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alterne vicende, dalle quali uscirà comunque più che bene. Accade che il giornale

sappia trovare il modo di coinvolgere al suo interno interessi molto più ampi per i

lettori.

Dal 2001 in poi nel giornale escono chiaramente tutti i nodi, i temi, la semina che

era stata fatta negli anni precedenti: un lavoro che prende l’azione di Scalfari e la

porta su altri terreni, non più identificabili esclusivamente nell’attenzione alla

politica o alla dimensione economica.

Cosa Mauro ha apportato all’esperienza de “La Repubblica”:

- Temi nuovi, una nuova concezione di ciò che può fare notizia

- Lasciato ampio spazio ai “repubblicani” che hanno pesato molto sui caratteri

attuali dell’informazione di qualità nel nostro paese

Il fondatore

Scalfari nel 2004 ha compiuto ottant’anni e non c’è niente da dire, osannato o

detestato, la sua personalità è diventata un monumento per addetti ai lavori e non.

Sono state tentate un sacco di biografie sul fondatore de “La Repubblica”, ma

nessuna che gli rende giustizia abbastanza, il modo migliore per conoscerlo è

ascoltando le parole di coloro che gli son stati più vicini dal momento della sua

comparsa sulla scena giornalistica fino ad oggi. Scalfari è davvero una di quelle

personalità che si amano o si detestano.

1) Il progetto prefessionale e culturale, via via affinato, ma da subito bene

chiaro al fondatore

2) La sua capacità di imporlo e, più ancora, di farlo condividere a

un’organizzazione intellettuale collettiva, com’è la redazione di un giornale

3) La sua capacità di fare scuola, non solo nel senso d’insegnare, ma più ancora

nell’avere creato dentro “La Repubblica” un processo continuo di

socializzazione, quell’impasto difficile che lega l’esempio al desiderio di

imitazione.

Di tutto questo è ben consapevole lo stesso Scalfari che propone concetti ben chiari.

1) Il valore collettivo: Il talento individuale non basta, perchè prima o poi si

smarrisce. Viceversa se tu hai un’appartenenza a un gruppo, magari vai a

fondo ugualmente, ma è molto più difficile che tu possa venderti l’anima

2) Il senso del lavoro nel collettivo redazionale, nella percezione piena

del proprio valore professionale: Scalfari affermava di essere

assolutamente incapace di fare il direttore dittatorialmente o separato da

pareti, rispetto ai redattori e ai collaboratori. Aveva i migliori con lui: i giovani

e i migliori. Giovani perchè gli è sempre piaciuto tentare di avere una scuola,

migliori perchè hanno i talenti necessari per fare giornali con delle ambizioni

3) Infine il senso della responsabilità e del comando, dentro

un’organizzazione che deve crescere e non soltanto essere diretta a

bacchetta.

Imprinting che Scalfari ha dato a Repubblica: opzione giornalistica di fondo, con le

sue nette caratteristiche politiche e culturali, una squadra cresciuta e rinnovata, che

sa evidentemente continuare l’azione di “educazione permanente” nei confronti dei

nuovi che arrivano man mano a rimpolparne l’organico; una macchina che sa

rispondere al suo direttore anche quando il direttore non è più lo stesso. Però

Scalfari ha fatto qualcosa in più, rispetto a tutti i nomi che gli possono essere

affiancati e quel nocciolo non va cercato soltanto nell’essere stato maestro per

alcune generazioni di giornalisti, fondatore o cofondatore dei suoi due giornali. Ci

furono polemiche feroci quando prese la decisione insieme a Carlo Caracciolo di

cedere le loro quote del Gruppo Espresso-Repubblica a Carlo de Benedetti, allora

azionista di maggioranza della Mondadori (aprile 1989)  la motivazione per

calmare gli animi della redazione che dopo questo annuncio era scesa in sciopero,

era stata la necessità di avere dimensioni finanziare e imprenditoriali più ampie per

affrontare le sfide che al tempo si credeva dovessero essere internazionali.

Eugenio Scalfari non ha soltanto inventato un modello e una formula nuovi nel

giornalismo italiano, ma ha avuto due importanti caratteristiche:

1) Credere nel suo progetto imprenditoriale e di proseguirlo ben oltre la scarsa

disponibilità di chi s’aspettava sodale nell’avventura

2) Aver puntato su un progetto editoriale dalle caratteristiche giornalistiche,

politiche e culturali radicalmente innovative e soprattutto definite.

