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Metafore

L'attenzione di Livio Andronico si rivolse anche alla resa di alcune espressioni metaforiche che

egli sapeva non essere in uso nella lingua latina.

"Igitur demum Ulixi cor frixit prae pavore" -in latino "mai tot'Odysseos lito gounata kai philon etor"

"Allora Ulisse si raggelò il cuore per la paura" - "Allora si sciolsero a Odisseo le ginocchia e il

cuore".

LA TRADUZIONE NELL'ANTICA ROMA: TEORIE E PRATICHE

Andronico di preoccupava della leggibilità: infatti la cultura di arrivo era abituata alla carmina

convivalia dell'età pre-letteraria, non aveva ancora prodotto un testo epico in forma scritta.

Il linguaggio lo attinse dal linguaggio dei carmina convivalia, i canti eroici della gentes Romane

più illustri, degli annales pontificum che riportavano gli accadimenti più importanti di Roma, e

fece ricorso al calco dal greco, come vediamo nel titolo.

L'opera fu letta nelle scuole per oltre un secolo.

L'Odusia va considerata come la prima traduzione artistica.

Livio amplia rispetto al testo fonte, con un processo noto come "appropriazione a distanza".

Scrisse anche drammi non sempre presentati come traduzioni ma che riprendevano i modelli

greci, adottando anche metri di derivazione greca che successivamente furono adattati e

assimilati dalla cultura romana.

LA TRADUZIONE NELL'ANTICA ROMA: ENNIO

Ennio fu un tipo di mediatore tra la cultura greca e romana, si ispirò a modelli greci che imitò,

contribuendo a gettare le basi per un approccio alla creazione letteraria fondato su una

appropriazione del testo straniero, che una volta romanizzato, veniva presentato come fosse un

originale latino.

Diversamente da Livio, la sua preoccupazione fu rivolta al bisogno di rinnovare la tradizione

romana.

Adoperò numerosi neologismi insieme all'esametro dattilico, che fu raffinato da Lucrezio e

Catullo e riproposto in età Augustea da Virgilio ed Orazio e rimase in uso fino al Medioevo.

Nell'incipit delle Annales, Ennio si presenta come Omero e racconta come il poeta greco gli sia

apparso in sogno e reincarnato in lui, facendosi così promotore di una nuova tradizione,

abbandona il metro Saturno e sperimenta più generi letterari rispetto ad Andronico.

L'incipit: "Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum".

Non c'è più Camena ma ci sono le muse che danzano sul cielo latino.

LA TRADUZIONE NELL'ANTICA ROMA: PLAUTO

Plauto attinse dalle opere dei principali autori della commedia nuova greca.

Si è parlato di contaminatio (metà strada tra la traduzione e l'imitazione dell'opera straniera)

arricchita di nuove scene o personaggi, creano un opera originale che ri-attualizza l'opera

straniera.

LA TRADUZIONE NELL'ANTICA ROMA: CICERONE - DE OPTIMO GENERE ORATORUM (46)

"Ho creduto di accollarmi una fatica che per me non è davvero indispensabile, ma torna utile ai

cultori della materia. Io ho tradotto dai due più eloquenti oratori attici due discorsi, notissimi e

antitetici, d'Eschine e di Demostene; io ho tradotto da oratore, non da interprete di un testo con le

espressioni stesse del pensiero, con gli stessi modi di rendere questo, con un lessico appropriato

all'indole della nostra lingua. In essi non ho creduto di rendere parola per parola, ma ho

mantenuto ogni carattere e ogni efficacia espressiva delle parole stesse".

L'intento di Cicerone è di dare vita ad una traduzione che non rispetti un'equivalenza numerica

perfetta, bensì sia in grado di rendere la forza comunicativa di cui le parole sono dotate. Il suo

scopo è far raggiungere al latino lo stesso livello supremo di oratoria greco.

Affermando di aver fatto il suo lavoro da oratore e non da interprete, delinea un contrasto tra

interpres e orator che rimarrà una costante in tutta la storia della traduzione.

LA TRADUZIONE NELL'ANTICA ROMA

Le posizioni di Cicerone furono presto riprese da Quintiliano e da Orazio che affermavano

l'importanza di essere fedeli ai contenuti piuttosto che ad una traduzione letterale.

Quando vogliono rendere l'opera originaria in latino intendono una traduzione intra-linguistica.

Leggere un'opera latina del passato e riscriverla, imitandola ed appropiandosene entrando in

competizione con l'originale per migliorarla.

LEZIONE N. 2

DALLA TORAH ALLA VETUS LATINA: CENNI SULLE PRIME TRADUZIONI DELLA BIBBIA

La storia della Bibbia è legata alle traduzioni che nel corso dei millenni hanno comportato

importanti cambiamenti relativamente a fede e pratiche religiose, risultando fondamentali anche

nella transizione tra culture ( semitica --> ellenica --> latina).

La Bibbia = antico e nuovo testamento.

Il vecchio testamento in origine fu trasmesso oralmente presso il popolo giudaico e poi scritto su

dei rotoli organizzati in 3 gruppi: Torah, Nebiim, Ketubin.

La Torah secondo la tradizione ebraica fu rivelata direttamente in ebraico da Dio a Mosè, fu

tradotta per la prima volta in greco nella versione conosciuta come la Septuaginta, la Bibbia dei

Settanta per volere del sovrano egiziano Tolomeo il Filadelfo (308-280 a.C.).

Leggenda vuol che fu tradotta da settanta saggi.

Inizialmente si ritenne che la traduzione fu il risultato di un lavoro collettivo ma per una leggenda

successiva si ritenne che i settanta traduttori lavorarono individualmente senza possibilità di

comunicare tra di loro, creando però delle versioni identiche, a riprova dell'ispirazione divina che

ha guidato l'operazione.

Questa traduzione ha però in seguito un duplice effetto:

- Le traduzioni della Bibbia sono state ritenute a lungo ispirate dal divino e quasi una rivelazione;

- Ha avviato una pratica di traduzione della Bibbia caratterizzata da lavori collettivi. La

responsabilità condivisa avrebbe protetto il singolo traduttore dalla condanna di eresia.

