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Riassunto esame valutazione in psicologia dello sviluppo, prof Salerni, libro consigliato manuale di psicologia dello sviluppo (Barone), sperimentazione e alternative di ricerca D'Odorico; osservare i bambini: tecniche ed esercizi, Cassibba, Salerno

Riassunto dell'esame di metodi di ricerca e valutazione in psicologia dello sviluppo (parte 2), basato su appunti personali e studio autonomo dei testi Manuale di psicologia dello sviluppo, Barone; Sperimentazione e alternative di ricerca, D'Odorico; Osservare i bambini: tecniche ed esercizi, Cassibba, Salerni.

Esame di Metodi di ricerca e valutazione in psicologia dello sviluppo docente Prof. N. Salerni

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 SVANTAGGI:

1) difficoltà inerenti la velocità e l’ampiezza di campo necessarie a cogliere i fenomeni nella loro globalità.

Rispetto alla procedura di videoregistrazione ci sono degli svantaggi che sono molto legati soprattutto all’ambiente in cui si

effettua la videoregistrazione. Il fatto di videoregistrare implica necessariamente che noi abbiamo sempre sotto controllo la

situazione, il contesto, il soggetto che in quel momento sono oggetto della nostra osservazione. Nel momento in cui c’è un

cambiamento nella situazione, chiaramente la nostra capacità di spostare l’attenzione è molto più elevata rispetto alla necessità

di modificare per esempio l’inquadratura. Quindi, questo si riflette in un problema inesistente se si sta facendo un’osservazione

in laboratorio, perché il laboratorio viene sempre attrezzato in modo tale che ci siano più telecamere. Se invece si sta facendo

l’osservazione in un ambiente naturale, familiare, piuttosto ampio, potrebbe esserci perdita di informazioni, anche rilevanti.

 in laboratorio: impiego di una seconda videocamera.

2) possibile incremento della reattività dei soggetti intervistati: in linea di massima, sicuramente la videocamera non costituisce

un problema nel momento in cui la rilevazione viene fatta in laboratorio e l’ambiente non è familiare (le telecamere vengono

nascoste, quindi non si stanno introducendo degli elementi che in qualche modo modificano l’ambiente in cui stiamo

misurando). Quando però si utilizzano le videocamere ad esempio in contesti educativi, in cui i bambini non sono abituati ad

essere videoregistrati, questo potrebbe innalzare il livello di reattività dei bambini, che potrebbero passare più tempo

interagendo con l’osservatore che li sta riprendendo e non mettere in atto il loro comportamento spontaneo.

 l’utilizzo di videocamere in ambiente naturale potrebbe risultare maggiormente “disturbante” in quanto alterazione vistosa

della situazione naturale.

COME OSSERVARE (MODALITÀ):

Ci sono diverse tipologie di processi osservativi. Generalmente la classificazione è di tipo dicotomico perché si tende a

distinguere l’osservazione distaccata, che deriva dall’approccio ecologico, dall’osservazione partecipante.

 osservazione distaccata vs partecipante

In realtà alcuni autori creano una distinzione lungo un continuum dove agli estremi si collocano questi due tipi di osservazione:

- distaccata, dove l’osservatore non è mai visibile ai soggetti osservati. Per esempio in laboratorio si utilizza lo specchio

bidirezionale. L’osservatore dunque non diventa mai parte del processo osservativo, neanche in maniera passiva.

- partecipante (partecipazione passiva, moderata, attiva, completa).

 il grado di coinvolgimento dell’osservatore può essere di diversa ampiezza:

- osservazione distaccata (specchio unidirezionali; dissimulazione della propria presenza)

- partecipazione passiva (osservatore presente ma assenza di interazione col soggetto)

- partecipazione moderata (prevede un equilibrio tra distacco e coinvolgimento): la partecipazione dell’osservatore è prevista

ma non riguarda in alcun modo l’oggetto dell’osservazione. Prevede che l’osservatore possa rispondere alle richieste di

attenzione ad esempio del bambino, ma sulla base di una serie di regole prestabilite che implicano il non indirizzare il

comportamento del bambino in un modo piuttosto che in un altro (questo per evitare di suggerire un comportamento).

- partecipazione attiva (coinvolgimento negli avvenimenti per comprendere dall’interno il comportamento): l’osservatore è

direttamente coinvolto negli eventi osservativi. Questo nasce dall’esperienza etnografica, dove l’osservatore entrava a far parte

del gruppo dei bambini per permettere una rilevazione non solo dei comportamenti direttamente osservabili, ma soprattutto

per interpretare il significato di quei comportamenti facendo anche riferimento a stati interni.

- partecipazione completa (l’osservazione viene condotta entrando a far parte del gruppo dei soggetti): l’osservatore è

direttamente coinvolto negli eventi osservati.

 Problemi di reattività all’osservatore:

La presenza di un osservatore può alterare il comportamento di un individuo

 adulti:

- “mascherare” gli scopi precisi dell’osservatore

 bambini:

- trascurabile sotto i 6 mesi

- periodo di familiarizzazione (importanza del comportamento tenuto dall’osservatore)

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RILEVAZIONI DI TIPO OSSERVATIVO:

Una volta pianificati tutti questi aspetti bisogna parlare delle tecniche di osservazione (osservazione come strumento, come

tecnica di quantificazione del comportamento).

Le tecniche di osservazione, in termini generali, riguardano tutte quelle procedure che dobbiamo mettere in atto quando la

classificazione, la codifica del comportamento, si basa sulle capacità di un osservatore, quindi quando l’osservatore diventa

strumento di misurazione di quel comportamento.

Queste tecniche di osservazione assumono forme qualitativamente diverse ma possono essere classificate lungo un continuum

che va da tecniche che prevedono una descrizione del comportamento oggetto di indagine a tecniche che prevedono una chiara

classificazione, categorizzazione, a seguito di una codifica specifica.

 Le tecniche di osservazione riguardano quell’insieme di procedure che devono essere messe in atto quando la traduzione e la

codifica del comportamento si basa sulle capacità dell’osservatore

 

descrizione classificazione

DESCRIZIONI DI TIPO NARRATIVO:

Ovviamente, le tecniche di tipo descrittivo sono le “descrizioni di tipo narrativo”, ossia quelle forme di osservazione che hanno

caratterizzato gli albori della psicologia dello sviluppo. Quindi si basano su tecniche di osservazione che sono di tipo descrittivo.

Lo scopo è quello di riprodurre gli eventi osservati in forma scritta. Ovviamente questi resoconti devono essere il più fedeli

possibili rispetto a ciò che si sta osservando, rispettando sia le modalità di esplicitazione di questi eventi che la sequenzialità

degli eventi stessi.

 resoconti ampi e dettagliati dei fenomeni sotto osservazione, descritti così come si verificano.

 scopo: riprodurre gli eventi osservati in forma scritta, nel modo più fedele possibile, rispettandone le modalità e la sequenza

originali

Tutte queste tecniche si basano sull’utilizzo del linguaggio quotidiano, quindi non associano specifici significati ad altrettanto

specifici termini. Quindi il significato che noi attribuiamo ai termini del linguaggio quotidiano per procedere con le descrizioni di

tipo narrativo sono esattamente quelli che noi generalmente attribuiamo e condividiamo nella nostra cultura di appartenenza.

Quindi non c’è nessun tipo di restrizione a questo tipo di rilevazione, perché le descrizioni di tipo narrativo prevedono che venga

tradotto in linguaggio scritto tutto ciò che accade in quella situazione, in quel contesto, rispetto al focus dell’osservazione.

L’unico limite può essere quello che deriva solamente dalla esprimibilità a livello verbale, perché dobbiamo essere in grado di

rendere in una forma statica un flusso continuo di eventi. A volte diventa complicato sottolineare linguisticamente la

sequenzialità e la fluidità del comportamento.

Quello che sicuramente deve connotare questo tipo di descrizioni è il livello di descrizione stessa, che deve essere di tipo

analitico. Questo significa che in qualche modo bisogna tradurre in forma scritta tutti gli elementi direttamente osservabili, uno

ad uno, senza arrivare a interpretazioni, perché ci si deve basare su dati direttamente osservabili. È quindi necessario essere

molo analitici, indipendentemente dal significato che possiamo dare a una serie di comportamenti microanalitici che si

verificano in sequenza.

 si basano sull’utilizzo del linguaggio quotidiano senza specifici attributi ai termini impiegati al di fuori di quelli comunemente

condivisi

 non viene imposto alcun tipo di restrizione a ciò che viene osservato, se non quella derivante dall’esprimibilità a livello

verbale

 si preferisce un livello di descrizione analitico vs. sintetico e si tengono separate le interpretazioni dal resoconto dei fatti

 confronto tra diversi tipi di descrizione

CONFRONTO TRA DIVERSI TIPI DI DESCRIZIONE:

Esempi di descrizione di tipo analitico vs descrizioni di tipo sintetico. Nessuno dice che le descrizioni di tipo

oggettivo siano scorrette, ma queste

descrizioni descrivono comportamenti

direttamente osservabili.

Le descrizioni di tipo soggettivo sono invece

delle interpretazioni e non si può dire se le

interpretazioni sono vere o no.

Ciò che a noi serve è però quantificare il

comportamento. Quindi se la necessità è

quella di procedere con una descrizione di tipo

narrativo, è necessario che ciò che viene

dettato sia una descrizione di tipo analitico.

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DESCRIZIONI DI TIPO NARRATIVO “DAL VIVO”:

Possiamo quindi dire che le descrizioni di tipo narrativo sono proprio un resoconto del comportamento e del contesto secondo

un ordine temporale, in dettaglio e senza un livello esagerato di inferenza.

