Teoria & tecnica della traduzione
Libro: “Verso la consapevolezza traduttiva” – Pierangela Diadora
Capitolo 1: Il bilinguismo
La traduzione non esisterebbe se non esistessero persone capaci di capire e produrre codici linguistico–comunicativi diversi. La prima definizione di bilinguismo si deve a:
- Leonard Bloomfield (linguista strutturalista americano) che lo definì come il “possesso da locutore nativo di 2 lingue” – anni ’30 del 1900
Da allora ci sono state altre teorie e discipline che si sono occupate di questo fenomeno.
- Einar Haugen lo definisce come “l’attitudine a produrre in un’altra lingua degli enunciati corretti e portatori di significato” – 1953
- Uriel Weinreich riconosce che il bilinguismo è “un fenomeno relativo e variabile, da mettere in relazione con l’attitudine di usare contemporaneamente le 2 lingue”. Tiene conto dell’alternanza fra la scelta di una lingua e l’altra, si apre così la strada alla distinzione fra i processi mentali e i fenomeni sociali del bilinguismo.
L’ipotesi di Bloomfield delle due competenze native viene superata dal concetto di “competenza parziale” elaborato da John Macnamara. Il bilingue è il soggetto che ha una competenza anche parziale della seconda lingua.
- Beatens Beardsmore lo definisce come “doppio mezzo, necessario o opzionale, di comunicazione efficace tra due o più mondi che usano 2 sistemi linguistici” – 1986
Oggi può essere definito
- Dal punto di vista psicolinguistico, indica la compresenza nella mente di un individuo di almeno due lingue con diverso grado di competenza, acquisita con diversa modalità
- Dal punto di vista sociolinguistico, indica la compresenza di almeno 2 lingue (con pari o diverso grado di uso funzionale) all’interno di una comunità di persone
Del bilinguismo si occupano
- Sociolinguistica: studia i fenomeni delle lingue in relazione al contesto, ai ruoli degli interlocutori, alle funzioni comunicative, alle scelte linguistiche determinate dai diversi fattori socioculturali in gioco
- Glottodidattica: studia l’apprendimento linguistico e i metodi per facilitare l’acquisizione della seconda lingua
- Traduttologia: si occupa delle forme di mediazione scritta e orale e del passaggio da un codice all’altro
- Psicolinguistica: studia i processi mentali associati a:
- Lo sviluppo della personalità bilingue
- Il funzionamento del cervello bilingue
- La memorizzazione delle informazioni nella L2
- Le variabili legate allo sviluppo del bilinguismo
- L’acquisizione spontanea e l’apprendimento guidato della L2
Tipi di bilinguismo
La psicolinguistica e la sociolinguistica hanno contribuito all’elaborazione di vari modelli di analisi che hanno portato a distinguere diversi tipi di bilinguismo, tenendo conto dei processi mentali e dei fenomeni personali e sociali.
Tempi di esposizione alla L2
- Bilinguismo precoce: lingua acquisita nella prima infanzia
- Bilinguismo tardivo: lingua acquisita dopo la pubertà
Modalità di apprendimento
- Bilinguismo primario: assimilazione spontanea della lingua, senza il rafforzamento dell’educazione
- Bilinguismo secondario: assimilazione della lingua con lo studio di questa
Livelli di competenza
- Subordinato: quando una lingua rimane la lingua dominante e l’altra quella dominata
- Bilanciato/equilibrato: se il livello di competenza delle 2 lingue è più o meno uguale
- Ascendente/additivo: quando la competenza in entrambe le lingue si rafforza reciprocamente (è il caso dei figli degli immigrati)
- Discendente/sottrattivo: quando si ha l’erosione di una delle due lingue: la L2 se non viene usata o la L1 nel caso degli immigrati
Abilità
- Ricettivo: chi è competente in una L2 solo nella ricezione (gli italiani che capiscono lo spagnolo)
- Produttivo: chi è capace di parlare o scrivere in L2, ma ha difficoltà a capire le diverse pronunce a livello geografico
- Con doppia alfabetizzazione: chi sa leggere e scrivere in entrambe le lingue
Acculturazione
- Con acculturazione e biculturalità: quando entrambe le lingue sono associate a 2 culture di riferimento
