La dottrina dell'idea
Introduzione
1815-1818: il mondo diviso in quattro parti nell'opera “mondo come volontà e rappresentazione”:
- Mondo come volontà
- Mondo come rappresentazione
- Mondo come volontà
- Mondo come rappresentazione
1805-1815: scrive una serie di appunti Naclass (taccuino) che poi verranno raccolti in “Frammenti giovanili” da Hubscher. Queste due opere non ebbero mai successo fino a che non fu pubblicata l'opera “introduzione e aggiunte”.
In tutti e quattro i volumi del Nachlass non parla mai di volontà anche se era definito filosofo della volontà. Schopenhauer va contro ad Hegel, uno dei massimi filosofi del tempo, perché?
Perché in quel periodo c'erano due visioni differenti di livelli di coscienza:
- Corrente dualistica: 1 livello per mondo fisico (coscienza empirica)
- Corrente razionalistica: La struttura del Logos che spiega tutto quindi la ragione, 2 livello per metafisica (miglior coscienza) spiega sia il mondo fisico che la metafisica.
Costanzi e Schopenhauer criticano chi fa parte della corrente razionalistica in quanto io non parlo del mondo, ma di come la ragione vede il mondo. E Moretti sostiene che quando io parlerò dell'interno con la ragione sbaglierò perché la mia attenzione ricadrà solo sul ragionamento.
Queste due correnti non sono conciliabili perché troppo opposte; E questo fu anche il motivo per cui Schopenhauer ce l'ha con Hegel, perché quest'ultimo una composizione delle due tradizioni!
Per poterle mettere insieme Hegel, usò un terzo elemento la dialettica. Per questo errore Schopernhauer chiamo Hegel “Calibano dello spirito”; Riprese questo termine dall'opera fantastica shakespeariana “La tempesta” dove c'è un uomo abbandonato su un'isola e viene seguito da due spiriti:
- Ariel: spirito che vola, che per Schopenhauer è la coscienza migliore
- Calibano: spirito che striscia per terra coscienza empirica
Lo chiama Calibano perché ha preteso di mettere insieme i due spiriti, proprio per questo Schopenhauer cerca di mantenere la separazione ma nello stesso tempo fa un errore quando scrive “mondo come volontà” dove mette un terzo elemento la volontà che poi diventerà non volontà nei Nachlass perché subentra l'idea.
Ecco perché Mirri intitola il libro: “La dottrina dell'idea” Perché intende parlare della miglior coscienza. E far capire l'errore che aveva commesso ovvero non capendo la dialettica di Hegel e volendolo correggere aggiunge la volontà.
Capitolo 1 - La duplicità della coscienza
N 72: Il libro comincia con il frammento numero 72 con il tema della duplicità della coscienza. I due livelli di coscienza convivono naturalmente all'interno della coscienza dell'uomo ma sono reciprocamente del tutto incompatibili, anzi l'uno è la negazione dell'altro. Nel frammento la coscienza empirica è affermazione della temporalità, e viene indicato da Anacronte e Orazio, due scrittori latini che parlano del tempo, della sua fugacità, di come questo tempo scorre e bisogna utilizzarne ogni godimento.
La miglior coscienza c'è l'affermazione dell'eterno, e il formale rifiuto del tempo, quest'ultima viene indicata dalla figura di un Anacoreta, che rinuncia a tutte le gioe delle vita. L'uomo può essere considerato sia essere temporale che come essere eterno, sta a l'uomo creare la sua realtà e scegliere tra le due vie legittime.
Il problema sta nel fatto che queste si escludono e non riescono a convivere, se c'è la miglior coscienza non c'è la coscienza empirica, per far capire meglio ciò ci fa l'esempio del vizio, ovvero se un uomo è virtuoso non può avere vizi.
N 96: Tra le due coscienze non c'è nessuna relazione. In ciò per Mirri in questa separazione attua un platonismo di fondo, distinzione. E la domanda che sorge a Mirri è: una volta provata la miglior coscienza come si ritorna alla coscienza empirica? Non c'è un passaggio, la domanda è trascendentale, come la relazione stessa.
Intanto possiamo affermare che la coscienza empirica viene “dopo” della miglior coscienza, infatti il termine dopo è temporale. E inoltre noi non dobbiamo domandarci se ci sia relazione perché non saremo mai nella miglior coscienza.
