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Teoria e prassi della traduzione

Antichità

Il concetto, la parola

Anticamente, il termine interpretare era inteso per un’operazione compiuta sia sulla lingua scritta che su quella parlata. Solo alla fine della latinità si ebbe la distinzione tra interpretare (operazione orale) e tradurre (operazione scritta).

L'origine di differenziazione delle lingue

La polverizzazione linguistica degli umani, considerata quasi un enigma, ha spinto in passato alla ricerca di spiegazioni mitiche, come il racconto della Torre di Babele. Babele ritorna in effetti in molti titoli di testi sulla traduzione, e rappresenta la condanna alla confusione, il prezzo da pagare per il peccato d’orgoglio degli uomini e una nuova cacciata dall’Eden di una lingua unica e di una comunicazione senza ostacoli.

Ora tutta la terra parlava la stessa lingua e usava le stesse parole. E avvenne che, mentre si spostavano verso sud, trovarono una pianura nel paese di Shinar, e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci dei mattoni e cuociamoli col fuoco!”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da malta. E dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome, per non essere dispersi sulla faccia di tutta la terra”. Ma l’Eterno discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini stavano costruendo. E l’Eterno disse: “Ecco, sono un solo popolo e hanno tutti la medesima lingua; e questo è quello che si sono messi a fare; ora nulla impedirà loro di finire quello che hanno cominciato. Su, scendiamo e confondiamo la loro lingua, affinché l’uno non comprenda più il parlare dell’altro”. E l’Eterno li disperse di là sulla faccia di tutta la terra, e loro smisero di costruire la città. Perciò a questa fu dato il nome di Babele, perché là l’Eterno confuse la lingua di tutta la terra, e di là l’Eterno li disperse sulla faccia di tutta la terra.

Il riferimento alla dispersione dell’umanità e differenziazione delle lingue fu a lungo interpretato come una punizione divina; anche la traduzione perciò potrebbe essere avvicinata alla blasfemia. La confusione babelica, interpretata a lungo come una maledizione e una condanna all’incomunicabilità (e implicitamente all’intraducibilità), è stata recentemente oggetto di alcune riletture in una direzione più ottimistica.

  • Paul Ricoeur, partendo dalla constatazione che la traduzione esiste, ne fa conseguire che essa è possibile e aggiunge: “se essa è possibile, ciò avviene in quanto esistono, sotto la diversità delle lingue, delle strutture nascoste che portano la traccia di una lingua originaria perduta che bisogna ritrovare”.
  • Antoine Berman invece, non vede nel mito di Babele una sciagura, quanto piuttosto una realtà di fatto, dalla quale può derivare l’esaltazione delle differenze: “alla dispersione babelica si può opporre l’ospitalità linguistica”.

Epoche della teoria della traduzione

Durante il periodo prescientifico, che va dall’epoca classico-romana fino ai primi decenni del Novecento, non si può parlare di studi con una teoria articolata. Le teorie si concentrano solo sulle traduzioni letterarie o di testi sacri; sono dunque riflessioni nate dall’attività pratica del tradurre.

Una svolta fondamentale arriva nella metà del Novecento, nel periodo scientifico, in cui emergono numerosi studi che danno il via alla formazione di una disciplina con un approccio teorico che si affronta con criteri sempre più consapevoli e rigorosi. A ogni modo, resta la difficoltà di denominazione di questa disciplina: la traduzione fu chiamata con nomi diversi a seconda della diversa impostazione teorica. Identificata inizialmente con Scienza della traduzione, Teoria della traduzione, e Traduttologia, si è affermato infine in ambito internazionale il termine Translation Studies.

Alle origini del tradurre: Asia Minore, Antico Egitto e Grecia

Tra il 2335 e il 2279 a.C., i sumeri furono conquistati e i conquistatori improntarono la propria scrittura su quella sumera, studiandone e imitandone le opere letterarie anche dopo la scomparsa del sumero come lingua parlata (fusione del conquistato con il conquistatore). Si intraprese la redazione dei più antichi “dizionari” che si conoscano, cioè glossari bilingui sumero-accadici che riportano insieme l’ideogramma sumero, la trascrizione fonetica in accadico e la sua traduzione accadica, talvolta seguita da un sinonimo o una definizione. Si tratterebbe delle prime reali traduzioni nate in seno a una società effettivamente bilingue.

