Frontiere dell’Identità e della Memoria
ETNOPSICHIATRIA= ramo della psichiatria che si occupa di studiare e classificare i disturbi mentali di un
individuo tenendo conto del contesto in cui si manifestano e l’etnia del paziente (immigrato).
Dunque è importante in questo ambito eseguire delle terapie non solo secondo il sistema medico
psichiatrico occidentale, ma bisogna tener conto del contesto in cui si ci trova, delle conoscenze e della
cultura del paziente immigrato, utilizzando anche tecniche di cura “tradizionali” (tipiche del suo sistema) in
quanto essi si trovano in una condizione di sospensione tra le due culture in cui si trovano a vivere, con
conseguenze problematiche per la loro identità e quindi la psiche. E’ necessaria perciò una messa in
discussione dei metodi psichiatrici e psicanalitici moderni, i quali devono essere integrati e le tecniche
terapeutiche modificate, da modelli di cura tradizionali per poter risolvere i conflitti e le contraddizioni
interiori dei pazienti immigrati, i loro dubbi identitari (evitando quindi una “colonizzazione culturale”
usando solo pratiche occidentali).
Il confronto con l’ “Altro”, l’immigrato (“uomini dell’aria” perché non hanno un luogo di appartenenza
definito), è un modo per parlare di noi, infatti l’estraneo mette in discussione il proprio sapere,
consentendoci di capire cosa ridefinire delle nostre conoscenze. Bisogna tenere unite le dimensioni politiche
e sociali a quelle epistemologiche e tecniche quando si tratta con pazienti immigrati scompensati dal
passaggio di una frontiera tra due culture contradditorie.
Bisogna poi evitare di vedere le costruzioni altrui come “credenze” e le nostre come “teorie”
scientificamente valide; le critiche a questo sistema però pensano che si arrivi a troppa astrattezza
nell’affrontare i disturbi mentali, però queste critiche non vedono la cultura come uno spazio in cui
interagiscono e si confrontano attori sociali con diversi valori che negoziano continuamente tra loro.
Per evitare queste incomprensioni dovute alle definizioni di “etno-psichiatria culturale”, si analizzano i
singoli casi clinici e come si opera concretamente per la risoluzione di conflitti interni al sogg immigrato.
LA NOSTALGIA
La nostalgia viene definita come il dolore per essere lontani dalla propria terra , ma può assumere diversi
altri significati, infatti non è uguale per tutte le culture, va analizzata tenendo conto delle diverse
esperienze che il sentimento può esprimere.
-Il termine “nostalgia” venne usato per la prima volta nel 1688 dal medico Hofer che la vedeva come una
malattia propria di persone che non potevano più tornare in patria e che portava a febbre e a debolezza del
corpo, fino alla morte. Nel ‘700 si cominciarono a vedere differenze etniche nel manifestare questa
malattia, si ipotizzò dunque che fosse la “costruzione politica” (sociale) di un sogg a determinare lo
smarrimento a contatto con nuove esperienze, luoghi e persone stranieri, in quanto abituato ad altre
esperienze; si definirono “livelli di stanzialità” (quanto uno può spostarsi senza distaccarsi dalla propria
identità), analizzando i problemi che portava l’allontanamento dalla patria soprattutto per gli schiavi e i
guerrieri. Descuret notò che anche l’ambiente naturale di origine influenzava il sentimento nostalgico, il
quale classificò in 3 sottotipi di causalità: abitatività, affezionatività e abitudinità. Chi voleva cambiare
continuamente luogo invece (giovani) veniva considerato uno con eccesiva fantasia forse per le letture
avventurose tipo R.Crusoe. Questa visione di nostalgia come malattia ha naturalizzato comportamenti ed
emozioni che mettevano in crisi relazioni sociali e gerarchie. Nel ‘900 si cominciò a vedere come disgusto
della vita causato dallo sradicamento e dal disadattamento alle nuove condizioni. Odegaard negli anni ’30,
trovò un’alta incidenza di schizofrenia tra gli immigrati norvegesi in USA collegando il disturbo alla volontà
di emigrazione, in realtà è il contrario: lo stress dell’immigrato è causato dall’emigrazione di un nuovo
contesto. C’è inoltre chi riportò la nostalgia ad un sentimento tipico di un microcosmo cristiano-borghese,
quindi si ritorna a distinguere i “sintomi” in base al contesto culturale in cui si presenta la malattia.