Ovviamente, per procedere in questo modo bisogna garantire una serie di aspetti, relativi sia alla descrizione che alla modalità

interpretativa. È chiaro che il resoconto scritto, più viene prodotto con una contiguità temporale molto stretta rispetto

all’osservazione, più è probabile che sia dettagliato, oggettivo e analitico.

 completare il resoconto scritto subito dopo

 descrivere il contesto dell’osservazione, il luogo fisico; elencare le persone presenti, le posizioni occupate da ciascuno, gli

oggetti a disposizione; prendere nota del tempo d’inizio dell’osservazione.

 descrizione degli eventi (azioni), annotazione del tempo di occorrenza degli eventi.

 struttura delle frasi deve essere di un certo tipo: soggetto, verbo (azione), oggetto o destinatario

 evitare i commenti dell’osservatore (no aggettivi, no avverbi perché fanno riferimento ad aspetti interpretativi)

 riportare tutti gli eventuali cambi di luogo, tempo, persone, oggetti a disposizione.

CRITICHE ALLE DESCRIZIONI DI TIPO NARRATIVO:

Generalmente, ciò che accade in questo tipo di rilevazione è strettamente connaturato al processo osservativo stesso.

Per nostra natura noi non siamo in grado di rilevare e descrivere tutto quello che accade, ma alcuni aspetti piuttosto che altri in

qualche modo diventano oggetto di una scelta arbitraria perché ciò che viene annotato molto probabilmente è ciò che attira di

più la nostra attenzione. Di conseguenza, questo aspetto specifico generalmente si riflette nel fatto chele descrizioni narrative

come tecniche di rilevazioni del dato, fra tutte le tecniche sono quelle che più di altre sono soggette alla soggettività.

Questo effetto immediato delle descrizioni di tipo narrativo è quello della non replicabilità. Quindi questo è uno strumento che

se applicato ad un’osservazione mai può essere replicato come dato.

In realtà, per quanto riguarda le tecniche di osservazione, abbiamo degli strumenti a disposizione per controllare l’attendibilità.

Quando li analizzeremo nel dettaglio, tutti quanti si basano sul confronto: mettere a confronto delle descrizioni di tipo narrativo

rispetto allo stesso fenomeno osservato, è molto complicato, proprio perché sono resoconti in forma scritta. Quindi il controllo

dell’attendibilità diventa molto difficile. Quindi dove possibile questo tipo d tecnica osservativa va limitata, anche perché

sicuramente se il nostro obiettivo è quello di arrivare ad una quantificazione dl dato, questa sicuramente non è una modalità

economica (tanto dispendio di tempo).

 1) la struttura linguistica della descrizione cristallizza e differenzia ciò che nella realtà potrebbe essere un flusso continuo

 2) non si può mai descrivere “tutto” ciò che si vede, quindi vengono spesso compiute scelte arbitrarie non specificate: spesso

ciò che viene annotato è solo ciò che ha, in qualche modo, attirato l’attenzione.

 

3) soggettività non replicabilità

 4) difficoltà di individuare una modalità di confronto, ed eventualmente di accordo, tra due diverse descrizioni degli stessi

eventi

 5) non economia

VANTAGGI DELLE DESCRIZIONI DI TIPO NARRATIVO:

Si possono salvare le descrizioni che derivano da una trascrizione delle informazioni dettate nel registratore, perché è un valido

compromesso per arrivare alla quantificazione del dato laddove non è possibile videoregistrare.

Ci sono altri casi specifici in cui invece la descrizione di tipo narrativo è fondamentale. Innanzitutto quando l’oggetto

dell’osservazione è nuovo, non è ben conosciuto. In questo caso abbiamo bisogno di ottenere un resoconto molto dettagliato

per cercare non di rilevare dei dati ma individuare in questo flusso del comportamento continuo quali secondo noi sono le unità

di analisi che veramente meritano di essere rilevate perché sono quelle che poi, una volta quantificate, ci daranno le risposte

che noi cerchiamo rispetto alla nostra domanda.

 sono utili nelle fasi preliminari di studio (quando il fenomeno da osservare è nuovo o non ben conosciuto)

 lo scopo non è quello di ricavare dei dati direttamente utilizzabili ma di individuare, nel flusso continuo del comportamento,

quali potrebbero essere le unità codificabili e la loro definizione.

A volte queste stesse descrizioni narrative sono fondamentali come accompagnamento rispetto all’applicazione di altri

strumenti di tipo osservativo perché in qualche in modo ci forniscono una serie di informazioni che ci aiutano nella

classificazione del comportamento. Le descrizioni narrative di questo tipo, che sono molto brevi perché si rifanno ad un evento

specifico, vengono utilizzate per esempio nell’ambito linguistico.

L’ultimo caso in cui le descrizioni narrative devono essere salvate come osservazione sono i casi in cui abbiamo bisogno di una

serie di informazioni molto dettagliate su quel fenomeno (lo scopo non è più quello di raccogliere dei dati per ricerca ma di

ottenere delle informazioni per comprendere meglio un disturbo o una difficoltà di comportamento, quindi generalmente sono

osservazioni sul singolo individuo).

 sono utilizzate per la descrizione di particolari eventi (accompagnano le rilevazioni quantitative effettuate con altri strumenti

di tipo osservativo

 sono insostituibili quando si cercano informazioni molto specifiche in relazione a particolari aspetti del comportamento, in

particolari circostanze. 9

GRIGLIA DI OSSERVAZIONE:

La descrizione di tipo narrativo attualmente non viene utilizzata per quantificare il comportamento. Di conseguenza, è chiaro

che abbiamo la necessità di affrontare e ideare anche degli strumenti che in qualche modo permettano una rilevazione più

formalizzata, che non dia tutto questo spazio alla declinazione degli elementi, a partire dal presupposto che noi non siamo in

grado di rilevare tutto.

L’osservazione sistematica e formalizzata parte dal presupposto che l’attenzione dell’osservatore debba essere centrata su

determinati aspetti, che si ritengono criteriali, dimenticandosi di tutto il resto, quindi facilita il compito di rilevazione del dato.

Tutte gli strumenti e le tecniche di osservazione di questo tipo vengono denominate griglie di osservazione.

Possiamo definire una griglia di osservazione come un insieme strutturato di descrizioni comportamentali che, a seconda del

tipo di griglia, sono legate da relazioni specifiche. Quindi la relazione che intercorre tra le descrizioni comportamentali e il

costrutto, l’oggetto, che io intendo misurare, varia da griglia a griglia.

Ciò che accomuna le griglie di osservazione è che comunque, nel momento in cui utilizziamo una griglia, a priori siamo già

indirizzati verso alcuni aspetti del comportamento, che sono direttamente osservabili e non su altri (quelli che riteniamo

importanti rispetto al nostro obiettivo iniziale).

 Per ottenere delle quantificazioni più accurate del comportamento è necessario che si verifichi il passaggio ad un tipo di

rilevazione più sistematica e formalizzata

 utilizzo di una griglia di osservazione

 insieme di descrizioni comportamentali, legate da relazioni specifiche, che può essere utilizzata per rilevare quei

comportamenti che interessano il ricercatore

Le griglie di osservazione possono essere di tre tipi:

- checklist

- scale di valutazione

- schemi di codifica

Tutte e tre si compongono di una serie di descrizioni comportamentali. Ciò che le differenzia è la relazione esistente tra le

descrizioni e l’oggetto di rilevazione.

CHECKLIST:

Le checklist sono delle griglie di osservazione costituite da una lista, il più possibile breve, di comportamenti descritti in un

ordine logico di sviluppo (da comportamenti più semplici a comportamenti più complessi).

Rispetto a questo tipo di strumento, il compito dell’osservatore è solamente quello di segnare, rilevare, la presenza o l’assenza

di questi comportamenti, inclusi nella checklist, a seguito di una procedura di osservazione specifica.

Questo insieme di descrizioni comportamentali non deve assolutamente mai includere tutti i comportamenti che noi possiamo

ipotizzare di osservare rispetto a quella competenza che stiamo misurando, ma solamente una selezione, un sottoinsieme di

questi possibili comportamenti, che devono essere rappresentativi di ciò che stiamo valutando.

I comportamenti selezionati e inseriti nella checklist devono essere chiaramente differenziabili

 Rilevazione dello sviluppo di una competenza chiaramente definibile e limitata

 Serie (lista) di comportamenti descritti in un ordine logico di sviluppo (o di crescente complessità)

 L’osservatore ne deve indicare la presenza o assenza direttamente mentre osserva

 Ha il vantaggio di essere molto poco intrusiva e di rendere il compito osservativo più semplice

REQUISITI:

1) gli item sono brevi, di tipo descrittivo e comprensibili

2) i comportamenti devono essere descritti nello stesso modo (stesso ordine di parole, stesso tempo dei verbi)

3) i comportamenti devono essere descritti in modo oggettivo (no giudizi): devono essere riferiti a qualcosa che osservo e non a

conclusioni interpretative.

4) i comportamenti devono essere descritti in modo positivo

5) gli item devono far riferimento a comportamenti chiaramente differenziati

6) gli item devono essere rappresentativi del costrutto che si vuole indagare ma NON devono includere tutti i possibili

comportamenti infantili

ESEMPIO: COMPORTAMENTO MOTORIO (2°ANNO):

 cammina se lo si aiuta tenendolo per mano

 stando in piedi si china per raccogliere un gioco

 cammina da solo

 sale le scale “a 4 zampe”

 sospinge la palla col piede

 sale le scale mantenendosi in piedi se lo si tiene per mano

 dà un colpo alla palla col piede su dimostrazione

 scende le scale se lo si tiene per mano 10

ESEMPIO: COMPORTAMENTO MOTORIO (3° ANNO):

 scende le scale alternando i passi

 corre mostrando controllo della velocità e della direzione

 salta e atterra con due piedi uniti

 saltella su un piede solo

 tira, prende e calcia un pallone

 si arrampica e ridiscende con facilità dalle attrezzature di arrampicata

 batte le mani con ritmo

 batte i piedi con ritmo

Le checklist sono poco utilizzate in ambito dello sviluppo, perché è difficile produrre dei costrutti così ampi a una serie

circoscritta di elementi, di descrizioni comportamentali che sono prototipiche in quella fase di sviluppo.

SCALE DI VALUTAZIONE:

Le scale di valutazione risolvono la questione della misurazione e della valutazione successiva di costrutti multidimensionali,

come può essere lo sviluppo sociale.

