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Corso di tecniche di redazione, generi e testualità italiani scritti

Luca Serianni

Capitolo 1 – Scritto e parlato

Parole, espressioni, gesti

Ogni lingua, antica o moderna, è stata in origine una lingua parlata. Ciò che caratterizza la specie umana rispetto agli animali è la capacità di produrre suoni articolati, esprimendo con i fonemi variamente combinati fra loro, una serie infinita di significati: emozioni, ordini, preghiere, ragionamenti. Con la lingua possiamo dire tutto; e tutti possono dirlo, quale che sia la loro istruzione: anche l’analfabeta, per esempio, conosce perfettamente la propria lingua o dialetto materni, e magari non sarà in grado di descriverne in astratto la grammatica, ma è infallibile in fatto di fonetica, morfologia e di sintassi, solo il suo vocabolario è più povero rispetto a quello di una persona istruita.

Accanto al linguaggio parlato, che rappresenta la dimensione fondamentale della lingua, sussistono codici secondari:

  • Il linguaggio mimico: affidato all’atteggiamento del volto e soprattutto all’espressione dello sguardo. La mimica può bastare per esprimere un sentimento generale come l’approvazione o la disapprovazione (la posizione delle labbra: verso l’alto esprimono gioia, verso il basso tristezza o ira; inarcare le sopracciglia: verso l’alto esprimono stupore, strette verso il centro esprimono perplessità). Normalmente, il linguaggio mimico serve come sussidio a quello verbale, per rafforzarne i contenuti o magari segnalarne la corretta chiave di lettura: in questo caso, la mimica suggerisce al nostro interlocutore che quelle parole vogliono dire qualcosa di diverso da quel che indicano normalmente.
  • Il linguaggio gestuale: costituito dall’insieme dei gesti che compiamo soprattutto con le mani o con la testa per significare qualcosa, e il gesto fondamentale è quello di affermare o di negare: si può dire di sì muovendo il capo dall’alto al basso, magari sbattendo anche le palpebre insieme, mentre per dire di no si muove la testa in direzione orizzontale (diverso nel Mezzogiorno).
  • Il linguaggio prossemico: legato alla distanza fisica che stabiliamo rispetto al nostro interlocutore. In molte culture, la distanza è la relazione al diverso grado di confidenza: quanto più ci collochiamo vicini al nostro interlocutore tanto più siamo a nostro agio, mentre se ci teniamo a debita distanza da qualcuno vuol dire che manifestiamo un sentimento di deferenza o di soggezione rispetto all’interlocutore. Rientra nella prossemica anche la postura del corpo.

Questi tre linguaggi sono ausiliari rispetto al parlato e, tranne che per i sordomuti - che hanno elaborato un complesso sistema gestuale per comunicare - sono poche le occasioni in cui un’espressione o un gesto (e meno che mai la posizione del nostro corpo) possono davvero sostituire il linguaggio verbale. Non è così, invece, per la scrittura: un linguaggio secondario che contrassegna tutte le grandi civiltà del pianeta. Grazie alla scrittura si perpetua la memoria del passato e si trasmettono alle generazioni successive i grandi monumenti letterari, filosofici e scientifici.

Parlare e scrivere: presupposizione e deissi

La differenza fondamentale tra parlato e scritto è che il parlato esaurisce la sua funzione nell’immediatezza della comunicazione ed è il veicolo della quotidianità individuale, che coinvolge poche persone e che non aspira quasi mai a lasciare traccia di sé nel tempo. Lo scritto si rivolge invece, in modo più o meno dichiarato, anche a destinatari lontani temporalmente o psicologicamente.

Prima dell’invenzione del telefono, il parlato non poteva superare la barriera fisica rappresentata dalla soglia di udibilità ma, da più di un secolo, la distanza geografica non impedisce la possibilità di comunicare, e magari anche di vedere in faccia il nostro interlocutore; non possiamo, però, comunicare con i posteri, ma soprattutto, perché abbia senso l’azione stessa del parlare, occorre che ci siano degli interlocutori interessati ad ascoltarci e a interagire con noi, esattamente nel momento e nella situazione in cui noi realizziamo il nostro discorso.

