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Sunto di teorie e campi dell'antropologia

Docente Beneduce, libro consigliato "I dannati della terra", autore Franzt Fanon

Cap. 1 – Della violenza

Liberazione nazionale, rinascita, restituzione della nazione al popolo, qualunque siano le etichette impiegate, la decolonizzazione è sempre un fenomeno violento. La decolonizzazione è semplicemente la sostituzione di una "specie" di uomini con un’altra specie di uomini. Nel testo si è scelto di parlare proprio di questa tabula rasa che definisce gli inizi di ogni decolonizzazione. La decolonizzazione, che si propone di mutare l’ordine universale, è un programma di disordine assoluto. È un processo storico, è l’incontro di due forze congenitamente antagoniste che traggono la loro originalità precisamente da quella specie di sostantivazione prodotta e alimentata dalla situazione coloniale. Il loro primo incontro si è svolto sotto il segno della violenza e la loro coabitazione è continuata a forza di baionette e cannoni.

La decolonizzazione inoltre introduce nuovi uomini, un nuovo linguaggio, una nuova umanità. Ma la creazione non riceve legittimazione da alcuna potenza soprannaturale: la "cosa" colonizzata diventa uomini nel processo stesso attraverso cui si libera. La decolonizzazione è rappresentata perfettamente dalla frase “gli ultimi saranno i primi” e per far accadere ciò è necessario uno scontro decisivo e micidiale tra i due protagonisti. La violenza non viene decisa a posteriori, ma il colonizzato che decide di attuare la decolonizzazione è preparato da tempo alla violenza. Fin dalla nascita è chiaro per lui che quel mondo ristretto, cosparso di divieti, non può essere rimesso in questione se non con la violenza assoluta.

Per capire la decolonizzazione è necessario capire il mondo colonizzato. È un mondo scisso in due, il cui spartiacque è composto da caserme e commissariati di polizia. Nelle società di tipo capitalistico, l’insegnamento, religioso o laico, l’onesta esemplare di operai decorati dopo 50 anni di fedele servizio, ecc. creano intorno allo sfruttato un’atmosfera di sottomissione e di inibizione che alleviano notevolmente i compito delle forze dell’ordine. Nei paesi capitalisti, tra lo sfruttato e il potere si frappone una caterva di professori di morale, di consiglieri, di disorientatori. Nelle regioni coloniali, invece, il gendarme e il soldato sono una presenza immediata, mantengono il contatto con il colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente e napalm, di non muoversi. Così l’intermediario del potere usa un linguaggio di pura violenza.

La zona abitata dai colonizzati non è complementare alla zona dei coloni, le due si contrappongono, obbediscono entrambe al principio di esclusione reciproca. La città del colono è una città illuminata, asfaltata, quella del colonizzato è affamata, piegata su se stessa. Il colonizzato brama la città del colono. Questo mondo diviso in due è abitato da diverse specie. È evidente che ciò che divide in questo mondo è il fatto di appartenere o meno a una data specie, a una data razza. In colonia, l’infrastruttura economica è pure una sovrastruttura. Non sono né le officine, né le proprietà terriere, né il conto in banca a caratterizzare in primo luogo la classe dirigente nella colonia. Qui la classe dirigente si riconosce perché è quella che viene da fuori, quella che non assomiglia agli autoctoni.

La decolonizzazione non comporta comunque che, una volta disgregato il mondo coloniale, si creeranno vie di passaggio tra le due zone. La messa in discussione del mondo coloniale da parte del colonizzato non è un confronto nazionale dei punti di vista. Il mondo coloniale è un mondo manicheo. Il colono fa del colonizzato una specie di quintessenza del male. L’indigeno viene dichiarato impermeabile all’etica, assenza di valori, ma anche negazione dei valori. Le usanze del colonizzato, le sue tradizioni, i suoi miti, soprattutto essi, sono il segno stesso di tale indigenza, di tale depravazione costituzionale.

Perciò occorre mettere sullo stesso piano il DDT che distrugge i parassiti, e la religione cristiana che combatte in germe le eresie, gli istinti, il male. La chiesa in colonia è una chiesa di bianchi, non chiama l’uomo colonizzato alla via del signore, ma alla via del padrone, dell’oppressore. Questo manicheismo spinge fino in fondo la sua logica e disumanizza il colonizzato, lo animalizza e il colono nel suo linguaggio in riferimento al colonizzato ricorre a termini bestiari. Ma il colonizzato una volta che capisce di non essere un animale, comincia ad affilare le armi per far trionfare la sua umanità.