Il racconto della Bibbia dei Settanta ha comunque un fondo di verità. Il Pentateuco è stato

tradotto in greco ad Alessandria durante il 3 sec. a.C.

Anche non sapendo a quanti traduttori si debba la traduzione in greco della Bibbia ebraica, si sa

che l'impresa durò circa dal 275 al 100 a.C. e che fu condotta da traduttori che vissero in

momenti diversi e con diverse competenze linguistiche.

La Septuaginta rimase per tanto tempo il testo dal quale fu tradotto il Vecchio Testamento nelle

altre lingue e rappresentò la scrittura sacra per le prime comunità cristiane.

Nel 2 secolo fu prodotta una nuova traduzione in greco (Bibbia di Aquila).

La chiesa Cristiana, che tra le proprie sacre scritture annoverava quindi una traduzione e i libri in

greco del Nuovo Testamento, aveva avviato la traduzione della Bibbia in latino sotto il nome di

Vetus Latina, per la quale si ipotizza un lavoro collettivo.

S'avvia così una lunga tradizione di traduzioni della Bibbia che hanno reso questo testo il più

diffuso della storia dell'umanità e la diffusione delle quali è stata nei secoli sostenuta dalla Chiesa

in quanto veicolo di diffusione della cristianità.

PADRI A CONFRONTO: SAN GIROLAMO, SANT'AGOSTINO E LA TRADUZIONE DELLA

BIBBIA

Si deve a San Girolamo o Gerolamo, il "Patrono dei traduttori" la traduzione della Bibbia dal

greco e dall'ebraico in latino, conosciuta come Vulgata.

Nato a Illiria da genitori cristiani, raggiunse Roma per studiare.

Seguì l'esempio di alcuni anacoreuti egiziani, e rientrato a Roma dopo un periodo di viaggio,

prese i voti.

Dopo un periodo passato in una comunità di asceti, partì verso l'oriente dove passò due anni nel

deserto prima di spostarsi a Costantinopoli. In quegli anni intraprese lo studio dell'ebraico e del

greco.

Nel 382 diventò il segretario, interprete e consigliere spirituale di Papa Damasco I, che gli

commissiona la traduzione della Bibbia.

Girolamo iniziò la traduzione del Nuovo Testamento e dei Salmi in Greco.

Morto Papa Damasco I, fu costretto, a causa di alcuni contrasti con la curia romana, ad

allontanarsi e a raggiungere Betlemme dove proseguì la sua traduzione.

Dopo una versione del Vecchio Testamento dal greco, decise di ritradurlo partendo dall'originale

ebraico, ritenendo la Septuaginta imprecisa e scritta in una lingua greca non convincente.

Girolamo si spinge oltre e definisce una "menzogna" il racconto dei settanta traduttori che

produssero la stessa traduzione lavorando individualmente.

"Non so chi fu il primo autore a metter su, con la menzogna, le settanta cellette di Alessandria,

nelle quali, separati l'uno dall'altro avrebbero scritto le medesime cose, dal momento che nè

Aristea, ne dopo tanto tempo Giuseppe, hanno mai riferito niente del genere: ..."

La posizione di Girolamo è chiara: cerca di anticipare critiche dei detrattori. Quando Girolamo

rese pubblica la sua traduzione-revisione della Bibbia, infatti, l'accoglienza non fu sempre

favorevole.

Nel 405 d.C. Agostino scrisse a Girolamo criticando la traduzione latina delle sacre scritture e

ritenendola utile solo nei punti in cui questa evidenziava le discrepanze tra la versione originale

in ebraico e la versione dei Settanta. Scambio di lettere: i due si confrontano su alcuni brani

tradotti in cui Agostino esprime la sua perplessità nel presentare ai fedeli qualcosa di nuovo e

talvolta distante dalla Septuaginta, accettata dagli apostoli e che i fedeli sentono vicina.

Agostino ripropone il racconto della Septuaginta nella quale " il consensus tra le parole usate dai

singoli traduttori fu così meraviglioso, stupefacente e chiaramente divino ... davvero un solo

spirito era in tutti".

Egli insiste sulla natura divina della traduzione in questione e quando menziona la Bibbia di

Gerolamo si dimostra profondamente critico e scrive: " Nessun traduttore possa essere

anteposto all'autorità di tanti uomini... . Infatti anche se in loro non si fosse rivelato un unico

spirito divino, ma i Settanta si fossero limitati a confrontare tra di loro le parole che avevano

usato nelle singole traduzioni ... non si dovrebbe mai anteporre a loro un unico traduttore".

Agostino ritiene che qualora vi siano discrepanze tra le traduzioni della versione ebraica e la

Septuaginta, piuttosto che ammettere un errore di traduzione in quest'ultima egli ritiene che vi sia

in quel passo "un profondo significato profetico".

DE OPTIMO GENERE INTERPRETANDI

Lo scambio di lettere tra Girolamo e Agostino in merito alla traduzione non desta tanta attenzione

in ambito traduttologico.

Diversamente la lettera-trattato a Pammacchio, nota come De optimo genere interpretandi, che

Girolamo scrive per difendersi da alcune accuse che gli erano state mosse per una sua

traduzione dal greco della lettera che il vescovo di Costanza aveva scritto al vescovo di

Gerusalemme.

La lettera circolava in Palestina e suscitava molto scalpore cosicché un monaco del monastero di

Girolamo gli chiese di tradurla.

La traduzione fu fatta in fretta e sotto dettatura da uno scrivano e destinata ad uso privato, ma

dopo qualche mese iniziò a circolare e così mise in dubbio l'abilità di Girolamo di tradurre.

"confesso, tranne per i libri sacri, di non rendere parola per parola, ma a riprodurre integralmente

il senso dell'originale".

È un affermazione importante, poiché distingue diverse tipologie di traduzione in base alla

tipologia di testo da tradurre.

Per i testi sacri, Girolamo adotta un metodo diverso in quanto anche l'ordine delle parole è

portatore di verità.

Per i testi non sacri, cita l'esempio di Cicerone e riporta un estratto del suo De optimo genere

oratorum e afferma " è assai difficile quando si segue il pensiero di un autore non allontanarsene

mai. Se traduco alla lettera, genero assurdità.. "

Queste osservazioni ispireranno la pratica della traduzione nei secoli successivi al periodo antico

di cui Girolamo, nel campo della traduzione, fu l'ultimo grande rappresentante.