In tutte le scale di valutazione, il compito dell’osservatore, a seguito dell’osservazione è quello di fornire un giudizio globale sulla

frequenza o sull’intensità con cui quel comportamento si è manifestato, è stato osservato (quanto quel comportamento c’è in

termini di frequenza e intensità).

Questi giudizi singoli, globali, che porteranno poi alla valutazione finale, sono riferiti di volta in volta a una serie di manifestazioni

comportamentali che devono essere ritenute significative di quello che sto valutando.

Ovviamente, se dobbiamo fornire un giudizio globale in termini di frequenza/intensità, quella descrizione comportamentale

deve far riferimento a delle manifestazioni che si possono manifestare con frequenze e intensità differenti.

 L’osservatore dà un giudizio globale sulla frequenza con cui un dato comportamento si manifesta o sul grado con cui un certo

tratto è presente (intensità)

 Sono degli strumenti volti a valutare manifestazioni comportamentali ritenute significative di una caratteristica (variabile

psicologica) sottostante

 Il grado in cui una data manifestazione comportamentale riflette una data caratteristica può essere misurato su una scala

Ciò che va tenuto in seria considerazione e che contraddistingue le scale di valutazione dalle altre tecniche osservative è il fatto

che ciò di cui esprimiamo un giudizio di volta in volta non è quello che vogliamo misurare, perché ciò che misuriamo è la

variabile psicologica sottostante. Quando esprimiamo una serie di giudizi globali per ogni item di una scala di valutazione stiamo

misurando il costrutto a cui quelle descrizioni comportamentali fanno riferimento. Per questo bisogna comprendere e conoscere

il significato di ogni descrizione comportamentale rispetto a ciò che stiamo misurando. Quindi diventa molto importante

l’interpretazione, perché non è sufficiente dare un giudizio di frequenza basandosi solo sulle occorrenze (sul numero di volte in

cui abbiamo osservato quel comportamento) ma bisogna dare un significato a quel comportamento. Quindi indirettamente ci si

chiede di valutare di volta in volta se quello che stiamo osservando è intenzionale o accidentale, perché il significato sotteso

cambia rispetto a ciò che stiamo valutando (mai usare scale di valutazione in cui si chiede “mai, quasi mai”, sempre, ecc,…).

Non è detto che ad alta frequenza corrisponda sempre un significato positivo o negativo.

 Poiché ciò che la scala misura non è il comportamento in sé ma la relazione tra il comportamento e una qualità sottostante,

l’osservatore deve rilevare non solo se il comportamento si è verificato ma anche il modo in cui si è verificato (intenzionale o

accidentale, per scherzo o seriamente, giustificato o casuale)

 bisogna comprendere il significato del comportamento

 importanza dell’interpretazione 11

SCALA DI VALUTAZIONE DEL COMPORTAMENTO E DELLA COMPETENZA SOCIALE:

Questa scala di valutazione è composta da tre sottoscale.

1) Sottoscala (S – C) Competenza Sociale:

 negozia soluzioni nei conflitti con gli altri bambini

 mette gli altri bambini e i loro punti di vista in accordo

 coopera con gli altri bambini

 conforta e assiste un altro bambino in difficoltà

 divide i suoi giochi con altri

 è premuroso con i bambini più piccoli

 lavora facilmente in gruppo

 aiuta in tutti i compiti, ad esempio distribuire la merenda

 accetta compromessi se gli vengono date spiegazioni

 prova piacere nei propri risultati

2) Sottoscala (R – A) Rabbia e aggressività:

 è facilmente deluso

 si arrabbia se interrotto

 è irritabile, si arrabbia facilmente

 grida o urla facilmente

 costringe gli altri bambini a fare cose che non vogliono fare

 picchia, morde o calcia altri bambini

 entra in conflitto con gli altri bambini

 picchia la maestra o rompe i giocattoli quando si arrabbia con lei

 si oppone ai suggerimenti della maestra

 ha atteggiamenti di sfida se viene ripreso

3) Sottoscala (A – I): ansietà e isolamento (fa riferimento alla capacità del bambino di integrarsi in un gruppo o di essere isolato):

 mantiene espressioni facciali neutre (non sorride o non ride)

 è stanco

 si preoccupa

 è timido, spaventato, ad esempio nelle nuove situazioni

 è triste, infelice o depresso

 è inibito o ansioso nel gruppo

 è inattivo, guarda gli altri bambini giocare

 rimane da una parte, isolato dal gruppo

 non parla né interagisce con gli altri bambini durante le attività di gruppo

 non viene notato nel gruppo

 L’osservatore deve dare un giudizio sulla frequenza:

- il comportamento non accade mai (1 punto)

- il comportamento accade qualche volta (2 o 3 punti)

- il comportamento accade spesso (4 o 5 punti)

- il comportamento accade sempre (6 punti)

Alla fine si ottiene un punteggio globale riferito alla competenza sociale.

Questo è un caso tipico in cui il giudizio dell’osservatore influenzerà la valutazione del comportamento sociale. Se la valutazione

viene fatta solo sulla frequenza bisogna dare un’interpretazione di ciò che intendiamo per competenza sociale. Se è un aspetto

del comportamento che non è intenzionale non possiamo basarci solo sulla frequenza. Il giudizio che diamo deve essere

mitigato. 12

COSTRUZIONE DI UNA SCALA DI VALUTAZIONE:

La struttura di una scala di valutazione può essere di diversi tipi:

VANTAGGI DELLE SCALE DI VALUTAZIONE:

La scala di valutazione è quello strumento osservativo che permette la misurazione di variabili che sono difficili da quantificare

perché non sono riconducibili a un’unica tipologia di comportamento, ma hanno bisogno di una valutazione di tipo

multidimensionale. Un’altra caratteristica importante è che il compito dell’osservatore è abbastanza semplice.

Questo permette anche di ottenere una valutazione che non dipende dal contesto in cui svolgiamo l’osservazione, perché

generalmente chi utilizza le scale di valutazione non utilizza una sola osservazione. L’osservazione può essere fatta in diversi

momenti della giornata, in diversi contesti. Quindi elimina l’influenza delle contingenze situazionali.

Alla fine avremo una valutazione in termini di quantificazione totale del costrutto. A questo punto si possono individuare ad

esempio eventuali differenze individuali e stili comportamentali. Non avremo mai delle informazioni riguardo ai processi di

sviluppo.

 Praticità e velocità di somministrazione

 Adatte per osservare il comportamento di molti individui, anche collettivamente

 Rendono possibile la misurazione di variabili difficili da quantificare, in quanto non riconducibili ad un unico comportamento

bensì ad un insieme di comportamenti

 Riescono a misurare aspetti stabili, depurati dalle contingenze situazionali e, quindi, possono produrre dati con maggior

valore predittivo

 Utili per esaminare le differenze individuali e gli stili comportamentali

SVANTAGGI DELLE SCALE DI VALUTAZIONE:

Non si possono utilizzare le scale di valutazione se non si conoscono le relazioni intercorrenti tra gli item e il costrutto di

misurazione. Non stiamo rilevando direttamente un comportamento, quindi non si basa su una descrizione oggettiva del

comportamento ma si basa su un giudizio. Quindi può essere influenzata dalla soggettività di chi procede con la valutazione.

Questo ha un riflesso immediato sulla differenziazione tra i vari punti della scala. Più sono i punti della scala e più diventa

complicato assolvere il proprio ruolo, ossia definire il punteggio globale, perché tra i livelli attigui rientra in gioco la soggettività.

 Non basandosi su una descrizione oggettiva dei comportamenti, possono essere influenzate dalla soggettività

dell’osservatore

 L’osservatore deve condividere il costrutto teorico sottostante agli item che compongono la scala, per poterne interpretare il

significato

 È difficile differenziare tra i vari punti di una scala

 Sono scarsamente informative riguardo i processi di sviluppo

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ESERCIZIO:

“Durante il secondo anno di vita il comportamento di gioco progredisce in termini di complessità e raggiunge livelli di espressione

simbolica che vanno da semplici azioni rivolte verso di sé, a sequenze di azioni simboliche, a vere e proprie sostituzioni di oggetti.

Il livello di gioco simbolico raggiunto dal bambino sembra essere influenzato sia da variabili individuali che dal ruolo svolto dagli

adulti durante l’attività di gioco con il bambino. Quando il bambino gioca con un partner più competente, quale può essere la

madre, riceve stimolazioni ed opportunità per agire a livelli più alti di quelli che può raggiungere da solo. In questo senso la

partecipazione della madre al gioco può condurre ad un innalzamento del livello di gioco del bambino e ad un suo arricchimento.

Durante l’attività di gioco sembra essere possibile identificare due modalità di sostegno dell’attività ludica del bambino: la

dimostrazione, in cui viene attivato il processo di apprendimento per imitazione (vengono fornite dimostrazioni su come giocare

o procedere nel gioco modellando l’azione e, quindi, fornendo al bambino uno stimolo da imitare); la sollecitazione, in cui c’è

incoraggiamento verbale a partecipare o a eseguire un’attività, senza alcuna dimostrazione esemplificativa.

Lo scopo della ricerca è quello di verificare se la dimostrazione e la sollecitazione materne influenzano i comportamenti di gioco

del bambino.

I dati, relativi ad un campione di 90 diadi madre-bambino (45 maschi e 45 femmine), sono stati raccolti nell’ambiente familiare

quando i bambini avevano 20 mesi d’età. E’ stato chiesto alla madre di giocare con il bambino per 10 minuti consecutivi con un

set di giocattoli forniti dallo sperimentatore. Il comportamento di gioco delle madri e dei bambini è stato classificato tramite uno

schema di codifica a 3 categorie (gioco pre-simbolico; gioco di transizione; gioco simbolico); inoltre sono stati rilevati tutti i

comportamenti verbali materni classificabili come sollecitazioni al gioco pre-simbolico, sollecitazioni al gioco transizionale,

sollecitazioni al gioco simbolico.

I risultati testimoniano la presenza di una forte associazione tra sollecitazione simbolica materna e comportamento di gioco

simbolico del bambino, suggerendo che la sollecitazione materna possa essere considerata una variabile in grado di influenzare il

livello di gioco esibito dal bambino”.