- Con scarsa acculturazione: quando una o entrambe le lingue vengono acquisite indipendentemente dal contatto con la cultura di riferimento (la lingua imparata a scuola)
- Con scarsa alfabetizzazione ma forte acculturazione: come nel caso degli immigrati che da adulti hanno appreso solo parzialmente la lingua
Concettualizzazione
- Integrato/compatto: quando il soggetto ha appreso 2 lingue contemporaneamente nella prima infanzia
- Coordinato: quando la L2 è appresa prima della pubertà in ambiente non familiare
Bilinguismo nell’età evolutiva
Le ricerche psicolinguistiche ritengono che anche in età precoce (3 anni) sia presente qualche forma di consapevolezza metalinguistica che poi si evolve in appropriatezza contestuale. La scoperta di elementi grammaticali della L2, in contrasto o analogia con la L1, dimostra che i bambini, specialmente se in contatto con più lingue, sanno riflettere metalinguisticamente, scoprendo che una stessa forma ha funzioni diverse o una stessa funzione ha forme diverse. Tra i numerosi studi sul bilinguismo precoce fioriti alla metà del XX secolo alcuni avevano evidenziato il minor rendimento dei bambini bilingui immigrati, rispetto ai coetanei monolingui usando dei test d’intelligenza allo scopo di mostrare che l’insuccesso scolastico e il minor sviluppo cognitivo erano dovuti all’esposizione troppo precoce alla L2, prima che il sistema linguistico della L1 non fosse stato completato. Studi più recenti hanno rinunciato a mettere in relazione bilinguismo e quoziente intellettivo, infatti nessuna indagine indica che il bilinguismo possa rappresentare uno svantaggio per il bambino.
Uno tra i più convinti sostenitori del bilinguismo precoce e dei suoi vantaggi per lo sviluppo cognitivo è lo psicolinguista e glottodidatta Renzo Titone; secondo lui ci sono:
- Ragioni neurologiche: la plasticità del cervello del bambino e l’incompleta lateralizzazione emisferica in età infantile facilitano l’acquisizione di sistemi di comportamento verbali diversi, l’esposizione precoce a due lingue sembra favorire un effetto di equilibrio fra le attività dei due emisferi.
- Ragioni psico–evolutive: nella prima infanzia ha luogo un’assimilazione subconscia delle lingue basata sull’imitazione.
- Ragioni psico–sociolinguistiche: per il bambino è più facile accostarsi a lingue e culture diverse perché non c’è quel “filtro affettivo”, ma c’è più bisogno di comunicazione.
- Ragioni personologiche: nei primi 5 anni il bambino è caratterizzato dalla flessibilità del suo sistema di interazione e la L2 favorisce l’apertura mentale e la riflessione metalinguistica sulle differenze linguistiche e culturali.
Educazione bilingue
L’educazione bilingue è stata praticata fin dall’antichità, dove già a Roma le persone colte studiavano contemporaneamente latino e greco. Venne contrastata dalle spinte nazionalistiche del XX secolo, quando fu affermata l’idea “1 nazione = 1 lingua”; uno dei tanti contrari all’educazione bilingue fu il linguista danese Otto Jespersen che vedeva solo le difficoltà e lo sforzo del bambino di apprendere e parlare la L2, come se questo fatto diminuisse le sue risorse per lo studio di altre discipline. L’inconsistenza delle obiezioni sollevate contro l’educazione bilingue nel primo 1900 viene dimostrata da numerose ricerche a partire dagli anni ’50. Un filone di studi importanti sul bilinguismo, nato nel XIX secolo in Canada, ha tra le sue fila Wilder Penfield che fu uno dei primi studiosi a sostenere, anche scientificamente, l’importanza dell’educazione plurilingue fin dall’infanzia ed elaborò la “Teoria sulla plasticità cerebrale”. Secondo lui il cervello del bambino fino a 10 anni è specializzato nell’acquisizione delle lingue e ha, a differenza degli adulti, maggior capacità imitativa, meno ansia, più tempo libero e maggior “plasticità cerebrale”. Negli anni ’80 si apre il dibattito sull’educazione bilingue in contesto migratorio che viene studiato da Jim Cummis (psicolinguista di Toronto) che individua 2 fasi di tipo linguistico e cognitivo che il bambino attraversa prima di avere accesso ai contenuti disciplinari.