Il modello “Repubblica”

-Dalla 1° alla 16° pagina il giornale lavora con il registro del primo sfoglio  pagine

che si presume che il lettore sfogli per prime, sono dedicate alle tre, quattro grandi

notizie o ai temi di giornata, con le ultime due della sezione riservate ad argomenti

o storie più leggee, pagine sfiziose.

-Doppia pagina di opinioni, commenti, editoriali e lettere al giornale

-Cronache (tutto quello che non può stare in primo piano

-Economia (imprese e finanza)

-3 pagine di cultura (dividono la parte hard dalla pagine soft)

-Sport, spettacoli e televisione

-Cronache locali (dove previste)

-Infine sezioni di servizio: programmi, televisione e previsioni del tempo.

Cambiando appena un poco il numero delle pagine di primo sfoglio, o la

collocazione della cultura o qualche dettaglio di impaginazione della “Repubblica” ci

ritroveremmo tra le mani qualunque altro quotidinao italiano.

Un tempo però non era cosi: fino alla seconda metà degli anni ’80 questo è stato in

esclusiva il modo di costruire “La Repubblica”, poi pian piano tutti gli altri giornali

l’hanno imitato.

Che cosa sanno gli sfiziosi fogli italiani per pochi lettori snob, a destra e a sinistra,

che cosa hanno imparato dal confronto tra i nostri quotidiani e quelli internazionali?

Sanno probabilmente, e certamente ricordano, che la regola del giornalismo

occidentale di qualità vuole che un quotidiano sia fatto di notizie, storie ed

interpretazioni. Quella regola consente che ogni tanto una notizia si imponga su

tutte le altre e prenda lo spazio di due, tre, anche quattro o più pagine. Ma sanno

anche che la grammatica e la sintassi del giornalismo occidentale hanno altre due

norme: 1) il giornale è come un supermercato dove qualunque consumatore deve

potere trovare di tutto 2) la gerarchia con la quale i prodotti sono esposti deve

rispettare in qualche modo l’importanza dei fatti accaduti.

Il modello del primo sfoglio è diventato una costrizione, le prime 10-16 pagine

sono sempre dedicate ad eventi che vengono trattati nella forma del dossier, pure

se non hanno la sostanza e la rilevanza che giustifichi tali attenzioni. Oppure

accade, quando la sostanza dei fatti esiste, che quegli eventi cancellino tutti gli

altri. (E’ il caso delle guerre).

Tre elementi che l’assuefazione al “giornalismo all’italiana” hanno fatto perdere di

vista

1. Dove, quando, come e perché quella formula prenda piede: che

l’abbia inventata “la Repubblica” e da li sia passata alla maggior

parte degli altri quotidiani italiani non toglie che il modello s’è

affermato nella sua stagione originaria

Il giornale di Scalfari è il primo in Italia che inizia a trasformare

sistematicamente il “fatto notizia” in “evento problema”. Il quotidiano italiano

degli anni ’70 è un ibrido tra due tradizioni: quella ANGLOSASSONE (open

spaces, ogni notizia è una storia, ogni storia ha un personaggio, un inizio, uno

svolgimento e una conclusione) e quella ITALIANA. Questa ibridazione nei

giornali italiani degli anni ’70 porta a due caratteristiche: 1) suddivisione del

giornale tra grandi contenitori che poco avevano a che fare con le notizie

contenute 2) incompleta concezione dell’obiettività trasportata dal mondo

anglosassone alla realgà italiana: quei giornali non erano certo in grado di

fare altro che riportare notizie scarne, prive di commenti e interpretazioni. “La

Repubblica” rompe questo schema, contrapponendo al modello del

“giornale registratore” quello del “giornale agenda”  non si limita a

registrare i fatti di giornata, ma cerca piuttosto di ricostruire ogni giorno

l’agenda quotidiana: che cos’è accaduto ieri di essenziale, in relazione ai

nostri interessi e a quelli dei nostri lettori?

