Bruno Romano: orientarsi nel pensiero (Kant) e nelle forme (Gadamer)
Nomos e logos: Schmitt, Heidegger, Lacan
Pubblica un’opera nel 1786 “Orientarsi nel pensiero”. L’orientarsi può avere diverse qualificazioni:
- Orientamento geografico nei luoghi
- Orientamento concettuale nelle argomentazioni o nelle norme
Si pongono sul medesimo piano: “orientamento nel pensiero” e “orientamento nelle norme”. Entrambi partono dal linguaggio simbolico (ad esempio: dalle differenza della mano destra dalla sinistra), perché il nucleo del pensiero è strettamente legato al nucleo del linguaggio, in quanto non c’è pensiero senza parole e non ci sono parole senza pensiero.
Nell’ “orientarsi nel pensiero” si parte dalla distinzione fra mano destra e mano sinistra. Nell’ “orientarsi nelle norme” si parte dalla distinzione fra le molteplici norme giuridiche e il sistema giuridico nel suo complesso, e si parte dalla distinzione fra legalità e giustizia.
Orientarsi significa che da una determinata regione del mondo (sappiamo essere 4) bisogna trovare le altre 3 e in particolare bisogna trovare l'oriente.
L’ “orientarsi” distingue:
- Atti dell’opera - pensata e voluta dalle persone
- Mutamento a-personale delle cose - viventi non-umani e macchine
L’ “orientarsi nel pensiero” parte da:
- Impossibilità delle persone di una conoscenza totale e infinita
- Bisogno delle persone di prendere una direzione, andando ad impegnarsi nel quotidiano dell’esistere-coesistere
Ragione e fede secondo Kant
Kant parla di: Ragione e fede. Non ci si orienta secondo una ragione pura e totale, non ci si orienta secondo una fede priva di ragione. L’orientarsi si sviluppa in una “fede razionale”, caratterizzata dalla sufficienza degli elementi soggettivi (fede) e dall’insufficienza degli elementi oggettivi (ragione). In questo modo si raggiunge un “unicum” (complesso unitario della persona) = soggetto pensante e corpo vivente.
La “fede razionale” orienta le persone verso la custodia della libertà di pensare. Questa libertà può essere rispettata e accresciuta soltanto se si entra in comunione con l’altro, ossia nel dialogo con l’altro. Nel dialogo avviene uno scambio reciproco di sapere, di conseguenza ci si arricchisce del sapere dell’altro reciprocamente. Questo avviene in una comunità che vive nel rispetto della legalità e nella ricerca della giustizia.
L’interpretazione della “fede razionale” chiarisce il legame fra: “legge del testo” e “testo della legge”.
- Legge del testo - troviamo il logos: relazione dialogica non producibile in modo arbitrario, né disponibile secondo la forza di chi è più forte. Questo perché nessuno è padrone assoluto delle parole.
- Testo della legge - troviamo il nomos: costituisce il sistema delle norme, le quali andranno a disciplinare le relazioni fra persone e le relazioni fra persone e istituzioni.
Questi due concetti sono due versanti della “fede razionale”. Si riferiscono quindi sia all’orientarsi nel pensiero sia all’orientarsi nelle norme.
Due sistemi giuridici
Dal concetto di “fede razionale” possiamo percorrere 2 strade:
-
Sistema della formulazione giudiziaria: La vita sociale si svolge senza alcuna norma posta in essere dal legislatore. Di conseguenza lo Stato interviene come arbitro pacificatore e detta al momento la soluzione della controversia. Lo Stato interviene caso per caso. Il diritto si manifesta nel momento stesso in cui viene eseguito. Diritto e forza coincidono.
In questo primo sistema lo Stato è contemporaneamente giudice e legislatore. Il giudice agisce come politico, che agisce ignaro delle leggi già istituiti e dei metodi dell’ermeneutica giuridica.
-
Sistema della formulazione legislativa: La vita sociale si svolge in base a delle regole poste in essere dal legislatore. Infatti lo Stato vuole prevenire controversie e conflitti.
In questo secondo sistema lo Stato è prima legislatore e successivamente giudice. Il giudice agisce come giurista, come colui che conosce le leggi e norme in vigore e che pone in essere una corretta attività di ermeneutica giuridica.