La miglior coscienza è l'esperienza dell'eterno, dove si fa avanti il fondamento e non decide più il soggetto ma il fondamento che va ad apparire. “La miglior coscienza non pensa e non conosce perché si trova al di là del soggetto”.
N 145: In questo aforisma si fa capire la distinzione tra i due livelli di coscienza con l'esempio di Adamo e Gesù. Adamo rappresenta la coscienza empirica, esprimendo la sua natura finita, animale e peccaminosa dell'uomo. Qui l'uomo è dunque essere in preda alla finitezza e alla morte. Mentre la vita di Gesù esprime al contrario l'eterno e il sovrannaturale, la libertà. Chi dunque è uomo non è solo Adamo ma è anche Gesù. Dunque Adamo ha consegnato l'uomo nell'idea platonica al peccato e alla morte, Gesù lo ha liberato.
N 188: Dopo l'affermazione nell'aforisma n 145, dobbiamo considerare Gesù Cristo come un uomo completamente libero da ogni male ma poiché il corpo non è nient'altro che la tendenza a peccare resa visibile, il corpo di Gesù era in ogni caso un corpo apparente.
N 187: Mirri ci pone un esempio del mondo antico, portandoci le affermazioni di Omero, soprattutto dell'Iliade nel libro 22° ci spiega come la nostra miglior coscienza ci possa liberare dai tormenti del mondo.
N 99: Segno della duplicità della coscienza è anche il diverso atteggiamento che si può assumere e che di fatti si assume dinanzi alla morte, considerata “spaventevole” per la coscienza empirica, e “desiderata” invece dalla miglior coscienza. Infatti se noi viviamo nella visione del tempo, noi ci rendiamo conto che il tempo passa e che ogni secondo mi sta annientando, perché si aspetta l'arrivo della morte. Nell'altra invece si attende la morte. In quella empirica si cerca diversivi per annientarla ma così si aumenta solo il suo dominio.
N 91: Kielmayer afferma che i genitali e il cervello sono dei poli opposti. Secondo Schopenhauer i primi sono i rappresentanti della coscienza empirica e l'altro della miglior coscienza. Kielmayer nota come sia i genitali che la testa siano ricoperti di peli; i primi sono le radici dell'albero, l'altra è la testa. Aristotele afferma che durante l'orgasmo non si può pensare a nulla.
N 107: Schopenhauer nota come il cervello sia a riposo durante un'erezione. Infatti se il polo dei genitali è attivo, il polo dell'intelletto avrà minori connessioni, poiché un solo polo può mostrare più energia. Così come ci si sente intorpiditi e storditi dopo un pranzo mentre si sta per dormire, così il cervello fatica a funzionare durante un'erezione.
N 2: Schopenhauer scrive una poesia dove descrive la duplicità della coscienza. Acclama “o voluttà, o inferno, o senso, o amore” affermando che la coscienza empirica l'ha incatenato sulla Terra, Schopenhauer vorrebbe liberarsi e innalzarsi verso l'eterno, dimenticando la polvere di quaggiù, tutte le cose umane come l'invidia, la debolezza, la malvagità. Ma la coscienza empirica lo tiene saldamente sulla terra e ogni tentativo di innalzamento per lui è un frustramento. Schopenhauer si chiede cosa sarebbe più desiderabile di “vincere del tutto il vuoto e la miseria della vita”. Pensa a come sarebbe bello attraversare il deserto della vita, senza mai vedere il proprio piede che aderisce sulla sabbia e senza mai distogliere gli occhi dal cielo.
Capitolo 2 - Il filisteismo
Schopenhauer non si occupa eccessivamente di parlare della “coscienza empirica”, coscienza limitata e finita che si ferma nelle cose temporali. La conoscenza di questa coscienza è la scienza, di per sé limitata perché legata ai limiti della finitezza. Schopenhauer non parla molto di questa coscienza nei frammenti giovanili perché dedica un'opera intera a questo argomento.
Fa quindi un'analisi sulla conoscenza fenomenica che procede secondo il “principio di ragione”, guidata dalle forme d'intelletto di per sé limitate. La figura della coscienza empirica è racchiusa nel “filisteo”. Un uomo che pensa solamente ai propri comodi, che rinnega i valori, che cerca una moda alla quale conformarsi, loro non prendono una decisione e si omologano agli altri.
