Lezione 1
Introduzione
Da quanto tempo esiste la traduzione? Sicuramente dall'epoca classico-romana. Qua si traducevano i testi greci, soprattutto la letteratura. Per esempio Cicerone, Plauto, Ennio, Livio Andronico. La letteratura romana prende inizio da una traduzione, la Odusia di Livio Andronico. I Romani facevano così, prendevano pezzi e le traducevano alla Romana, le componevano e poi dicevano che erano opere originali loro. Era originale riscrivere un testo a parole diverse.
Tradurre: dal latino "transducere". "Trans" = da una parte all'altra, "ducere" = condurre. Portare da una parte all'altra. Interpretare: si usava per indicare la traduzione scritta e orale. Adesso di diversificano in interpretare e tradurre.
Il concetto, la parola
Tradurre: dal latino transducere. Trans da una parte all'altra, ducere condurre. Portare da una parte all'altra. Interpretare: si usava per indicare la traduzione scritta e orale. Adesso di diversificano in interpretare e tradurre.
"L'origine" della differenziazione delle lingue
Nel mondo si parlavano lingue diverse. Secondo la Bibbia, durante la costruzione della torre di Babele, gli uomini parlavano tutti la stessa lingua. L'Eterno decise di scendere e confonderli così che non sarebbero riusciti nell'impresa, ovvero cambiare la lingua così che non potevano comunicare tra di loro. La costruzione cessò. La perdita della comunicazione è stata interpretata come una punizione divina, la traduzione viene quindi considerata una blasfemia.
Babele: condanna alla confusione, prezzo da pagare per il peccato d'orgoglio degli uomini, nuova cacciata dall'Eden di una lingua unica, di una comunicazione senza ostacoli. La polverizzazione linguistica degli umani, considerata quasi un enigma, ha spinto in passato alla ricerca di spiegazioni mitiche. Alcuni studiosi (Ricoeur, Berman) hanno rivisitato la teoria della maledizione e della condanna alla incomunicabilità.
Ricoeur: se la traduzione esiste, essa è possibile e ci aiuta a ritrovare tratti comuni tra le lingue e ci fa venire la percezione di una lingua originaria. Berman: ribalta completamente la teoria. Non vede nel mito di Babele una sciagura, quanto piuttosto una realtà di fatto, dalla quale può derivare l'esaltazione delle differenze e "alla dispersione babelica si può opporre l'ospitalità linguistica".
Epoche e teoria della traduzione
Periodo pre-scientifico: va dall'epoca classico Romana fino ai primi decenni del Novecento. Non si può parlare di una teoria articolata, non c'è una consapevolezza di chi scrive sulla traduzione di ciò che hanno scritto gli altri. Le teorie si concentrano solo sulle traduzioni letterarie o di testi sacri; sono riflessioni nate dall'attività pratica del tradurre.
Periodo scientifico: svolta fondamentale! Nella seconda metà del Novecento emergono numerosi studi che danno il via alla formazione di una disciplina con un approccio teorico che si affronta con criteri sempre più consapevoli e rigorosi.
Difficoltà di denominazione: identificata inizialmente come "Scienza della traduzione", "Teorie della traduzione" e "Traduttologia" per infine arrivare a "Translation Studies".
Pre-scientifico = 2 Fasi: 1) dall'età di Cicerone all'inizio del XX secolo; 2) da inizio 900 fino agli anni quaranta del 900.
La storia della teoria della traduzione in Occidente va fatta risalire alla classicità latina che per prima rivolta verso le culture e le lingue altrui come fonti di conoscenza. Autori come Livio Andronico, Plauto, Ennio si sono occupati di Romanizzare i testi attraverso traduzioni. L'originale diventa solo spunto e si tratta di un esercizio pedagogico e retorico.
Alle origini del tradurre: Asia Minore, Antico Egitto, Grecia
La testimonianza più antica del tradurre: iscrizioni sulle tombe dei Principi dell'isola di Elefantina sulle rive del Nilo in Egitto (3 Millennio). In Egitto, nel 2423-2263 a.C., l'origine delle diverse lingue è assegnata al dio Thot, patrono degli scribi e dio della scrittura.
In quel periodo si traduceva poco a causa dell'alto tasso di analfabetismo ma anche perché i geroglifici erano considerati una lingua sacra e quindi tutte le altre erano considerate barbare, la lingua di colui che balbetta. Un'espressione simile a questa veniva anche usata per gli "Egyptianized foreigners" usati non solo come interpreti ma anche come spie, agenti, corrieri e mercenari.