Solamente quando la funzione legislativa è ben distinta dalla funzione giudiziaria si realizza il “principio di legalità”. La legge viene prodotta dal legislatore e portata alla conoscenza degli altri. Il giudice deve applicare la legge nel modo in cui è stata prodotta e presentata dal legislatore. Questo principio garantisce: certezza del diritto. Dobbiamo parlare di “fede nel diritto” e “fede del giurista”, poiché consistono nel portare in mezzo alla gente la sensazione che la legge è uguale per tutti. La legge, così formulata dal legislatore, vale per me così come vale per l’altro. In questo modo tutti gli individui hanno eguale dignità morale.
Cosa accade quando vi sia una legge ingiusta?
Qualificare una legge come “ingiusta” deriva da un giudizio morale e non giuridico. Nel caso in cui vi sia un regime autoritario, fondato sulla figura di un despota o di un’oligarchia, dove ci sono leggi generali ed astratte poste in essere secondo un apposito provvedimento legislativo, le quali però vadano a ledere i diritti di libertà dei singoli individui -> abbiamo delle “leggi ingiuste”.
Per questo motivo bisogna tutelare e garantire la libertà individuale di ogni singolo sia contro le leggi già formulate sia contro le leggi in fase di formulazione. Le leggi inviolabili sono: leggi poste a-priori come condizioni necessarie della libertà individuale, libertà di pensiero, libertà di riunione, libertà di culto, libertà di stampa, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Le tre dimensioni dell'orientamento: ritornando a Kant
Ritorniamo a Kant e analizziamo le tre dimensioni dell’orientamento:
- Orientarsi nel pensiero
- Orientarsi nelle norme
- Orientarsi nella libertà
Atto del singolo individuo che compie un determinato comportamento seguendo un determinato itinerario e perseguendo così la strada del bene o la strada del male. La libera scelta del singolo, di prendere una direzione anziché un’altra, si muove da una “massima”, ossia da una regola generale che il singolo individuo si è imposto di seguire per orientare il proprio comportamento nei casi particolari del mondo reale.
Qui ritroviamo il legame fra: “legge del testo” e “testo della legge”.
- Legge del testo = massima o regola generale di comportamento
- Testo della legge = caso particolare
Queste 3 dimensioni dell’orientamento vanno a costituire la differenza antropologica fra:
- Umano - Abbiamo l’attività di orientarsi nel pensiero, nelle norme e nella libertà
- Non umano - Non abbiamo alcuna attività di orientamento, poiché si è già orientati
L’uomo ha la possibilità e capacità di scegliere. Ad ogni scelta corrisponde una conseguenza, quindi l’uomo ogni volta che sceglie si assume delle responsabilità, le quali saranno imputabili a lui stesso.
Il bene e il male si manifestano all’uomo sotto 2 aspetti: aspetto materiale e aspetto ideologico. Nel primo vediamo questi due concetti manifestarsi nella realtà quotidiana, nelle varie situazioni e casi particolari che possono venirsi a creare fra gli uomini. Nel secondo aspetto vediamo questi due concetti manifestarsi all’interno di un dialogo, ossia di uno scambio di sapere fra gli uomini.
Ad ogni modo l’uomo è alimentato allo stesso tempo dall’amore per sé e dall’amore per l’altro. Queste due facce della stessa medaglia entrano però in contrasto tra di loro, quando si parla di possesso e proprietà dei beni. In questo caso l’uomo persegue prima il proprio benessere, andando di conseguenza a generare il malessere dell’altro. Quindi l’uomo raggiunge il male/ingiusto, che nell’immediato gli si presenta come bene/giusto. Quindi il bene radicale deriva dal male radicale iniziale, il quale però viene oscurato dalla sfera del giusto ossia del benessere personale.
Dobbiamo differenziare l’umano dal non-umano. Questa differenza si coglie nella personalità (essenza dell’uomo), poiché da questa deriva la scelta del singolo individuo nel perseguire una strada anziché un’altra. L’uomo scegliendo si assume una responsabilità, che sarà imputata a lui stesso. La personalità dell’uomo si alimenta e si forma attraverso la relazione con l’altro, ossia nella collettività. Da qui deriva la differenza fra: personalità e narcisismo.