LEZIONE 3

IL MEDIOEVO

L'idea diffusa che durante il Medioevo si tradusse meno e quasi esclusivamente le sacre

scritture, non è condivisibile.

Il ruolo fondamentale che assume la traduzione in questo periodo:

- nella genesi delle lingue neolatine e dei volgari d'Europa;

- nella nascita delle letterature e di alcuni alfabeti;

- nella nuova definizione del ruolo del traduttore e della funzione delle traduzioni;

- nella nascita delle "scuole" di traduzione;

- nel processo di cristianizzazione delle popolazioni pagane;

- nell'incontro della civiltà cristiana con quella araba ed ebraica.

L'approccio alla traduzione, la fedeltà o meno al testo di partenza, varia durante il Medioevo

anche come conseguenza del rapporto dei traduttori coi centri di potere.

La traduzione fu sempre connessa ad una funzione fondamentale nella trasmissione delle idee e

"nell'appropriazione del sapere".

Nell'ambito della Chiesa la lingua verso cui si tradusse fu il latino.

Per le traduzioni promosse dai centri di potere laici le lingue verso cui si tradusse furono

generalmente i vernacoli delle diverse regioni d'Europa.

Ruolo della ricezione dell'opera tradotta sulla forma della traduzione stessa: accentuandosi la

differenziazione culturale dei fruitori delle traduzioni, il traduttore opera nel Medioevo scelte che

sono anche modulate sul lettore nella lingua di arrivo.

Anche se non si parla di un pubblico di lettori di massa, la traduzione potrà essere letta in ambito

ecclesiastico o da lettori che al massimo conoscono il loro volgare.

Non è raro trovare traduzioni che possono dare sfoggio del sapere del traduttore attraverso il

ricorso a traslitterazioni e a prestiti semantici talvolta incomprensibili, mentre se viene tradotta

per un vasto numero di lettori che non conoscono il latino, il traduttore preferisce usare un

vernacolo che sia il più comprensibile e possibile.

TRADURRE NEL MEDIOEVO

Cercare di trovare una tendenza comune nei confronti della traduzione nel medioevo sarebbe

troppo limitante. Si rischia di accumunare sotto un'unica tendenza la molteplicità di approcci alla

traduzione che caratterizzò un lungo periodo, le cui date d'inizio e fine non possono essere

definite con esattezza.

Periodo medievale = fase storica che va dalla traduzione della Vulgata di Gerolamo e il De

Interpretatione Recta dell'umanista Bruni.

Per i traduttori che traducevano verso il vernacolo, le circostanze non erano favorevoli: spesso

non venivano considerati alla stessa stregua di chi traduce per un lettore colto che legge il latino.

Il vernacolo rappresentava un limite nell'esprimere concetti espressi in lingue più evolute.

Per questi traduttori si parla di "patriottismo" perché operarono spesso sotto lo stimolo dei propri

sovrani che attuarono politiche culturali molto interessate alle traduzioni.

Complicato il mestiere del traduttore: difficoltà nel reperire i testi originali, e questo spesso

limitava la scelta del materiale da tradurre, che di rado avveniva secondo le inclinazioni personali

del traduttore. Molti traduttori per cercare i testi-fonte su cui lavorare lasciarono il proprio paese

d'origine.

Alla ricerca dell'Almagesto di Tolomeo ad esempio, giunsero in Spagna il traduttore di origine

slava Ermanno di Carinzia, detto il Dalmata, e il suo amico Roberto di Kent, l'italiano Gerardo di

Cremona e Michele Scoto dalla Scozia insieme ad Abelardo di Bath dall'Inghilterra.

Le traduzioni di testi sacri cristiani nell'alto medioevo e nei secoli successivi hanno importanza

fondamentale nella catechizzazione di gran parte delle popolazioni pagane del continente.

Gli esiti interessarono però ambiti più ampi rispetto a quello prettamente religioso:

- contribuiscono alla nascita di alfabeti;

- nel caso di culture che hanno già un alfabeto, concorrono alla formazioni delle letterature

nazionali.

TRADURRE NEL MEDIOEVO: NASCITA DELL'ALFABETO GOTICO E ULFILA

Per evangelizzare i Visigoti il vescovo Ulfila inventò l'alfabeto gotico.

Ulfila si rende subito conto della necessità di inventare un alfabeto per evangelizzare le

popolazioni di origine gotica, in quanto la loro lingua è ancora esclusivamente orale.

Inventato il suo alfabeto, si dedica con dei collaboratori alla traduzione della Bibbia approntata

sul testo in greco al quale si attiene in maniera fedele, mantenendo quando possibile lo stesso

ordine delle parole e la stessa sintassi dell'originale, dando vita a quello che è considerato il

primo testo letterario scritto in un dialetto germanico.

TRADURRE NEL MEDIOEVO: MESROP MASHTOTS E L'ARMENO

Nel 4 secolo d.C. un altro evangelizzatore, il monaco e teologo armeno Mesrop Meshtots, conia

un altro alfabeto.

M. si accorge che la predicazione del Vangelo in greco tra le popolazioni armene rendeva

complessa la liturgia.

Inventò l'alfabeto Armeno. Terminata l'ideazione del suo alfabeto, insieme ad alcuni discepoli,

tradusse la Bibbia in armeno da testi greci.

Una volta tradotta la Bibbia, i governatori armeni avviarono subito un piano per acculturare il

popolo, promossero l'alfabetizzazione delle diverse stirpi armene attraverso la creazione di

scuole pubbliche, per rafforzare un'identità comune armena.

L'invenzione dell'alfabeto spinse a tradurre molte opere di diverso genere incentivando anche la

scrittura di opere originali in lingua armena, dando cosí origine alla letteratura armena.

TRADURRE NEL MEDIOEVO: CIRILLO

Qualche secolo più tardi, la necessità di tradurre le sacre scritture per le genti Slave in una lingua

che ancora non era stata codificata con un alfabeto e che esisteva solo come lingua parlata, fu

all'origine di un'impresa simile: invenzione di un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia.