Nell'aforisma 4 Schopenhauer scrive una poesia dedicata ai filistei dove li descrive come degli uomini che origliano gli altri dalle finestre, che controllano tutto. Non sono interessati al pensiero, allo spirito o al valore di un uomo. Bensì a quello che spende, a quale classe sociale appartiene e se è utile a qualcosa per loro.
Il filisteo ha come unico scopo quello di una vita lunga e tranquilla, è terrorizzato dall'idea della morte e si assembla agli altri come “un branco di oche o di pecore”. Schopenhauer per quanto detesta il filisteo preferisce il suicida per motivi futili, il giocatore o il duellante che sono le tre massime figure della stoltezza.
Nell'aforisma 18 notiamo come Schopenhauer veda il filisteo come un uomo che tenta di vivere con piattezza e come se questa non lasciasse nulla a desiderare. Il filisteo dotto invece trova principi e metodi da applicare a ogni cosa che gli capita per valutare se è da accettare o rifiutare.
Nel 56 Schopenhauer afferma come sia importante credere nel proprio valore quando ci si relaziona con gli altri, così da poter avere un rapporto più saldo e da poter sopportare bene l'ipotetico allontanamento dell'altro. Il filisteo invece non cosciente del proprio valore, è circospetto e discreto nel rapporto con gli altri.
Nell'aforisma 65 Schopenhauer paragona i grandi spiriti a dei brani musicali complessi che non tutti riescono a comprendere. I grandi spiriti infatti passano momenti di buio, di ardui dubbi e di incertezze, stando sempre in movimento e vivendo. I filistei invece, sono piccoli spiriti che trovano immediatamente il loro posto nel mondo e si fossilizzano.
Nell'aforisma 118 viene sottolineata la limitatezza dei filistei che desiderando una vita lunga e serena piuttosto che virtuosa, come gli attori che desiderano personaggi con parti articolate, senza comprendere che quel che conta non è “quanto recitare”, ma “come” farlo. Nel 101 ribadisce come i suicidi per amore, i duelli e i giochi di dadi accostati al filisteo che spera solo alla comodità della vita vengano rivalutati. Il filisteo è colui che mangia la spezia accantonando la pietanza, per soddisfare il palato senza appesantire lo stomaco. Invece gli altri sono quelli che mangiano la sostanza eliminando le spezie. Entrambi quindi non sanno vivere, ma chi è nella miglior coscienza non deve né essere stomaco, né palato.
Nell'aforisma 111 Schopenhauer sottolinea invece come per non far fatica a pensare ogni uomo si appoggia alle scelte di quelli accanto. Come un branco di oche che segue la stessa direzione e che schiamazzando sembra voglia dire “Dovrei far eccezione proprio io?”.
Nell'aforisma 195, Schopenhauer individua la netta distinzione tra il filisteo e l'uomo geniale. Il primo si contenta della vita, per questo ci si trova a suo agio e l'accetta; il genio invece non la accetta, vorrebbe sempre cambiarla e la vede come un qualcosa di completamente estraneo.
Schopenhauer conclude il ritratto del filisteo parlando nell'aforisma 85 della ragione. La ragione non è la cosa più alta dell'uomo, essa infatti ha portato a errori cercando di fare del tempo un'eternità (pensiero anche di Kant). L'immaginazione per Kant non ha confini di spazio e di tempo, l'immaginazione è la natura rimanente alla ragione. Questa natura tende sempre verso l'oltre. Anche nella pratica la ragione gioca lo stesso ruolo; la natura dell'uomo vuole sempre l'oltre, ossia il raggiungimento di un desiderio e la sua soddisfazione, richiama un ulteriore desiderio. L'idea trascendentale di questo è la felicità che deriva dal raggiungimento della realizzazione dei desideri, dalla civilizzazione. Chi riesce a trovare la felicità in questo senza nostalgia è il filisteo. La ragion pratica dà dunque l'ideale del filisteo.
Kant afferma che la ragione e la moralità sono quel che ci rende superiori alle bestie. La ragione è la condizione essenziale che abbiamo per la nostra libertà, abbiamo la capacità di migliorare la nostra vita, conservando in noi la miglior coscienza e facendoci guidare dalla ragione come da un faro, fin quando dopo la morte non resterà che la miglior coscienza. Per i filistei la tragedia è inammissibile, loro credono che almeno alla fine la virtù serva.