Parliamo del: narcisismo
L’uomo che accetta di entrare in relazione con gli altri, ossia che accetta di vivere in comunione con gli altri, accetta di rispettare limiti e confini. In questo modo si sviluppa la propria personalità e la personalità degli altri. L’uomo si pone delle domande, di conseguenza si orienta nel pensiero e nelle norme. Al contrario l’uomo narcisista è spettatore della propria vita e alimentato solo dall’amore verso sé stesso. Non è alimentato dallo stupore né dalla meraviglia. Il narcisista è chiuso nel suo “io”, nel suo monologo, infatti rifiuta il dialogo con l’altro. Non si pone domande né dubbi, perché è già orientato.
Introduzione: capacità simbolica interagire e orientarsi nelle istituzioni
Kant sostiene che ci siano due strade distinte da seguire:
- Conoscere il mondo - si mira ad osservare
- Avere pratica del mondo - si agisce
L’uomo è l’unica entità vivente capace di esercitare un pensiero e una volontà, attraverso il dialogo con altri soggetti, nel quale va a formulare delle ipotesi creative relative al mondo reale. L’uomo opera prendendo delle decisioni.
Decisone = Atto personale che si manifesta come un fenomeno sociale, poiché va ad incidere sulla qualità delle relazioni umane. In ogni decisione ritroviamo gli elementi dell’ “istituire”.
L’opera dell’istituire conferisce stabilità e durata ad una decisione che si forma all’interno di un dialogo tra due o più individui. Attraverso l’opera dell’istituire si crea il mondo. Parliamo del mondo umano, che si distanzia dal mondo non umano (degli animali, delle cose, delle macchine).
Dato che l’uomo vive nella duplice condizione di:
- Continuare una forma di vita attraverso il soddisfacimento dei bisogni vitali
- Iniziare una forma di vita nuova scelta e decisa da lui stesso
Si deve cercare di conciliare insieme:
- Stabilità trovata - Legge di natura
- Stabilità istituita - Istituzioni create dalla volontà degli uomini
Nelle istituzioni si manifesta la “reciprocità”. La comunicazione creativa fra gli uomini, ossia lo scambio di volontà e desideri tra i vari soggetti che entrano in rapporto gli uni con gli altri. La comunicazione si fonda sul linguaggio, il quale è duraturo e permanente, con il fine di garantire la permanenza del significato di ogni singola parola. Quindi, la lingua è un’istituzione.
Ritorniamo alla differenza fra: umano e non umano. Questa differenza nel mondo contemporaneo diviene sempre più oscura e sostituita dalla figura del “nuovo uomo naturale”. Questa figura nasce insieme alle circostanze e cambia al mutare di queste. Questa figura non si pone delle domande, non compie delle scelte, di conseguenza non pone in essere alcuna attività di orientamento. Il “nuovo uomo naturale” non si orienta nel pensiero (logos) e non si orienta nel sistema normativo (nomos).
La differenza fra umano e non umano consiste nel:
- L’essere umano si orienta attraverso i simboli
- L’essere non-umano è già orientato e segue uno schema di segni
Simboli = Condizioni dell’ “essere-aperti”, ossia del trovarsi davanti ad una scelta o alternativa. L’uomo deve decidere se perseguire una strada anziché un’altra, di conseguenza si assume una data responsabilità a cui segue un’imputabilità su lui stesso.
Segni = Essi connettono un’operazione insieme ad un’altra, indipendentemente dalla capacità simbolica che illumina le scelte degli uomini. Nella condizione di “essere-aperto” troviamo quattro forme di apertura:
- Il tema posto in discussione (quel che viene ricercato)
- Il suo rapporto con l’uomo (condizione umana verso il tema della ricerca)
- La condizione umana (uomo in quanto unico essere che è in cammino)
- La relazione dialogica fra esseri umani (dialogo)
Essere-aperti = Condizione lontana dall’innocenza naturalistica del trovarsi delle cose tra altre cose. Parliamo infatti di una condizione propria di ogni singolo essere umano nella sua responsabilità-imputabilità. L’ “apertura” ci mostra l’essere umano nella sua interezza, ossia nella sua volontà\pensiero e nella sua corporeità. L’ “apertura” porta l’essere umano ad orientarsi e a fare delle scelte.