“La Repubblica” cambia la formula di base del giornalismo italiano

perchè non si propone più come un quotidiano che registra

naturalmente i fatti, ma come uno strumento culturale che li

INTERPRETA, ORDINA E CLASSIFICA GIORNO PER GIORNO =

QUOTIDIANO AGENDA ≠ QUOTIDIANO REGISTRATORE (anni ’70) che

si proponeva come specchio della realtà e che te la restituiva senza

darle un ordine.

2. Ragioni per le quali il “modello Repubblica” trova rapidamente radici

ed estensioni più o meno in tutta la stampa italiana

Il “modello Repubblica” trova presto due straordinari fattori propulsivi per

espandersi prima a “La Stampa” e poi al “Corriere della Sera”: 1)

l’applicazione che ne fa Mieli appunto a “La Stampa” e al “Corriere della

Sera” 2) la stagione decisiva di Mani Pulite  questa vicenda, tra il ’92 e il ’94

ha fatto si che i giornali mettessero in rilievo quotidianamente solo due o tre

fatti, offrendo cosi non solo spazio, approfondimento e rilevanza alle notizie di

giornata, ma creando soprattutto una gerarchia netta tra i temi che devono

iscriversi nell’agenda dell’opinione pubblica. Quando la “tempesta

giudiziaria” di Mani Pulite si calmò, e si ritornò ad una stagione relativamente

calma, ormai questo modello giornalistico era entrato nella tradizione delle

redazioni. Questo modello, voluto da “Repubblica” si basa su un rapporto di

stretta identificazione tra le opzioni del giornale e quelle dei suoi lettori. Dare

spazi e rilevanza maggiori ad alcuni temi di giornata rispetto a tutti gli altri

può essere giustificato da due sole opzioni: in un caso sono gli eventi stessi

che si impongono, nell’altro è il background di interessi, scelte politiche o

culturali, oppure meglio la condivisione di un’identità comune.

Modello “Repubblica” = struttura a stella  attorno ad un nucleo

centrale dell’articolo che riporta le novità salienti di giornata stanno una serie

di satelliti: la parola ai protagonisti con le interviste, i pezzi di sfondo e

ricostruzione degli antecedenti, gli interventi degli esperti in funzione di

interpretazione o di anticipazione dei possibili sviluppi, le schede con dati o

altre informazioni accessorie, i retroscena, i gossip e quant’altro. Questo

modello ha un carattere particolare, che va ben oltre il trattare in profondità

ogni singolo evento, è il modello dossier, che era un tempo riservato alle

notizie in esclusiva o alle campagne condotte da un quotidiano, e che ha

trovato in Italia, negli anni ’90 una sua funzione distinta rispetto

all’informazione televisiva. L'info’rafica ha dato il colpo finale, avendo offerto

l’opportunità tecnica di costruire velocemente una pagina evidenziando gli

elementi salienti, collegando visivamente le informazioni di dettaglio, sintesi

o contesto, abbinando il testo alle immagini o al trattamento grafico dei dati.

Limiti del “modello Repubblica” : il fatto che i lettori non sempre abbiano

il tempo o l’interesse di seguire un tema fino ai suoi più nascosti dettagli +

privilegio accordato ad alcuni temi a discapito dell’estensione e della

ricchezza delle cronache.

3. È da rintracciare nelle innovazioni, nette e sostanziali, che la formula

ha trovato negli ultimi 10 anni (quelli di Ezio Mauro)

Oggi il giornale non è più uno strumento che offre soltanto notizie e

approfondimenti, ma ha sviluppato anche altre attitudini che possiamo

giustificare si come motivazioni di mercato, ma anche come una

specificazione più raffinata della sua missione civile o delle sue funzioni di

cultura o politica culturale. Oggi non si legge più il giornale soltanto per avere

notizie, quel mezzo ha assunto oggi una funzione precisa: accompagna il

cittadino giorno per giorno nella cronaca e nell’interpretazione degli eventi

quotidiani, ma riesce ad affiancare una batteria di prposte che scandiscono

con ritmi diversi la quotidianità: dai supplementi generali o specializzati,

come sono i diversi magazine allegati ai vari giornali, passando per libri,

dischi, film, enciclopedie, per arrivare agli strumenti veri e propri di

espansione della cronaca quotidiana come sono il “Diario” o il

“Domenicale” della “Repubblica”.

