(può essere paragonata a quella che negli Zaibatzù era la banca di famiglia) al di sotto

della quale ci sono varie unità (vere a proprie aziende autonome) che lavorano per

conto proprio e in modo autonomo, infatti l’unico elemento che accomuna le diverse

unità è il fatto che ci debba essere un incontro periodico dei responsabili delle varie

imprese che fanno capo al Keiretsu allo scopo di stabilire linee d’azione che non

devono creare concorrenza tra le diverse imprese (non si stabiliscono molto le

strategie unitarie); un esempio è Mitsubishi che produce una vasta gamma di prodotti

diversi

- verticale: partono da esperienze di piccole-medie imprese che crescono e si

organizzano come imprese in grado di percorrere strade produttive e distributive con

riferimento ad un core business ben definito; un esempio è Toyota che, anche se parte

dalla realizzazione di telai meccanici, quando decide di passare al settore

automobilistico porta avanti quell’ambito senza spaziare in altri.

Non si pensi che sia stato facile ricostruire l’organizzazione produttiva giapponese: il

sapersi organizzare sulle rovine della seconda guerra mondiale è tutt’altro che

semplice perché non gli è proposto alcun piano Marshall che desse una mano.

Gli anni dal ’46 al ’50 sono anni drammatici per il Giappone perché non riesce a

decollare la ricostruzione del paese e nemmeno quella del sistema produttivo.

La svolta avviene attraverso la guerra di Corea nel 1950: dopo la seconda guerra

mondiale viene tolta al controllo del Giappone ovviamente perché sconfitto (la Corea

del Nord è occupata dalle truppe dell’URS, mentre quella del Sud dalle truppe

americane), nel 1950 le truppe di Kim liberano il paese dall’occupazione americana.

La conseguenza è che quello che aveva fatto il piano Marshall per l’Europa lo fa la

guerra di Corea per il Giappone, sebbene quest’ultimo non fosse coinvolto nella

guerra: gli americani tuttavia utilizzano il Giappone come base per

l’approvvigionamento e riorganizzazione militare per la conquista della penisola

coreana.

Il Giappone vede un grande aumento della domanda espressa dalle forze armate

americane in tutti gli ambiti, perché facevano prima a comprare in Giappone che

portare la merce dall’America, che è un pesante incentivo alla formazione dei Keiretsu.

Da questo momento si avvia un percorso di rapida ascesa del Giappone avvenuta

anche grazie all’aspetto tecnologico e alle modalità attraverso cui questo

potenziamento tecnologico interviene: i manager giapponesi, formatisi in Europa,

tendono a riportare all’interno delle imprese in cui si inseriscono tutta la tecnologia

che hanno visto maturare in occidente; se si osservano i settori della grande industria

giapponese si vedono i passaggi tecnologici già avvenuti in occidente:

* siderurgia: non vi sono molti spunti tecnologici; i giapponesi la prendono e la

ripropongono in Giappone con la capacità straordinaria di adottare velocemente quelle

poche/nuove tecnologie (soprattutto sul campo di riduzione dell’inquinamento)

presenti smantellando brevemente i vecchi processi produttivi.

* meccanica: il mercato interno non avrebbe stimolato gli investimenti in questo

campo perché sarebbe stato soddisfatto in breve tempo, per questo si è incentivati ad

aprirsi al mercato internazionale; tutti i Keiretsu sono sostenuti dal ministero

dell’industria e del commercio internazionale, quindi c’è un forte connubio tra le

politiche espansionistiche e gli interessi degli imprenditori di aprire i loro orizzonti;

anche in questo campo si studiano gli sviluppi tecnologici dei paesi occidentali e si

riportano in Giappone; un esempio è il caso Toyota che è una piccola impresa, ma nel

1951 fa un progetto d’espansione quinquennale con cui investe 6 miliardi di yen in

modo molto intelligente e che la porta a diventare la prima produttrice mondiale.

* elettronica: questo campo ha avuto un forte impulso grazie alla domanda militare e

paramilitare degli anni ’50 e lo sviluppo di tecnologie che portano oggi il Giappone sui

vertici mondiali; anche in questo caso si “copiano” le capacità tecnologiche occidentali

che poi verranno potenziate in futuro.