Faraoni usavano un traduttore per i limitati contatti con gli stranieri, in caso di guerra e commercio. Prima tappa storia della traduzione: 5 mila anni fa nell'antico Egitto, si traduceva pochissimo!
I sumeri, (2335 al 2279) vengono conquistati. I conquistatori si rendono conto che hanno una cultura immensa e improntarono la propria scrittura su quella Sumera, studiandone e imitandone le opere letterarie per molto tempo, anche dopo la scomparsa del sumero parlato.
Creano i primi dizionari, glossari bilingui sumero-accadici che riportano insieme l'ideogramma sumero, la trascrizione fonetica in accadico e la sua traduzione accadica, talvolta seguita da un sinonimo o una definizione. Si tratta delle prime traduzioni create all'interno di una comunità bilingue. Successivamente il faraone Psammetico I (664-610) si aprì alla lingua dello straniero, in controtendenza rispetto al passato.
Dopo la conquista di Alessandro III dell'Egitto (332 a.C.), l'Egitto si aprì sempre di più verso il bilinguismo, poiché stringendosi legami tra Egitto e Grecia, fu all'origine della traduzioni di testi diversi. Fino ad allora i Greci non avevano tradotto niente, almeno non ne abbiamo alcuna testimonianza perché consideravano le altre lingue barbare.
Fino all'età Alessandrina "per i greci il concetto culturale del tradurre è praticamente inesistente".
Epoca Alessandrina: traduzione importanti sono la traduzione della Bibbia dall'ebraico verso la lingua greca, la Bibbia dei Settanta. Inoltre va ricordata la storia dell'Egitto scritta dal sacerdote Maneton (per volere di Tolomeo I) e la Stele di Rosetta (1799). L'iscrizione sulla Stele reca due tipi di scrittura diversi in egiziano a la rispettiva traduzione in greco, grazie alla quale Champollion riuscì a decifrare nel 1822 la scrittura geroglifica.
Durante il regno di Tolomeo I (323-290 a.C.), la mediazione linguistica era svolta con delle figure chiamate da Erodoto Hermeneus, ovvero il corrispondente interpres romano. Oltre alla mediazione svolgevano anche una funzione prettamente commerciale ed erano coloro che spiegavano testi troppo complessi come oracoli, leggi o poesie.
Alla parola Interpres vi è un'origine legata al mondo degli affari e derivante dalla preposizione inter "in mezzo a" e pretium "prezzo", "valore".
La traduzione nell'antica Roma: teorie e pratiche
Se l'approccio della cultura greca nei confronti della traduzione risulta in generale disinteressato, diverso l'orientamento verso la traduzione da parte della cultura romana, che si considera come una sorta di satellite della cultura greca.
La prima opera della quale ci è rimasta testimonianza è l'Odusia di Livio Andronico, una traduzione in versi saturni dell'Odissea di Omero composta nel 3 secolo a.C. Fece un ricalco dell'originale con un approccio rivolto al testo e alla lingua di arrivo, noto come vertere. "Virum mihi Camena insece versutum" - in latino - "andra moi ennepe Mousa polutropon" Camena: al posto della Mousa in greco, non è la figlia di Zeus ma è una italicissima divinità delle fonti, dell'acqua che canta perpetua.
Metafore: L'attenzione di Livio Andronico si rivolse anche alla resa di alcune espressioni metaforiche che egli sapeva non essere in uso nella lingua latina. "Igitur demum Ulixi cor frixit prae pavore" -in latino "mai tot'Odysseos lito gounata kai philon etor" "Allora Ulisse si raggelò il cuore per la paura" - "Allora si sciolsero a Odisseo le ginocchia e il cuore".
La traduzione nell'antica Roma: teorie e pratiche
Andronico di preoccupava della leggibilità: infatti la cultura di arrivo era abituata alla carmina convivalia dell'età pre-letteraria, non aveva ancora prodotto un testo epico in forma scritta. Il linguaggio lo attinse dal linguaggio dei carmina convivalia, i canti eroici della gentes Romane più illustri, degli annales pontificum che riportavano gli accadimenti più importanti di Roma, e fece ricorso al calco dal greco, come vediamo nel titolo. L'opera fu letta nelle scuole per oltre un secolo. L'Odusia va considerata come la prima traduzione artistica. Livio amplia rispetto al testo fonte, con un processo noto come "appropriazione a distanza". Scrisse anche drammi non sempre presentati come traduzioni ma che riprendevano i modelli greci, adottando anche metri di derivazione greca che successivamente furono adattati e assimilati dalla cultura romana.