Es. “Affari & Finanza” al lunedi, settimanale maschile dedicato al denaro;

“Viaggi” e “Salute”, gratuiti al giovedì; il “Venerdì” storico magazine,

abbinato a “D – La Repubblica delle Donne” , con il supplemento della

domenica dedicato alle buone letture o allo svago. Se a tutto questo si

affiancano la miriade di prodotti come libri e dischi, risulta chiaro che il

giornale è diventato ben più di un supermercato: è un centro commerciale

dove si può fare la spesa all’ingrosso, cosi come si piò trovare l’articolo di

dettaglio nella boutique specializzata.

L’editore

De Benedetti converte una delle sue società più quotate, la Cdb Web Tech, ne fa un

fondo per la ristrutturazione di piccole e medie imprese italiane in crisi. Aderiscono

subito alcuni imprenditori che hanno bisogno di quel denaro, tra cui Luca Cordero di

Montezemolo e Diego Della Valle. Aderisce anche Berlusconi, tra lo stupore generale

(era un uomo di destra, mentre De Benedetti era azionista di maggioranza -50,5%

-della Repubblica e quindi di sinistra). Stupore soprattutto perché i due erano

diventati nemici per antonomasia negli anni precedenti con tanto di avvocati e aule

di tribunale nel mezzo. Dopo tutto questo tempo d’intenso rancore si vedono invece

a collaborare. L’indignazione è totale e parte dal “Corriere della Sera” e dall’”Unità”.

Parte Giovanni Sartori, autorevole politologo e commentatore del “Corriere” che si

dimette da garante di Libertà e Giustizia, l’associazione che ha tra i principali

promotori proprio De Benedetti. Prosegue con gli attacchi di Labini (“una scelta

immorale”) – Biagi (“torni indietro e chieda scusa”) – Padellaro (“è l’accordo tra due

affaristi”).

Tra il luglio e l’agosto del 2005, si vivono giornate di acuta tensione tra i due

principali quotidiani italiani. Lo sfondo è chiarissimo, dominato dalla guerra sulla

diffusione che si gioca più o meno alla pari con il “Corriere della Sera” che vince la

battaglia delle copie vendute e “la Repubblica” che lo sopravanza in quella dei

lettori. La tempesta passerà quando De Benedetti ha gentilmente rifiutato la

disponibilità alla collaborazione offertagli da Berlusconi e i due non avranno più

rapporti economici, ma solo qualche strascico giudiziario da risolvere.

De Benedetti era entrato nella compagine azionaria del Gruppo Espresso-Repubblica

alla metà degli anni ’80, quando il gruppo aveva deciso di acquisire la proprietà

completa della Manzoni, la concessionaria di pubblicità. Poi negli anni la quota

aumenterà progressivamente fino all’acquisto delle partecipazioni di Caracciolo e

Scalfari e all’ingresso del gruppo nella Mondadori. La battaglia legale,

imprenditoriale e politica per il constrollo dell’azienda di Segrate si concluderà con

la “mediazione Ciarrapico”. Spartito il colosso editoriale a De Benedetti resta il

controllo del Gruppo Espresso. Lui ha la maggioranza delle azioni, Scalfari non ne ha

più, Caracciolo ne tiene ancora un pacchetto consistente e diventa presidente.

Sebbene discreta, la presenza di De Benedetti aveva comunque cambiato

radicalmente l’impostazione del gruppo che, nel frattempo, aveva continuato a

crescere. All’inizio la gestione era per così dire “garibaldina”. Con l’ingresso della Cir

tutto prende un’altra direzione: c’è la quotazione in Borsa, c’è l’impennata della

new economy con Kataweb e lo sbarco su Internet, dopo i successi della

Repubblica.it, ci sono una dopo l’altra iniziative di marketing. Quando la bottega

artigiana de “La Repubblica” si trasforma in grande industria De Benedetti si ritrova

proprietario del gruppo mediatico più diversificato e articolato che esistesse in

Italia. (“La Repubblica”: nove edizioni locali, quattro radio, la divisione Internet con

la Repubblica.it e Kataweb e una rete televisiva, ovviamente la concessionaria di

pubblicità e infine un pacchetto di riviste di nicchia. Al tutto si aggiungono un po’ di

tipografie e la società di e-commerce ). Gli artefici di questa trasformazione sono

stati sicuramente i direttori e i manager del gruppo, ma l’impronta è sicuramente

industriale.

