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TEORIA E PRASSI DELL’INTERPRETARIATO DI CONFERENZA

Tradurre: storie, teorie,

pratiche dall’antichità al

XIX secolo

Francesco Laurenti

Introduzione

Anticamente il termine interpretare veniva usato per la traduzione sia della lingua scritta che su quella orale.

Con la fine della latinità ci fu una distinzione tra interpretare e tradurre:

• interpretare: usato per indicare la lingua orale

• tradurre: usato per indicare la lingua scritta

“Tradurre deriva dal latino trans-ducere [trans=oltre / ducere=portare] -> trasportare oltre; trasferire; condurre di

L’origine della differenziazione delle lingue

La polverizzazione linguistica degli umani è sempre stata quasi un enigma, spingendo in passato alla ricerca di

spiegazioni mitiche -> Torre Babele

Il riferimento alla differenziazione delle lingue è stato a lungo interpretato come una punizione divina -> una

condanna alla incomunicabilità e indirettamente alla intraducibilità.

Ora tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. E avvenne che, mentre si spostavano verso

sud, trovarono una pianura nel paese di Scinar, e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Venite, facciamoci

dei mattoni e cuociamoli col fuoco!». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. E dissero: «Venite,

costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome, per non essere

dispersi sulla faccia di tutta la terra». Ma l’Eterno discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini

stavano costruendo. E l’Eterno disse: «Ecco, sono un solo popolo e hanno tutti la medesima lingua; e questo è

quello che si sono messi a fare; ora nulla impedirà loro di finire quello che hanno cominciato. Su, scendiamo e

confondiamo la loro lingua, affinché l’uno non comprenda più il parlare dell’altro». E l’Eterno li disperse di là

sulla faccia di tutta la terra, e loro smisero di costruire la città. Perciò a questa fu dato il nome di Babele,

perché là l’Eterno confuse la lingua di tutta la terra, e di là l’Eterno li disperse sulla faccia di tutta la terra.

Paul Ricoeur, partendo dal fatto che la traduzione esiste, sostiene che essa è possibile.

Antoine Berman, non vede nel mito di Babele una sciagura, quanto piuttosto una realtà di fatto, dalla quale può

derivare l’esaltazione delle differenze

Epoche teoriche della traduzione

• Periodo prescientifico: fase di riflessione sul tradurre, in Occidente, che va dall’epoca classico-romana fino ai

primi decenni del Novecento. Le teorie sviluppatesi in questo periodo si concentrano solo sulle traduzioni

letterarie o di testi sacri e sono teorie nate dall’attività pratica del tradurre.

Il periodo prescientifico si può dividere in due fasi:

1. da Cicerone all’inizio del XX secolo

2. dall’inizio del Novecento fino agli anni 40

• Periodo scientifico: vi è una svolta fondamentale nella seconda metà del Novecento -> emergono numerosi

studi che danno il via alla formazione di una disciplina con un approccio teorico che si affronta con criteri

sempre più consapevoli e rigorosi. La storia della teoria della traduzione in Occidente va fatta risalire alla

classicità latina che per prima si è rivolta verso le culture e le lingue altrui come fonte di conoscenza.

Difficoltà: denominazione -> viene chiamata con nomi diversi a seconda della diversa impostazione teorica.

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Inizialmente venne chiamata “scienza della traduzione” poi “Teorie della traduzione” e “traduttologia”; infine si

è affermato in ambito internazionale il termine “Translation Studies”.

Alle origini del tradurre: Asia Minore, Antico Egitto e Grecia

La testimonianza storica più antica alla quale l’attività del tradurre può essere ricondotta, è rappresentata dalle

iscrizioni sulle tombe dei Principi dell’isola di Elefantina, che risalgono al 3º Millennio a.C.

In Egitto, l’origine delle diverse lingue era associata al dio Thot, dio della magia e della scrittura, e i geroglifici

erano considerati incisioni sacre.

Coloro che non parlavano la lingua d’Egitto erano considerati dei barbari.

Gli interpreti venivano chiamati dal faraone per consentire il contatto con gli stranieri a fini commerciali e

guerrieri.

La scoperta della civiltà sumera ha messo in luce la discendenza della lingua accadica da quella sumera.

Dopo che i sumeri furono conquistati dagli accadici, i professori sumeri intrapresero la redazione dei più antichi

dizionari (glossari bilingui sumero-accadici che riporta l’ideogramma sumero, la trascrizione fonetica in

accadico e la traduzione accadica) e i conquistatori improntarono la loro scrittura su quella sumera. -> si

tratterebbe delle prime reali traduzioni.

