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La nascita di "La Repubblica" e il suo impatto

14 gennaio 1976: viene fondata “La Repubblica” e il primo numero è in edicola. 1989: crollo del Muro di Berlino. 1992: Mani Pulite. Nei dieci anni che intercorrono tra questi due eventi, i partiti italiani sono spesso scavalcati da altri attori: i giornali, il cui capofila è “La Repubblica”.

Il ruolo del giornalismo in Italia

“Io faccio politica, amministro, governo, oppure sto all’opposizione, ma sono comunque io che agisco, tu giornalista, racconti, riferisci, informi; al massimo, commenti e interpreti.” Tutto questo oggi in Italia non si dà più. Non esiste più per due buoni motivi:

  • Trasformazione radicale della scena politica nazionale
  • Cambiamento negli obiettivi dei giornali italiani

Il giornalismo e le redazioni passano da essere delle botteghe artigiane a delle industrie rilevanti sul piano economico, culturale, politico e sociale. Questa grande trasformazione è stata messa in atto da due gruppi e da due persone:

  • Creazione del mercato pubblicitario per i media (realizzata dalle reti Fininvest e dalla loro concessionaria Publitalia)
  • Definizione dei canoni, dei modelli, degli stili e del linguaggio del giornalismo italiano contemporaneo (messa a punto da Eugenio Scalfari e dalle sue redazioni)

L'evoluzione di "La Repubblica"

“La Repubblica” è arrivata a trent’anni; per venti l’ha diretta il fondatore, da dieci anni la guida è passata ad Ezio Mauro, che è riuscito a cambiarla in profondità, restando fedele allo spirito originario e riuscendo a rafforzarlo.

“La Repubblica” ha avviato 30 anni fa un lavoro di cronaca, ricerca, indagine e analisi della società italiana che aveva ed ha il fine dell’innovazione culturale e politica della parte che Scalfari prima, e Mauro dopo, hanno ritenuto fosse la più adatta, o almeno quella indispensabile, a rendere il paese moderno, giusto, libero e solidale: un agente di trasformazione culturale.

Un giornale nazionale

“La Repubblica” ha trent’anni e si porta ancora dietro un pacchetto di luoghi comuni:

  • Ambiente giornalistico dei “Barbapapà” – soprannome dato al fondatore che allude ad un tratto della “Repubblica” che l’assocerebbe alle vecchie e gloriose tradizioni del giornalismo italiano: quelle di Scarfoglio, Albertini, Frassati, direttori, fondatori e proprietari delle loro testate: one man band
  • Radical chic: che accomuna il quotidiano al settimanale progenitore “L’Espresso”. Ma l’espressione radical chic cozza terribilmente con l’immagine del “Gruppo Espresso” che ha il quotidiano più letto in Italia, la catena di giornali locali con la maggiore diffusione, la radio commerciale più ascoltata e vende oltre la metà dei settanta milioni di libri veicolati nell’anno insieme ai giornali nelle edicole di tutto il paese. Questi numeri non possono essere definiti decisamente radical chic.
  • Giornale dei giornalisti: quest’espressione rimanda all’anomalia storica del giornale, fondato e posseduto per anni proprio dal suo primo direttore.
  • Giornale partito: (definizione iniziata dal sequestro di Aldo Moro) era un partito perché faceva politica. Era il partito dell’informazione perché era, per l’appunto, un quotidiano. Inoltre, era considerato un giornale partito irresponsabile perché, diversamente dai veri e propri partiti, non si presentava al giudizio degli elettori.

“La Repubblica” ha sempre fatto politica, dal 14 gennaio 1976 fino ad oggi. Di sicuro, tuttavia, “La Repubblica” non è mai stata un partito, anzi. Il giornale ha duramente combattuto i tratti di fondo di un partito: l’appartenenza che viene prima degli interessi generali, il naturale costituirsi d’un partito in fazioni e correnti, l’umanissimo dividersi dei leader per gruppi di alleati o nemici, l’intreccio talvolta inevitabile tra politica e affari.