E’ necessario prestare attenzione al modo con cui l’impresa giapponese si finanziava:

Accantonamento degli utili:

- in Giappone prevale il reinvestimento degli utili rispetto

alla distribuzione dei dividendi (la già vista ottica di lungo periodo); anche nei paesi

occidentali si reinvestivano gli utili, ma molto meno

Ricorso al mercato borsistico:

- se dovessimo qualificare i Keiretsu giapponesi e le

piccole/medie imprese tra bank-oriented o market-oriented, vedremo che il sistema

Giapponese è misto perché comporta il riferimento costante alla borsa di Tokio (le

imprese sono quotate), ma c’è anche il costante rapporto con la Banca di riferimento

(soprattutto i Keiretsu orizzontali) presenza di molte imprese ancillari

Un’altra caratteristica dell’impresa giapponese è la

attorno ai Keiretsu (soprattutto quelli orizzontali), le quali spesso hanno assunto

grande rilevanza.

In Giappone contano molto le gerarchie, anche all’interno delle imprese, ma esiste

comunque un dialogo serrato tra tutte le componenti di un’impresa perché una volta

che un soggetto entra in Keiretsu è come se la sposasse (diventa parte integrante

della stessa) perché l’impresa gli garantisce una posizione a vita, se poi dimostra

un’attenzione particolare nei confronti dell’impresa (lavora bene per farla crescere)

avrà la possibilità di salire di ruolo e un peso specifico che gli viene riconosciuto anche

se occupa un ruolo poco importante; questo si può avere solo attraverso un continuo

dialogo tra i diversi livelli di governo all’interno dell’impresa; questo clima non è

confrontabile con nessun impresa occidentale.

Se all’origine dell’affermazione nel settore della meccanica, elettronica e siderurgia

giapponese c’è il reverse ingeniering (cioè copiatura di modelli organizzativi e

soprattutto di passaggi tecnologici che sono stati inventati altrove), si è poi passati ad

un potenziamento delle capacità tecnologiche sviluppatesi all’interno del Giappone;

una tecnologia di crescente rilievo è entrata a far parte del patrimonio delle imprese

più dinamiche, ma c’è stato anche un elemento di carattere organizzativo che ha fatto

scuola: un esempio di questa capacità organizzativa è Toyota.

La filosofia aziendale di Toyota poggia su due elementi:

- processo JUST IN TIME: ribalta la concezione del mercato automobilistico, infatti

oggi ci si può scegliere la macchina con un varianza di infinite personalizzazioni; è il

ribaltamento del sistema precedente (di Sloan) in cui venivano proposti vari modelli

per soddisfare tutti, ma quelli erano standard; il prodotto non è “preconfezionato”, ma

lo creo in base alla richiesta del cliente; in questo modo dalla catena di montaggio

escono prodotti diversi a seconda delle richieste; ovviamente fondamentale sarà il

fatto di riuscire rapidamente a reperire i pezzi necessari per soddisfare l’ordine.

- processo KAIZEN: che significa “miglioramento per piccoli passi”; è la conseguenza

della filosofia che vede una interazione/dialogo forte tra tutti i componenti

dell’impresa

Questa capacità di imitare, per poi consolidare ed successivamente promuovere in

proprio innovazioni tecnologiche ha portato l’impresa giapponese ai vertici mondiali

ancora oggi. LA GRANDE IMPRESA IN ITALIA

Il capitalismo italiano è Stato definito capitalismo politico, mentre quello americano

era un capitalismo manageriale, quello tedesco era un capitalismo cooperativo e

quello francese era definito come capitalismo assistito.

Tutti concordano sul fatto che il processo d’industrializzazione italiano è avvenuto tardi

rispetto ai paesi occidentali, mentre ci sono varie correnti di pensiero su quale sia il

Belle

periodo che ha visto il sorgere della grande impresa: alcuni dicono durante la

epoque (circa dal 1895 alla prima guerra mondiale, cioè nell’età giolittiana), altri

durante la prima guerra mondiale

dicono grazie alla crescita esponenziale di alcune

grandi imprese, mentre altri infine dicono che il take off è rilevabile solo negli anni

1950-1960 durante il grande miracolo economico.