Successivamente, il faraone Psammetico I, per ottenere il sostegno militare della Grecia, attuò la strategia di

aprirsi alla lingua dello straniero: la situazione linguistica mutò profondamente in direzione di un bilinguismo e

si iniziarono a tradurre diversi testi.

Fino a quel momento i greci, come anche gli antichi egizi, consideravano le altre lingue barbare e la propria

come l’unica lingua che contenesse tutto ciò che si dovesse sapere.

Fino all’epoca Alessandrina, per i Greci, il concetto del tradurre é pressoché inesistente.

All’epoca Alessandrina risalgono le prime traduzioni in greco:

- traduzione della Bibba dall’ebraico

- traduzione della Storia dell’Egitto dal sacerdote egiziano Maneton (redatta in greco traducendo fonti

autentiche egiziane per volere di Tolomeo I, ma ne restano purtroppo soltanto alcuni passi in quanto i trenta

tomi bruciarono nel rogo della Biblioteca di Alessandria del 47 a.C.)

- Stele di Rosetta -> traduzione più famosa dell’antichità. L’iscrizione sulla lastra di basalto presenta due tipi di

scrittura: egiziano geroglifico e demotico, in più, anche la traduzione in greco.

Durante il periodo di Tolomeo I, l’attività di mediazione linguistica (condotta oralmente e per fini pratici) era

svolta da un hermeneus (Erodoto), che corrisponde a quello che per i romani è l’interpres.

Entrambi i termini indicano qualcuno che svolge, oltre alla mediazione linguistica, funzioni commerciali o

spiegazioni di testi troppo complessi.

La parola latina interpres ha un’origine legata al mondo degli affari (inter = in mezzo a / pretium = prezzo) ->

gli interpreti erano dunque dei mediatori linguistici, culturali e commerciali, rispetto ai quali la rappresentazione

culturale e la pratica sociale costituivano due facce della stessa medaglia.

La traduzione nell’antica Roma: dalla pratica alla teoria

A differenza di quello greco, l’approccio della cultura romana alla traduzione non è disinteressato. Essa “si

considera come una sorta di satellite della cultura greca”, si apre e assimila le culture colonizzate, conferendo

alla traduzione un ruolo primario.

Traduzione significava soprattutto traduzione di testi sacri e opere letterarie (oltre ai fini militari, politici e

commerciali), ed è in questo contesto che nascono le prime osservazioni teoriche sul tradurre.

La società romana è bilingue: non c’è dunque una necessità di tradurre dal greco, piuttosto una traduzione volta

alla creazione letteraria.

Le opere dei primi letterati latini (Livio Andronico, Ennio, Plauto, Terenzio) si basarono sulla traduzione e

sull’imitazione e sarà poi la loro scrittura a porre le basi per la letteratura latina.

La prima opera dell’epica latina è l’Odusia di Livio Andronico, primo poeta romano della storia e primo

traduttore.

L’Odusia era una traduzione in versi dell’Odissea di Omero, composta sul finire del 3º sec. a.C.

Livio Andronico ricalcò l’originale con un criterio per il quale si è usato il termine “vertere” (con un approccio

rivolto al testo e alla lingua d’arrivo).

Per comprendere il particolare approccio adottato dall’autore, osserviamo come egli abbia reso l’incipit omerico

sostituire la “musa” greca con la “Camena” latina, “un’italicissima divinità delle fonti”, per avvicinarla al suo

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pubblico. Andronico si occupa della leggibilità del testo nella cultura di arrivo che non aveva ancora prodotto un

testo epico in forma scritta.

Egli attinge il proprio linguaggio da quello dei “carmina convivalia”, degli “annales pontificum” e talvolta

ricorre al calco diretto dal greco.

Attraverso la sua opera il lettore romano si avvicina alla cultura greca.

L'attenzione e di Livio Andronico si rivolge anche alla resa di alcune espressioni metaforiche non in uso nella

lingua latina come quando traduce l'immagine del sangue che si raggiera al posto dello sciogliersi delle

ginocchia e del cuore.

L’Odusia di Andronico va considerata come la prima traduzione artistica della storia romana, per il tentativo di

riproporre anche lo stile dell'opera originaria creando così “una poesia latina e non una poesia greca in lingua

latina” in cui l'intenzione di romanizzare il testo è riscontrabile anche dall'assenza totale di parole greche.