La traduzione nell'antica Roma: Ennio
Ennio fu un tipo di mediatore tra la cultura greca e romana, si ispirò a modelli greci che imitò, contribuendo a gettare le basi per un approccio alla creazione letteraria fondato su una appropriazione del testo straniero, che una volta romanizzato, veniva presentato come fosse un originale latino. Diversamente da Livio, la sua preoccupazione fu rivolta al bisogno di rinnovare la tradizione romana. Adoperò numerosi neologismi insieme all'esametro dattilico, che fu raffinato da Lucrezio e Catullo e riproposto in età Augustea da Virgilio ed Orazio e rimase in uso fino al Medioevo. Nell'incipit delle Annales, Ennio si presenta come Omero e racconta come il poeta greco gli sia apparso in sogno e reincarnato in lui, facendosi così promotore di una nuova tradizione, abbandona il metro Saturno e sperimenta più generi letterari rispetto ad Andronico. L'incipit: "Musae, quae pedibus magnum pulsatis Olympum". Non c'è più Camena ma ci sono le muse che danzano sul cielo latino.
La traduzione nell'antica Roma: Plauto
Plauto attinse dalle opere dei principali autori della commedia nuova greca. Si è parlato di contaminatio (metà strada tra la traduzione e l'imitazione dell'opera straniera) arricchita di nuove scene o personaggi, creano un opera originale che ri-attualizza l'opera straniera.
La traduzione nell'antica Roma: Cicerone - De optimo genere oratorum (46)
"Ho creduto di accollarmi una fatica che per me non è davvero indispensabile, ma torna utile ai cultori della materia. Io ho tradotto dai due più eloquenti oratori attici due discorsi, notissimi e antitetici, d'Eschine e di Demostene; io ho tradotto da oratore, non da interprete di un testo con le espressioni stesse del pensiero, con gli stessi modi di rendere questo, con un lessico appropriato all'indole della nostra lingua. In essi non ho creduto di rendere parola per parola, ma ho mantenuto ogni carattere e ogni efficacia espressiva delle parole stesse".
L'intento di Cicerone è di dare vita ad una traduzione che non rispetti un'equivalenza numerica perfetta, bensì sia in grado di rendere la forza comunicativa di cui le parole sono dotate. Il suo scopo è far raggiungere al latino lo stesso livello supremo di oratoria greco. Affermando di aver fatto il suo lavoro da oratore e non da interprete, delinea un contrasto tra interpres e orator che rimarrà una costante in tutta la storia della traduzione.
La traduzione nell'antica Roma
Le posizioni di Cicerone furono presto riprese da Quintiliano e da Orazio che affermavano l'importanza di essere fedeli ai contenuti piuttosto che ad una traduzione letterale. Quando vogliono rendere l'opera originaria in latino intendono una traduzione intra-linguistica. Leggere un'opera latina del passato e riscriverla, imitandola ed appropriandosene entrando in competizione con l'originale per migliorarla.
Lezione n. 2
Dalla Torah alla Vetus Latina: cenni sulle prime traduzioni della Bibbia
La storia della Bibbia è legata alle traduzioni che nel corso dei millenni hanno comportato importanti cambiamenti relativamente a fede e pratiche religiose, risultando fondamentali anche nella transizione tra culture (semitica → ellenica → latina). La Bibbia = antico e nuovo testamento. Il vecchio testamento in origine fu trasmesso oralmente presso il popolo giudaico e poi scritto su dei rotoli organizzati in 3 gruppi: Torah, Nebiim, Ketubin.
La Torah secondo la tradizione ebraica fu rivelata direttamente in ebraico da Dio a Mosè, fu tradotta per la prima volta in greco nella versione conosciuta come la Septuaginta, la Bibbia dei Settanta per volere del sovrano egiziano Tolomeo il Filadelfo (308-280 a.C.).
Leggenda vuol che fu tradotta da settanta saggi. Inizialmente si ritenne che la traduzione fu il risultato di un lavoro collettivo ma per una leggenda successiva si ritenne che i settanta traduttori lavorarono individualmente senza possibilità di comunicare tra di loro, creando però delle versioni identiche, a riprova dell'ispirazione divina che ha guidato l'operazione.
Questa traduzione ha però in seguito un duplice effetto:
- Le traduzioni della Bibbia sono state ritenute a lungo ispirate dal divino e quasi una rivelazione;
- Ha avviato una pratica di traduzione della Bibbia caratterizzata da lavori collettivi. La responsabilità condivisa avrebbe protetto il singolo traduttore dalla condanna di eresia.