Gli elementi che qualificavano il sistema produttivo italiano nel periodo preunitario

erano:

* Al primo posto l’agricoltura

* Il settore di maggior peso nell’attività commerciale dei vari stati italiani nell’orbita

lavorazione della seta

delle esportazioni era quello della della miglior qualità al

mondo: in Italia vi era l’allevamento dei bachi (e del gelso per alimentarli), il

dipanamento dei fili di seta dai bozzoli, la filatura, la tintura e poi venivano venduti (la

filiera non è completa perché manca il passaggio finale della fase della tessitura) e

considerando che era proprio la fase della tessitura ci si chiede perché in Italia non si

completasse la filiera produttiva (perché la moda era dettata da Parigi e quindi tutti i

produttori d’Europa facevano convergere il loro filato di seta a Lione dove c’era il polo

di tessitura più importante al mondo); tuttavia a fine ‘800 si diffonde una malattia dei

bachi e considerata la sua importanza dal governo Asburgico vengono stabiliti dei

premi per chi individuasse la causa della malattia, un biologo individua la causa e

spiega che attraverso la visione microscopica era possibile selezionare il seme sano da

quello malato: con questo scopo venne istituito un Istituto bacologico; intorno alla seta

sorgono tutte piccole imprese; la seta si meccanizza con molta lentezza.

L’Italia come matura il suo processo di industrializzazione? Osservando le sue

esportazioni si osserva che l’economia italiana si reggeva su un equilibrio agricolo-

commerciale: l’Italia era una forte produttrice di determinate produzioni agricole

(agrumi, olio d’oliva, grano duro, primizie…) o di semilavorati provenienti

dall’agricoltura (come la seta) e quindi si specializza nell’esportazione di questi

prodotti; il vino era un prodotto in eccedenza in tutti gli Stati e quindi veniva esportato

in cambio di prodotti industriali.

In un contesto di questa natura nascono o imprese volte alla trasformazioni di prodotti

agricoli o quelle connesse alla forza d’attrazione esercitata dalle diverse politiche

economiche degli Stati preunitari, i quali non applicavano politiche omogenee: ci

erano Stati protezionisti (ES: Regno lombardo veneto…), altri molto protezionisti (ES:

Regno delle due Sicilie…) e altri per niente protezionisti (ES: Gran ducato di

Toscana…); in questo scenario non emerge nessun imprenditore illuminato, ma i

territori italiani (soprattutto negli Stati più protezionisti) sono attrattivi per imprenditori

stranieri perché ritengono quel mercato interessante e garantito a causa delle

politiche protezionistiche per cui se uno produce all’interno è garantito (inoltre non

essendoci altre imprese che ne avvia una possiede il monopolio del mercato interno);

ad esempio imprenditori svizzeri avviano la produzione di cotone in Lombardia…

Cavour durante il suo governo avvia dei progetti per favorire un potenziamento delle

comunicazioni/infrastrutture nel regno sardo che comportano investimenti pesanti

attraverso il ricorso al debito pubblico: mentre la tecnologia è completamente

importata, nel 1852 si pensa di fondare un polo produttivo che sia in grado di garantire

il funzionamento delle infrastrutture create e dunque emerge un’impresa totalmente

dipendente dalle commesse pubbliche (la Ansaldo) che diventerà una delle più grande

imprese italiana.

Riassumendo, fino al 1861 la voce più importante tra le esportazioni era la seta e si

importava prodotti industriali, materie prime e materiale energetico.

Si definisce quello italiano come capitalismo politico perché può essere individuato

secondo tre modalità a seconda della regione geografica di provenienza:

* Capitalismo milanese: che è marcatamente sganciato dall’intervento dello Stato ed è

quindi legato al mercato

* Capitalismo genovese: è quello più strettamente connesso all’iniziativa pubblica

* Capitalismo torinese: è un ibrido, in bilico tra un accostamento al mercato e la

ricerca di un costante appoggio da parte dello Stato

Questo è il triangolo industriale seppur con caratteristiche ben diverse.

E’ ovvio come l’imprenditoria esploda in quest’area perché al sud era molto carente

soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture e un processo del genere non era

possibile.