-I luoghi natii sono i luoghi con cui l’immigrato ha legami profondi che costituiscono la base sulla quale si
confronteranno con altre atmosfere, mettendole in crisi, infatti ciò che per noi è “ovvio” non diventa più
tale al contatto con l’alterità. La migrazione separa un “prima” e un “dopo” il nostro tempo presente, è un
cambiamento catastrofico che genera una perdita del senso di appartenenza nato all’interno di legami
lontani e che vanno rielaborati nella psicoterapia, legami che possono ess narrati in modo diverso, sia
individualmente che socialmente.
La nostalgia dunque dipende dal contesto, è un tentativo di opporre, in un nuovo contesto sociale,
l’ostinazione dei ricordi, una memoria che rammarica il sogg per il mondo perduto. Prima del viaggio si era
pieni di speranze ma l’arrivo in un contesto diverso e conflittuale ha portato a sviluppare moti opposti che
spingono l’immigrato nei suoi ricordi facendolo sentire solo, quindi il sogg rievoca la situazione familiare
lontana per sentirsi più vicino e si sviluppa la nostalgia.
-Storie cliniche come quelle di Isabel ( spagnola che si è sposata con un italiano ma è rimasta delusa per
) e di Luisa (
l’inconciliabilità dei due mondi calabrese che trasferitasi al nord si è trovata a non riuscire a svelare i
)
propri problemi lavorativi al marito facendo emergere le contraddizioni tra le aspettative e la realtà in cui vive
mostrano come i problemi psicologici in seguito all’emigrazione siano subentrati alla gioia dopo vari
problemi della vita dei pazienti, che siano con familiari del marito o con il lavoro, arrivando al desiderio di
ritornare a casa; si è creato un “dentro” (io identitario) e un “fuori” (luogo estraneo in cui ridefiniamo noi
stessi), che entrano in conflitto quando si scontrano con il contesto ospite. L’immigrato dunque osserva le
differenze tra il suo mondo e quello nuovo ridefinendo la propria immagine per adattarsi, ma qsto
confronto tra le diversità incrementa il senso di solitudine e la sofferenza.
Un altro caso è quello di Zoila che parla della necessità di un appoggio, di radici, esprime dunque quel
rapporto tra “continuità” dell’esistenza sociale e culturale e “mutamento” che spezza quelle radici.
-Gli immigrati hanno un’esperienza etnografica quando si trovano di fronte ad altre culture, cioè osservano
distanti e confrontano le diversità. Questo confronto eseguito col viaggio verso un altro paese, porta anche
ad un viaggio interiore. Lo sguardo dell’immigrato ci mostra tutte le critiche e i giudizi verso la nostra
cultura, mette in contraddizione cultura manifesta e latente in quanto è un osservatore esterno.
Il linguaggio può essere elemento di separazione e indice di diversità, ci sono infatti parole che possono
sfuggire, frasi che nel linguaggio parlato possono avere significati simbolici e metafore, mostrandosi come
dei segreti che lo straniero non può capire perché “altro”, sentendosi emarginato.
L’adattamento al nuovo ambiente è portato dalla necessità di radicarsi in un nuovo orizzonte simbolico
generando però una “identità di paccottiglia”, un mondo estraneo e caotico, non lo subiscono però
passivamente soprattutto se ci sono connazionali. La nostalgia non è dunque una malattia ma un
complesso di sentimenti portato dal desiderio di ancoraggi identitari, da unire alle proprie nuove emozioni
nel contesto ospite, la nostalgia perciò non è solo ricordo della patria ma anche un’ostinata reazione al
nuovo ambiente. La nostalgia come ricordo permette di aver una lente sulla cultura ospite perché c’è
bisogno di identità che porti a difendere i propri luoghi in memoria.
-La nostalgia inoltre può essere frutto di un forte legame parentale instaurato dai familiari dell’immigrato
tramite un rituale che permette il mantenimento del contatto affettivo anche a distanza in quanto il ricordo
delle proprie origini e tradizioni è essenziale per il mantenimento dell’equilibrio sociale; per es il “wootal”
senegalese chiedeva agli spiriti degli antenati di riconciliare o punire il sogg che non aveva rispetto per i
vincoli familiari e quindi nemmeno per le gerarchie. Ci sono inoltre frequentemente dei “rituali di partenza”
per tenere il partente legato simbolicamente alla sua città, impedendogli di dimenticarla.
La ricerca di autonomia è dunque vista come un atto di indebolimento del gruppo e anche dopo un ritorno
da un lungo viaggio si eseguivano rituali di purificazione per reinserire il sogg nella collettività.