Caratteristiche distintive di "La Repubblica"

“La Repubblica” ha sempre evidenziato due caratteri costitutivi del suo essere un giornale di tendenza, quindi un giornale schierato, un quotidiano non neutrale:

  • Il primo tratto è quello che, storicizzando, l’editore chiama oggi di “disintermediazione” dei partiti. (Carlo Caracciolo, il presidente del gruppo editoriale, ricorda che “per leggere la Repubblica devi avere un minimo di cultura, un minimo di appartenenza, devi avere certe idee). Come reagì “la Repubblica” alle due sconfitte morali ed elettorali del centrosinistra (1999 elezioni comunali e 2001 disfatta alle politiche nazionali) e come questo segnò il rapporto tra il giornale, i suoi lettori e gli elettori del centrosinistra. In entrambe le occasioni “la Repubblica” colse i frutti amari di quella disintermediazione praticata per anni. Il giornale non poté fare a meno di resistere visto che era costretto ad uscire in edicola ogni giorno. Il giornale reagì con una triplice e simultanea operazione: raccontare la vittoria del centrodestra e i suoi primi atti amministrativi e legislativi, raccontare il silenzio e il disorientamento della sinistra, raccogliere gli umori, o meglio, lo spaesamento, la disperazione e la collera dei suoi lettori. Di fronte alle due batoste elettorali il giornale è rimasto il collante e lo strumento quotidiano di partecipazione civile: quando una coalizione, uscita vincente dalle elezioni si mette a governare, un quotidiano d’opposizione non recrimina, ma fa cronaca e quindi legittima il vincitore nella sua azione di governo. Tutto questo non sarebbe stato possibile se, prima di quelle due legnate elettorali, “la Repubblica”, non avesse realizzato e compiuto quel percorso di distacco lungo e faticoso, quel lavoro di “disintermediazione” dei partiti del centrosinistra.
  • L’altro è l’essere stata il primo vero quotidiano nazionale nel giornalismo italiano. “La Repubblica” ha tuttavia un vantaggio in più. Per la sua storia, oppure per genetica o predisposizione culturale, l’opinione pubblica di sinistra è quella che più velocemente e più a fondo ha saputo trovare, fare crescere e coltivare modi, stili e atteggiamenti che l’hanno allontanata dagli schemi delle appartenenze di partito, in favore di un’apertura alla vita pubblica, che trova proprio nell’apparente leggerezza del quotidiano, lo strumento più duttile e consono d’informazione, e poi d’elaborazione, riflessione, approfondimento e allargamento delle opinioni che servono a vivere una dimensione pubblica che non è risolta nel momento del voto, meno che mai nell’appartenenza a un partito. Il carattere della disintermediazione della dimensione politica dai partiti non avrebbe potuto trovare il successo che ha avuto, se non avesse incontrato un altro carattere insito nell’impresa culturale de “la Repubblica” – il giornale fondato da Scalfari e diretto da Mauro è stato infatti il primo vero quotidiano nazionale italiano.

Due anni prima ci aveva provato anche Montanelli con il “Corriere della Sera” ma aveva fallito. A differenza dell’avventura di Montanelli e, aprendo la strada a molti altri giornali, la vicenda de “la Repubblica” è invece sin dall’inizio quella di un quotidiano nazionale. È vero che il confronto si svolge con concorrenti che sono tutti ancorati ad aree regionali di diffusione primaria e che con gli anni verrà anche lo sviluppo delle edizioni locali per “la Repubblica”, ma il nodo centrale è un altro: è l’idea di nazione che il giornale coltiva e propone, a partire dal nome della testata che è programmatico, quando viene proposto a meno di trent’anni dal referendum sull’ordinamento istituzionale e dalla Costituente. La nazione e la repubblica che hanno in mente Scalfari e suoi collaboratori sono un paese che deve liberarsi dalla contrapposizione delle due chiese politiche, democristiana e comunista. Non è un’idea divisiva dell’Italia, è piuttosto l’idea unificante che il progresso della nazione possa costruirsi sulla base di politiche industriali, politiche di ridistribuzione del reddito, di giustizia fiscale, d’eliminazione degli squilibri tra nord e sud del paese: progetti e programmi che abbiano comunque alle loro fondamenta il superamento della contrapposizione tra i blocchi politici.

“La Repubblica” non soltanto prende l’avvio e mantiene poi per tutta la sua storia un carattere nazionale sotto il profilo della diffusione, degli interessi di cronaca e delle politiche editoriali ma supera le contrapposizioni tradizionali della politica italiana in favore di equilibri differenti che potessero assicurare un governo nuovo al paese.