L'imperatore convocò Cirillo per comunicargli il suo volere e il sacerdote accettò ad una

condizione: " Anche se sono fisicamente esaurito e malato" disse " ci andrò volentieri, se, però,

hanno le lettere dell'alfabeto per la loro lingua. Alla risposta negativa dell'imperatore il sacerdote

rispose con la celebre frase "Capisco, ma chi può scrivere le sue parole sull'acqua? Oppure ci si

deve procurare il nome di eretico?"

TRADURRE NEL MEDIOEVO: NASCITA DEGLI ALFABETI

Il missionario, sapendo i rischi che avrebbe comportato una tale impresa cercava la protezione

dell'imperatore. "Se tu lo vuoi potrà dartelo Dio, il quale dona, a quale dona, a quanti pregano

senza dubitare e apre a quanti bussano"

Il nuovo alfabeto e la traduzione delle sacre scritture sono poste sotto una prospettiva divina

concedendo al traduttore di sfuggire dall'accusa di eresia.

Nasce così il più antico alfabeto slavo, il glacolitico.

SCUOLE, CIRCOLI E COLLÈGES: BAGHDAD, TOLEDO E GLI ALTRI CENTRI DI

TRADUZIONE

Nell'Europa medievale, l'incontro con la cultura islamica fu importante anche nell'ambito delle

traduzioni. Allo stesso tempo la traduzione contribuì alla affermazione e alla genesi della cultura

islamica.

Nel 9 e 10 secolo le traduzioni assunsero un ruolo importantissimo nell'assimilazione della

cultura greca e si tradussero Platone, Aristotele, i Neoplatonici, Galeno, Ippocrate e l'Almagesto

di Tolomeo.

Le biblioteche pubbliche o private ebbero un ruolo primario nella genesi della cultura islamica, tra

queste la celebre "Casa della Sapienza" a Baghdad.

Figura importante fu Hunayn Ibn Ishaq, al tempo tradusse il maggior numero di trattati medici e

scientifici. Era medico del califfo e conosceva diverse lingue.

Per una maggiore accessibilità delle traduzioni queste spesso erano una parafrasi corredate di

commenti e spiegazioni che contribuirono gradualmente all'introduzione di nuove idee e

stimolarono la produzione successiva di opere originali in arabo.

La grande eredità della cultura araba, e di molte opere greche, verrà accolto dall'occidente grazie

ai traduttori di diversa provenienza che si stanziarono nei centri considerati i più importanti punti

di contatto tra il mondo musulmano e l'Europa.

Lo stesso approccio usato a Baghdad venne usato nella Spagna islamica.

Tra questi Mosè Maimònide, nato a Cordoba nella comunità ebraica, scrisse numerosi trattati

medici in arabo alcuni dei quali vengono ancora studiati.

Dall'11 secolo si svilupperà in varie città della penisola iberica, in particolare a Toledo, una

fervente attività del tradurre che ebbe il suo massimo sviluppo dal 12 al 13 secolo.

In seguito ad una visione idealizzata delle traduzioni e dei traduttori che operarono

principalmente in quei due secoli, si è impropriamente creduto che esistesse la "Scuola di

Toledo", anche se la città rappresentò un rilevante centro di traduzioni.

Questa "definizione" non solo " non rende giustizia alla profonda portata culturale di questo

movimento di traduzione ma ha dato origine alla leggenda secondo cui sarebbe esistita

fisicamente un'istituzione a Toledo".

L'identificazione di questo fenomeno traduttivo con un'istituzione didattica organizzata è una

A. forzatura gratuita e l'ipotesi di una vera e propria scuola di traduzione non è supportata in alcun

documento.

"Collège des traducteurs" - l'espressione indicherebbe il gruppo di traduttori che operava a

B. Toledo.

L'idea della scuola ha poi messo in ombra l'importanza di altri centri relativi alla traduzione.

A Barcellona, dove Platone di Tivoli tradusse in latino alcuni trattati arabi ed ebraici tra cui un

trattato di geometria greco-araba che "rappresenta uno dei primi tramiti attraverso i quali la

matematica greco-araba giunse all'Occidente cristiano".

GERARDO DI CREMONA

La città di Toledo fu comunque il più importante centro di traduzioni, non solo della Spagna ma di

tutto l'Occidente, dall'arabo verso il latino e poi verso il vernacolo spagnolo.

Si trattava per lo più di traduttori di diversa origine che operarono lì, spostandosi anche in altre

città.

Tra questi ricordiamo Gerardo Di Cremona, che si mosse verso Toledo per trovare l'Almagesto

tolemaico.

Fu sicuramente uno dei più attivi traduttori all'epoca e tradusse dall'arabo, oltre al trattato

astronomico di Tolomeo, anche opera di astronomia, algebra, geometria, aritmetica, filosofia e

medicina. "Poté contare sulla collaborazione di un gruppo di discepoli denominati con

l'appellativo di socii".

COSTANTINO L'AFRICANO E SCUOLA DI SALERNO

La traduzione quindi fu una pratica molto diffusa nella penisola iberica.

L'opera di Costantino l'Africano, le cui traduzioni divennero testi di riferimento della scuola

medica salernitana, può essere vista come quella di un precursore della tendenza che spinse

diversi traduttori del secolo successivo a rivolgersi alla pratica di traduzione per colmare alcune

aree del sapere traducendo opere dall'arabo.

Della vita abbiamo poche notizie, fu di origini arabe e dopo aver viaggiato si stanziò a Salerno e

poi a Cassino, dove tradusse diverse opere di carattere scientifico.

L'approccio di Costantino fu molto criticato: "appropriarsi" del testo tradotto riassumendolo,

parafrasandolo e a volte omettendo parti dell'originale.

Fu criticato anche per aver nascosto la fonte araba di alcune opere, proponendole come proprie.

In questa maniera Costantino voleva risalire alla grande medicina greca, di cui gli autori arabi

erano ritenuti da lui semplici intermediari.

SCUOLE, CIRCOLI E COLLÈGES: BAGHDAD, TOLEDO E GLI ALTRI CENTRI DI

TRADUZIONE

In Sicilia la cultura araba era ancora molto presente.