Il racconto della Bibbia dei Settanta ha comunque un fondo di verità. Il Pentateuco è stato tradotto in greco ad Alessandria durante il 3 sec. a.C. Anche non sapendo a quanti traduttori si debba la traduzione in greco della Bibbia ebraica, si sa che l'impresa durò circa dal 275 al 100 a.C. e che fu condotta da traduttori che vissero in momenti diversi e con diverse competenze linguistiche.
La Septuaginta rimase per tanto tempo il testo dal quale fu tradotto il Vecchio Testamento nelle altre lingue e rappresentò la scrittura sacra per le prime comunità cristiane. Nel 2 secolo fu prodotta una nuova traduzione in greco (Bibbia di Aquila). La chiesa Cristiana, che tra le proprie sacre scritture annoverava quindi una traduzione e i libri in greco del Nuovo Testamento, aveva avviato la traduzione della Bibbia in latino sotto il nome di Vetus Latina, per la quale si ipotizza un lavoro collettivo. S'avvia così una lunga tradizione di traduzioni della Bibbia che hanno reso questo testo il più diffuso della storia dell'umanità e la diffusione delle quali è stata nei secoli sostenuta dalla Chiesa in quanto veicolo di diffusione della cristianità.
Padri a confronto: San Girolamo, Sant'Agostino e la traduzione della Bibbia
Si deve a San Girolamo o Gerolamo, il "Patrono dei traduttori" la traduzione della Bibbia dal greco e dall'ebraico in latino, conosciuta come Vulgata. Nato a Illiria da genitori cristiani, raggiunse Roma per studiare. Seguì l'esempio di alcuni anacoreuti egiziani, e rientrato a Roma dopo un periodo di viaggio, prese i voti. Dopo un periodo passato in una comunità di asceti, partì verso l'oriente dove passò due anni nel deserto prima di spostarsi a Costantinopoli. In quegli anni intraprese lo studio dell'ebraico e del greco.
Nel 382 diventò il segretario, interprete e consigliere spirituale di Papa Damasco I, che gli commissiona la traduzione della Bibbia. Girolamo iniziò la traduzione del Nuovo Testamento e dei Salmi in Greco. Morto Papa Damasco I, fu costretto, a causa di alcuni contrasti con la curia romana, ad allontanarsi e a raggiungere Betlemme dove proseguì la sua traduzione. Dopo una versione del Vecchio Testamento dal greco, decise di ritradurlo partendo dall'originale ebraico, ritenendo la Septuaginta imprecisa e scritta in una lingua greca non convincente. Girolamo si spinge oltre e definisce una "menzogna" il racconto dei settanta traduttori che produssero la stessa traduzione lavorando individualmente.
"Non so chi fu il primo autore a metter su, con la menzogna, le settanta cellette di Alessandria, nelle quali, separati l'uno dall'altro avrebbero scritto le medesime cose, dal momento che né Aristea, né dopo tanto tempo Giuseppe, hanno mai riferito niente del genere: ..."
La posizione di Girolamo è chiara: cerca di anticipare critiche dei detrattori. Quando Girolamo rese pubblica la sua traduzione-revisione della Bibbia, infatti, l'accoglienza non fu sempre favorevole.
Nel 405 d.C., Agostino scrisse a Girolamo criticando la traduzione latina delle sacre scritture e ritenendola utile solo nei punti in cui questa evidenziava le discrepanze tra la versione originale in ebraico e la versione dei Settanta. Scambio di lettere: i due si confrontano su alcuni brani tradotti in cui Agostino esprime la sua perplessità nel presentare ai fedeli qualcosa di nuovo e talvolta distante dalla Septuaginta, accettata dagli apostoli e che i fedeli sentono vicina. Agostino ripropone il racconto della Septuaginta nella quale "il consensus tra le parole usate dai singoli traduttori fu così meraviglioso, stupefacente e chiaramente divino ... davvero un solo spirito era in tutti".
Egli insiste sulla natura divina della traduzione in questione e quando menziona la Bibbia di Gerolamo si dimostra profondamente critico e scrive: "Nessun traduttore possa essere anteposto all'autorità di tanti uomini... . Infatti anche se in loro non si fosse rivelato un unico spirito divino, ma i Settanta si fossero limitati a confrontare tra di loro le parole che avevano usato nelle singole traduzioni ... non si dovrebbe mai anteporre a loro un unico traduttore".
Agostino ritiene che qualora vi siano discrepanze tra le traduzioni della versione ebraica e l
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Teoria e prassi della traduzione