Cerchiamo di capire perché si definisce capitalismo politico, nel farlo si analizzerà la

già citata Ansaldo di Genova che è cresciuta a dismisura durante la prima guerra

mondiale (arrivava a 120'000 dipendenti).

Alla base della sua fondazione c’erano un ingegnere Ansaldo, un armatore Rubattino

(colui che sa organizzare una flotta mercantile) e un banchiere Bombrini che danno

vita a quest’impresa che ha lo scopo di fornire i binari e le locomotive per il processo

di rafforzamento delle comunicazioni del Regno sardo da parte di Cavour in modo da

non essere costretti ad andare sempre sul mercato estero; quindi si può dire che

l’Ansaldo ha garantito lo sbocco della propria produzione.

E’ un’impresa che nasce da subito con delle capacità dal punto di vista progettuale

(tecnici preparati) e con delle maestranze che sono particolarmente duttili e passibili

learning by doing

di un procedimento di (le maestranze risultavano capaci di

apprendere strada facendo le metodiche di un processo produttivo che introduceva ad

economie di scala): questo fatto è estremamente interessante perché è un emblema

di ciò che caratterizza a metà ottocento le metodiche che stanno alla base di diversi

tipi di impresa che si affacciano sul mercato.

Subito dopo l’unificazione le maggiori preoccupazioni erano quelle di vedersi

riconosciuta a livello internazionale, di completare l’unificazione (Veneto e Roma), di

arginare le forze di reazione al governo piemontese al Sud, di rendere il paese

percorribile (creazione di infrastrutture ferroviarie che uniscano l’intero paese).

Queste politiche erano una mannaia sulla spesa pubblica perché richiedevano costi

stratosferici, anche perché per rispondere al riconoscimento internazionale e per la

creazione dell’infrastrutture era necessario un impianto industriale che in Italia non

l’Ansaldo nata apposta per rispondere a commesse

c’era (l’unico esempio era proprio

pubbliche).

Ancora negli anni ’80 la produzione dell’Ansaldo era molto limitata tanto che era

riuscita a fornire al sistema italiano solo il 4% delle locomotive, quindi il 96% derivava

dalle importazioni; per questo uno studioso parla di DIFFERENZIALE DELLA

CONTEMPORANEITA’: la ferrovia per la Gran Bretagna è il punto d’arrivo del processo

d’industrializzazioni, per paesi come Germania e Francia rappresenta un’occasione per

agganciarsi ai primi paesi che hanno avviato l’industrializzazione, mentre in Italia (e in

parte anche in Russia) non è un elemento in grado di creare indotto per cui,

nonostante si sviluppino anche in questi paesi, non sono in grado di generare

all’interno del sistema produttivo nazionale un indotto capace di fornire la tecnologia e

quindi per realizzarle ci si rivolge all’offerta estera (è un’occasione persa).

Però non è del tutto un risultato fallimentare perché l’Ansaldo è stata comunque in

grado di generare una serie di sbocchi produttivi e quindi, anche se non possiamo

ancora considerarla una grande impresa, era un’impresa che utilizzava economie di

scala e che riusciva a muoversi in su più versanti della meccanica pesante (aveva una

molteplicità di produzioni: produceva locomotive, caldaie, cannoni…); inoltre grazie al

talento dei tecnici e delle maestranze erano in grado di sviluppare i più diversi progetti

proposti dal reparto di Ricerca e Sviluppo; dunque se la guardiamo dal punto di vista

del triplice investimento notiamo che l’investimento in produzione e management è

ottimo, mentre il marketing/distribuzione è fallimentare.

L’apparato ferroviario in Italia è allora realizzato da diversi gruppi perché lo Stato, per

velocizzare il processo, decide di appaltare la realizzazione delle linee, offrendo alle

imprese che si fossero assunte l’onere della costruzione un reddito kilometrico

minimo: oltre ai gruppi internazionali intervengono anche due gruppi italiani uno

capeggiato da Bastogi e uno da Breda (figura importante dell’imprenditoria italiana).

Breda è un’importante figura per spiegare il capitalismo politico; è un imprenditore

padovano che crea la “Società per le strade ferrate dell’Italia centrale” partendo dal

1872 con la “Società veneta per le imprese e le costruzioni pubbliche”, ma è

soprattutto il personaggio che realizza i palazzi destinati ad ospitare i ministeri nella

così detta Roma Umbertina.