Appena il colonizzato inizia a usare la violenza, il colono usa i "congressi di cultura" per mostrargli le ricchezze dei valori occidentali. Viene loro spiegato che la decolonizzazione non deve significare regressione, ma proprio nel periodo di decolonizzazione la massa colonizzata se ne infischia di quei valori occidentali, li insulta e li vomita. Solitamente questo fenomeno (quello del mostrare i valori occidentali) è nascosto perché, durante il periodo di decolonizzazione, alcuni intellettuali colonizzati hanno stabilito un dialogo con la borghesia del paese colonialista. In questo periodo la popolazione autoctona viene percepita come una massa indistinta.

Nel periodo di decolonizzazione, tuttavia, la borghesia colonialista cerca febbrilmente contatti con le elites locali. Questa, quando rileva l’impossibilità di mantenere il suo dominio sui paesi coloniali, decide di condurre una lotta di retroguardia sul terreno della cultura, dei valori, delle tecniche. Ma per il popolo colonizzato tutto questo non ha senso. L’intellettuale che ha, per parte sua, seguito il colonialista sul piano dell’universale astratto, si batterà perché colono e colonizzato possano vivere in pace in un mondo nuovo. Ma quello che non vede, proprio perché il colonialismo si è infiltrato nel suo modo di pensare, è che il colono, appena il contesto coloniale sparisce, non ha più interesse a rimanere. Il colono quindi, non è interessato a queste fraseologie, vuole qualcosa di più concreto.

Ora la sua vita ha lo stesso valore di quella di un colono, e inizia a preparargli imboscate che lo obbligheranno ben presto alla fuga. Nelle regioni colonizzate in cui è stata condotta una vera lotta di liberazione, si assiste a un vero sradicamento della sovrastruttura attinta da quegli intellettuali negli ambienti borghesi colonialisti. Prima l’intellettuale era lontano dal suo popolo, una volta ripresi i contatti, i valori che il colonialista gli aveva imposto, diventano soprammobili senza vita e senza colore. Quei valori che sembravano nobilitare l’animo si rivelano inservibili perché non riguardano la lotta concreta nella quale il popolo è impegnato.

In particolare il valore dell’individualismo, tanto sponsorizzato dal colonialista, viene meno durante la lotta di liberazione. L’intellettuale inizia a capire la falsità dell’affermazione individuale, per passare al concetto di comunità, fratellanza (nasce la djemaa, quello che in Nord Africa indica la discussione dei conflitti in pubblico). Tuttavia non tutte le regioni sono state sufficientemente scosse dalla lotta di liberazione, ed ecco che gli intellettuali viziati dal colonialismo diventano l’autorità nazionale e porteranno il paese al collasso, portando ben presto il popolo verso l’ira e la violenza.

L’intellettuale è un opportunista in questo periodo, il popolo gli chiede di mettere tutto in comune, ma egli arriva a dimenticare la disfatta del colonialismo, l’oggetto stesso della lotta. Si concentra solo su progetti locali, non vede il tutto. Il popolo invece assume fin dal principio posizioni globali. La terra e il pane: che fare per averli? Questo aspetto, forse limitato e cocciuto, è comunque il modello operativo più sostanzioso ed efficace. Il manicheismo che governava la società coloniale è conservato intatto nel periodo della decolonizzazione. Di fatto il colono non cessa mai di essere il nemico, poiché è la causa continua, è l’inizio assoluto. Il colono fa la storia e sa di farla. Ma è la storia di una nazione che rapina, violenta e affama.

L’immobilità a cui il colonizzato è condannato non può essere rimessa in discussione che dalla sua decisione di mettere fine alla storia della colonizzazione, per far esistere la storia della nazione, la storia della decolonizzazione. Questo è il mondo coloniale. L’indigeno è chiuso in un recinto, l’apartheid non è che una modalità della divisione in scomparti del mondo coloniale. La prima cosa che l’indigeno impara è stare al suo posto e sogna di muoversi, di fare cose, anche in modo aggressivo. Questa aggressività sedimentata nei suoi muscoli, il colonizzato la manifesterà dapprima contro i suoi. Il mondo del colono è un mondo ostile, ma che fa sempre gola, sogna di sostituirsi ad esso.