In alcuni casi Livio ampia il testo fonte, aggiungendo elementi ripresi da altri passi dell'Odissea, o addirittura

dall'Iliade, attraverso un processo di appropriazione a distanza.

Egli scrive anche alcuni drammi non sempre presentati come traduzioni ma che riprendono i modelli greci e

adottano anche metri di derivazione greca.

Ennio, è definito il poeta delle “tre anime” (greco, osco, romano), è mediatore tra due culture ovvero quella

greca e quella romana e si ispira ai modelli greci che imita, diffondendo così l’idea che se il testo straniero

venisse romanizzato si potesse presentare come originale latino.

Egli non vuole, al contrario di Livio Andronico, rimanere fedele alla tradizione romana, quanto piuttosto

rinnovarla.

È per questo motivo, che egli adotta neologismi e il metro di discendenza greca ancora sconosciuto alla

letteratura latina.

Nell’incipit dei suoi Annales, Ennio presenta se stesso come un Omero che si fa promotore di una nuova

tradizione, abbandona il metro saturnio e sperimenta più generi letterari in una direzione più grecizzante.

Il commediografo Plauto attinge materiale dei principali autori della commedia nuova greca. In questo caso si è

parlato di contaminatio -> un’operazione a metà tra la traduzione e limitazione dell'opera straniera, creazione

quindi di un modello che viene arricchito di nuove scene o personaggi tratti da altre opere straniere, creando

un'opera originale che riattualizza in un altro contesto culturale l'opera straniera.

Cicerone è il primo a riflettere teoricamente sulla traduzione.

Il testo, che risale al 46 a.C., è la premessa alla traduzione dei discorsi di Eschine e Demostene, ed è stato

interpretato come una dichiarazione esplicita alla predilezione ciceroniana per una traduzione che non sia

letterale, ma che tenga conto del senso complessivo dell'opera originaria.

Cicerone ammette una duplice funzione del tradurre: può arricchire chi vi fa ricorso, facendogli conoscere

l'opera dello straniero e permettendogli di assimilarne alcuni caratteri e può anche assumere una funzione

genericamente didattica divulgativa.

Cicerone non ha tradotto da interprete ma da oratore: pone l'attenzione sulla forma del testo di arrivo che è

conseguenza della libertà con la quale agisce lo scrittore-traduttore.

Egli, per riferirsi al tradurre, non usa il verbo convertire ma piuttosto trasferire e non promuove una traduzione

libera, ma dice che lui ha reso i testi greci e latino come un oratore e non semplicemente come un traduttore.

Le posizioni ciceroniane in merito alla traduzione saranno riprese da Quintiliano e Orazio che ribadiranno

l'importanza di essere fedeli ai contenuti piuttosto che a una traduzione letterale.

Orazio e Quintiliano quando parlano di traduzione, si riferiscono anche alla traduzione intra linguistica praticata

per migliorare le proprie abilità, che consiste nel leggere un'opera latina del passato e di riscriverla, entrando in

competizione con l'originale per migliorarla, utile come esercizio creativo.

Dalla Torah alla Vetus Latina: cenni sulle prime traduzioni della Bibbia

La storia della Bibbia è legata alle traduzioni che nel corso dei millenni hanno comportato importanti

cambiamenti relativamente a fede e pratiche religiose, risultando fondamentali anche nella transizione tra

culture (semitica -> ellenica -> latina).

La bibbia (dal latino Biblia, dal greco Biblion) È l'insieme dei testi dell'Antico Testamento e del Nuovo

Testamento.

Quelli del’AT si rifanno alla tradizione orale del popolo giudaico e poi scritti su dei rotoli organizzati, secondo

la tradizione giudaica, in:

- Torah (Pentateuco)

- Nebiim (Profeti)

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- Ketubim (altri Scritti)

La Torah (primi 5 libri della tradizione), per il canone cattolico identificata con il nome di Pentateuco ->

secondo la tradizione ebraica fu rivelata direttamente in ebraico da Dio a Mosè, fu tradotta per la prima volta in

greco nella versione conosciuta come Septuaginta, la Bibbia dei Settanta, per volere del sovrano egiziano

Tolomeo il Filadelfo (308-280 a.C.).

La leggenda vuole che fu tradotta da 70 saggi. Inizialmente si pensò che la traduzione fu il risultato di un lavoro

collettivo, ma per una leggenda successiva si ritenne che i 70 traduttori lavorarono individualmente senza

possibilità di comunicare tra loro, producendo però, alla fine, delle traduzioni identiche, a riprova

dell'ispirazione divina che aveva guidato l’operazione.