Con lo scritto, invece, possiamo rivolgerci a un pubblico indifferenziato: non solo ai posteri (con ben altra ricchezza e ampiezza dell’eventuale registrazione di un discorso orale), ma anche a destinatari imprevisti, che potrebbero avere interesse in futuro o in determinate situazioni a prendere conoscenza di quel che noi abbiamo scritto. Si pensi, per esempio, ai testi letterari, concepiti per essere fruiti da lettori distanti e diversi dall’autore i quali, per giunta, hanno tutto il diritto di leggervi anche idee e sentimenti che lo scrittore non aveva inteso manifestare, ma anche a un documento giuridico, come un testamento olografo (=scritto di pugno dal testatore); in entrambi si casi si tratta dunque di destinatari “a distanza”, che l’emittente del messaggio o non è in grado di prevedere (lo scrittore) o non vuole avvertire in vita (il testatore).

In generale, il parlato è molto più libero dello scritto, perché: ha un minor controllo (non ci si preoccupa di scegliere le parole più appropriate, né di evitare ridondanze o ripetizioni, si fa ricorso al turpiloquio, la presenza di tratti esclusi o marginali nello scritto come l’elisione del pronome personale plurale li, l’ordine delle parole che mette in evidenza il fuoco del discorso con frequenti dislocazioni a sinistra e con ripresa pronominale…); una minore pianificazione (le frasi sono brevi, spesso non sono collegate sintatticamente le une alle altre, sono numerose le “false partenze” e i periodi in sospeso, si riporta spesso frammenti di discorsi diretti come gli ho detto, dico, dice…); un minor obbligo di esplicitare le circostanze della comunicazione (con frequente ricorso al contesto), e proprio quest’ultima caratteristica è la più importante: il parlato può permettersi di essere implicito, facendo riferimento al contesto in cui la comunicazione si svolge, e in particolare a due meccanismi fondamentali: la presupposizione e la deissi.

La presupposizione consiste nel dare per noto un elemento non esplicitato nel discorso, perché ricavabile dalle conoscenze dell’interlocutore o dal modo in cui il discorso viene presentato. Questo gioco di presupposizione, del tutto normale nel parlato (e nello scritto che voglia riprodurlo) verrebbe meno nella prosa informativa. La deissi consiste nel riferimento al contesto, in relazione al tempo (per esempio, con gli avverbi ieri, oggi), allo spazio (qui, lì, questo, quello), o alle persone implicate (io, tu). Frasi banalissime come:

  • «È arrivato ieri»
  • «Siediti qui»

resterebbero nel vuoto se trasferite nella scrittura senza altre indicazioni: infatti, immaginando di trasformare le due battute di discorso diretto in altrettanti discorsi indiretti, oltre alla sintassi, dovremmo intervenire sulle singole parole (ieri → il giorno prima; qui → accanto a lei, sul divano, accanto alla finestra…). In altri termini: occorre abbandonare i deistici, possibili solo in riferimento a un’enunciazione concreta, agganciata a precise coordinate spazio-temporali, e adottare una formulazione esplicita.

Naturalmente, c’è scritto e scritto: la presupposizione e la deissi possono avere largo spazio nelle comunicazioni di tipo privato, dalle vecchie lettere ai moderni messaggini come «Ci sei stasera per una pizza?» che ha tutte le caratteristiche di un testo orale: deissi personale (chi sono le due persone che parlano?) e temporale (stasera), generico riferimento a un contesto noto a coloro che sono coinvolti nella comunicazione (la pizza è evidentemente quella che si mangia in pizzeria e non la scatola di metallo in cui si conserva una pellicola cinematografica).

È anche vero che c’è parlato e parlato: a quello più spontaneo e tipico, la conversazione tra due o più persone in rapporto di confidenza (familiari, amici), si possono opporre i dialoghi dissimmetrici, in cui i due interlocutori non sono sullo stesso piano come prestigio e dunque nemmeno come spontaneità di lingua (per esempio un interrogatorio giudiziario o un meno impegnativo esame scolastico) e i monologhi, in cui non è prevista l’interazione con gli interlocutori (una conferenza, un’omelia, un’arringa giudiziaria); in tutti questi casi la spontaneità è ridotta, trattandosi di un parlato programmato e articolato in modo organico.