Successivamente il faraone Psammetico I (664-610 a. C.), in controtendenza rispetto al passato, e per una precisa strategia che intendeva ottenere il sostegno militare della Grecia, si aprì alla lingua dello straniero e ai mercenari greci che avevano reso possibile la riunificazione dell’Egitto sotto il suo potere. Dopo averli sistemati in stanziamenti stabili sul territorio egiziano, decise di inviare presso di loro alcuni bambini egiziani, in modo che potessero imparare la lingua greca e, in seguito, divenire gli interpreti fra i due popoli.

In Egitto la situazione linguistica mutò verso il bilinguismo in seguito alla conquista da parte di Alessandro III, conquistatore greco (332 a. C.) che, stringendo in qualche modo i legami tra Egitto e Grecia, fu all’origine della traduzione di diversi testi. Fino a quel momento i greci non avevano mai tradotto dei testi, o almeno non ce n’è giunta testimonianza perché, come succedeva nell’Antico Egitto, consideravano le altre lingue barbare e la propria come l’unica lingua che contenesse tutto ciò che si dovesse sapere. Fino all’età alessandrina infatti, il concetto culturale del tradurre per i greci è pressoché inesistente. Dunque, all’epoca alessandrina risalgono le prime traduzioni in greco e, tra queste, la traduzione della Bibbia dall’ebraico, la cosiddetta Bibbia dei Settanta (è la prima traduzione biblica verso il greco. La leggenda dice che settanta sacerdoti lavorarono da soli, si incontrarono e scoprirono di averla scritta tutti uguale), la storia dell’Egitto scritta dal sacerdote egiziano Maneton (redatta in greco traducendo fonti autentiche egiziane per volere di Tolomeo) e la Stele di Rosetta che, se non è la più antica traduzione di cui siamo a conoscenza, sicuramente è la più celebre dell’antichità. L’iscrizione sulla lastra di basalto rinvenuta a Rosetta nel 1799 reca due tipi di scrittura diversi: egiziano geroglifico ed egiziano demotico, e la rispettiva traduzione in greco, grazie alla quale J. F. Champollion riuscì a decifrare nel 1822 la scrittura geroglifica.

Durante il regno di Tolomeo I (323-290 a.C.), l’attività di mediazione linguistica, quasi sempre condotta oralmente e per fini pratici nei contatti tra Grecia e Egitto, era svolta da figure per le quali Erodoto usa il termine hermēneus, che sembrerebbe corrispondere a quello che presso i romani era l’interpres. Entrambi i termini erano usati infatti nell’antichità per indicare figure che svolgevano oltre alla mediazione linguistica anche una funzione prettamente commerciale. Inoltre, sia l’interpres latino sia l’hermēneus greco erano termini usati per indicare coloro che spiegavano testi complessi, fossero essi di oracoli, di leggi o di poesie. Si è ormai concordi, a tale riguardo, nel riconoscere nella parola latina interpres un’origine legata al mondo degli affari e derivante dalla preposizione inter, cioè “in mezzo a”, e dalla stessa radice della parola pretium e quindi “prezzo, valore”.

La traduzione nell'Antica Roma: teorie e pratiche

Se l’approccio della cultura greca nei confronti della traduzione risulta disinteressato, diverso è stato l’orientamento verso la traduzione da parte della cultura romana, che si considera come una sorta di satellite della cultura greca.

La prima opera della quale ci sia rimasta testimonianza dell’epica latina è l’Odusia del poeta Livio Andronico, una traduzione in versi saturni dell’Odissea di Omero, composta sul finire del III sec. a.C. Andronico operò un ricalco dell’originale con un approccio per il quale si è usato il termine vertere (rendere, rivestire), decisamente rivolto al testo e alla lingua di arrivo.

Greco Latino Italiano
Ándra moi énnepe Móusa Virum mihi Camena insece versu L’eroe astuto a me canta, Camena!

Camena, divinità della poesia greca, in luogo della Móusa, divinità delle acque: un esempio del meccanismo di romanizzare e di traduzione etnocentrica, cioè che pone la propria etnia al centro. Come afferma Savino, “Camena non è la figlia di Zeus e Mnemosine, non danza con le sue sorelle nel corteggio di Apollo, sulle balze scintillanti dell’Olimpo! È una italicissima divinità delle fonti, dell’acqua che canta perpetua”.

