Sunto di teorie e campi dell'antropologia
Introduzione: tempo in movimento
L’esperienza umana africana riemerge costantemente nel discorso dei nostri tempi come esperienza che può essere compresa solo attraverso un’interpretazione negativa. Non si considera mai l’Africa come luogo che possiede oggetti e attributi in grado di far parte a pieno titolo della natura umana e quando ciò avviene sono di qualità inferiore. Il discorso sull’Africa si sviluppa anche nell’ambito del metatesto che parla dell’animale o meglio della bestia: delle sue sensazioni, del suo mondo e del modo in cui si da a vendere. In questo metatesto la via degli africani si sviluppa in due chiavi di lettura: la prima è quella dello strano e del mostruoso, l’altra è quella dell’intimità. In pratica l’africano addomesticandolo ed educandolo possiamo fargli godere una vita pienamente umana, diventa oggetto di sperimentazione. La nozione di assoluta alterità in Africa è stata condotta fino ai suoi estremi: l’Occidente ha considerato sempre l’Africa come un tentativo di affermare la propria differenza rispetto al resto del mondo.
Il lungo sonno dogmatico
Il continente africano è l’immagine per eccellenza dell’estraneo. In questo universo ai margini della terra la ragione è sempre con le spalle al muro e l’ignoto celebra il suo trionfo. L’Africa risulta essere ignara di nozioni come centro, gerarchia o stabilità, è dipinta come una vasta grotta oscura. Questo è causato dal fatto che non esiste praticamente alcun discorso autonomo sull’Africa stessa: la narrazione sull’Africa, sin dal principio, è sempre stato pretesto per parlare di qualcos’altro, di qualche altro luogo, di qualche altro popolo. L’Africa è la mediazione che dà modo all’Occidente di accedere al proprio stesso subconscio. Ed oggi si verifica ancora, basti pensare al pregiudizio duro a morire e condiviso secondo cui le formazioni sociali africane appartengono ad una specifica categoria, quella delle società semplici e tradizionali.
Si ritiene che le società tradizionali siano caratterizzate da tre aspetti principali. In primis la fattività e arbitrarietà. Con la prima si intende “la cosa è”: in pratica dato che le cose e le istituzioni sono lì da sempre non c’è bisogno di cercare un fondamento diverso per esse se non il fatto del loro essere lì. Con arbitrarietà si intende che in queste società la manifestazione dell’ordine e del tempo avviene grazie al mito e alla favola. Così queste società non sono capaci di esprimere l’universale. In secondo luogo si ritiene che le società semplici vivano sotto il fardello di incantesimi, formule magiche e prodigi e si oppongano al cambiamento.
Si suppone che il tempo in esse sia una dimensione stazionaria, dove l’idea di progresso va in pezzi; e se dovesse mai esserci un mutamento, esso seguirebbe una traiettoria disordinata, al termine della quale ci sarebbe solo caos. Infine si ritiene che in queste società la persona abbia il sopravvento sull’individuo, considerato una creazione esclusivamente occidentale. L’Africa quindi diventa una sorta di ricettacolo dell’ossessione occidentale per i fatti di assenza, mancanza di identità e differenza.
Il problema è che gli occidentali attribuiscono all’Africa una speciale irrealtà: il continente diviene l’immagine stessa di ciò che è nullo, abolito. I saggi di questo libro tentano di sradicare questa concezione. Partendo dalla contemporaneità, tentano di fornire un resoconto il più possibile comprensibile di alcuni aspetti dell’immaginazione politica e della realtà politica, sociale e culturale dell’Africa odierna. Questa impresa pone comunque molti problemi. In primis la povertà di testi di scienze politiche ed economia dedicati all’Africa, cui si aggiunge la crisi del linguaggio, dei procedimenti e delle argomentazioni di quelle discipline.
I capitoli seguenti si volgono verso due direzioni simultanee. Da una parte l’obiettivo è studiare alcuni luoghi e momenti di questo “intridersi di significato”, ovvero la costruzione del sé africano, mostrando come nell’Africa postcoloniale tale processo sia inseparabile da una individuazione del soggetto. Dall’altra si tenta di cogliere i modi in cui questa soggettività viene costruita. Gli studiosi sono stati a lungo ciechi di fronte alle trasformazioni africane, soprattutto gli studiosi di politica ed economia non danno importanza alla “ragione per agire” che gli attori africani praticano.