Nell’attività dell’orientarsi, ossia del compiere determinate scelte, il diritto compare ed incide sulla dimensione della “possibilità esercitata-rischiata”. Se sorgono eventuali conflitti, questi non hanno una soluzione già data nella conoscenza della legge, bensì vogliono l’istituzione di soluzioni contenute all’interno di leggi giuridiche (nascenti dall’attività dei legislatori).
Il dialogo si svolge su un determinato tema e sull’essenza che lo distingue da un altro tema. Quando ci si interroga sull’ “essenza della verità” si finisce per interrogarsi anche sulla “verità dell’essenza”.
Verità = Disvelamento, ossia correttezza dell’enunciazione e della rappresentazione. Questo modo di intendere e qualificare la “verità” ci fa abbandonare la precedente definizione, che si improntava sul quadruplice schema dell’ “essere-aperto”.
All’interno del dialogo l’IO e il TU interagiscono e si pongono delle domande sull’orientarsi, il quale ha un “DA DOVE” e un “VERSO DOVE”. Il “da dove” indica una situazione ricevuta e non scelta (nessuno può scegliere se essere un vegetale, una cosa o un essere umano). Il “verso dove” impegna l’essere umano a compiere una scelta relativa al proprio orientamento. Tra il “da dove” e “verso dove” gli uomini si trovano in una situazione e condizione di rischio, poiché devono scegliere quale direzione seguire. Gli uomini devono orientarsi nel pensiero, nelle norme e nelle istituzioni per fare questa scelta. In qualsiasi direzione scelta gli uomini entrano in relazione fra di loro, quindi interagiscono. L’interagire fra esseri umani avviene attraverso il pensiero simbolico, alimentato da: pensiero, volontà, affettività, decisione. Diversamente il pensiero segnico implica delle operazioni bio-macchinali, che avvengono indipendentemente dal pensiero e dalla volontà del singolo individuo.
La verità è adeguazione della rappresentazione all’ente, ossia correttezza. Questo significato del concetto “verità” lo enunciano in relazione all’essere non-umano, perché non vi è bisogno di un’apertura verso la creazione di un senso, la quale avviene attraverso il pensiero simbolico.
La verità è non-nascondimento quando ci riferiamo ad un essere umano. Questo significato del concetto “verità” lo enunciamo quando abbiamo un’apertura verso la creazione di un senso, la quale avviene attraverso il pensiero simbolico.
Cosa significa l’espressione “pensare in comunità con gli altri”?
Interagire fra due persone in una relazione dialogica seguendo delle regole neutrali, ossia delle regole che non appartengono a nessuna delle parti. In questa relazione vediamo l’elemento della “reciprocità” tra l’io e il tu. Qui dobbiamo parlare di. Verità come non-nascondimento.
La verità come correttezza vede lo spegnersi (il venir meno) della meraviglia e dello stupore, perché non troviamo la condizione dell’essere-aperto bensì la condizione dell’essere-chiuso, nel quale viene oscurata una delle quattro direzioni di apertura: l’uomo nei confronti dell’altro uomo. La conseguenza principale di tale chiusura è: il dialogo diventa monologo. Quest’ultimo non è caratterizzato da un linguaggio simbolico, bensì da un linguaggio di segni, in cui tutto è già prestabilito.
La meraviglia e lo stupore si manifestano solo nell’essere umano, ossia nella condizione di apertura. Meraviglia e stupore sono due fattori importanti perché vedono l’uomo fare delle scelte e orientarsi nel pensiero\norme\istituzioni. Quando l’uomo si orienta avviene la sua trasformazione verso due possibili direzioni: perfezione o dissolvimento. Il diritto si presenta qui dove stanno meraviglia e stupore.
La differenza fra inesauribilità dell’attività conoscitiva e inesauribilità della ricerca di senso:
- La prima - Non vi è egoismo.
- La seconda - Vi è egoismo, poiché entra in gioco il proprio “io” insieme al soddisfacimento dei bisogni personali.
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