L’attenzione di Livio Andronico si rivolse anche alla resa di alcune espressioni metaforiche che egli sapeva non essere in uso nella lingua latina.

Greco Italiano
Kaì tót Odyssêos lìto goúnata kaì phílon êtor Allora si sciolsero a Odisseo le ginocchia e il cuore
Latino Italiano
Igitur demum Ulixi cor frixit prae pavore Allora a Ulisse si raggelò il cuore per la paura

Andronico si preoccupa della leggibilità del testo nella cultura di arrivo (primo parametro della traduzione) che, se era abituata ai carmina convivalia dell’età preletteraria, non aveva ancora prodotto un testo epico in forma scritta. Il linguaggio, decisamente nuovo per il lettore di Roma, Andronico lo attinse proprio dal linguaggio dei carmina convivalia, i canti eroici delle gentes romane più illustri, degli annales pontificum che riportavano gli accadimenti più importanti di Roma. Tuttavia, in molti casi fu costretto al ricorso al calco diretto dal greco, come nel caso del titolo. La sua opera fu letta nelle scuole per oltre un secolo e presentò al lettore romano una mitologia nuova: in effetti, l’Odusia di Andronico va considerata come la prima traduzione artistica della storia romana, per il tentativo di riproporre anche lo stile dell’opera originaria e creando così “una poesia latina, non una poesia greca in lingua latina”, in cui l’intenzione di romanizzare il testo è riscontrabile anche dall’assenza totale (se si esclude la parola nympha) di parole greche. Livio Andronico amplia rispetto al testo fonte, aggiungendo elementi ripresi da altri passi dell’Odissea, addirittura dell’Iliade, attraverso un processo di appropriazione a distanza.

Andronico scrisse anche drammi non sempre presentati come traduzioni ma che, per aemulatio o imitatio, riprendevano i modelli greci (Eschilo, Sofocle, Euripide), adottando anche metri di derivazione greca che successivamente furono adattati ulteriormente e assimilati dalla cultura letteraria di Roma.

Ennio

Ennio fu una sorta di mediatore tra le due culture, poiché si ispirò profondamente ai modelli greci, contribuendo a gettare le basi per un approccio alla creazione letteraria fondato sull’appropriazione del testo straniero che, una volta romanizzato, veniva presentato come fosse un originale latino. Diversamente da Livio Andronico, la preoccupazione di Ennio non fu tanto quella di fedeltà alla tradizione romana, quanto piuttosto quella di rinnovarla. Per questo sono numerosi i neologismi che adottò insieme all’esametro dattilico, metro di discendenza greca sconosciuto alla letteratura latina, che fu in seguito affinato da Lucrezio e Catullo, riproposto in età augustea da Virgilio e Orazio e, successivamente, rimasto in uso sotto varie forme fino al Medioevo.

Nell’incipit dei suoi Annales, Ennio si presenta come Omero redivivo, raccontando di come il poeta greco comparsogli in sogno si sia reincarnato in lui. Si fa dunque promotore di una nuova tradizione, abbandonando il metro saturnio e sperimentando più generi letterari rispetto ad Andronico.

Ecco l’incipit del premio degli Annales, il poema epico che racconta la storia di Roma: Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum. Non c’è più Camena, ma ci sono ormai le Muse a battere il piede, a danzare, sul cielo latino.

Plauto

Plauto attinse dalle opere dei principali autori della commedia nuova greca. Si è parlato di contaminatio, un’operazione in voga tra gli sceneggiatori latini, a metà strada tra la traduzione e l’imitazione dell’opera straniera assunta a modello, arricchita di nuove scene o personaggi tratti da altre opere straniere, col risultato di creare un’opera originale (non nel senso odierno del termine) che riattualizza, in un altro contesto culturale, l’opera straniera, talvolta superandola e comunque appropriandosene a fini creativi.

Cicerone

“Ho creduto d’accollarmi una fatica che per me non è davvero indispensabile, ma torna utile ai cultori della materia. Io ho tradotto dai due più eloquenti oratori attici due discorsi, notissimi e antitetici, d’Eschine e di Demostene; ho tradotto da oratore, non da interprete di un testo, con le espressioni stesse del pensiero, con gli stessi modi di rendere questo, con un lessico appropriato all’indole della nostra lingua. In essi non ho creduto di rendere parola per parola, ma ho mantenuto ogni carattere e ogni efficacia espressiva delle parole stesse.”