RISOLUZIONE:

Attenzione. Il termine “influenza” di per sé non ci dà nessun aiuto in termini di individuazione del disegno, perché il termine

“influenza” si usa sempre quando si indagano delle relazioni.

La variabile indipendente deve essere manipolata in qualche modo. Manipolare significa che il ricercatore stabilisce a priori dei

valori, detti livelli. Questi valori possono essere stabiliti con un intervento diretto (quei valori sono determinati a priori dal

ricercatore), oppure un intervento indiretto (seleziona dei valori diversi, tanti quanti sono i livelli).

In questo caso non è così.

Poniamo che in questo caso i livelli vadano a costituire gruppi, allora ci sarà un gruppo di bambini che gioca con la mamma e la

mamma nell’interazione di gioco dimostra solo atti di gioco simbolico, oppure presimbolico oppure di transizione.

Poi ci sarà un altro gruppo dove le mamme forniscono sollecitazioni verbali solo di tipo simbolico, oppure solo di tipo

presimbolico e un altro gruppo dove forniscono sollecitazioni solo di tipo transizionale. Questo non è così.

C’è un gruppo solo in cui i bambini sono sottoposti a tutte queste stimolazioni differenti? No.

Questo significa che non possono essere variabili indipendenti, perché sono tutte variabili rispetto a cui noi non abbiamo a priori

stabilito alcun valore specifico (stiamo registrando il numero di volte che può essere diverso da mamma a mamma, con un range

di frequenza molto diverso, per tutti questi aspetti). Non lo sappiamo prima.

Quindi qualsiasi aspetto di sollecitazione e di dimostrazione noi non sappiamo che valore assumerà. Lo registriamo in uscita.

Così come registriamo il tipo di gioco del bambino, senza sapere come è.

Quindi tutte queste sono variabili dipendenti, osservate. Quindi il disegno è di tipo correlazionale.

- variabili indipendenti: non ci sono.

- variabili dipendenti: 3 variabili dipendenti a livello concettuale: dimostrazione materna, sollecitazione materna e il

comportamento di gioco del bambino. A loro volta, queste tre variabili sono state operazionalizzate con una misura x non

specificata, con una quantificazione di dimostrazione presimbolica, dimostrazione di gioco di transizione, dimostrazione

simbolica materna; sollecitazione presimbolica, sollecitazione simbolica o sollecitazione di transizione della mamma; gioco

presimbolico, gioco simbolico e gioco di transizione del bambino.

Quindi se ci sono solo variabili dipendenti, osservate, non ci dobbiamo preoccupare di identificare i livelli né di parlare di

possibile tipo di confronto (se non ci sono livelli non ci sono confronti within o between).

Il disegno è di tipo correlazionale.

In termini di misurazione, quale aspetto dei comportamenti di dimostrazione, sollecitazione e comportamento di gioco del

bambino hanno utilizzato? Ha senso usare la frequenza (di ogni tipologia)

Che tipo di rilevazione è? Che strumento/tecnica è stato utilizzato? Osservazione diretta.

Per quanto riguarda i risultati: l’unico risultato riportato è un’associazione tra la sollecitazione verbale materna al

comportamento di gioco simbolico del bambino. Quindi tanto più è alta la frequenza di produzione degli input linguistici da

parte della madre classificabili come una sollecitazione rivolta al bambino a giocare in modo simbolico, tanto più sarà alta la

frequenza degli atti di gioco del bambino classificabili come simbolici.

Inoltre, la sollecitazione materna può essere considerata una variabile in grado di influenzare il livello di gioco esibito dal

bambino. Detto così, in termini di direzionalità, la sollecitazione verbale materna “causa” (è tra virgolette perché solo i disegni

sperimentali hanno in sé relazioni di causa – effetto) ciò che fa il bambino in termini di comportamento di gioco.

Questa direzionalità non è l’unica possibile. Potrebbe essere anche che più il bambino mette in atto comportamenti di gioco

simbolico e più la mamma lo sollecita verbalmente. Quindi sono equipossibili.

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Il contesto è un contesto “naturale”, familiare. Questo è un esempio di strutturazione nell’ambiente naturale imposta dal

ricercatore. Questo non significa un’intrusività e una limitazione rispetto alla manifestazione comportamentale che misuriamo,

ma significa modificare una porzione del contesto senza essere intrusivi. Pur mantenendo l’ambiente familiare il set di ambiente

proposto è costante per tutti i bambini e viene proposto dallo sperimentatore. Il tipo di materiale è sicuramente una possibile

variabile confondente. Il tipo di gioco è fortemente influenzato dagli oggetti a disposizione. Questa variabile confondente è stata

controllata tramite la tecnica della costanza. Se non fosse stato così, questa variabile avrebbe potuto influire sui risultati.

Oltre a questa ci sono altre variabili confondenti che sono state controllate:

- la variabile genere è stata controllata con il bilanciamento

- la variabile età è stata controllata con la costante

- la variabile tempo di osservazione

- la consegna data alle madri

- il luogo in ambiente familiare è costante

Il disegno per quanto riguarda l’età non è né trasversale né longitudinale. Perché l’età non è trattata come variabile

indipendente. Infatti ha un valore solo.

Eventualmente forse sarebbe meglio un disegno longitudinale, per tenere sotto controllo le differenze individuali.

Se poniamo che un’altra variabile indipendente sia il genere, che tipo di disegno di ricerca sarebbe? Pre-sperimentale. Quindi il

disegno è anche fattoriale (indipendenti sono età e genere) di tipo 2 (genere) x 3 (3 gruppi di età).

RILEVAZIONE TRAMITE UNO SCHEMA DI CODIFICA:

Le tecniche di rilevazione di tipo osservativo si distribuiscono lungo un continuum che va da tecniche che si basano sulla

descrizione dettagliata del contesto osservativo e degli eventi osservati fino ad una categorizzazione degli stessi eventi osservati.

Gli schemi di codifica sono le griglie che permettono la quantificazione più complessa del comportamento osservato.

Significa che possiamo ottenere molte più misure rispetto a una quantificazione dicotomica del tipo presente/assente, che

invece ci fornisce la checklist. È una quantificazione articolata. Nella sua articolazione la griglia osservativa ci permette un livello

di controllo molto elevato. Più si controlla e più i dati sono affidabili (ci allontaniamo dalla soggettività per avvicinarci

all’oggettività).

Ovviamente anche lo schema di codifica, come le altre griglie di osservazione, è formato da descrizioni comportamentali che

sono stabilite prima. Ciò che deve essere osservato deve essere reso esplicito e stabilito a priori.

 Permette una quantificazione del comportamento osservato più complessa ed articolata rispetto ai metodi precedenti

 È il tipo di rilevazione più sistematica e affidabile in quanto permette maggiori controlli

 Ciò che viene rilevato è la comparsa di determinati comportamenti predefiniti

 la scelta di ciò che dovrà essere considerato rilevante è resa esplicita e accompagnata da precise definizioni

COSTRUZIONE DI UNO SCHEMA DI CODIFICA:

Quali comportamenti osservare?

La scelta di quali comportamenti osservare segue sempre la stessa regola: necessità di approfondire in maniera chiara qual è la

relazione intercorrente tra la variabile concettuale che vogliamo rilevare e la variabile osservata. Quindi è un problema di

definizione operazionale.

Le tre categorie che abbiamo individuato nell’esempio hanno una relazione stretta con lo sviluppo del comportamento di gioco,

nonostante in quella stessa situazione potrebbero esserci altri comportamenti facilmente rilevabili.

Lo scopo ultimo dello schema di codifica è di individuare una serie di categorie, di descrizioni comportamentali che siano quelle

e solo quelle che noi riteniamo necessarie per ottenere le informazioni rilevanti sulla nostra variabile concettuale che dobbiamo

misurare.

 rapporto tra variabile concettuale e variabile osservata

 è un problema di definizione operazionale della variabile osservata

 il comportamento in quanto tale non ha rilevanza e valore se non in funzione delle sue possibili relazioni con le variabili

concettuali di cui è la manifestazione osservabile

 è inutile rilevare un comportamento solo perché si manifesta ed è facilmente osservabile

 l’osservazione di un dato comportamento è, di per sé, priva di utilità se non si ha un’ipotesi sul significato che esso assume

nel definire il fenomeno che vogliamo indagare

AMPIEZZA DELLE UNITÀ COMPORTAMENTALI:

Ovviamente, quello che noi possiamo direttamente osservare sono delle risposte e dei comportamenti su base motoria o su

base vocale. Quanto più noi ci discostiamo da questi elementi di base, tanto più stiamo definendo delle descrizioni

comportamentali e delle categorie che si collocano a livelli di analisi differenti.

Rappresentazione del continuum: da una parte ci sono i codici fisici (risposte motorie e vocali) e dall’altra i codici sociali (le

stesse risposte vocali e motorie che si verificano in un determinato modo, con una determinata sequenzialità, a cui noi

associamo un significato).

Se una categoria di uno schema di codifica include il pointing, questo è una serie di singole risposte motorie. Quindi questo tipo

di categoria non è nei codici fisici ma nemmeno nei codici sociali.

Una prima differenziazione tra gli schemi di codifica riguarda il livello di analisi delle nostre categorie.

15

Se questa è la dimensione su cui noi ci muoviamo, gli schemi di codifica che includono delle categorie che si collocano a un livello

di analisi più ampia, verso i codici sociali, richiedono all’osservatore un grado di inferenza del significato che scuramente non è

paragonabile a quello che viene richiesto quando le categorie si avvicinano all’altro estremo del continuum.

È per questo che vengono chiamati “codici sociali”, perché implicano da parte dell’osservatore, l’attribuzione di un significato

che possiamo dare sulla base di convenzioni, regole, contenuti, conoscenze, che derivano da processi di natura sociale.

Se devo rilevare dove va l’occhio non devo interpretare niente, devo solo rilevare.