Il gruppo è cresciuto nel frattempo ma nessuno poteva prevedere cosa sarebbe

successo in seguito, e cioé la vera forza della “Repubblica”: l’effettivo dispiegarsi

del carattere del gruppo = l’affermazione di quel carattere “immateriale” della

produzione giornalistica, che è esattamente il suo valore aggiunto, la differenza che

stacca l’impresa editoriale da qualsiasi altra impresa produttrice di beni di consumo.

Il primo “inserto” uscito gratuitamente con Repubblica fu Il nome della rosa di

Umberto Eco, seguito da innumerevoli altri libri. Ma la Biblioteca di “Repubblica”

non è marketing. Non si allega qualcosa al giornale per supportare le vendite. Si

vende, insieme al giornale, un altro prodotto, e l’editoria giornalistica diventa

editoria a tutto campo, sfruttando il canale di vendita delle edicole, che erano state

per decenni la vera strozzatura del mercato. Dopo i libri vengono tanti altri prodotti,

dalle enciclopedie ai Cd-rom, ripescando dischi, guide, dizionari, storie e altre

collezioni. Quando i giornali scoprono le loro potenzialità come vettori di cultura non

confinata all’attualità quotidiana, in quel momento vengono fuori le loro identità più

profonde.

L’offi cina delle identità

“La Repubblica” è oggi in Italia una officina dell’identità per la sinistra incerta. E’

questa la sua risposta al paese mancato e alla mancanza, in Italia, di una sinistra

capace di affrontare la sostanza culturale del confronto con una modernità che ha

completamente stravolto i suoi canoni. “La Repubblica” si propone oggi al suo

lettore come un’agenzia culturale, come un agente di socializzazione: offre tutti i

giorni un pacchetto di strumenti che vanno dall’indagine sulle opzioni di fondo alle

informazioni di servizio, sui grandi temi del dibattito culturale e poi passa con

apparente leggerenza, attraverso gli stili di vita, i consumi, il tempo libero, gli

investimenti e le divisioni generazionali.

Il nodo di fondo è la costante che quel giornale ha saputo conservare e coltivare nel

rapporto quotidiano con i suoi lettori: la sua identità.

Officina delle identità  durezza e solidità che alcuni tratti devono avere

per essere riconosciuti propri ad un patrimonio identitario, rimanda poi al

lavoro che si fa in qualunque bottega artigiana.

Può essere che uno strumento agile e leggero come il quotidiano, sia oggi lo

strumento più appropriato a definire le nostre identità in movimento.

“La Repubblica” non è certamente la sola officina aperta oggi in Italia, tante altre

officine sono al lavoro, fuori dagli schemi tradizionali della politica, ma avendo la

stessa forza nel proporre identità che non siano legate soltanto ad aspetti particolari

e possano invece offrire quadri culturali ampi.

“La Repubblica” però, è un giornale, è anche impresa e gruppo editoriale e può

declinare la sua offerta culturale, modulandola su tempi e modi diversi da quelli del

quotidiano, ma rimane pur sempre un giornale.La comparazione con altri luoghi e

strumenti di creazione delle identità sociali e culturali dovrebbe risultare quindi fuori

luogo. Agostini, sostiene il contrario, e cioè che l’essere un giornale come “la

Repubblica”, officina dell’identità per una parte non irrilevante della società italiana,

sia una chiave di lettura particolarmente interessante e proficua per analizzare la

realtà politica, culturale, sociale e anche economica del nostro paese.

Tema della supplenza: di fronte ad incertezze, soprattutto di fronte a certe

sonore batoste politiche ed elettorali del centrosinistra, “la Repubblica”

ha assunto per brevi periodi la funzione di punto di riferimento, di

sfogatoio e di unica presenza della sinistra che non si disfacesse nel

momento della tempesta e della disfatta  il tema della supplenza è

sicuramente indiscutibile in alcune fasi recenti della vita della Repubblica. Tuttavia

questa teoria non è sufficiente anche se utile a spiegare alcuni momenti critici, non

riesce a cogliere la sostanza che è venuta a mancare nella società italiana con la

dissoluzione della DC, del Partito comunista e del Partito socialista.