L’intento di Cicerone è quindi quello di dare vita a una traduzione che non rispetti un’equivalenza numerica perfetta, bensì sia in grado di rendere la forza comunicativa di cui le parole sono dotate. Il suo scopo è al contempo far raggiungere al latino lo stesso livello supremo di oratoria del greco. Affermando di aver tradotto i due più eloquenti oratori come oratore e non come interprete, delinea una contrapposizione tra l’interpres e l’orator che rimarrà una costante in tutta la storia della traduzione tra i due principali metodi di lavoro: quello letterale “parola per parola”, e quello libero, che mira a rendere il senso e “l’efficacia espressiva” delle parole.

Le posizioni ciceroniane furono presto riprese da Quintiliano e Orazio, che affermavano l’importanza di essere fedeli ai contenuti piuttosto che a una traduzione letterale. Quando parlano di rendere l’opera originaria in latino, si riferiscono anche alla pratica della traduzione intralinguistica, ovvero dal latino al latino, praticata come esercizio creativo per perfezionare le proprie abilità. Si tratta di leggere un’opera latina del passato e di riscriverla, imitandola e appropriandosene entrando in competizione con l’originale per migliorarla. Già Cicerone aveva ammesso di ricorrere a un tale pratica in gioventù, pur non ritenendo questo esercizio molto utile: “dopo aver letto un’orazione quanto potevo ritenere con la memoria, io recitavo lo stesso contenuto che avevo letto ma con le parole il più possibile differenti”.

Le prime traduzioni della Bibbia

Dalla Torah alla Vetus Latina: le prime traduzioni della Bibbia

La storia della Bibbia è legata alle traduzioni che nel corso dei millenni hanno comportato importanti cambiamenti relativamente a fede e alle pratiche religiose, risultando fondamentali anche nella transizione tra culture (semitica/ellenica/latina). Il termine Bibbia deriva dal latino Biblia, derivato a sua volta dal greco biblion, ovvero “i Libri”, intesi come l’Antico e il Nuovo Testamento. Il Vecchio Testa-mento fu in origine trasmesso oralmente presso il popolo giudaico e poi scritto su “rotoli”.

La Torah (intesi come i primi cinque libri della tradizione che il canone cattolico identifica col nome di Pentateuco), secondo la tradizione ebraica, fu rivelata direttamente in ebraico da Dio a Mosè e fu tradotta per la prima volta in greco nella versione conosciuta come Septuaginta (Bibbia dei Settanta) per volere del sovrano egiziano Tolomeo il Filadelfo (308-280 a.C.). La leggenda vuole che fu tradotta da settanta saggi. Inizialmente si ritenne che la traduzione fosse il risultato di un lavoro collettivo, ma per una leggenda successiva si ritenne che i settanta traduttori avessero lavorato individualmente senza possibilità di comunicare tra loro, producendo però delle traduzioni identiche, a riprova dell’ispirazione divina che aveva guidato l’operazione. La traduzione, per quanto leggendaria, ha però in seguito avuto un duplice effetto:

  • Le traduzioni della Bibbia sono state ritenute a lungo ispirate dal divino e quasi simili a una rivelazione.
  • Ha avviato una pratica traduttoria della Bibbia caratterizzata da lavori collettivi (la responsabilità condivisa avrebbe in questo senso protetto il singolo traduttore dalla condanna).

Il racconto della Bibbia dei Settanta ha comunque un fondo di verità: il Pentateuco fu tradotto in greco ad Alessandria durante il III sec. a.C. Per quanto non si sappia a quanti traduttori si debba la traduzione in greco della Bibbia ebraica, si sa che l’impresa durò orientativamente dal 275 al 100 a.C., e che fu condotta da traduttori che vissero in momenti diversi e con diverse competenze linguistiche. A ogni modo, la Septuaginta rimase a lungo il testo dal quale fu tradotto il Vecchio Testamento nelle altre lingue e rappresentò, con i libri del Nuovo Testamento, la scrittura sacra per le prime comunità cristiane.

Mentre nel II secolo d.C. fu prodotta una nuova traduzione in greco, la Chiesa cristiana, che tra le proprie sacre scritture annoverava quindi una traduzione del Vecchio Testamento e i libri in greco del Nuovo Testamento, aveva avviato la traduzione della Bibbia in latino.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mlaulm di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e prassi della traduzione e dell'interpretariato di conferenza e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Laurenti Francesco.
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