È dominato, ma non convinto della sua inferiorità, e aspetta pazientemente che il colono allenti la sua vigilanza per saltargli addosso. Questo impulso a prendere il posto del colono gli fa mantenere un tono muscolare continuo. E questa tensione muscolare si libera periodicamente in esplosioni sanguinarie: lotte tribali, lotte di congregazioni, di individui. Questo atteggiamento permette al colono di confermare che i colonizzati non sono uomini ragionevoli. Anche la sua religione, contribuisce a tenerlo sottomesso al colono. Terrificandomi, essa mi integra alle tradizioni, alla storia della mia tribù, ma nello stesso tempo mi rassicura.

Nella religione e nei riti magici, anche le danze, il colonizzato cerca questa rassicurazione. Dentro il cerchio magico tutto è possibile, i cattivi umori scolano via. Il passo verso la possessione è breve. Vengono organizzate sedute di possessione-spossessione per ritrovare se stessi. Questi mezzi aiutano a mantenere saldo il mondo colonizzato. All’andata gli uomini sono impazienti e sui nervi, al ritorno calmi, immobili. Nella lotta per la liberazione si assisterà ad un singolare disamore per queste pratiche. Il reale è l’unico obiettivo da perseguire per il progetto di liberazione, non l’irrealismo. Questa violenza rimane quindi a fior di pelle nel periodo coloniale, si incanala in lotte fratricide e danze e possessioni.

Come cambia quindi direzione la violenza per orientarsi verso la liberazione nazionale? Sono intanto i partiti politici e le elites intellettuali o commerciali i primi a fare la differenza. Questi partiti sono nazionalisti, ma il loro obiettivo principale non è rovesciare il potere. Sono solo violente nelle parole, e ambiguamente riformiste negli atteggiamenti. Il ceto contadino è lasciato in disparte dalla propaganda dei maggiori partiti politici nazionalisti, proprio perché rivoluzionario. La borghesia colonialista che era stata zitta fino a questo momento introduce un nuovo pensiero, quello della nonviolenza: questa dice alle elites intellettuali ed economiche colonizzate che la borghesia colonialista ha i loro stessi interessi e che è quindi necessario giungere ad un accordo per la salvezza comune.

Ma se la massa inizia gli attentati allora bisogna trovare un compromesso il più presto possibile. A capo di questo compromesso viene posto il dirigente del partito nazionalista che si dichiara estraneo ai quei terroristi e inoltre non avendo mai interrotto i contatti col colonialismo è l’interlocutore più promettente. I partiti nazionalisti si accontentano di scusare quella ferocia, non rivendicano la lotta popolare, anzi proprio non la condividono per paura di una ripercussione colonialista militare (e di una perdita assicurata, visto lo scarno arsenale posseduto dai colonizzati). Inoltre quello che il colonizzatore si aspetta dal governo locale è non che decimi la popolazione, ma che salvaguardi, tramite convenzioni economiche, i loro interessi legittimi. La popolazione della colonia è diventata consumatrice di capitalismo, non è più materia prima come al principio del mondo colonizzatore.

Quindi vi è una complicità oggettiva del capitalismo con le forze violente che scoppiano nel territorio coloniale. Quindi il colonizzatore chiede ai partiti politici nazionalisti di esporre chiaramente le loro rivendicazioni e di cercare col partner colonialista con calma una soluzione che rispetti gli interessi di entrambe le parti. Di fatto i rapporti tra le nazioni non cambiano, si ottiene solo l’indipendenza dal paese colonizzatore. La borghesia colonialista è inoltre aiutata nel suo lavoro di rassicurazione dei colonizzati anche dalla religione. Tutti i santi vengono presentati come modello a cui rifarsi. Le elites locali intanto usano la schiavitù dei loro fratelli per svergognare gli schiavisti, ma di fatto non si mobilitano mai realmente. Se presenti elementi che hanno scatti di collera e che davvero vorrebbero rovesciare il regime coloniale, questi elementi vengono isolati, obbligato ad una sorta di esilio nelle campagne, dove trovano la massa contadina che percepisce realmente i contenuti dei loro discorsi.

Intanto i partiti politici continuano con la loro linea: i loro discorsi sono aria fritta, ma che hanno uno spirito nazionale: evitano la sovversione ma di fatto introducono terribili fermenti di sovversione nella coscienza degli uditori o dei lettori. Il popolo ricerca il momento opportuno per la rivoluzione e si mantiene in forma utilizzando certi episodi della vita collettiva come il ladro che uccide 4 o 5 poliziotti e che si suicida per non vendere i suoi: questo è visto dal popolo come un eroe. Altro metodo è ricordare le grandi figure del popolo colonizzato, quelli che hanno resistito alla conquista. Il popolo poi capisce di non essere solo nella violenza, altri popoli cercano di far scappare l’invasore. Ma come far scoppiare la pentola? I coloni attenti si accorgeranno che qualcosa sta cambiando e prenderanno i dovuti provvedimenti, creando un clima di terrore dove si spara facilmente. Un incidente banale e il mitragliamento comincia.