Federico II accolse a corte intellettuali dall'oriente e filosofi e studiosi di provenienza ed interessi

molto distanti tra loro.

Tra questi l'astronomo e astrologo di origini scozzesi: Michele Scoto.

TRADURRE IL SACRO NEL MEDIOEVO

Durante il Medioevo il cristianesimo continua ad essere la religione del libro tradotto e la

traduzione è alla base dell'evangelizzazione e delle diffusione del "verbum dei".

La traduzione dei testi sacri seguirà un duplice percorso, quello delle traduzioni in volgare e

quello delle traduzioni verso il latino

La traduzione della Bibbia dal 7 all' 16 secolo, verso il latino e verso i volgari d'Europa, assume

un'importanza fondamentale.

La traduzione della Bibbia è sempre visto come un atto di trasgressione, ed è percepita

maggiormente se viene tradotta in una lingua Volgare che volgarizza la lingua latina della

Vulgata.

Anche se viene considerata una traduzione, la Bibbia latina di Girolamo è percepita come la

Bibbia originale, e quindi nel tradurla si rischia si incorrere nell'accusa di eresia.

In questo periodo cambia la ricezione: chi legge i testi religiosi non è più solo l'uomo del clero,

ma inizia a comprendere i laici, non solo nobili, e gli ordini monastici femminili che non sempre

hanno una buona conoscenza della lingua latina.

La traduzione dei testi religiosi è prevalentemente rivolta agli inni liturgici, alle vite dei santi e ai

testi utili all'insegnamento religioso, senza escludere che i traduttori operino anche basandosi

sulla memoria e non seguendo un manoscritto.

Iniziano a circolare anche le "Bibbie istoriate" libri d'immagini manoscritti e silografati che

affiancavano alla traduzione numero immagini, le cosiddette " bibbie dei poveri".

In Francia, tra la comparsa della Vulgata e il 12 secolo, la Bibbia è letta essenzialmente in latino.

Poi iniziano a circolare "racconti" biblici in versi.

Insieme ad esse iniziano a circolare traduzioni "eretiche" e si diffusero anche traduzioni parziali

in prosa.

TRADURRE IL SACRO NEL MEDIOEVO: ITALIA

In Italia si è ancora lontani dalla formazione di uno stato nazionale e la questione linguistica ha

risvolti diversi.

Non per questo la traduzione è una pratica meno importante. È qui, intorno alla metà del 11

secolo, si avvia la pratica della traduzione di opere scientifiche che dal Lazio e dalla Campania si

diffonderà in Spagna, in Sicilia fino a Costantinopoli.

Le traduzioni in volgare in Italia in questo periodo infatti, seppure rare e ostacolate dalla Chiesa,

erano prevalentemente traduzioni parziali di alcuni libri della Bibbia e nascevano anche qui dal

divario che esisteva tra la conoscenza della lingua latina e il numero sempre crescente di

persone che desiderano leggere le Scritture nella propria lingua.

Nonostante le proibizioni, le prime traduzioni in italiano antico iniziarono a circolare tra il Veneto e

la Toscana a partire dal 13 secolo, dove i tentativi di volgarizzare le Sacre Scritture nelle lingue

locali si moltiplicarono.

Anche se alcune traduzioni venissero tollerate, la Chiesa non vide mai di buon occhio le

traduzioni della Bibbia nei volgari e se già il Concilio di Terragona decretò il rogo delle traduzioni

della Bibbia in volgare, tali divieti caratterizzarono l'Europa fino al 16 secolo.

Successivamente dopo il Concilio di Trento e l'Index librorum prohibitorum del 1654, per circa 2

secoli non ci furono traduzioni nella lingua parlata ufficialmente autorizzate.

WYCLIF

Autore della principale versione medievale della Bibbia in inglese. Tradotta dal latino della

Vulgata, essa è la prima traduzione completa della Bibbia in inglese.

Secondo alcune ricerche, fu condotta sotto la supervisione del teologo, ma fu opera del suo

fedele discepolo Purvey.

Purvey nel 18382 revisionò la versione in moda da renderla più accessibile e comprensibile.

TRADURRE IL SACRO NEL MEDIOEVO: JAN HUS

Altrove in Europa le traduzioni di testi sacri in vernacolo avevano già iniziato a rappresentare una

presa di distanza dalla centralità della Chiesa Romana, percepita come corrotta, e dal suo

potere.

In Boemia, Jan Hus - considerato il primo riformatore cristiano nella storia - redige in ceco nel

1405 i suoi commenti alla Bibbia e , a causa delle sue posizioni eretiche, dopo essersi rifiutato di

ritrarre le proprie affermazioni, in seguito ad una condanna viene arso vivo nel 1415.

Dopo la sua morte seguì un ventennio di lotte sanguinose

Al pensiero di Jan Hus contribuirono anche l'opera di Wyclif portata a Praga e che Hus aveva

ricevuto dal suo intimo collaboratore Gerolamo di Praga, in seguito condannato anche lui al rogo.

WYCLIF: DE OFFICIO PASTORALI

Il De Officio Pastorali contiene questa interessante difesa della traduzione in volgare della

Bibbia, rivolta a Wyclif e ai frati che criticano le traduzioni in volgare delle sacre scritture.

Wyclif si pone sulla scia dei precedenti traduttori in volgare ma anche in latino, come Gerolamo,

del quale non critica negativamente l'opera, che egli usa come fonte della sua traduzione in

inglese.

PURVEY

In effetti la chiarezza espressiva, in nome della quale andrebbero tradotte le opera sacre in

volgare, nelle traduzioni di Wyclif non è ottenuta.

Dopo la prima traduzione di Wyclif, ne seguì una più scorrevole di Purvey.

Purvey le fa precedere un prologo nel quale, dopo aver spiegato l'enorme fatica, spiega in

inglese come si dovrebbe tradurre.

Non riconosce la piena autorevolezzza della lingua della fonte e si giustifica davanti ai timori di

quanti si opponevano a questo tipo di traduzioni.

Viene riconosciuto come eretico, arrestato e al rogo.

Per scappare la morte, ritorna all'oro tvOS sia ma dopo poco riprenderà la sua professione

lollarda e arrestato di nuovo concluderà i suoi giorni in prigione.