Breda si capisce come sia “amico” da molti politici, ma soprattutto con l’ammiraglio

Brin che ha assunto ruoli molto importanti nel Regno d’Italia: il disegno di Brin era

quello di creare una flotta militare di grande efficace e per farlo deve essere in grado

di produrre le corrazzate (altrimenti è succube di chi gliele fornisce), dunque lo Stato

deve realizzare un’impresa siderurgica che risulti strategica per la crescita del paese.

L’imprenditore che, approfittando del modello voluto da Brin e approvato da Crispi, ne

approfitta è Breda: è colui che sa sposterà sul piano operativo un disegno di fondo su

cui si impegnerà di persona.

Dunque a Breda viene assegnato il ruolo di aprire un’impresa siderurgica a Terni (che

non ha niente di strategico) perché strategicamente doveva essere lontano dai confini

e dal mare, anche se questo faceva lievitare i costi di approvvigionamento di materie

prime e energetiche.

Sta di fatto che lo stabilimento parte con una serie di commesse pubbliche che gli

dovevano garantire la copertura dell’assorbimento della sua produzione per i

successivi 10 anni, ma già nel 1887 (3 anni dopo) è in enorme difficoltà perché non è

in grado di mantenere i tempi di consegna e deve essere sottoposto ad un salvataggio

da parte di un consorzio di banche.

Nel frattempo sorgono altre iniziative sul campo siderurgico una delle quali si pone in

opposizione al capitalismo politico che emerge chiaramente nell’Ansaldo e nella Terni:

quest’altra iniziativa è dovuta ad un gruppo imprenditoriale insediatosi a Milano

dall’Alsazia, il gruppo Falck.

Quest’impresa utilizza alti forni più piccoli delle altre imprese siderurgiche, che

procedono alla rifusione degli scarti di metallo di ferro al fine di realizzare prodotti

siderurgici di utilizzo immediato come rotaie, travi per l’edilizia, tondini di ferro (sono

tutti prodotti di utilizzo immediato per cui non ha bisogno dello stato): con

investimenti meno pesanti ottiene buoni risultati.

Nello stesso tempo si avviano altre due imprese siderurgiche che si fondano sulle

commesse pubbliche, l’elba e l’Ilva.

La siderurgia rappresenta quindi lo snodo della grande impresa ed è quella dopo il

1878 e dopo il 1887 ottiene con la svolta nella politica economica ottiene la maggior

tariffa protettiva (maggior tutela daziale): questo significa che ne risulta penalizzata

l’industria meccanica che è obbligata a comprare internamente per non dover pagare

somme eccessiva (è un duro colpo per i primi passi dell’industria meccanica italiana).

Passando alla meccanica c’era la meccanica pesante che ruotava intorno all’Ansaldo,

ma si affacciò sul mercato anche un altro imprenditore Breda, il cugino di quello di

prima, anche lui ingegnere padovano e “amico” dei centri di potere, che rileva

un’impresa (l’Elvetica) ed in tempi molto rapidi intende trasformarla da una piccola

officina meccanica con l’obbiettivo di trasformarla in una simile all’Ansaldo e riesce in

pochi anni a potenziarla e creare un nuovo stabilimento, la Breda meccanica, che si

occupa di meccanica pesante e che arriva ad avere 4000 dipendenti nel breve periodo

ed è in grado di fornire locomotive oltre che per il mercato interno anche per i paesi

balcanici (in altri paesi non poteva competere). Questi paesi si riveleranno inaffidabili

nei pagamenti e faranno passare un periodo di crisi alla Breda fino alla prima guerra

mondiale quando userà la sua esperienza per produrre armamenti.