 Ciò che può essere oggetto di osservazione sono solo risposte motorie e vocali

 Il grado con cui ci si discosta da questi elementi di base costituisce la dimensione delle categorie o livello di

analisi a cui la categoria può arrivare

 

Tale dimensione può essere rappresentata come un continuum: 1) codici “fisici” 2) codici “sociali”

 N.B. il secondo tipo di categorie richiede una qualche inferenza da parte dell’osservatore in quanto la loro specificazione è

basata sulla comprensione di processi di natura sociale

 ESEMPIO: indicare: braccio esteso verso l’esterno ma non a contatto con oggetti; il bambino guarda o fissa nella stessa

direzione. categoria “molecolare”.

Questo esempio è un esempio di categoria che sta verso i codici “fisici”. Queste categorie vengono chiamate categorie

molecolari o analitiche. Sono categorie dove spesso ciò che osservo ha immediatamente il significato associato alla

denominazione di quella categoria. Non si devono fare delle inferenze. Più sono molecolari e più avremo la corrispondenza tra

comportamento e descrizione comportamentale.

Se invece ad esempio parliamo di gioco parallelo si tratta di una categoria “molare”. Mentre le categorie “molecolari” hanno una

definizione che è la descrizione di quel comportamento, le definizioni delle categorie “molari” sono molto più ampie.

Ovviamente nel gioco parallelo potranno rientrare delle risposte motorie e vocali molto diverse fra loro.

 Gioco parallelo: il bambino gioca da solo manifestando, però, spontaneamente un comportamento simile a quello degli altri

bambini. Se gioca con giocattoli, questi sono simili a quelli usati dai bambini vicini a lui ma gioca in un modo che piace a lui. Se gli

altri, invece, giocano senza giocattoli, allora egli usa le stesse attrezzature o mette in atto un comportamento simile a quello dei

bambini che lo circondano. In entrambi i casi, non tenta di influenzare il comportamento degli altri bambini e interagisce poco

o nulla con essi. Gioca, cioè, accanto agli altri bambini più che con essi. categoria “molare”.

La conseguenza è che le categorie molari, macroanalitiche, hanno una chiara discrepanza fra il significato che diamo a quella

categoria e la precisa descrizione dei comportamenti che vi rientrano, perché non sono in grado di fare una precisa descrizione

del comportamento. Tanto è vero che non ci sono delle definizioni comportamentali.

Quindi mentre nel pointing abbiamo la corrispondenza diretta tra il nome della categorie e quello che è il comportamento, qui

non c’è una corrispondenza diretta.

Quindi l’importante quando si usano categorie di questo tipo, in un’ottica di attendibilità del dato, è non focalizzarsi sul tentativo

di spiegare quella categoria, cercando di elencare tutti i possibili comportamenti che potrebbero rientrare, ma bisogna sforzarsi

di fornire una descrizione sufficientemente chiara e condivisibile di modo che osservatori diversi, una volta che leggono quella

definizione e che osservano un determinato evento riescono ad associare quel significato a ciò che osservano.

Si tratta quindi di affinare la descrizione delle categorie in modo da arrivare all’univocità delle interpretazioni che possono

essere date a quella sequenza comportamentale.

Ne deriva che se uno schema di codifica presenta solo i termini associati alle diverse categorie, senza spiegazione e descrizione,

non va bene. Questo può essere sostenibile solo se lo schema di codifica è costituito da categorie microcategorie dove c’è una

corrispondenza univoca tra denominazione della categoria e comportamento che ci rientra.

 Categorie molari: problema di una possibile discrepanza tra significato delle categorie e precisa descrizione dei

comportamenti che possono essere inclusi nelle categorie

 soluzione: attribuire un peso determinante, più che alla precisa definizione di tutti i possibili comportamenti codificabili in

una determinata categoria, al fatto che individui diversi, in modo indipendente l’uno dall’altro, codifichino nella stessa maniera il

medesimo comportamento

 univocità dell’interpretazione da parte di più osservatori

SCELTA DELL’AMPIEZZA DELLE UNITÀ DI OSSERVAZIONE (UNITÀ COMPORTAMENTALI):

 Derivazione da un determinato approccio teorico

 esempio:

- molecolareetologia

- molareecologia

 Derivazione da particolari ipotesi relative all’oggetto di studio

- Formulare chiaramente una specifica domanda e, sulla base di questa, individuare le unità di analisi più adatte per trovare la

risposta (approccio deduttivo a priori)

- Spesso, il processo di costruzione delle categorie è di tipo induttivo: parte da una osservazione informale del

comportamento per giungere alla determinazione delle unità più adatte a segmentarlo ( a posteriori)

 Derivazione da motivi di ordine pratico: impossibilità di osservare comportamenti troppo dettagliati

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DIMENSIONE DELLE CATEGORIE:

 analizzabilità: atto non ulteriormente scomponibile.

 più comportamenti considerati come un tutto unitario

 interoretazione: bassa/alta

STRUTTURA DI UNO SCHEMA DI CODIFICA:

ORGANIZZAZIONE DELLE CATEGORIE (DELLE UNITÀ COMPORTAMENTALI):

1) si può segmentare il flusso comportamentale:

- in unità diverse e successive categorie mutualmente esclusive (sistemi categoriali)

- in unità diverse che si verificano simultaneamente categorie co – occorrenti (sistemi di caratteristiche distintive).

Si tratta quindi di come noi decidiamo di segmentare il flusso degli eventi che stiamo osservando.

Queste unità comportamentali, eventi, che sono un pezzettino del flusso che noi osserviamo, possono essere il riflesso di una

segmentazione di tutto ciò che osserviamo in unità diverse e successive l’una all’altra oppure in unità diverse che si possono

verificare simultaneamente.

Quando osservo un’interazione madre – bambino, posso utilizzare uno schema che prevede che qualsiasi unità

comportamentale io osservi ha solo una possibile categoria dove rientrare e ciò che osservo immediatamente dopo deve

rientrare in un’altra categoria, oppure quella singola unità che per me ha un significato, può contemporaneamente rientrare in

categorie diverse e quindi sono categorie co – occorrenti.

L’altra dimensione è l’organizzazione interna delle categorie (che possono essere micro o macro oppure anche mutualmente

esclusive o co – occorrenti).

Per esempio: se il mio schema di codifica è uno schema di codifica per classificare e poi quantificare il comportamento di

sguardo del bambino e le mie categorie sono: sguardo alla madre, sguardo all’oggetto, sguardo altrove, in una situazione di

interazione triadica, queste categorie, che fanno riferimento alla classificazione dello sguardo del bambino, sono co – occorrenti

o mutualmente esclusive?

Le unità comportamentali che io rilevo e che posso classificare come sguardo alla madre, sguardo all’oggetto o sguardo altrove

sono co – occorrenti? No. Per esempio quando guarda la madre non guarda l’oggetto, quindi sono categorie mutualmente

esclusive perché le unità di analisi, sulla base delle quali viene segmentato il flusso comportamentale oggetto di indagine sono

distinte e successive una dopo l’altra. se però per classificare questa interazione io non sono interessata solo allo sguardo ma

rilevo anche i suoni, le vocalizzazioni prodotte, allora il flusso comportamentale verrà segmentato ogni volta che ci sarà un

evento significativo in termini di sguardo e un evento significativo in termini di vocalizzazione prodotta.

In questo caso, poniamo che le categorie dello sguardo siano sempre: sguardo alla madre, sguardo all’oggetto o sguardo altrove

e poniamo che per i suoni abbia due categorie: grunt e vocalizzazioni. Queste categorie nel loro complesso sono mutualmente

esclusive o no? No. Perché il bambino ad esempio può guardare la mamma e vocalizzare.

2) Le categorie che costituiscono lo schema possono essere esaustive o meno.

L’ultimo aspetto sulla base del quale gli schemi di codifica possono differenziarsi è anche il carattere di esaustività o meno che li

contraddistingue. Se uno schema di codifica è esaustivo, questo significa che le categorie che lo costituiscono rendono possibile

associare ad ogni unità di analisi un codice, una classificazione. Non c’è un evento rispetto al quale non abbiamo un codice.

Nell’esempio di prima, lo schema di codifica che abbiamo riportato sullo sguardo è esaustivo o no? Io ho sempre a disposizione

una categoria qualsiasi sia l’unità di analisi in cui segmento il flusso del comportamento? Sì, perché quello che devo segmentare

non è il comportamento in toto ma è il comportamento di sguardo, quindi, a patto che i bambino non si addormenti, ho sempre

una categoria che mi dice qual è il focus dello sguardo del bambino.

Nell’esempio dei suoni prelinguistici riportato prima (grunt e vocalizzazioni), le due categorie costituiscono uno schema

esaustivo? No. Perché ci possono essere altre produzioni prelinguistiche che non sono un grunt o delle vocalizzazioni (es.

lallazioni). Questo significa che rispetto al nostro costrutto, lo schema che applichiamo non è esaustivo, quindi so che ci può

essere dell’altro di cui io non ho tenuto conto.

 lo schema fornisce tutte le possibili categorie per rilevare il fenomeno (esiste sempre una categoria da assegnare ad una data

unità in uno specifico intervallo di tempo) 17

REQUISITI FONDAMENTALI DI UNO SCHEMA DI CODIFICA:

Quali sono i requisiti che tutti gli schemi di codifica devono avere?

1) ogni categoria deve essere definita in modo chiaro e univoco:

Il primo requisito fondamentale è che ciascuna descrizione comportamentale che va a definire lo schema di codifica deve essere

definita in modo univoco e chiaro. Quindi rispetto alla denominazione della categoria che proponiamo, questo codice deve

essere affiancato da una serie di indicazioni tanto più precise quanto più questo è necessario per permettere una classificazione

attendibile del comportamento osservato. Quindi la definizione del significato sotteso a ciascuna categoria è un aspetto molto

rilevante nel caso in cui le categorie si avvicinino all’estremo dei “codici sociali”, quindi siano categorie macroanalitiche, che

sottendono sempre un certo grado di interpretazione.

Questo aspetto diventa fondamentale perché l’osservatore, nel momento in cui nel flusso comportamentale individua un evento

che deve essere rilevato e classificato, sostanzialmente non deve avere dubbi rispetto al codice da applicare a quell’evento.

Quindi definire ciascuna categoria è un po’ come stabilire una regola che ci permette di applicare quella singola categoria in tutti

i casi di sua pertinenza.