LEZIONE 4

WYCLIF-HUS-LUTERO

In un libro liturgico del 1572 è conservata un'immagine che rappresenta Wyclif che è intento ad

accendere una scintilla, Hus che aggiunge legna alla fiamma e Lutero che alza una fiaccola

verso l'alto.

L'immagine è importante per comprendere il legame tra questi 3 traduttori; il riformatore inglese

come l'iniziatore di un processo di riforma della Chiesa, proseguito da Hus e portato a termine da

Lutero più di un secolo dopo.

WILLIAM TYNDALE

Sempre a Oxford si formò un altro traduttore che segnò la storia delle traduzioni della Bibbia ma

anche la genesi della lingua e della letteratura inglese: Tyndale.

Tyndale non era ben visto dagli ambienti ufficiali della Chiesa, quindi decise di fuggire.

In Germania, dopo aver incontrato Lutero, pubblica nel 1525 la prima traduzione a stampa del

Nuovo Testamento in inglese, che aveva iniziato a tradurre nel 1522.

L'opera viene inviata in Inghilterra, viene aspramente criticata. Inoltre il clero si occupa di

acquistare e distruggere qualsiasi copia che si trova sotto mano.

Tyndale però non smette di correggere la sua versione e di iniziare la traduzione dell'Antico

Testamento.

Nei decenni successivi vennero pubblicate diverse traduzioni bibliche in inglese che si rifacevano

esplicitamente alla traduzione di Tyndale, tra queste la Versione Autorizzata o Bibbia di Re

Giacomo del 1611, voluta dal re e scritta da 47 vescovi.

Una particolarità di Tyndale è la chiarezza espressiva, essendo un abile predicatore, studioso

della traduzione e conoscitore della lingua parlata.

Da considerare anche il formato delle edizioni del 1526 e 1534 che erano tascabili, implicando

una espansione notevole della ricezione.

ERASMO-TYNDALE

Per Tyndale, l'incontro con Erasmo rappresenta una tappa fondamentale.

Infatti l'eco delle parole di Erasmo vengono spesso rintracciate in Tyndale: "Riuscirò a a fare in

modo che il ragazzo che spinge l'aratro conosca la Scrittura meglio di voi". Questo richiama

un'osservazione di Erasmo secondo la quale egli afferma di non condividere l'idea che gli incolti

non possano conoscere i Testi Sacri.

LA BIBBIA DI LUTERO

L'edizione del testo greco curata da Erasmo sarà alla base del Nuovo Testamento di Lutero.

Nascosto nel castello di Wartburg, in seguito alla condanna a morte emessa contro di lui, lavorò

per fornire ai fedeli tedeschi una Bibbia in tedesco. Pubblicò una prima traduzione anonima del

Nuovo Testamento nel Settembre 1522, chiamata anche "Testamento di Settembre".

La traduzione del Vecchio Testamento richiese più tempo rispetto a quella del Nuovo, ovvero

qualche anno di lavoro collettivo per arrivare all'edizione del 1534, ricorretta poi fino al 1546 in

una decina di edizioni.

La revisione fu agevolata anche dall'attività pastorale di Lutero, che gli concedeva la possibilità di

osservare subito la reazione degli ascoltatori e di giudicare la possibilità di assimilazione delle

sue parole.

EPISTOLA SUL TRADURRE

Lutero non intende scrivere un rateato sulla traduzione o fornire una nuova teoria, ma le sue

riflessioni riguardano aspetti linguistici, stilistici e culturali della traduzione, e si riferiscono anche

alle problematiche della fedeltà o meno all'originale come anche alla ricezione dell'opera

tradotta.

"Non si deve chiedere alla lettera della lingua latina come parlar tedesco, ma piuttosto alla madre

di famiglia, ai ragazzi sulla strada...".

Il traduttore deve avere un cuore retto, pio, fedele, diligente, rispettoso, cristiano, dotto esperto

ed esercitato. Deve inoltre conoscere la lingua de letterati ma anche quella del popolo.

Non si può ritenere che egli traduca solo con la lingua della gente comune, la sua celebre

affermazione sull'uomo "comune" non andrebbe presa alla lettera quanto piuttosto in senso

figurato, come la lingua d'uso quella parlata.

LA BIBBIA DI LUTERO

Lutero sceglie un gruppo dialettale tedesco per scrivere la sua Bibbia, il Osmitteldeutsch,

rendendo possibile l'affermazione di tale dialetto in risposta anche al diffuso desiderio di una

lingua unica e nazionale.

Nella Epistola sul Tradurre il teologo, pur privilegiando la lingua d'arrivo, puntualizza che se la

tendenza è quella di tradurre ad sensum, rivolta a quello che egli definisce "il senso del testo" e

alle caratteristiche peculiari della lingua tedesca, egli non esita a tradurre letteralmente.

La lingua luterana si distingue per una maggiore vicinanza alle prime versioni in ebraico e greco

allontanandosi dalla Vulgata di San Girolamo.

"Quale arte e quella fatica sia tradurre io l'ho provato davvero".

A volte ci impiegava intere settimana a tradurre una sola parola per poter rendere la lingua

tedesca "pura e chiara".

La rivoluzione di Gutenberg costituisce condizione tecnica che permette la loro distribuzione di

massa, contribuendo all'influenza di queste sulla lingua, sulla letteratura e la cultura tedesca.

L'eco luterano sulla lingua e sulle traduzioni è evidente nei decenni che seguono.

Anche al di fuori della Germania, la Bibbia luterana avrà un'eco notevole, diventando il modello di

successive traduzioni bibliche.

SCRITTORI, TRADUTTORI E VOLGARIZZATORI TRA MEDIOEVO E UMANESIMO

Nel 13 secolo si assiste ad una notevole diffusione delle traduzioni dei vernacoli.

In Italia le traduzioni verso i vernacoli sono spesso riconducibili alla presenza dei "notari", dei

banchieri e dei mercanti che contraddistinguono la realtà dei comuni.

Traduzioni a volte anonime, talvolta incompiute creano le condizioni per una situazione in cui gli

stessi lettori si trasformano in scrittori.