Questa operazione, per quanto leggendaria, ha però in seguito avuto un duplice effetto: le traduzioni della

Bibbia sono state ritenute a lungo ispirate dal divino e quasi una rivelazione e ha avviato una pratica traduttoria

della Bibbia caratterizzata da lavori collettivi.

La responsabilità condivisa, avrebbe in questo senso protetto il singolo traduttore dalla condanna. Il racconto

della Bibbia dei Settanta ha comunque un fondo di verità. Il pentateuco fu tradotto in greco ad Alessandria

durante il III secolo a.C. Per quanto non si sappia a quanti traduttori si debba la traduzione in greco della Bibba

ebraica, si sa che l'impresa durò circa da 275 al 100 a.C. e che fu condotta da traduttori che vissero in momenti

diversi e con diverse competenze linguistiche.

Nel II sec d.C. fu prodotta una nuova traduzione in greco (Aquila).

La Septuaginta rimase a lungo il testo dal quale fu tradotto il Vecchio Testamento nelle altre lingue e

rappresentò, insieme ai libri del Nuovo Testamento, la scrittura sacra per le prime comunità cristiane.

Nel frattempo la Chiesa cristiana, che tra le proprie sacre scritture annoverava quindi una traduzione (Vecchio

Testamento) e i libri in greco del Nuovo Testamento, aveva avviato la traduzione della Bibbia in siriaco

(composta da Taziano e della quale il testo originario è andato perduto) e una traduzione in latino (Vetus Latina)

il cui traduttore non è noto ma per la quale si ipotizza un lavoro collettivo.

S’avvia così la lunga tradizione di traduzioni della Bibbia che hanno resto questo testo il più diffuso della storia

dell’umanità.

Le diverse traduzioni della Bibbia sono state state nei secoli sostenute dalla Chiesa in quanto veicolo di

diffusione della cristianità.

San Girolamo, Sant’Agostino e la traduzione della Bibbia

San Girolamo, patrono dei traduttori, tradusse la Bibbia dal greco e dall’ebraico in latino: conosciuta come

Vulgata.

Girolamo conosce l’ebraico e il greco, prende i voti e diventa segretario, interprete e consigliere spirituale di

Papa Damaso I, che gli commissiona la traduzione della Bibbia.

Egli inizia la traduzione del Nuovo Testamento e dei Salmi in greco.

Alla morte di Papa Damaso I è costretto ad allontanarsi da Roma e si trasferisce a Betlemme, dove prosegue la

traduzione.

Dopo aver tradotto l’Antico Testamento dal greco (una sorta di revisione della Vetus), decide di ritradurlo

partendo dall’originale, ritenendo la Septuaginta imprecisa.

Definendo la leggenda dei Settanta una menzogna, distingue l’essere profeta dall’essere traduttore e afferma

“Costoro (i settanta saggi) hanno tradotto prima dell’avvento di Cristo, e quel che non sapevano, lo hanno

espresso con frasi incerte. Noi, che veniamo dopo la sua passione e resurrezione, non scriviamo profezie ma

storia.”.

La posizione di Girolamo cerca di anticipare le critiche dei detrattori. Quando egli rese pubblica la sua

traduzione-revisione della Bibbia, infatti, l’accoglienza non fu sempre favorevole.

Nel 405 d.C. Agostino scrisse a Girolamo criticando la sua traduzione latina delle sacre scritture e ritenendola

utile solo nei punti in cui questa evidenziava le discrepanze tra la versione originale in ebraico e la versione dei

Settanta.

Ne nasce uno scambio epistolare in cui Agostino esprime la sua perplessità nel presentare ai fedeli qualcosa di

nuovo e talvolta distante dalla Septuaginta.

Agostino ritiene che qualora ci siano discrepanze tra le traduzioni della versione ebraica e la Septuaginta,

piuttosto che ammettere un errore di traduzione in quest’ultima, egli ritiene che la discordanza tra i traduttori sia

di origine divina.

Lo scambio epistolare tra Agostino e Girolamo non ha destato tanto interesse da punto di vista della traduzione

quanto la lettera-trattato a Pammacchio, nota come “De optimo genere interpretandi” che Girolamo scrisse per

difendersi da alcune accuse che gli erano state mosse per una sua traduzio

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Claudia1204 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e Prassi della Traduzione e dell'Interpretariato e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Laurenti Francesco.
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