La sinistra sognata da "La Repubblica"

La sinistra che sogna “la Repubblica” è azionista (all’inizio politicamente poco influente) e nazionale (perché tra molte e inevitabili contraddizioni non coltiva il progetto egemonico di una classe o di una parte sulle altre). Nutre un’idea delle istituzioni e dello stato che non siano preda del vincitore politico e perché nasce chiedendo regole che valgano per tutti e con rigore, in ogni campo dalla politica, dall’economia all’urbanistica. È nazionale infine perché al fattore della diffusione e al carattere politico combina agli esordi il tratto migliore di quell’etichetta che poco sopra abbiamo ricordato con la frase “il giornale dei giornalisti” = nasce senza un padrone. Quest’ultima caratteristica consente a Scalfari di non ancorarsi agli interessi locali, che hanno storicamente definito le aree di diffusione dei maggiori quotidiani italiani e gli permette soprattutto di sottrarsi al servaggio politico.

I repubblicani

“La Repubblica” è invece l’unico quotidiano nazionale italiano che abbia avuto soltanto due direttori in trent’anni: Scalfari (per vent’anni) e Mauro (fino ad oggi). Per dire, nello stesso periodo il “Corriere della Sera” cambia 9 direttori. La continuità di direzione suggerisce molte considerazioni: ricorda ovviamente l’eccezionalità dell’impresa di Scalfari, sottolinea la continuità di linea editoriale e politica, testimonia inoltre un trentennio di successi economici, perché altrimenti nessuno avrebbe potuto reggere tanto a lungo.

È d’aiuto analizzare il nodo cruciale del passaggio di mano tra Scalfari e Mauro (avvenuto nel 1996). Scalfari ha detto spesso di essersi deciso a lasciare la direzione perché quello era il momento in cui avrebbe potuto ancora essere determinante, con Carlo Caracciolo, presidente del gruppo editoriale, nell’indicazione di successore. Quale sarebbe stato il destino de “la Repubblica”, o meglio della sua costante capacità d’innovazione, se la macchina del giornale non avesse trovato allora un capitale nuovo di energia conservando al suo fianco il peso e il carisma del fondatore? Per fortuna nel successore Ezio Mauro son trovate esattamente queste caratteristiche.

Molti sono stati i mutamenti tra “la Repubblica” di Scalfari e quella di Mauro. Perché l’innovazione è stata così apparentemente semplice? Per l’abilità di Scalfari e del gruppo fondatore di creare quell’atmosfera, quel senso d’appartenenza, quell’affinità che ha fatto di tutti coloro che lavoravano a “la Repubblica”, fin dall’inizio un gruppo unito e coeso. Con una parola: “i repubblicani”.

C’è un tratto evidente che accomuna gruppi professionali diversi per storia, tradizione, esperienze come sono la prima e l’attuale redazione del giornale: il primo era un gruppo debitore alle esperienze dell’“Espresso”, del “Giorno”, di “Panorama”, ma anche in misura determinante della stampa comunista dall’“Unità” a “Paese Sera” e all’“Ora”, l’attuale gruppo al vertice non ha più nulla a che fare con quei debiti, anche e soprattutto per ragioni generazionali. Nessuno tra le sette persone che con Mauro governano oggi porta con sé i percorsi che erano tipici dei collaboratori di Scalfari.

Eppure il carattere del giornale è rimasto lo stesso almeno nei suoi tre elementi costitutivi:

  • L’orientamento politico
  • La capacità di imporre formati e modelli nuovi all’intero giornalismo italiano
  • Il rapporto stretto, quasi indissolubile con il pubblico dei lettori.

“I repubblicani” è una definizione che accomuna non solo le diverse generazioni nella storia dei giornalisti de “la Repubblica”, ma anche quelle capacità di identificazione tra il giornale e i suoi lettori, o meglio: quell’essere strumento di costruzione di identità per i lettori.

Il tempo, cioè la capacità di durare, attraversare stagioni politiche e culturali, sapersi rinnovare cambiando scrittura, temi, formati e stili e modi di presentazione del giornale, proprio il tempo che è passato in questi trent’anni è la dimostrazione della solidità di quel carattere, rivendicato sotto forma di codice genetico tanto da Scalfari, quanto da Mauro.

“La Repubblica” è capace di conservare e coltivare due volti, valorizzandoli con costanza e determinazione:

  • Quello dell’impresa di cultura
  • Quello dell’affermazione sul mercato editoriale, grazie al carattere del rapporto con il pubblico ben più vasto degli acquirenti e dei lettori.
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher barbaravivino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Agostini Angelo.
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