Una conseguenza di questa cecità è che la politica e l’economia africane sono state condannate a fare la loro comparsa nella teoria sociale come segno di assenza, mentre il discorso delle scienze politiche e dell’economia dello sviluppo si è trasformato in una ricerca delle cause di tale mancanza. Mentre oggi abbiamo la sensazione di sapere quasi tutto ciò che gli stati, le società e le economie africane non sono, ancora non sappiamo assolutamente nulla su ciò che sono davvero.
Fra generalità e singolarità
Per l’autore a partire dal 15° secolo non esiste più una “storicità” caratteristica delle società africane, una storicità” cioè” che non sia parte integrante del dominio europeo. Di conseguenza per affrontare la storicità” delle società” africane bisogna anche svolgere un lavoro di scavo nella storia occidentale e occuparsi delle teorie che sostengono di interpretarla. Ma la teoria sociale si è” asservita al tratto distintivo dell’occidente che vede la modernità” caratterizzata dalla liberazione del soggetto senziente e della sua piena sovranità” dal potere unificante della religione ed all’autorità” della fede e della tradizione.
In confronto all’occidente le idee tradizionalmente occidentali vedono le altre società” come primitive, semplici o tradizionali dal momento che al loro interno il peso del passato predetermina il comportamento individuale e limita gli ambiti di scelta. La formulazione delle norme, in queste società”, non ha nulla a che vedere con una deliberazione pubblica razionale: la fissazione delle norme mediante un processo argomentativo è” infatti un’invenzione caratteristica dell’”europa moderna.
Sul tempo nello stato di divenire
La teoria sociale così asservita alla modernità occidentale si è condannata a formulare per sempre generalizzazioni. Nasce così la questione: è possibile fornire un’interpretazione intellegibile delle forme di immaginazione sociale e politica presenti in Africa contemporanea servendosi esclusivamente di quelle strutture concettuali e rappresentazioni narrative usate proprio per negare le società africane? Nei testi seguenti non si cercherà di scoprire le tracce della modernità europea in Africa, né tanto meno garantire emancipazione e riconoscimento attraverso il genio distintivo della razza nera come alcuni studiosi hanno tentato di fare più volte. L’autore ha deciso di concentrare la sua analisi su ciò che chiama “postcolonia”, volendo riabilitare le due nozioni di età e durée.
Con età intende non solo la semplice categoria temporale, ma un gran numero di rapporti e una configurazione di eventi. In quanto età la postcolonia racchiude al proprio interno molteplici durées formate da discontinuità, rovesciamenti, momenti di inerzia e oscillazioni che si sovrappongono tra loro. Inoltre l’autore fa riferimento al concetto di rimozione: è partito dall’idea che esista uno stretto rapporto tra soggettività e temporalità e che in un certo senso è possibile concepire la stessa soggettività come temporalità.
Sin dal principio si è imbattuto in due difficoltà. Anzitutto ogni età, compresa la postcolonia, è in realtà una combinazione di molte temporalità differenti. Nel caso della postcolonia, postulare l’esistenza di un prima e di un dopo la colonizzazione non bastava a risolvere il problema del rapporto tra temporalità e soggettività. Per capire la postcolonia l’autore ha dovuto abbandonare gli approcci convenzionali sul tempo, per passare al tempo dell’esistenza e dell’esperienza, noto anche come tempo dell’intrico formulato in tre postulati.
In primo luogo questo tempo dell’esistenza africana non è né un tempo lineare né una semplice sequenza in cui ogni momento cancella, annulla e prende il posto di quelli che l’hanno preceduto. Non si tratta di una serie di eventi, ma di una interconnessione di presenti, passati e futuri ognuno dei quali conserva in sé le profondità di altri presenti, passati e futuri – in cui ciascuna età produce, modifica e mantiene in vita le precedenti. In secondo luogo questo tempo è formato da turbamenti, da eventi imprevedibili, da oscillazioni, ma tutto questo non sfocia necessariamente nel caos, sebbene questo a volte accada; inoltre le inabilità non danno sempre origine a comportamenti erratici e imprevedibili. Infine, terzo postulato, questo tempo non è irreversibile. Le formazioni sociali africane non stanno convergendo verso un unico punto quindi. Hanno in sé la possibilità di compiere un gran numero di traiettorie diverse, ma interconnesse fra loro.