Fenomeno definito: volgarizzamento.

TRA MEDIOEVO E UMANESIMO

La diffusione di queste traduzioni è conseguenza del contesto socio-culturale dell'Italia dell'epoca

in cui i notari, sorta di mediatori culturali, traducono leggi scritta in latino per una società che usa

il vernacolo.

Anche predicatori, mercanti e banchieri usano il volgarizzamento della lingua.

Il volgarizzamento non consiste nell'importazione di un qualcosa di straniero, quanto piuttosto in

un cambiamento di registro e di classe sociale ricevente un dato testo, talvolta dal clero verso la

corte o dalla classe più colta a chi non conosce il latino.

Per questi volgarizzamenti si è parlato di Transportion Intralinguale dalla lingua della cultura alla

lingua della diffusione.

I primi traduttori verso i volgari, sono sia convinti della loro utilità nell'operare e sia consapevoli

del tradimento che comporta la trasposizione dal latino verso la lingua volgare.

Un paradosso peculiare della traduzione vernacolare sta nel fatto che da una parte mira ad

educare il popolo meno istruito attraverso una lingua che rimane però inevitabilmente quella di

chi è meno istruito.

Il volgarizzamento rimane quindi una pratica "addomesticante" piuttosto che "estraniante",

ovvero che la traduzione comporta l'adattamento alla cultura d'arrivo.

Parallelamente si assiste al diffondersi di traduzioni, in prosa e in versi, che sono opera di veri e

propri scrittori e letterati.

Nel caso di opere letterarie, se il traduttore è anche uno scrittore, il tradurre costituisce una

fondamentale attività alla quale lo scrittore si rivolge come esercizio retorico o per assimilazione

di alcuni caratteri.

Grazie a questa dinamica, le diverse letterature europee inziano a cambiare soprattutto grazie

alle traduzioni.

Non è possibile attuare una generalizzazione per definire un'attivià con sfumature, modi e teorie

che ne derivano talvolta molto distanti tra di loro.

Analizziamo Dante, Jean de Meung, Petrarca, Boccaccio e Chaucer.

LEZIONE 5

UMANESIMO: BRUNETTO LATINI

Tra le figure che si occupano dell'attività traduttiva in Italia ricordiamo Brunetto Latini, autore di il

Tesoretto, un poema didascalico allegorico in volgare fiorentino precursore della Divina

Commedia.

JACOPO DA LENTINI

Il capofila della Scuola poetica siciliana, considerato il primo poeta-tradutttore della letteratura

italiana e anche primo poeta nel senso assoluto, Jacopo da Lentini detto " il Notaro" sta

componendo canzoni e sonetti.

L'opera di Lentini, di ispirazione amorosa, e piena di riferimenti alla tradizione trobadorica, che

egli riprende in sede creativa trapiantandone le strutture metriche nel siciliano.

MADONNA DIR VO VOGLIO (OPERA)

La seguente opera apre il più ricco canzoniere del '200 ed è la traduzione dell'opera del trovatore

Folchetto di Marsiglia.

Questa lirica è evidentemente emblematica in rapporto ai testi che la seguono.

Avviare il canzoniere con una traduzione dal provenzale, pone l'intera raccolta sotto la

prospettiva di una discendenza dalla poesia in volgare dei trovatori.

La prima stanza dell'opera addensa i contenuti dell'originale in frasi più brevi, elimina, aggiunge,

sposta e cambia lo schema ritmico per comporre versi che rappresentano " uno dei veri e propri

punti di riferimento di tutta la poesia ducentesca".

L'eco di questa canzone percepibile nella scrittura di una lunga serie di opere come quelle di

Dante e Cavalcanti.

L'importanza di questa operazione di Lentini risiede nell'aver reso la fonte straniera con notevole

autonomia e con una originalità che ha aperto una strada o una moda.

LEGAME MUSAICO

In merito all'intraducibilità della poesia, Dante nel Convivio si esprime al riguardo con questi

termini: " E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della

sua loquela in altra tramutare stanza rompere tutta la sua dolcezza ed armonia".

Non si può tradurre poesia perchè si rischia di rompere il legame musaico, quello con la Musa e

quindi l'organizzazione musicale che sottosta alla creazione poetica.

DANTE E LA TRADUZIONE

Per quanto Dante non abbia mai tradotto un'opera intera, né estratti importanti, la sua intera

opera è costellata di frammenti di poeti latini e di filosofi, oltre a quelli di scrittori medievali e tratti

dalla Bibbia.

Nelle sue opera teoriche invece non di rado egli riporta delle citazioni tradotte da Aristotele o

dalla Bibbia. Dante si dispiace di non poter apprezzare direttamente la musicalità del testo

ebraico e di doverla immaginare solamente attraverso i parallelismi e i ritmi delle traduzioni

latine.

DANTE: "VOLGARIZZATORE DI SE STESSO"

Dante, che si rifiuta di essere considerato un volgarizzatore, tradusse in effetti in volare i

commenti del Convivio inizialmente scritti in latino, diventando " volgarizzatore di se stesso".

La traduttrice della Commedia in francese, Jacqueline Risset, arriva ad immaginare la

Commedia come un'intera traduzione, nei seguenti termini: "si potrebbe addirittura considerare la

Commedia nel suo insieme una traduzione, nella misura in cui la lingua letteraria ai tempi di

Dante era il latino".

Due opere anonime composte negli anni Ottanta del XIII secolo, Il fiore e Il detto d'amore, sono

state da alcuni attribuite a Dante, e costituiscono una riscrittura in versi della prosa del Roman de

la Rose, poema allegorico iniziato da Guillaume de Lorris e ripreso e completato da Jean de

Meung, tradotto parziale da Geoffrey Chaucer (The Romaunt of Rose)

DANTE E LA TRADUZIONE

Altrove nel Purgatorio (XXII, 70-72) il poeta si rivolge a Virgilio:

Quando dicesti "Secol si rinnova; torna giustizia e primo tempo umano, e progenie scende da

ciel nova'.

Esametri virgiliani tradotto in endecasillabi che, pur condensando i versi originali, trasmettono

ancora una musicalità nella lingua di arrivo.