I leader dei partiti non hanno dato l’ordine di iniziare la rivolta, non sono preparati a tutto ciò. I coloni cercano la mediazione con il popolo, concentrato nella liberazione di quei leader imprigionati dai coloni. Questo caso comunque non è sempre la norma: spesso l’apparato dei partiti politici rimane intatto anche durante la rivoluzione e questi si ritrovano scavalcati dai loro militanti. Per riportare l’ordine i coloni affidano il compito di riportare l’ordine proprio a questo stantio apparato burocratico pre-esistente, concedendo anche l’indipendenza. Quindi sono tutti coscienti di questa violenza a cui si cerca di rispondere sempre con una maggiore violenza, piuttosto che disinnescarla.

Che cos’è dunque tutta questa violenza? È la consapevolezza dei colonizzati che questa follia può sottrarli all’oppressione coloniale. Ma forse i colonizzati vogliono andare troppo in fretta, perché è ben noto che questa violenza perduri anche dopo la nascita della nazione. Non si spegne questa violenza anche perché la lotta si inscrive nel quadro della competizione decisiva tra capitalismo e socialismo, quindi anche le rivendicazioni localizzate diventano una campagna internazionale. Questo ingigantire la lotta trascina la violenza anche dopo l’indipendenza, i leader locali adottano un tono aggressivo anche con la stampa che raramente cerca di raffigurare la situazione per quella che è, cerca piuttosto di imporre “guarda che disastro da quando non ci siamo più noi”.

La diplomazia dei nuovi paesi indipendenti è quindi totalmente diversa da quella concepita dagli occidentali, è in movimento, infuriata che contrasta con il mondo pietrificato della colonizzazione. Proprio essendo questa violenza inscritta a livello internazionale è facile che accada che alcune nazioni cerchino di tutelare i loro interessi capitalistici in quelle zone decolonizzate. In primis gli Stati Uniti, che hanno sempre molto sul serio dopo la seconda guerra mondiale il loro compito di tutori del capitalismo internazionale. Occorre quindi convincere le colonie a non aprirsi alle dottrine politiche nemiche. Capitalismo e imperialismo sono convinti che la lotta contro il razzismo e i movimenti di liberazione nazionale siano puramente dei disordini telecomandati e fomentati dall’esterno e per evitare ciò usano il popolo contro il popolo.

Intanto i leader, in questa lotta internazionale, adottano il neutralismo. Da una parte permette ai paesi sottosviluppati di ricevere l’aiuto economico di entrambe le parti (guerra fredda), ma di fatto le due parti non riescono ad aiutare come necessario le regioni sottosviluppate. Questo atteggiamento neutralista induce nel cittadino del terzo mondo un rifiuto al compromesso, che sgomenta gli occidentali. Il paese è senza tram, senza truppe e senza quattrini e nonostante ciò si presenta spavaldo agli altri paesi. E soprattutto i leader di questi paesi vuoi irritano, li si vorrebbe far stare zitti; invece li si corteggia, ce li si contende. Questo neutralismo permette ai popoli di questi paesi di viaggiare, di andare in tutti i paesi dei due blocchi; hanno una volontà totalizzatrice che spesso si tinge di globalismo.

Tornando alla violenza, per il colonizzato è quindi essenziale per la sua lotta. Si libera nella e per la violenza. E lo sviluppo della violenza in seno al popolo colonizzato sarà proporzionale alla violenza esercitata dal regime coloniale contestato. L’obiettivo del rivoltoso è ora quello di uccidere il colono e questo obiettivo singolo stimola la coscienza collettiva divenendo obiettivo dell’intera comunità colonizzata, portando un nuovo vento totalizzatore e nazionale, che ha abbandonato il regionalismo e il tribalismo. Il successo della liberazione innalza il popolo all’altezza dei leader, che ai suoi occhi non hanno contribuito alla liberazione. Illuminata dalla violenza, ora la massa si ribella contro qualsiasi pacificazione.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-DEA/01 Discipline demoetnoantropologiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e campi dell'antropologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Beneduce Roberto.
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