Capitolo 3 - La coscienza empirica e la sua nullità
In questo capitolo si tratterà il tema della coscienza empirica, essa che si chiude entro il tempo. Quest'ultima Schopenhauer l'avverte come un limite della coscienza, come il suo livello più basso. Questo perché le sue considerazioni sul tempo, mirano tutte ad evidenziare l'illusorietà e l'insignificanza del fenomeno oggetto della considerazione scientifica.
Colui che si immerge completamente nella coscienza empirica è il filisteo, che conosce ciò che è opportuno, ciò che è generale. Il più grande problema dell'uomo empirico è dare senso al tempo, che provoca in lui la paura della morte, diventando schiavo del tempo. Per Schopenhauer la coscienza empirica esorcizza la paura dandogli più dominio, e potere. Il dominio dato dalla sua fugacità, e dalla sua paura è proprio il fattore che impedisce all'uomo empirico di pensare all'eterno.
N 1: Tema del tempo. Il tempo vuole ogni nostro minuto, e vogliamo assaggiare l'attimo. Il contrario del tempo è il “non tempo”. Il non tempo è “l'eternum” e si può assaporare solo quando la paura del tempo svanisce. Vedremo l'eterno dopo la nostra morte, quando il divino apparirà più chiaro.
La differenza tra la duplicità della coscienza per Costanzi, e per Schopenhauer è molto differente. Schopenhauer mette una decisione, mentre Costanzi mette una legatura, per dire che si vanno a giustificare. Gli aforismi che seguono tratteranno tutti, in maniera differente il tema della nullità del tempo.
N 22: L'aforisma numero ventidue ci fa capire che il presente vive all'interno di due cose nulle: passato e futuro, in quanto il passato non c'è più, e il futuro invece ancora non c'è perché deve arrivare, quindi la mia realtà è un confine tra due nullità. È logico che chi vede questa nullità è colui che sta sopra il tempo, quindi la coscienza empirica, mentre il Filisteo, che sta dentro al tempo, crede che può dominarlo con il passato, quindi con la storia, con il futuro quindi il progresso.
N 40: Schopenhauer ritiene che il mondo sia diviso tra cretini e intelligenti. Le persone cretine sono quelle che trattano con grande serietà il presente che contiene solo l'apparenza. Le persone intelligenti invece sono quelle che non si sono interessate di questo e sono divenute persone sorridenti.
N 168\151\154: Il presente ha una notevole somiglianza con la nostra posizione sulla sfera terrestre, siamo al di sopra, senza accorgerci che il momento che stiamo andando a vivere sta già divenendo passato. Noi crediamo di essere al di sopra ma l'infinito del tempo è un serpente che si morde la coda, ovvero è un ciclo che non ha né inizio né fine. Quindi l'infinito è sempre nullità, quindi è un inganno. Per noi non c'è nient'altro che un indivisibile momento e davanti e dietro di esso il puro nulla.
N 177: È inutile ricordare il passato, sperare nel futuro o cercare di afferrare il presente perché tanto il tempo è nullo. L'unico potere che possiamo avere è quello di riuscire ad abbracciare la totalità dell'Idea e decidere se accettare questa totalità oppure no.
N 225: Il tempo tranquillamente ci scorre tra le mani senza darci la possibilità di afferrarlo. Viviamo in un momento (presente) sospeso tra due nullità (passato, futuro). Questo è il vivere, che piace tanto agli uomini, che sono tranquilli grazie alla speranza che dopo questa vita ne arriverà un'altra simile.
La nullità del tempo in tutti i suoi momenti diviene ora per Schopenhauer la nullità della vita stessa, e per spiegarlo, quest'ultimo cita l'opera di Calderon de la Barca dove per il protagonista è l'immagine di un uomo che ha una vita che è un sogno; Per Schopenhauer è l'immagine più brutta della vita.
N 167: Il filisteo perde il presente, e con esso perde anche la vita, perché avendo paura del tempo, si perde anche la vita, e in che modo? Perché chi non è mai contento di ciò che ha dinanzi a sé e desidera sempre un qualcosa di assolutamente lontano, e riuscirà ad appagarlo ne vorrà ancora di più; Ciò che invece dovrebbe avvenire è godere serenamente il presente e di prendere ciò che esso apporta nella speranza che il resto te lo fornirà più tardi.
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