Capitolo 1 – Sul Commandement
Questo capitolo ha due scopi. Il primo è sviluppare un’ampia riflessione sui tipi di razionalità usati per governare gli uomini fino alla fine della colonizzazione diretta in Africa sub-sahariana. Il secondo è interrogarsi sull’attività di governo. Sull’attività di governo sorgono due fattori per Mbembe. Il primo: occuparsi del comportamento umano significa anche interrogarsi sulle reali forme del potere, sulle sue manifestazioni e sulle tecniche di cui esso si serve per potenziare il proprio valore, distribuire il prodotto del lavoro e di conseguenza garantire l’abbondanza o controllare la povertà e la scarsità. In Africa sia prima che dopo la colonizzazione il potere statale potenziava il proprio valore creando particolari relazioni di sottomissione.
Il secondo: riguarda i regimi africani postcoloniali. Questi non hanno inventato da zero ciò che sapevano dal governo, ma il loro sapere nasce da molteplici culture, eredità e tradizioni, che si sono intrecciate col passare del tempo dando vita ad una razionalità coloniale. In una colonia, il commandement si fondava su un particolarissimo immaginario di sovranità dello stato. In una colonia la sovranità dello stato era costituita da due caratteristiche principali: da un lato la debolezza della nozione di diritto, si accompagnava ad una sua inflazione.
Il modello coloniale infatti era l’opposto del modello liberale di discussione e di dibattito, smorzando il diritto, inflazionandolo così. Dall’altro la sovranità coloniale era fondata su tre tipi di violenza: la prima era fondativa – contribuiva a creare lo spazio su cui veniva esercitata e considerava se stessa come il solo potere in grado di giudicare le proprie stesse leggi. Un secondo genere di violenza era connesso alla legittimazione. La sua funzione era quella di fornire all’ordine coloniale un linguaggio, si trattava di contribuire a creare un immaginario in grado di trasformare la violenza fondativa in autorità riconosciuta. La terza forma di violenza era necessaria a garantire l’esistenza, la diffusione e la durata di questa autorità: la guerra, si scatenava più volte nelle situazioni più banali e frequenti. Assumeva un controllo così importante tanto da avere una funzione legalizzante e reiterativa.
Qualunque cosa non riconoscesse queste violenze come autorità era considerata selvaggia e illegale. Lo stato coloniale quindi non aveva scopo di chiedersi quali fossero i suoi fini: la violenza stessa giustificava la sua presenza. Questo modello è stato importato anche dalla postcolonia. Il credo coloniale si autogiustificava attraverso due tradizioni ciascuna delle quali assegnava un ruolo essenziale a un’immagine del colonizzato che trasformava il nativo nel prototipo dell’animale. Nella prima, hegeliana, il nativo, in quanto animale, era un fascio di pulsioni ma non di capacità. L’unica reazione possibile era quindi la violenza e il dominio. Il colonizzato era considerato solo come la proprietà e la cosa del potere per questo apparteneva alla sfera degli oggetti: lo si poteva distruggere, proprio come si uccide un animale. Era un semplice corpo-cosa.
La seconda tradizione, bergsoniana, si fondava sull’idea che ognuno di noi potesse simpatizzare con il colonizzato, addirittura amarlo. L’affetto per il colonizzato poteva anche essere manifestato da particolari gesti, e in cambio il nativo avrebbe ricambiato al padrone con lo stesso affetto. Con questa tradizione familiarità e addomesticamento diventavano le metafore della schiavitù. Lo schiavo faceva ingresso nel mondo per il suo padrone solo dopo un addestramento e una strigliatura: il colonizzatore avrebbe inculcato nel colonizzato abitudini civili, trattandolo con violenza se necessario e parlandogli come un bambino. Nel regime coloniale l’oggetto e il soggetto del commandement si fondevano dando vita alla categoria del nativo, dell’indigeno che veniva punito se non ubbidiente. Le punizioni erano impartite da un apparato statale decentralizzato, le pene dovevano agire direttamente sul corpo del colonizzato, marchiato, addestrato, costretto a fornire lavoro coatto e obbligato ad assistere a cerimonie: lo scopo non era solo addomesticarlo e ridurlo all’obbedienza, ma anche usarlo, sfruttandolo il più possibile.