Parlando di politica, di destra e di sinistra: si può pensare quel che si vuole di Forza

Italia e del suo leade e tutto si può dire, salvo il fatto che non abbia saputo trovare

prospettive e soluzioni organizzative per la sua perte di campo. Sbagliate o buone

che siano state le risposte della destra hanno assicurato una continuità più che

decennalle al partito e di sicuro hanno impostato il problema per il dopo Berlusconi.

E a Sinistra invece cosa succede? La Sinistra italiana ha una tradizione che non sa

più spendere e si dibatte nell’impossibilità di trovare risposte complessive a un

quadro del mondo e del paese che è totalmente cambiato. Il suo codice genetico

chiede prospettive ampie e sicure, metri sui quali valautare non solo la contingenza,

ma il lungo periodo della politica e delle prospettive culturali che non possono non

esserle fondamento. La sua storia, che la inchioda a quella richiesta di ampio

respiro, non le consente oggi di uscire dal dilemma. Il tema dunque è culturale in

senso stretto: non si tratta soltanto della vita politica di ogni giorno, ma di trovare

quadri e cornici interpretative che possano dare fiato ad un’area culturale e politica

che è sempre stata convinta di avere la resistenza per le corse di lunga durata.

Oggi “La Repubblica” costruisce nei fatti un prolungamento del quotidiano dentro la

vasta area delle culture individuali e collettive. Come c’è riuscita? Questa è la

domanda. Come ha potuto modulare in modo tanto elastico gli strumenti del

giornale quotidiano senza farsi ridere dietro, e anzi, legando a sé quasi

simbioticamente tanti lettori? L’officina delle identità, ha ragione Ezio Mauro, non è

fatto solo di scelte politiche, quella è la base, ma è il resto che conta. Due sono le

risposta a queste domande, una vale per il giornale fondato e diretto da Scalfari per

20 anni. L’altra tiene conto delle trasformazioni profonde impresse da Mauro

nell’ultimo decennio. Entrambe hanno bisogno di una premessa. Non è un caso che

“la Repubblica” nasca a metà degli anni ’70. Quel decennio è molto di più che gli

“anni di piombo”: quel periodo è più lungo della ripartizione canonica dei decenni

tradizionali, potrebbe aprirsi con la contestazione studentesca tra il ’67-’68 e si

chiude con la nascita di Canale5 alla fine del 1980. Accanto al piombo e alle leggi

speciali, quell’arco di tempo impone sulla scena politica e culturale italiana due temi

nuovi: 1) la scomparsa definitiva della fiducia assoluta nel futuro e nel progresso. 2)

con l’irruzione dei giovani come nuova categoria politica e sociale  affermarsi di

categorie identitarie non più legate all’appartenenza di classe o a quella politica. La

Repubblica è oggi in Italia un’officina dell’identità per la sinistra incerta. E la sua

risposta al paese mancato.

La Repubblica si propone al lettore come un’agenzia culturale, un agente di

socializzazione. Offre un pacchetto di strumenti che vanno dall’indagine, alle notizie

del giorno, dibattito culturale, stili di vita...ma quel giornale ha saputo conservare e

coltivare nel rapporte quotidiano con i lettori la sua identità. Mauro dice che la

politica è centrale, ma non è tutto.C’è un’appartenenza e una reciproca influenza

tra la Repubblica e i suoi lettori, l’uno padrone dell’altro.

E un’identità che non si è costruita soltanto sulla politica ma è legata anche a

quadri culturali ampi. Nel passato, (delusioni politiche) la Repubblica ha assunto la


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico, basato su appunti personali e studio autonomo del testo La Repubblica: Un'Idea dell'Italia (1976-2006) di Agostini consigliato dal docente Angelo. Gli argomenti trattati sono i seguenti: “la Repubblica”, ovvero il giornale fondato
da Scalfari e diretto da Mauro, la sinistra che sogna “la Repubblica”, i repubblicani.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Comunicazione, Media e pubblicità
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher barbaravivino di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Agostini Angelo.

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