È quindi fondamentale, nel momento in cui si costruisce e si applica uno schema di codifica, evitare l’ambiguità interpretativa.

Quindi ci deve essere una condivisione, il più possibile accurata, del significato.

Questo è molto più semplice nel momento in cui abbiamo delle categorie microanalitiche in cui il significato corrisponde al

singolo comportamento direttamente osservabile. Diventa difficile quando le categorie racchiudono in sé una serie di

comportamenti che in funzione del pattern con cui si manifestano possono essere classificati in un modo piuttosto che in un

altro.

 necessità di fornire indicazioni precise in base alle quali il comportamento osservato può essere codificato all’interno di una

determinata categoria

- definire una categoria è un compito simile alla formulazione di una regola e del suo ambito di applicazione

- il fine è quello di ottenere che la regola sia applicata in tutti i casi di sua competenza e in nessun caso fuori della sua

competenza

- evitare, o ridurre al minimo, i casi di possibile ambiguità

2) lo stesso schema di codifica non dovrebbe comprendere categorie che si collocano a livelli di analisi diversi:

L’altro aspetto è che noi abbiamo parlato di unità d’analisi di livelli diversi (le categorie possono essere micro o macro). Una

regola fondamentale degli schemi di codifica è che devono essere costituti da una serie di categorie che si collocano allo stesso

livello di analisi. Quindi le categorie di uno schema di codifica nel complesso devono risultare omogenee tra di loro per ampiezza

d’analisi. Non è quindi possibile all’interno dello stesso schema di codifica affiancare una categoria microanalitica (es. pointing)

con una categoria macroanalitica (es. comunicazione complementare).

 le categorie devono essere omogenee tra loro.

SCHEMA DI CODIFICA: ESEMPIO:

Obiettivo: descrizione dello sviluppo delle caratteristiche strutturali dell’interazione tra bambini di età compresa tra i 12 e i 36

mesi

Ipotesi: l’interazione imitativa precede ontogeneticamente quella di tipo complementare

Questo è uno schema di codifica che è stato sviluppato per soddisfare l’obiettivo relativo alla descrizione dello sviluppo delle

caratteristiche strutturali dell’interazione tra bambini in un’età compresa tra i 12 e i 36 mesi.

Lo studio era guidato dall’ipotesi che gli scambi interattivi di tipo imitativo precedano ontogeneticamente gli scambi di tipo

complementare tra pari. A partire dall’individuazione del focus oggetto di osservazione (scambi interattivi tra bambini in questa

fase di sviluppo), gli autori ritengono fondamentali indagare tre dimensioni:

1) dimensione relativa al monitoraggio monitoring: uso dello sguardo per segnalare e condividere l’attenzione su un

compagno o su un oggetto. 

2) dimensione della complementarietà interazioni complementari: scambi bidirezionali caratterizzati da alternanza dei turni e

da complementarietà dei ruoli.

3) interazioni imitative: sequenze che comprendono la produzione di un comportamento da parte di un bambino e la

riproduzione immediata dello stesso comportamento da parte dell’imitatore.

Ogni dimensione è esplicitata attraverso una serie di codici che fanno riferimento a:

1) Monitoring:

- Sguardo unilaterale

- Sguardo unilaterale sull’oggetto

- Sguardo reciproco sull’oggetto

- Sguardo reciproco

- Assenza di sguardo

 quindi ci si focalizza sul comportamento visivo e si tiene conto del fatto che nel corso dell’interazione entrambi i bambini si

guardino a vicenda oppure solo un bambino guarda l’altro per richiamare l’attenzione, oppure l’attenzione è condivisa

sull’oggetto, ecc… 18

2) Interazioni complementari (prevedono l’alternanza dei turni):

- Scambio di oggetto

- Conflitto per l’oggetto

- Affetto positivo

- Affetto negativo

- Deissi

- Interazioni idiosincratiche

 vengono analizzate tenendo conto che l’interazione si focalizzi sullo scambio di un oggetto, che questo scambio sia di natura

conflittuale e quindi ci saranno delle alternanze di turni anche negative (conflitto per l’oggetto), che l’alternanza sia determinata

dalla condivisione di stati emotivi e di affetti di tipo positivo e negativo, dalla deissi (quindi strumenti che in qualche modo

mantengono lo scambio del turno in termini di focus) e le interazioni idiosincratiche, che permettono di classificare gli scambi

che non rientrano nelle altre categorie.

3) Interazioni imitative:

- Imitazione vocale

- Imitazione linguistica

- Imitazione facciale

- Imitazione posturale

- Imitazione gestuale

- Imitazione gesti con oggetti

Categorie molari + Categorie molecolari

Quindi lo schema di codifica è tutto questo.

Ogni codice (elenchi) prevede una descrizione per permetterne l’applicazione. Tutte le dimensioni dello schema, in modo

particolare la 1 e la 3, sono costituite da categorie che si collocano ad un livello più molecolare, quindi fanno riferimento a dei

comportamenti abbastanza univoci (non hanno bisogno di tante interpretazioni).

Questi codici sono stati sviluppati per tre dimensioni diverse, necessarie ad ottenere delle misure rispetto alla domanda iniziale.

Le dimensioni scritte in verde potrebbero essere a loro volta le uniche categorie dello schema di codifica che si collocano invece

a livello molare, macroanalitico.

In altre parole, rispetto all’ipotesi che abbiamo, per soddisfare la domanda iniziale potrei applicare queste categorie: monitoring,

interazioni complementari e interazioni imitative. Lo schema sarebbe composto da tre categorie, con una definizione dettagliata

di quello che ci può rientrare in ognuna di esse. Queste sarebbero categorie macroanalitiche, che garantiscono l’omogeneità.

In alternativa io posso avere uno schema di codifica che risponde alla stessa domanda, dove la parola monitoring non compare e

la lista di categorie incluse nello schema va da “sguardo unilaterale” a “assenza di sguardo”. Stiamo misurando la stessa cosa ma

in questo caso le categorie sono più dettagliate, quindi sono categorie microanalitiche.

A seguito dell’applicazione dell’una o dell’altra possiamo ottenere delle quantificazioni molto differenti: se io applico le

microanalitiche per ognuna di esse avrò una quantificazione, altrimenti avrò tre quantificazioni (monitoring, interazioni

complementari e interazioni imitative).

Di conseguenza dobbiamo decidere il livello di unità di analisi in funzione della domanda che ci stiamo posti all’inizio, quindi del

tipo di informazione che è importante ottenere per rispondere alla domanda iniziale.

Quindi l’omogeneità è importante che sia garantita all’interno dello schema: l’importante è che non ci sia uno schema dove ad

esempio ad una categoria come “monitoring” venga affiancata “imitazione facciale”, perché queste sono due dimensioni molto

diverse.

TAPPE NELLA CREAZIONE DI UNO SCHEMA DI CODIFICA:

Le tappe per la costruzione di uno schema sono le stesse che dobbiamo utilizzare anche per andare a recuperare in letteratura

degli schemi di codifica già ideati da altri autori che potrebbero essere utili.

1) Formulare chiaramente una domanda e individuare le unità di analisi più adatte a trovare la risposta: prima tappa è farsi una

domanda specifica. A partire da una domanda dobbiamo essere in grado di individuare le unità di analisi più adatte, che meglio

corrispondono al costrutto che vogliamo misurare.

Come si fa per individuare le unità di analisi più adatte?

2) Osservare a lungo il comportamento che si deve codificare: Si procede in due modi: attraverso un’osservazione precedente

alla definizione dello schema.

3) Compiere un esame della letteratura: Generalmente l’osservazione del comportamento è affiancata da un’analisi della

letteratura delle ricerche che sono andate ad analizzare il fenomeno che ci interessa anche per prendere spunto da esse.

L’esame della letteratura affiancato a un’osservazione pilota ci permette di individuare i comportamenti su cui focalizzarci.

4) Definire le categorie: Una volta individuate queste unità, dobbiamo definire le categorie e le dobbiamo provare. Che cosa può

succedere?

5) Metterle alla prova: va messo alla prova perché potremmo renderci conto nel corso dell’osservazione che ci sono delle

dimensioni o delle modalità comportamentali rispetto a cui noi non abbiamo previsto una categoria, ma che nel corso

dell’osservazione ci rendiamo conto che potrebbero essere rilevanti e darci delle informazioni importanti per il nostro obiettivo

di misurazione. In questo caso lo schema di codifica va integrato e vanno inserite delle categorie nuove.

Va messo alla prova perchè la definizione delle categorie è molto importante.

19

Soprattutto quando si creano dal nulla gli schemi di codifica è possibile che la definizione che ognuno di noi dà alla categoria sia

chiara a se stessi ma è possibile che non lo sia altrettanto per colore che lo devono applicare. Questo potrebbe riflettersi sul

fatto che rispetto ad un’unità comportamentale noi ci troviamo in dubbio se fare rientrare quell’unità in una categoria piuttosto

che in un’altra. questo significa che quelle categorie non sono sufficientemente chiare, sono ambigue e non sono abbastanza

differenziate tra loro. Questo non può accadere quando applichiamo uno schema di codifica: non dobbiamo trovarci di fronte a

un dubbio di questo tipo: il comportamento che sto osservando deve essere classificato come A o come B?

 I comportamenti che mi interessano rientrano tutti nelle categorie previste? è chiaro che uno schema di codifica, per sua

definizione, non deve cogliere tutti i comportamenti che io osservo, perché non avrebbe senso. La domanda è: quelli che non

vengono colti perché non è prevista una loro classificazione sono dei comportamenti importanti, ci sono delle differenze

rilevanti mentre osservo tali per cui potrebbero darmi delle informazioni rispetto alla mia domanda iniziale? Se la risposta è sì si

deve ricominciare con la formulazione delle categorie.

 Ci sono comportamenti che possono rientrare in più di una categoria? Questi comportamenti, che io ho ritenuto rilevanti,

rientrano nelle categorie previste (ce l’ho una categoria per questi comportamenti?). Quelli che non rientrano (che non pensavo

fossero rilevanti) non è che sono invece importanti se nel corso dell’osservazione noto che sono abbastanza frequenti, che

differenziano moto fra bambini?