L'originale è: " Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo. Iam redit et Virgo, redeunt Saturnia

regna, iam nova progenies caelo demittitur alto".

JEAN DE MEUNG

Tra i poeti più importanti del XIII secolo, Jean de Meung è noto soprattutto per aver continuato la

stesura del Roman de la Rose, il poema allegorico iniziato circa cinquant'anni prima da Guillame

de Lorris, ribaltandone l'assetto ideologico.

Dai 17000 versi del Roman de la Rose scritti da Jean per circa 13000, lo scrittore riprende,

traducendoli o adattandoli, autori del passato più o meno recente che hanno scritto in latino e tra

questi abbiamo Ovidio, Alain de Lille, Boezio e Guillame de Saint-Amour.

Così la traduzione si inserisce a pieno diritto nella genesi e nella creazione di uno dei più

importanti testi della letteratura europea, tra i più copiati durante il medioevo, e l'originalità

dell'autore sta "nel modo in cui egli è riuscito a legare le traduzioni e gli adattamenti dei testi di

questi autori in un insieme inquadrato in una storia d'amore".

CHAUCER, PETRARCA, BOCCACCIO E LA TRADUZIONE

Il tradurre assume per Geoffrey Chaucer un valore fondamentale nella genesi dell'opera in

proprio e l'eco della letteratura straniera è facilmente percepibile nell'opera dello scrittore

attraverso precise coincidenze testuali, tanto che la critica l'ha spesso divisa nelle tre fasi

francese, inglese e italiana, distinte in base alle diverse influenze straniera riscontrabili in ogni

determinato periodo.

CHAUCER

Egli traduce e poi assimila un testo nel caso della sua prima opera letteraria, il Romaunt of the

Rose, dal quale egli trae poi numerosi motivi per l'opera sua originale che seguirà.

Nel caso di Boece ( traduzione del De Consolatione Philosophiae di Severino Boezio),

influenzerà notevolmente il poema epico Troilus e Criseyde, la cui fonte principale rimane

comunque il Filostrato di Boccaccio.

Modo particolare di leggere le opere straniere peculiare di Chaucer. Sembra che lo scrittore

durante la creazione dei propri testi, legga contemporaneamente diverse opere straniere, che

inserisce, adattandole, l'una vicino all'altra.

La letteratura inglese nasce quindi, anche, attraverso l'incontro di: Dante, Boccaccio e Petrarca,

Juan de Meung, Alain de Lille e Guillame de Digulleville, Boezio, Livio e Ovidio, che insieme ad

altri vengono "trasformati" sulla pagina di Chaucer e nella sua lingua, che è soprattutto quella

della regione da cui egli proviene.

Se l'influenza delle voci straniere è talvolta più manifesta, come nel caso di Petrarca e Boccaccio

nei Canterbury Tales.

In altre opere alcune influenze rimangono più indirette e nascoste, come nel caso di Dante in

Troilus e and Criseyde. Per comprendere meglio alcuni modi di tradurre il testo straniero

integrandolo nella propria opera originale: rileggiamo alcuni passi tratti dalla tragica storia

d'amore tra il principe troiano Troilo e Criseide.

Myn eyen two, in veyn with wiche i se,

Of sorwful teris salt arn waxen welles

Queste parole che descrivono la disperazione dell'uomo per un amore impossibile, sono

l'appropiazione personale di alcuni versi di Boccaccio che nel Filostrato scrive:

Gli occhi dolenti, dopo il tuo partire,

Di lagrima non ristettero giammai;

Quel che è interessante in tal senso è che lo stesso Boccaccio aveva letto a sua volta nella Vita

Nuova dantesca:

Li occhi dolenti per pietà del core

hanno di lagrimar sofferta pena,

Sì che per vinti sono remasi omai.

CHAUCER E PETRARCA

Fa la sua comparsa in Troilus and Criseyde anche Petrarca del quale lo scrittore inglese

inserisce un sonetto del Canzoniere, che il narratore introduce così:

As writ myn auctour called Lollius,

Viene menzionata la fonte del Canticus in un certo Lollius, e nascosta l'effettiva discendenza

petrarchesca.

Boccaccio non viene mai menzionato da Chaucer per quanto siano frequenti le sue influenze

nell'opera dello scrittore inglese.

Se il suo nome di Petrarca viene taciuto nel Canticus Troili, Chaucer menziona però il suo nome

" nel Clerk’s Tale, prima nel prologo («Fraunceys Petrak, the lauriat poete, / Highte this clerk, whos

rethorike sweete/ Enlumyned al Ytaille of poetrie», Cosa è successo?

Ampie parti del racconto in questione sono tratte da Griselda di Boccaccio, novella del

" Decameron ma attraverso la traduzione in latino di Petrarca.

Chaucer traduce la storia dal testo latino che era a sua volta già una traduzione.

" Se Chaucer cita ora il nome della fonte è per il fatto che egli vuole suggerire delle fonti autorevoli

" per il suo racconto in vernacolo inserendosi al contempo in una più ampia tradizione letteraria.

Anche Petrarca dunque traduce e la sua Griselda rappresenta un capitolo interessante della

" storia della traduzione europea.

Petrarca si rivolge alla rivisitazione del testo dell’amico in età avanzata e le resa latina della

" novella scritta in volgare rappresenta l’ultima importante testimonianza letteraria dello scrittore e’

anzi tra i suoi scritti è uno di quelli di maggior successo.

PETRARCA TRADUTTORE: GRISELDA

Il rifacimento latino ha una funzione strategica come preludio a una mirata diffusione

internazionale della novella, e ispiro’ versioni e rifacimenti in lingue romanze e anglossassoni», in

virtù del fatto che la storia di Griselda era comunque diffusa in Europa attarverso una tradizione

orale.

In tal senso quindi, già la versione di Boccaccio rappresenterebbe una traduzione scritta e

volgare di una storia che con molta probabilità circolava in latino.

Petrarca quindi conduce un’operazione inversa al volgarizzamento di Boccaccio, ponendosi nelle

vesti del latinizzatore di una storia che verrà tradotta e ritradotta, nuovamente nei volgari

d’Europa, a partire dalla sua versione.

PETRARCA TRADUTTORE


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