- La fase iniziale in cui sviluppa le competenze comunicative di base nella lingua del paese che lo ospita -> BICS = Basic Interpersonal Communicative Skills
- La fase successiva in cui sviluppa nella L2 le proprie abilità logico-cognitive associate alla padronanza linguistica (non sempre avviene) -> CALP = Cognitive Academic Language Proficiency
Il bambino deve raggiungere un livello minimo di competenza nella L2, mentre la padronanza più avanzata e impegnativa si sviluppa relazionando L1 e L2, infatti Cummis è a favore dell’educazione bilingue, con il mantenimento della lingua d’origine nei bambini immigrati. A favore dell’educazione bilingue precoce è anche il canadese Michel Paradis che sostiene l’importanza di una educazione precoce alla L2 già nella prima infanzia e con modalità simili a quelle di acquisizione della madrelingua. Oggi il dibattito non riguarda solo gli aspetti positivi e negativi del bilinguismo precoce e dell’educazione bilingue, ma anche la riflessione sugli aspetti sociolinguistici, glottodidattici, psicolinguistici e neurolinguistici. Franco Fabbro ha descritto varie forme di educazione bilingue, in cui il bambino:
- Acquisisce 2 lingue in seno alla famiglia
- Acquisisce 2 lingue: una per genitore
- Viene esposto alla L2 a scuola
- Usa la L1 in famiglia e la L2 a scuola e fuori (immigrati)
- Viene alfabetizzato contemporaneamente in 2 lingue a scuola (scuole bilingue)
Il cervello e il linguaggio umano
La dominanza emisferica
Fin dall’antichità le facoltà di linguaggio dell’uomo sono state associate al cervello, ma solo nel XIX secolo Franz Joseph Gall ipotizzò che ogni facoltà della mente fosse legata a un’area specifica della corteccia cerebrale, localizzando le facoltà di linguaggio e della memoria per le parole nella regione del lobo frontale di entrambi gli emisferi cerebrali. Il suo oppositore, Pierre Flourens, sosteneva l’unità del sistema nervoso. Il dibattito si interruppe con le scoperte sull’organizzazione del linguaggio nel cervello da Pierre Paul Broca, considerato il precursore della teoria della dominanza emisferica e lo scopritore della lateralizzazione del linguaggio nell’emisfero sinistro. Nel 1861 Broca studiò un paziente dell’ospizio di Parigi che riusciva a pronunciare solo “tan” e bestemmiare e nel corso del tempo perse tutto l’uso della parte destra del corpo; così Broca, in base alla legge dell’incrociamento emisferico, ipotizzò che aveva avuto una lesione dell’emisfero sinistro. Dall’autopsia risultò una lesione alla terza circonvoluzione del lobo frontale dell’emisfero sinistro, poi denominata “area di Broca” e che fosse indipendente dalla comprensione verbale e della comunicazione non verbale. Secondo Broca il linguaggio e l’uso della mano destra erano controllati dall’emisfero sinistro. Qualche anno dopo il medico Karl Wernicke studiò un altro paziente con altri problemi linguistici, riportando i risultati dell’autopsia cerebrale che aveva una lesione al lobo temporale dell’emisfero sinistro, poi chiamata “area di Wernicke”: in questo caso il paziente parlava molto e in fretta, ma non comprendeva i discorsi altrui ed era inconsapevole della propria malattia. Entrambe le aree danneggiate erano nell’emisfero sinistro del cervello e questo portò ad affermare il principio della dominanza emisferica.
L’ipotesi della dominanza emisferica viene confermata anche oggi dai risultati basati sul test di Wada che viene effettuato prima di una operazione al cervello in modo da individuare le aree cerebrali del linguaggio per evitare di danneggiarle. Con questa tecnica si è visto che:
- 96% dei destrimani ha il linguaggio lateralizzato a sinistra
- 70% dei mancini ha il linguaggio lateralizzato a sinistra
- 15% dei mancini ha il linguaggio lateralizzato a destra
- 15% dei mancini ha il linguaggio distribuito in aree di entrambi gli emisferi
In realtà oggi sappiamo che non è possibile associare tutte le funzioni del linguaggio solo alle aree localizzate nella corteccia cerebrale dell’emisfero sinistro. Le prime critiche risalgono alla metà del XX secolo quando si afferma in Germania la “teoria della forma” e secondo questa i due emisferi cerebrali NON funzionano indipendentemente ma cooperano nell’elaborazione dei messaggi.