 Ci sono differenze importanti tra i comportamenti non colti dallo schema di codifica?

 Lo schema di codifica è affidabile? Una volta applicato lo schema di codifica, è contenutisticamente valido? Mi permette di

raccogliere dati e quantificazioni attendibili? A priori deve essere fatto un controllo sull’affidabilità e l’attendibilità di dati pilota

con le stesse tecniche che poi verranno utilizzate alla fine delle rilevazioni dei dati per le analisi statistiche sull’attendibilità degli

osservatori.

STRATEGIE DI RILEVAZIONE DI TIPO OSSERVATIVO:

Lo schema di codifica, tra le tipologie di griglie osservative, ci permette una quantificazione più articolata del comportamento.

Questo significa che possiamo derivare dall’utilizzo e dall’applicazione dello schema di codifica una serie di misure.

Questo si declina, in termini metodologici, nel fatto che lo schema di codifica può essere applicato all’osservazione con strategie

diverse. Non basta avere uno schema di codifica ma bisogna anche decidere sulla base di quale strategia bisogna applicarlo.

Quando parliamo di schemi di codifica, a strategia di applicazione, che deve essere sempre esplicitata nella procedura, fa

riferimento alla modalità con cui lo schema di codifica viene applicato all’osservazione del comportamento che stiamo rilevando.

 Strategia: modo in cui lo schema di codifica viene applicato al comportamento in corso, estraendo da esso valori numerici che

possono essere usati per le analisi successive

Le strategie, per ovvi motivi, possono essere diverse e differiscono tra di loro per una serie di fattori:

a) unità di codifica:

- noi possiamo applicare uno schema di codifica, quindi usare una strategia, che si baserà su unità di codifica che sono eventi

- oppure possiamo applicare lo stesso schema di codifica decidendo che la stessa unità di codifica (l’unità a cui dobbiamo dare

un codice) non è un evento comportamentale ma è un intervallo di tempo.

 quindi io guardo e decido che quando osservo rilevo un comportamento che può essere classificato (evento che codifico),

oppure posso osservare per 5 secondi e dare un codice per quei 5 secondi (intervallo di tempo).

 quindi ci saranno le strategie di rilevazione per eventi o le strategie di rilevazione per intervalli temporali.

b) modalità di applicazione: la modalità di applicazione significa che io indipendentemente dall’unità di codifica procedo con:

- una codifica continua: indipendentemente dall’unità di codifica. Nel caso degli eventi, se la codifica è continua significa che

ogni evento che si verifica e che è classificabile deve essere classificato rispetto a tutto il tempo di osservazione. Se è una

codifica continua per intervalli temporali significa che il tempo di osservazione sarà suddiviso in intervalli temporali ma se la

codifica è continua ciascun intervallo temporale deve avere un codice.

- oppure con una codifica intermittente: quindi alcuni eventi sì e alcuni eventi no, oppure alcuni intervalli di tempo sì e alcuni

intervalli di tempo no.

Questo avrà delle conseguenze sul tipo di quantificazione che possiamo ottenere: se stiamo osservando un bambino per 15

minuti e facciamo una codifica continua del comportamento per esempio per eventi, avremo una quantificazione di quel

comportamento che è totale rispetto al tempo di osservazione.

Quindi ci sono delle strategie che permettono delle quantificazioni più accurate e rappresentative, mentre altre meno.

Quindi le strategie che abbiamo a disposizione per applicare uno schema di codifica derivano dall’incrocio di queste due

dimensioni: posso avere una codifica per eventi continua, per intervalli temporali continua, per eventi intermittente, per

intervalli temporali intermittente.

Come faccio a scegliere quale usare? Dipende da tante cose. Dipende da aspetti pratici, dipende dal tipo di misura di

quantificazione di cui abbiamo bisogno, ecc… 20

CRITERI GUIDA PER LA SCELTA DELLA STRATEGIA DI RILEVAZIONE:

1) lo schema di codifica viene applicato al comportamento direttamente osservato, oppure alla sua videoregistrazione:

Una cosa abbastanza banale, che può guidarci nella scelta, è la modalità di osservazione.

Ci possono essere diverse modalità di osservazione (modalità basata sulla videoregistrazione e osservazione dal vivo).

Possiamo applicare degli schemi di codifica a del materiale videoregistrato (più semplice, perché posso osservare e ricontrollare

più volte).

Dal vivo è più difficile (contemporaneamente osserviamo, rileviamo e classifichiamo) fare delle rilevazioni continue:

generalmente quando si fanno le osservazioni dal vivo carta e matita ci sono dei momenti dedicati all’osservazione, dove si sta

attenti, e dei momenti in cui prendiamo nota. Questo significa intermittente. Vuol dire che in quel periodo di osservazione c’è un

momento in cui osserviamo il dato e un momento in cui scriviamo e non osserviamo più.

2) viene osservato un singolo individuo o più persone:

Un’altra cosa rende complicata un’osservazione: stiamo osservando un solo individuo o un gruppo, o una diade? Più aumenta

l’articolazione e più diventa difficile fare osservazione. Se dobbiamo applicare uno schema di codifica a un singolo bambino,

potrebbe anche essere che possiamo scegliere una strategia che ci dà tante informazioni, ma se dobbiamo applicare lo stesso

schema a tre bambini insieme diventa più complesso, soprattutto dal vivo.

3) lo schema di codifica comprende molte o poche categorie:

Lo schema di codifica comprende poche categorie o molte? Un conto è applicare tre categorie e un conto è applicare uno

schema che ha 15 categorie, che significa che stiamo facendo un’analisi micro e dobbiamo stare attenti a tantissime cose.

4) il luogo in cui gli individui osservati si muovono è ampio o ristretto: se siamo in laboratorio è facile anche fare un’osservazione

dal vivo, ma se il setting è al parco diventa più complesso.

5) le caratteristiche degli eventi che devono essere codificati:

Per forza di cose, l’osservazione diretta implica la rilevazione e la classificazione di qualcosa di direttamente osservabile.

Qualsiasi evento comportamentale si differenzia rispetto alle possibili quantificazioni in termini di:

- eventi momentanei caratterizzati da frequenza

- eventi durevoli (stati comportamentali) caratterizzati da frequenza e durata

Se noi abbiamo a che fare con eventi comportamentali che per loro natura sono momentanei, quando dobbiamo quantificare, le

possibili differenze e la variabilità di cui noi abbiamo necessità per fare analisi, non può che essere relativa alla frequenza con cui

si manifestano. La durata non ha senso, perché sono momentanei per definizione. Quindi ciò che mi interessa e che devo

rilevare è la loro frequenza.

Se invece gli eventi sono durevoli, allora le differenze le posso ottenere sia nella frequenza, sia nella durata.

4 tipi di comportamento che possono essere oggetto di osservazione:

a) momentaneo e frequente (es. un battito di ciglia)

b) momentaneo e infrequente (es. uno starnuto)

c) durevole e frequente (es. la produzione verbale durante l'interazione con un altro individuo)

d) durevole e infrequente (es. una manifestazione di aggressività in un gruppo di gioco)

Devo saper equale è la natura degli eventi comportamentali che io sto per rilevare, perché una regola è quella di usare una

strategia che permette meglio di altre di cogliere le caratteristiche, in termini di quantificazione, di ciascuna tipologia

comportamentale. Quindi se ho a che fare con eventi comportamentali momentanei, siccome questi possono essere frequenti o

infrequenti, ciò che devo garantire è l’applicazione di una categoria che mi permetta di calcolare la frequenza.

Se invece ho a che fare con comportamenti che possono essere più o meno frequenti e che possono durare più o meno a lungo,

allora io devo scegliere una strategia che mi permetta di avere una quantificazione in termini sia di frequenza che di durata.

 La scelta della strategia sarà orientata a massimizzare la possibilità di rilevare le diverse tipologie di comportamento

Quindi, per riassumere, che cosa mi fa scegliere la strategia?

1) questioni prettamente pratiche, legate alla difficoltà dell’osservazione come procedura nel suo complesso

2) motivo inerente la variabilità sottesa al comportamento, che in alcuni casi variabilità prettamente di comparsa e di frequenza

e in altri casi non è solo di frequenza ma anche di durata.

Se io, per un serie di motivi pratici, devo applicare uno schema con modalità intermittente, so all’inizio che la rilevazione in sè

non può essere precisa come quella continua. Questo perché abbiamo detto che ci saranno dei periodi in cui si procede con la

rilevazione e la classificazione del comportamento e dei periodi in cui la rilevazione e la classificazione non viene fatta. Quindi

non può essere precisa, perché significa che potrebbe accadere che vengano ignorati una serie di comportamenti che

andrebbero rilevati proprio in quell’intervallo in cui ci dedichiamo alla trascrizione (non all’osservazione diretta).

In alcuni casi tuttavia, queste rilevazioni intermittenti sono necessarie.

 Le rilevazioni effettuate con una strategia di codifica intermittente non sono mai precise come quelle ottenibili da una

codifica continua

 solitamente si ricorre alla codifica intermittente di eventi quando l'osservazione avviene dal vivo

 l'osservatore non può contemporaneamente "osservare" e "registrare" le sue osservazioni

 ad un periodo di osservazione segue un periodo in cui le osservazioni vengono annotate

 può accadere che siano ignorati proprio quei momenti in cui si manifesta il comportamento a cui è interessato il ricercatore

21

La modalità continua è applicabile ai due tipi di unità di analisi che abbiamo individuato: eventi o intervalli temporali.

 il verificarsi di un determinato comportamento, preselezionato dal ricercatore, fa scattare la codifica.

Può presentarsi in due varianti:

1) CODIFICA CONTINUA DI EVENTI SENZA INFORMAZIONI TEMPORALI:

La più semplice in assoluto è la codifica continua di eventi senza informazioni temporali: poiché è una rilevazione per eventi, è il

comportamento che si verifica che fa scattare l’applicazione di un codice. Se procediamo in questo modo e non vogliamo avere

delle informazioni temporali, che fanno riferimento alla durata dei comportamenti, il compito dell’osservatore si declina in due

passaggi:

a) osservare e rilevare nel corso dell’osservazione la comparsa di quegli eventi comportamentali che sono previsti dalle categorie

incluse nello schema.

b) Ovviamente, se io ho uno schema di codifica multicategoriale non è sufficiente rilevare, perché mi viene richiesto anche di

classificare.