Differenze tra parlato e scritto

Si possono individuare tre grandi differenze tra scritto e parlato, che vanno ad aggiungersi alle precedenti. Rispetto allo scritto, il parlato abitualmente presenta i seguenti tratti:

  • Possibilità di retroazione (o feed-back): solo il parlato dà modo a chi parla di aggiustare il tiro del discorso in base alle reazioni dell’interlocutore, correggendo veri e propri disturbi della comunicazione: o accogliendo un’interruzione altrui («Come hai detto?») o ripetendo, magari in altra forma, quel che sta dicendo e che può non essere stato colto dall’interlocutore per un sopravvenuto rumore extra-linguistico o per una momentanea caduta di attenzione. Proprio per questo, il discorso orale è abitualmente ridondante: dice molto più del necessario, dando per scontato che una parte delle informazioni è soggetta a perdersi.
  • Obbligo di svolgimento lineare: a differenza di un testo scritto, col parlato non possiamo tornare indietro: il parlante può interrompersi, riprendere il già detto con nuove spiegazioni o anche contraddicendosi, ma è costretto ad accumulare ogni sequenza verbale in modo progressivo. Con qualsiasi testo scritto, invece, posso organizzare la lettura a mio piacimento: leggerlo dalla prima all’ultima parola, scorrerlo rapidamente alla ricerca delle informazioni essenziali, o persino cominciare da un punto qualsiasi. In questo senso, il parlato è rigido, mentre lo scritto è duttile, sensibile alle sollecitazioni e alle esigenze di chi lo legge.
  • Limitazione alla sfera uditiva: a differenza del discorso orale, il testo scritto è fatto sia per essere letto ad alta voce, sia per essere letto in modo endofasico, cioè attraverso una lettura mentale, non articolata e, per questo, deve soddisfare non solo l’orecchio, ma anche l’occhio: le parole, infatti, devono essere separate anche dove, nella pronuncia, costituiscono un unico blocco; bisogna adottare adeguati segni grafici (gli accenti, gli apostrofi, i segni di interpunzione); rappresentare efficacemente la gerarchia delle informazioni e il procedere dell’argomentazione o della narrazione andando a capo. Parlando, invece, pronunciamo come un’unica sequenza la successione di un articolo e sostantivo (cognome: La Rosa/Larosa), o non facciamo caso ad alcune norme come gli accenti (potenza → poténsa) o le doppie (subito → sùbbito).

Nel nostro paese, si può osservare il differente peso della norma tra scritto e parlato: la diffusione della lingua comunque avvenuta soprattutto per via scritta e il prestigio della tradizione grammaticale hanno determinato una norma scritta relativamente rigida; nel parlato, invece, oltre ai fattori che sono specifici e funzionali di questa varietà, è del tutto normale lasciarsi andare a pronunce regionali come quelle appena viste.

Cap. 2: Il testo e i suoi requisiti fondamentali

Che cos’è un testo?

La nozione di “testo”, elaborata originariamente dalla linguistica testuale, fa riferimento alla metafora del “tessuto”, della “trama” di singoli fili che dà vita a un insieme organico; in questa accezione il testo può essere non solo quello scritto, ma anche quello orale: come abbiamo visto nel capitolo precedente, anche il discorso orale ha leggi alle quali i parlanti devono obbedire perché la comunicazione funzioni.

Condizione perché si possa parlare di testo è che si abbia una produzione linguistica (orale o scritta) fatta con l’interazione e con l’effetto di comunicare qualcosa e nella quale si possano individuare un emittente (da cui parte il messaggio) e un destinatario (per il quale il messaggio è stato pensato). Saranno “testi” allora tanto la Divina Commedia quanto la targa che reca la direzione USCITA affissa in una sala cinematografica, in quanto: entrambe le produzioni linguistiche hanno un contenuto comunicativo e in entrambi i testi possiamo individuare un emittente e un destinatario.

Secondo una proposta di Sabatini, i testi possono essere distinti a seconda che siano più o meno rigidi in base al vincolo interpretativo posto al destinatario: tra i testi rigidi possono rientrare, per esempio, i testi scientifici, che non ammettono margini d’interpretazione soggettiva e che non lasciano zone d’ombra, anche se, naturalmente, il contenuto può essere vero o falso, e i testi giuridici.

All’estremo opposto sta invece il linguaggio poetico, soprattutto quello moderno: in questo caso non contano solo i significati (come avviene nel linguaggio scientifico o in quello giuridico), ma anche i suoni e la collocazione delle parole (sequenza di parole con la stessa struttura sillabica, successione dei nomi del predicato…). Tutte le considerazioni interpretative non hanno nessuna “verità”: sono solo un esempio di un esercizio interpretativo che, per quanto fondato, non può mai vincolare il lettore a un’interpretazione rigida; ognuno avrà sempre il diritto di riconoscere nei versi di un poeta delle risonanze diverse.