La complementarietà emisferica
Negli anni ’30 – ’40 del XX secolo ci furono nuove scoperte sul rapporto cervello – linguaggio. Wilder Penfield scopre con l’elettrostimolazione che ci sono altre zone implicate nel linguaggio oltre alle aree di Broca e Wernicke. Contemporaneamente Alexander Lurja elabora un modello di organizzazione del linguaggio localizzato in aree separate del cervello e coordinate da numerosi centri cerebrali. Queste ricerche mettono in discussione la teoria della dominanza emisferica e lanciano l’ipotesi che il linguaggio risulti dall’interazione degli emisferi e dai processi che avvengono nella rete neurale. Negli anni ’60 su pazienti epilettici che avevano subito la recisione a scopo terapeutico del corpo calloso permise di individuare la “sindrome del cervello diviso” e di scoprire che i due emisferi elaborano informazioni in modo diverso ma complementare. Le ricerche di Roger Sperry dimostrano la teoria della complementarietà emisferica o “specializzazione funzionale”, in base alla quale i due emisferi collaborano con diverse capacità all’elaborazione dei messaggi. Oggi sembra accettato che nel linguaggio e nella comunicazione le diverse aree funzionano in modo cooperativo; i due emisferi, pur avendo modalità percettive diverse, sono da considerarsi in rapporto complementare e simmetrico. Si può parlare di specializzazione emisferica solo in termini di elaborazioni:
- Emisfero destro -> efficace nella comprensione e produzione linguistica perché il suo modo di elaborare si presta a decodificare meglio le particolarità del materiale verbale
- Emisfero sinistro -> elabora l’informazione cogliendola nella sua globalità
Recenti studi si sono occupati anche del ruolo delle strutture sottocorticali del linguaggio, che si trovano al centro del cervello, scoprendo che:
- Controllano l’attività di generazione del linguaggio
- Sostengono il comportamento motorio e cognitivo
- Regolano i sistemi emozionali e la memoria
Anche il cervelletto partecipa ad alcune funzioni cognitive e sembra svolgere compiti importanti nella scelta delle parole.
Neuroanatomia del cervello umano
Le parti costitutive
Il cervello umano è un organo contenuto nella scatola cranica, è composto da un tessuto gelatinoso composto da miliardi di cellule nervose (i neuroni), i quali creano collegamenti con le cellule vicine che determinano le capacità di comprendere, produrre e tradurre messaggi.
Tronco encefalico, diencefalo, telencefalo
Il cervello umano è il risultato della sovrapposizione di 3 tipi di cervello apparsi nel corso dell’evoluzione dei vertebrati. Dalla base del cranio troviamo:
- Tronco encefalico -> è il continuo del midollo spinale dentro la scatola cranica, comprende il bulbo, il ponte e il mesencefalo. Qui ci sono fasci di fibre sensoriali che controllano le funzioni involontarie. Dietro al bulbo c’è il cervelletto.
- Diencefalo -> è collegato al mesencefalo e circondato dal telencefalo, ha varie funzioni: regola la temperatura corporea, la fame, la memoria a breve termine ecc.
- Telencefalo -> è la parte più voluminosa del cervello. È formato da 2 emisferi cerebrali uniti dal corpo calloso. I due emisferi sono formati da sostanza grigia (o corteccia cerebrale) e da sostanza bianca (più profondamente). Nei due emisferi si distinguono 4 lobi.
Le reti neurali
Gli elementi fondamentali del cervello sono le reti neurali formate da:
- Cellule nervose (neuroni)
- Collegamenti (sinapsi)
- Protezioni che circondano i neuroni (cellule gliali o guaina mielinica)
- Sostanze chimiche che permettono la trasmissione dei messaggi tra le cellule (neurotrasmettitori)
Ogni neurone deve adempiere a 5 funzioni fondamentali:
- Ricevere informazioni dall’ambiente interno o esterno o da altri neuroni
- Integrare le informazioni ricevute e produrre una risposta in forma di segnale
- Condurre il segnale al punto di uscita
- Trasmettere il segnale ad altre cellule, ghiandole o muscoli
- Coordinare le proprie attività metaboliche
Lo sviluppo
Per identificare le tappe di sviluppo del cervello sono usati degli indici di maturazione cerebrale. Il cervello raggiunge diversi gradi di maturazione in periodi diversi, ma mantiene per tutta la vita la capacità di cambiare le proprie strutture e funzioni anche grazie all’esercizio e alla continua attivazione dei processi mentali, infatti si possono sempre creare nuove connessioni o modificarne altre.
Il cervello bilingue
Attivazione, inibizione, generazione di energia
Il dibattito, iniziato nel XIX secolo, riguardava la collocazione cerebrale delle diverse lingue nei soggetti poliglotti. Un primo sviluppo di ipotesi nell’800 sosteneva la localizzazione cerebrale, cioè la specializzazione di certe aree per la L1, per l...
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