 Compito dell'osservatore:

a) identificare, nel corso della sessione osservativa, la comparsa dei comportamenti previsti dallo schema di codifica che sta

utilizzando. Se lo schema di codifica non prevede solo la rilevazione della comparsa dell'evento ma anche l'identificazione delle

sue caratteristiche, allora:

b1) rilevazione che si è verificato un evento codificabile

b2) codifica appropriata dell'evento

Quando si è conclusa la nostra osservazione che misure possiamo rilevare da questa strategia?

1) frequenza assoluta di comparsa: poniamo di avere: sguardo all’oggetto, sguardo alla madre e sguardo altrove. Per ognuna di

queste categorie, siccome ciò che ci è stato chiesto è di fare attenzione allo sguardo e di classificarlo, abbiamo una frequenza

delle volte in cui il bambino ha guardato la mamma, ha guardato l’oggetto o ha guardato altrove.

Spesso però, in tutti i casi in cui l’osservazione non deve portare alla quantificazione di un comportamento di un unico individuo

per un’unica osservazione che cosa succede? Anche quando noi stabiliamo la durata del tempo di osservazione, con i bambini,

per vari motivi, non è detto che si riesca ad avere per ciascun bambino un tempo fisso. Magari un bambino ha 9 minuto, un altro

ne ha 12, ecc.., quindi i tempi di osservazione possono essere variabili. In questo caso, utilizzare la frequenza assoluta di

comparsa per fare le analisi sarebbe un errore, perché sappiamo che più tempo abbiamo a disposizione e più la frequenza di

comparsa di un comportamento potrebbe variare.

Tutte le volte in cui dobbiamo lavorare sulla frequenza di comparsa di un comportamento ma i tempi di osservazione sono

diversi, allora non possiamo usare questa ma dobbiamo usare la frequenza di comparsa proporzionale rispetto al tempo di

osservazione.

2) frequenza proporzionale rispetto al tempo di osservazione: in questo caso il valore avrà lo stesso significato per tutte le

osservazioni e non dipende dal tempo che abbiamo dedicato all’osservazione.

 deve essere preferita quando si devono confrontare fra loro i risultati di rilevazioni di diversa durata.

3) percentuale/proporzione di comparsa rispetto alla totalità degli eventi osservati: è data dalla frequenza assoluta sul totale

degli eventi che abbiamo osservato. Il significato sotteso a questa misura è analogo al discorso che abbiamo fatto per i tempi di

osservazione: ha senso che sia calcolata quando stiamo applicando uno schema multicategoriale, quindi avremo una serie di

eventi classificati in modo diverso.

Esempio: se le nostre categorie sono: grunt, vocalizzi e lallazioni, in una seduta di 20 minuti, il bambino x produce 20 eventi

classificabili, che saranno distribuiti in maniera diversa tra grunt, vocalizzi e lallazioni, il bambino y produce 40 eventi

classificabili, che saranno distribuiti in maniera diversa tra grunt, vocalizzi e lallazioni.

La percentuale di comparsa associata ad ogni categoria è data dalla frequenza assoluta di quella categoria sul totale degli eventi.

Quindi:

- se bambino 1: su 20 produzioni prelinguistiche fa 10 grunt, la proporzione di comparsa associata a questa categoria è 10/20.

- se bambino 2: su 40 produzioni prelinguistiche fa 40 grunt, la proporzione di comparsa associata a questa categoria è 40/40.

Ovviamente la proporzione è diversa, perché nel secondo caso otteniamo che rispetto al repertorio vocale, il bambino ha un

repertorio costituito tutto solo da grunt, mentre l’altro no.

Quindi io mi potrei trovare di fronte a dei casi in cui la frequenza assoluta è la stessa, ma cambia il significato in termini di

repertorio perché questa frequenza assoluta viene riportata a tutto il comportamento.

Quindi se teniamo costante il numeratore è come dire: 5 grunt su 10 suoni e 5 grunt su 25 suoni in totale, se confrontassi la

frequenza assoluta direi questi bambini sono uguali, perché producono tutti e due 5 grunt. Quindi a livello di abilità

prelinguistica hanno lo stesso comportamento.

Se però io rapporto questi risultati a tutti i suoni, il primo bambino ha un repertorio più semplice costituito da grunt in maniera

molto più rilevante rispetto al secondo, anche se sono 5. 22

Quindi la frequenza assoluta non assume un significato attendibile se abbiamo tempi di osservazione diversi e se lo schema di

codifica fa riferimento a dei comportamenti che in qualche modo riferiscono a loro volta un repertorio comportamentale (quindi

stiamo misurando la stessa cosa, perché il costrutto è lo stesso e non possiamo confrontare le frequenze assolute se gli eventi

totali rispetto a quel costrutto sono differenti. Se gli eventi sono gli stessi, cioè se tutti i bambini producessero 20 suoni, allora io

potrei usare le frequenze assolute, perché tanto il totale è una costante).

Mentre la frequenza proporzionale ci dà delle indicazioni sulla produttività (la frequenza rispetto al tempo, quindi quanto il

bambino produce), la frequenza assoluta, sul totale degli eventi che abbiamo codificato, ci dà delle informazioni qualitative sul

peso che quel comportamento specifico ha rispetto alle altre possibili manifestazioni.

 L'applicazione di questa strategia, con una rilevazione di tipo continuo, è particolarmente raccomandabile quando:

- gli eventi sono momentanei (il fatto che la durata non venga registrata non produce perdita di informazioni rilevanti)

- l'osservatore registra direttamente gli eventi a cui è interessato (rilevazione "carta e matita")

- è difficile stabilire con precisione l’inizio e la fine dell’evento codificato (categorie complesse)

La codifica continua di eventi senza informazioni temporali può essere utilizzata quando dobbiamo rendere semplice tutto il

processo osservativo, quindi quando dobbiamo fare un’osservazione dal vivo. Dal vivo, il fatto di prendere nota solo della

comparsa facilita il processo e quindi ci porta a dei dati attendibili. Se non dovessi procedere con una rilevazione dal vivo e

avessi del materiale videoregistrato ma sto rilevando per esempio i suoni preverbali, questi suoni preverbali sono eventi di tipo

momentaneo. Ma il fatto che duri di più o di meno non mi dice niente sulle abilità prelinguistiche. Quindi in tutti i casi in cui la

durata non ci dice niente o gli eventi per loro natura sono momentanei, perché dovrei andare a complicarmi la vita e usare una

strategia più articolata cercando informazioni sulla durata se già per loro natura gli eventi non si connotano per durata?

Quindi in questo caso usare questa strategia più semplice ha più senso ed è corretto.

Inoltre ha senso usare questa strategia quando gli eventi hanno una loro durata abbastanza elevata (categorie macro): quando

applichiamo le categorie macro è molto difficile stabilire con esattezza quando quell’evento inizia e quando termina, proprio

perché è l’insieme, la configurazione generale di quei comportamenti, che ti permette di dare quel significato.

ESEMPI: In questo esempio sono riportati due protocolli

di rilevazione del comportamento esplorativo

degli oggetti di due bambini differenti, che è

stato classificato attraverso uno schema di

codifica che è composto dalle seguenti categorie:

- esplorazione visiva

- esplorazione orale

- manipolazione passiva

- manipolazione attiva

- disinteresse all’oggetto

Quindi questo potrebbe essere uno schema di

codifica ideato per valutare le modalità di

esplorazione degli oggetti e di interazione dei

bambini del secondo semestre del primo anno di

vita applicato in questo caso con una strategia di

rilevazione continua per eventi.

Innanzitutto proviamo a dare una definizione a queste categorie per definire lo schema:

- esplorazione visiva: il bambino osserva l’oggetto senza toccarlo

- esplorazione orale: il bambino esplora l’oggetto avvicinandolo alla bocca

- manipolazione passiva: il bambino ha un contatto con l’oggetto tramite l’applicazione di un unico schema d’azione che non sia

accompagnato da sguardo

- manipolazione attiva: il bambino ha un contatto con l’oggetto tramite l’applicazione di più schemi d’azione che possono o

meno essere accompagnati da sguardo

- disinteresse all’oggetto: il bambino mette in atto dei comportamenti che non hanno a che fare con l’interazione con l’oggetto.

Questo schema d’azione ha delle categorie più micro o più macro? Categorie più micro.

Le categorie sono mutualmente esclusive o no? Sono mutualmente esclusive, quindi per ogni evento c’è un codice solo e non c’è

la possibilità di applicarne più contemporaneamente (o visiva o attiva o passiva, ecc…)

Sono esaustive o no? Per ciascuna attività c’è un codice, quindi sono esaustive.

23

La strategia di applicazione dello schema di codifica continua per eventi prevede che sia l’unità comportamentale prevista dallo

schema di codifica che fa scattare la rilevazione e l’eventuale classificazione.

Ciò che noi otteniamo sono due protocolli così: è stato scritto ogni evento in successione. Oppure potremmo avere le nostre

categorie con di fianco la possibilità di mettere una spunta ogni volta che si è verificata un’esplorazione visiva o un’esplorazione

passiva, attiva, ecc…

Nel nostro caso:

- lo schema di codifica è lo stesso

- la durata della sessione osservativa è leggermente diversa nei due bambini

Quindi le misure che possiamo ottenere e che dovremmo ottenere sono:

- la frequenza proporzionale al tempo di osservazione

- percentuale/proporzione di comparsa rispetto al totale dei comportamenti osservati

Quindi come procediamo con il calcolo della frequenza proporzionale al tempo di osservazione?

A) dell’esplorazione visiva:


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ali7877

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6 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia dello sviluppo e dei processi educativi (Facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione)
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Metodi di ricerca e valutazione in psicologia dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Salerni Nicoletta.

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