Dunque possiamo vedere come la nostalgia non coinvolga solo il mondo interiore del singolo immigrato,
ma intere culture e collettività, porta a sofferenze che colpiscono anche il gruppo di appartenenza.
-Bisogna perciò trattare gli immigrati tenendo conto della loro cultura e storia, anche quella a cui non
hanno partecipato direttamente, per es c’è una coscienza di gruppo che fa comprendere le difficoltà degli
antenati in periodi di schiavitù o di oppressione.
I disturbi degli immigrati vengono interpretati spesso come “caratteriali” ma in realtà sono legati a questa
memoria di frustrazioni per la schiavitù, infatti prima si subiva il dominio dei bianchi colonizzatori nei loro
territori natii, ora si ci sente oppressi migrando nei luoghi dei bianchi che li hanno sfruttati in passato.
I disturbi perciò non vanno visti come problemi solo individuali, ma la nostalgia va vista come “natura
dinamica e attiva” che permette di ess usata come strategia per difendere la propria cultura; essa diventa
malattia se è desiderio di sottrarsi a richieste insostenibili del contesto esterno e quindi manifesta la
sofferenza con un idioma culturale, una forma patologica di disagio controllabile dal sogg.
- Il termine “immigrato” va differenziato per dare ad ogni storia il suo senso, ma non tutti quelli che hanno
cercato di farlo ci sn riusciti, ci sono stati però buoni tentativi di liberarsi dagli schematismi concettuali
legati alla parola.
Rack ad es distinse gli immigrati in 3 gruppi: 1)i giovani che emigrano per benessere economico per poi
ritornare in patria, 2)gli esiliati costretti per guerre o persecuzioni e carestie, e 3)coloro che cambiano
luogo per migliorare la propria vita e rimanerci. In base alla categoria ci possono ess diverse riposte allo
stress, impo quindi anche il contesto in cui si evolve l’esperienza d’emigrazione.
I Grinberg distinsero i due tipi di sogg spinti dalla pulsione ad emigrare: gli “oncofilici” (raramente disposti
a cambiare e bisognosi di presenze rassicuranti) e “filobatici” (incuriositi dal mutamento, legami instabili).
Bensmail vedeva varie ragioni di migrazione: quelle psicopatologiche (ridotto numero di casi) ma
principalmente “socio-economiche”; non ci sono patologie mentali che spingono all’emigrazione ma
vanno esaminati cmnq i tratti propri di una cultura.
Collignon diceva che si emigra perché si è inquieti e si ci ammala perché non ci si adatta; Sluzki propose di
considerare l’emigrazione come scandita da 4 periodi distinti (preparatorio, migrazione, periodo di
compenso e di scompenso). Arpin vedeva le emigrazioni come veri e propri riti di transizione.
Nathan mostrò il rapporto tra “dentro” e “fuori”, tra contenuto e contenitore della cultura nel processo di
migrazione: questo confronto tra l’ess emigrante dalla propria cultura e immigrato in una nuova e diversa,
porta a una riflessione che può trasformarsi in conflitto interiore se non si riesce a risolvere la
contraddizione identitaria e basta un trauma o una difficoltà nella vita quotidiana per innescare qualche
sintomo psichiatrico.
Negli interventi nei confronti degli immigrati bisogna stare attenti a non farsi influenzare da presupposti
che privilegiano una dimensione rispetto alle altre (per es se penso che le difficoltà derivino dall’estraneità
dell’immigrato cercherò di adottare procedure di integrazione rapide, se penso che l’immigrato sia vittima
del contesto aprirò di più i confini con programmi assistenziali specifici), ma sono tutti importanti e
interagenti. Non sempre il cambiamento porta stress e non c’è solo l’etnicità a definire la salute mentale di
una persona, perciò il contesto è essenziale per capire il disagio e operare in questa esperienza individuale e
collettiva.
IDENTITA’ METICCE
L’identità è un problema al centro dell’etnopsic perché non si riesce a definire esattamente; dunque si deve
tener conto sia della quesitone etnica sia della metamorfosi della costruzione di un io nelle società ospiti.
La cultura (che non possiede una definizione esauriente) consente di eseguire un’azione di integrazione a
partire dalla quale si generano sensi di appartenenza e identificazione; è costituita da storia, tradizioni e
valori comuni, ma anche dall’intreccio di esperienze che si hanno con gli altri, è un prodotto misto di auto
ed etero percezioni
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