Altra caratteristica del commandement nelle colonie era la confusione tra pubblico e privato, gli agenti potevano usurpare la legge e servirsene privatamente ma sempre in nome dello stato. La violenza si sviluppava sotto forma di microazioni, piccole paure inflitte giornalmente. Riguardo alla distinzione fra cittadini e soggetti i soli colonizzatori godevano di quelle che erano considerate libertà politiche e civili. Fino al 1828 il codice penale e i codici civile riconoscevano solo due categorie di esseri umani: liberi e schiavi. Questa distinzione si basava sulla razza. I liberi, ovvero i bianchi, vantavano diritti sul lavoro degli schiavi, i neri. Questa condizione in Francia è stata abolita solo nel 1848.
Per capire appieno i fondamenti del comando bisogna analizzare altre 4 caratteristiche presenti, in varie forme, in quasi tutte le società postcoloniali africane. In primo luogo il comando era fondato su un regime d’excption, ovvero un regime che si distingueva dal diritto comune. Delegava diritti privati a individui e imprese, che a loro volta li esercitavano come se fossero dei re. L’attribuzione di diritti quasi regali e di speciali prerogative a società di comuni commercianti, nonché il godimento di privilegi sovrani da parte di quest’ultime erano parte di una tradizione che risale sino al Medioevo.
In secondo luogo al suo esordio il comando implicava la presenza di un regime di privilegi e di immunità. Il privilegio tuttavia risultava avere la caratteristica particolare di essere un beneficio goduto sempre da qualcuno a scapito di qualcun altro. Tutti i benefici potevano servire per accumulare potere, così che ad esempio le leggi e i regolamenti venissero adattati ai bisogni del colonizzatore. L’ideale di libertà e autonomia, venne del tutto vanificato dall’impunità di cui godevano i proconsoli e dall’onnipotenza degli agenti governativi.
La terza caratteristica del comando era la mancanza di distinzione tra governare e civilizzare. Causa la crescente richiesta di beni, i colonizzati dovevano entrare a far parte delle strutture di produzione il mezzo prescelto per raggiungere questa integrazione fu la coercizione e la corruzione. Il comando doveva addomesticare e toelettare gli uomini africani. Per realizzare questi due obiettivi congiunti, il comando introdusse meccanismi di sorveglianza intensiva e una serie di punizioni e multe. Questo è lo scopo alla base delle regole destinate a disciplinare il lavoro forzato, l’educazione, le donne, la sessualità, il vagabondaggio e la politica carceraria. Tutto questo garantiva la sottomissione e il paternalismo non esitava a manifestarsi dietro la maschera ideologica della benevolenza e dell’umanesimo.
Anche le politiche sociali dei regimi postcoloniali africani sono state concepite sulla base di un immaginario che fa dello stato l’organizzatore della pubblica felicità. Il comando postcoloniale non era in grado di scollarsi dai metodi coloniali. Per tutto il corso dell’800 governare una colonia voleva dire esercitare in primis un comando sul nativo. La civilizzazione si manifestava inizialmente brutalmente, come atto di conquista, quindi il diritto di uccidere. La caratteristica principale del governo coloniale era perciò la sua capacità di formulare ordini e farli eseguire.
Infine la quarta caratteristica del comando, la sua circolarità. Le istituzioni di cui è provvisto, le procedure e le tecniche utilizzate, miravano a raggiungere la sottomissione assoluta. Perciò il fine di questa sovranità era che la gente ubbidisse. I nativi furono dapprima ingabbiati da rapporti di sottomissione, la politica indigena delle razze. Questa politica stabiliva in che modo disporre di questa materia prima, come farla crescere, quali leggi imporle, come trarre il maggior beneficio dal suo lavoro. Questi rapporti, come già detto, erano fondati su un immaginario del nativo (creatura semplice, priva di ambizioni, che si esprime a malapena). Il colonizzatore così può possedere e fare uso di qualunque cosa gli aggradi, dato che solo lui è in grado di giudicare cosa è buono e giusto per sé.
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