I linguisti distinguono sette requisiti che devono essere assolti perché si possa parlare di un testo, e i due fondamentali sono la coesione e la coerenza.

La coesione consiste nel rispetto dei rapporti grammaticali e della connessione sintattica tra le varie parti. I rapporti grammaticali possono essere violati in vari modi, per esempio:

  • Non rispettando la concordanza di numero tra soggetto e predicato: i bambini non si vuol lavare (invece di «i bambini non si vogliono lavare»). Una frase del genere è inaccettabile nell’italiano comune; in un caso, tuttavia, una sconcordanza del genere può figurare anche in italiano: quando si ha un soggetto singolare di valore collettivo, specie se seguito da un complemento di specificazione: «una gran quantità di animali popolavano le stanze della casa» (è la “costruzione a senso”). Frasi del genere - abituali nel parlato e nella narrativa contemporanea, che ne condivide in gran parte il registro colloquiale - vanno evitate nella prosa informativa che richiede un controllo maggiore. Maggiore tolleranza per la “costruzione a senso” si ha quando il soggetto esprime un numero: «una decina di persone se ne andarono prima della fine».
  • Non rispettando la concordanza di genere tra sostantivo e articoli, aggettivo o participio: un bel abside romano (invece di «una bella abside romanica»). I nomi geografici possono oscillare nel loro genere fuori della relativa area di diffusione: il fiume Brenta è maschile, ma in altre parti d’Italia potrebbero trattarlo femminile.
  • Non rispettando l’abituale ordine delle parole: una frase come «Toccherà al nuovo amministratore delegato completare le cessioni», ammette indifferentemente l’anticipazione del soggetto logico al predicato, ma non l’anticipazione del complemento oggetto (*le cessioni completare), soluzione possibile invece nell’italiano poetico dei secoli scorsi. Per questo motivo, la norma linguistica va sempre misurata in riferimento a un’epoca, oltre che a una certa tipologia di testi. Molte sequenze linguistiche oggi inaccettabili, potevano essere ammesse ieri oppure possono comparire anche oggi in uno dei tanti dialetti o italiani regionali diffusi nel nostro Paese.

I coesivi

Incontriamo poi due fondamentali strumenti per garantire la coesione testuale: i coesivi e i connettivi. I coesivi sono i vari modi attraverso i quali si può richiamare un elemento già espresso in precedenza. Il primo strumento che viene in mente è costituito dai pronomi, in particolare dai pronomi personali e dimostrativi, ad esempio dicendo Giano, ma usando anche il pronome personale tonico egli, o usando il pronome personale atono gli. L’uso dei pronomi in funzione dei coesivi si ha nello scritto e nel parlato: parlando, per esempio, in una lezione, avremmo probabilmente ripetuto ogni volta il nome Giano, per l’esigenza di esplicitezza e di ridondanza informativa propria del discorso orale; in particolare nella lingua parlata non si usano molto come coesivi i pronomi dimostrativi (questo, quella, costoro ecc.) in funzione di soggetto. Quanto ai pronomi personali, quelli impiegati nel parlato in riferimento a persone e ad animali sono soltanto lui, lei, loro; egli, ella, essi, esse sono forme libresche, che possono considerarsi eccezionali nell’italiano parlato contemporaneo. Altre possibilità sono:

  • Sostituzione lessicale mediante sinonimi, iperonimi, nomi generali: sono coesivi costituiti da un vocabolo, che condivide più o meno precisamente il significato di un altro (sinonimo: vecchio - anziano), lo include, mantenendo un carattere semanticamente specifico (iperonimo: gatto - felino) oppure lo include, ma ricorrendo a un termine di significato generico (nome generale: cosa, fatto, persona ecc.). Tutte e tre le procedure sono presenti nella lingua scritta, mentre quella parlata preferisce nettamente il ricorso ai nomi generali (ragazza - tizia); volendo rinunciare ai coesivi pronominali lei o quella, non restano molte alternative: solo ironicamente, infatti, avremmo potuto usare un sinonimo come la fanciulla, la giovane. Iperonimi e nomi generali sono particolarmente adoperati nel linguaggio giuridico, attento a ricondurre l’infinita serie di fattispecie particolari all’astrattezza e all’universalità della norma (sinonimo: prima guerra mondiale - conflitto; iperonimo: epatiti virali - malattia).
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lazzerimartina9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche di redazione, generi e testualità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Bocchiola Massimo.
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