In questo periodo riescono ad affermarsi altri due dei tre ambiti frutto delle innovazioni

tecnologiche della seconda rivoluzione industriale:

- Motore a scoppio:

- Energia elettrica: uno dei motivi per cui si diceva che l’impresa era arretrata era la

scarsità di risorse energetiche come il carbone…ci si sentiva penalizzati; quando

emerge la possibilità di trasformare l’energia idroelettrica in energia nasce il mito del

“carbon bianco” ed ha la possibilità di realizzare fonti energetiche alternative che gli

consentono di colmare il gap con coloro che avevano molte risorse; tuttavia dovevano

essere fatti degli studi per ottimizzare la produzione anche nei momenti in cui l’acqua

scarseggiava: il più grande centro di studio è il Politecnico di Milano; nascono grandi

imprese in questo settore come la Edison (fondata proprio da un professore del

Politecnico), la SIP e la SADE; la SME è attiva soprattutto nel mezzogiorno, ma non ha

un peso rilevante come le precedenti perché i bacini del mezzogiorno non hanno la

capacità di quelli alpini e appennini; per realizzare questi impianti servivano tuttavia

investimenti massicci: purtroppo il sistema bancario italiano nel 1893 era stato

soggetto ad uno scossone perché i due principali istituti di credito erano crollati (la

Banca romana duplica la moneta che può emettere: si crea un buco che gli altri istituti

sono costretti a coprire: nel 1894 si fondono la Banca toscana di credito, la Banca

nazionale di Trento e la Banca nazionale del Regno dando vita alla Banca d’Italia: deve

in poco tempo liquidare le pendenze della Banca romana) e per questo si rendeva

necessaria un’iniezione di capitali che venga effettuata dal credito ordinario, non dagli

istituti di emissione ed è su questo punto che c’è la novità più importante: per cercare

di attrarre capitale straniero Crispi si era rivolto a Bismark (Germania) per capire se il

governo tedesco poteva investire di più in Italia e venne fondato il “Consorzio per le

iniziative economiche in Italia” formato dalle principali banche tedesche che

inizialmente è finalizzato a collocare nel mercato finanziario tedesco titoli del debito

pubblico emessi da tesoro italiano, ma a seguito del crollo del sistema finanziario del

1893 si chiede un impegno più rilevante; i tedeschi si dichiarano restii ad investire in

Italia a causa dell’instabilità politica, ma nel 1895 il Consorzio decide di intervenire

insieme ad alcune banche austriache e svizzere, creando la “Banca Commerciale

italiana” e mettendo il 99,97% del capitale di fondazione, mentre lo 0,03% è conferito

dal Conte Vimercati che diventa presidente, la COMIT sarà la più grande banca italiana

fino a pochi anni fa quando confluirà in Intesa; questa banca diventerà il punto di

riferimento per tutti gli investimento di carattere industriale; l’anno seguente sarà

fondata “Credito italiano”, un’altra grossa banca tedesca.

Queste due banche sono rilevanti perché sono fondamentali per l’affermazione

dell’industria elettro-commerciale essendo che finanziavano le due grandi imprese

tedesche in campo elettrotecnico (Siemens e AEG), e quindi avevano interesse che in

Italia si sviluppasse un settore idroelettrico che ovviamente non può non fare

riferimento ai due colossi tedeschi, perché si aumenta la capacità d’esportazione di

Siemens ed AEG; per questo COMIT finanzia pesantemente Edison, SIP e SADE (tutti

nel settore elettro-commerciale) che incontrano in queste banche un supporto

finanziario di spicco.

Un altro settore dove la COMIT interviene è quello legato all’industria tessile che non è

capital intensive, ma ha ancora un peso molto elevato in Italia con produzione di seta

e soprattutto cotone.

COMIT sostiene anche la meccanica pesante (Breda).

Credito Italiano

Diversamente si occupa soprattutto di industria meccanica: nel 1899

nasce la FIAT di cui è una dei principali finanziatori; credito italiano finanzia in parte

anche Ansaldo.

Ad un certo punto arriva ai vertici dell’Ansaldo l’imprenditore Ferdinando Perrone, un

“amico” del potere politico e attento al mercato internazionale, il quale avendo

operato in Sud-America allaccia una serie di rapporti coi governi sudamericani,

soprattutto in Argentina dove trova dei ganci sia nella massoneria argentina che con il

mondo apostolico.

Perrone è il primo imprenditore a capire l’importanza dei mezzi mediatici ai fini di

valorizzare il ruolo della sua impresa: compra due testate giornalistiche che diventano

fautrici della politica aziendale dell’Ansaldo (non li usa per far pubblicità al prodotto

perché difficilmente si vendono locomotive attraverso un inserto sui giornali, ma per

rendere ben vista la sua impresa).

Perrone inoltre crea il prototipo di quel sistema delle tangenti: il suo pensiero è che

quando le cose non funzionano bene bisogna farle andare come si vuole, anche grazie

a tangenti.

Queste sue politiche portano ad una grossa crescita dell’Ansaldo che però esploderà

durante la guerra.

Nel 1899 nasce a Torino la “Fabbrica Italiana Automobili”, la figura che parte in

sordina, ma poi emerge nella fase di promozione e di take off è Giovanni Agnelli.

Torino è una città già ricca di tradizioni manifatturieri (soprattutto nella produzione di

armamenti per il Regno di Sardegna).

L’intenzione iniziale è di creare una fabbrica d’automobili che si muova in modo

diverso dalle altre imprese nate in Italia: si volevano creare delle automobili che

abbiano una circolazione numericamente elevata, anche se il mercato europeo non

era come quello americano.

Agnelli aveva un’idea simile a quella di Ford, creando delle automobili seriali e non

prodotti unici.

FIAT inizialmente ha 4000 dipendenti, alla vigilia della prima guerra mondiale ne ha

6000; realizza delle auto che sono prestigiose, tanto che vincono anche alcune gare;

copre il 50% del mercato italiano nel 1914 e riesce ad avere un buon perso sul

mercato europeo.

Grazie al take off che si vedrà successivamente, durante la prima guerra mondiale ha

un esplosione.

Dopo la prima guerra mondiale la FIAT diventa l’azionista di riferimento del Credito

italiano che le permetterà di riconvertire la propria attività: ovviamente non produce

più le mitragliatrici FIAT, ma automobili e autocarri per fare come Ford (il modello è la

Balilla che avrà un ottimo successo sul mercato italiano); per farlo realizza un centro

molto innovativo, il LINGOTTO, che prevede alla base le prime fasi d’assemblaggio,

salendo l’auto viene assemblata completamente e all’ultimo piano si trova una pista

per il collaudo.

Successivamente ci sarà il biennio rosso con alcune conquiste sindacali che comunque

non impediranno alla FIAT di raggiungere i suoi obiettivi.

Quando scoppia la prima guerra mondiale si ha la svolta perché gli imprenditori italiani

inizialmente sono felici per l’intenzione inziale di starne fuori perché essendo neutrale

pensano di produrre e vendere ad entrambi le parti schierate in guerra; questo punto

di vista lo cambiano dopo poche settimane anzitutto perché sono i paesi stranieri a

finanziare le banche italiane, inoltre per produrre armamenti servono materie prime e

materiali energetici che mancano e vengono dalla Germania e quando l’Italia decide di

restarne fuori i tedeschi bloccano i rifornimenti all’Italia: questo blocca le produzioni

delle imprese italiane e spinge gli imprenditori a schierarsi con gli alleati (che sono

anche i principali fornitori).

La decisione di entrare in guerra cambia l’intera organizzazione produttiva italiana,

l’Italia era impreparata perché non aveva nemmeno un fucile per ogni militare:

tuttavia mette in campo uno sforzo cospicuo per armare il paese.

Nel 1915 il Ministero delle armi e delle munizioni promuove l’approvvigionamento

delle forze militari italiane e per farlo crea le INDUSTRIE AUSILIARIE ITALIANE: sono

quelle vengono prioritariamente approvvigionate di materie prime, materiale

energetico e semilavorati (nel 1918 saranno 1976), sono 1976 imprese su cui si fa

convergere lo sforzo di tutto il paese affinché possano approvvigionare di tutto il

necessario le forze armate per vincere la guerra.

Queste imprese operano nei settori più vari: siderurgia (per realizzare l’armamento),

meccanica (produzione delle armi), chimica (produzione degli esplosivi), alimentare

(preparare cibi in scatola e a lunga conservazione), tessile (per gli equipaggiamenti)…

questo è da molti considerato il vero take off dell’impresa italiana.

La produzione aumenta così tanto da riuscire a vendere anche alcuni equipaggiamenti

agli alleati.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in economia e legislazione d'Impresa
SSD:
Università: Trento - Unitn
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher CD94 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'impresa e del management e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Trento - Unitn o del prof Leonardi Andrea.

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