Corso di tecniche di redazione, generi e testualità: la lingua è un'orchestra
Capitolo 1 – Italiano plurale: le lingue che scriviamo
L’italiano non è uno, ma tanti. È una lingua in movimento che, oggi come in passato, galoppa, si arricchisce, si sporca, si rigenera. È una lingua plurale: dialetti, e italiani locali, stili e registri, lingue speciali e lingue settoriali, standard vecchi e nuovi.
Tre frasi
Lo sapete tu e quelli della palazzina tua. Tipico esempio di italiano locale: non dialetto, ma una lingua che incorpora, in questo caso, un aspetto sintattico della parlata romanesca, cioè la posizione del possessivo rispetto al nome (palazzina tua).
Festeggiamo questo change. Tipico esempio consueto di iperdiffusione dell’inglese: parola comunissima, provvista di un altrettanto comune equivalente italiano.
Io sono una famiglia povera. L’affermazione mostra tutti i segni di una competenza solo approssimativa dell’italiano (le parole appartengono al lessico di base; il verbo alla prima persona singolare si lega a un nome collettivo, che richiederebbe il plurale). Ma proprio l’esibita disfunzionalità moltiplica l’efficacia comunicativa del messaggio. Un italiano, comunque, scorretto e approssimativo. Ma italiano.
Eccolo, dunque, l’italiano plurale, in tre dei suoi mille colori: un repertorio mobile e affollato. Rispetto ad altri lettori specializzati, il traduttore è un collezionista di varietà linguistiche. L’importante è, semplicemente, riconoscere e distinguere. Anche là dove le differenze si fanno sottili. Uno scrivente consapevole è chi domina la lingua, non chi ne è dominato.
Diverso, plurale
La prima differenza all’interno della nostra lingua è stata, per secoli, quella tra un gruppo di persone colte, che si servivano dell’italiano della tradizione letteraria, e la massa di incolti, che parlavano solo dialetto, e non sapevano scrivere. In realtà, le lingue sono sempre state almeno tre: l’italiano (letterario); i dialetti; e alcuni stadi intermedi tra dialetto e lingua: forme diverse di italiano incerto che i non-letterari dovevano comunque adottare per la comunicazione extrafamiliare.
Anche la lingua letteraria, duttile per sua natura alla volontà degli scrittori, non è una, ma tante quanti sono gli stili possibili. La molteplicità, la stratificazione, le differenze coincidono con la storia stessa dell’italiano, sono parte della sua identità. Non solo in passato. Oggi, l’italiano lo abbiamo imparato più o meno tutti, e i dialetti li abbiamo, in parte, dimenticati. Restano però gli italiani regionali o locali: parlate che assorbono colori e vitalità dai dialetti che premono dal basso.
Esiste un italiano standard, o medio, parlato e scritto, diverso dall’italiano letterario che ha dominato per secoli, più agile e adatto alle esigenze della vita associata. Esistono, e sono molto sviluppati, i linguaggi settoriali, che coprono ambiti specializzati del sapere, ma si estendono anche al parlato e nello scritto comuni. E si consolida, accanto a quella minoritaria di altre lingue straniere, la presenza dell’inglese, tanto fitta in certi ambiti comunicativi da realizzare un italiano maculato di parole ed espressioni inglesi.
Le varietà dell’italiano hanno dunque a che fare con la storia (la lingua cambia nel tempo) ma anche, al presente, con la geografia (variazioni diatopiche); con lo strato, o gruppo sociale e culturale di chi usa la lingua (variazioni diastratiche); con la situazione comunicativa nella quale la lingua viene usata (variazioni diafasiche). E con il canale (variazioni diamesiche); allo scritto e al parlato si affiancano oggi quelle che sono state definite le varietà trasmesse, cioè il parlato a distanza (radio, televisione, telefono, Skype).
Ma cominciamo dalle lingue degli scrittori. Dunque, dallo stile.
Scrivere chiaro e scrivere oscuro
Leopardi aveva ragione: le differenze stilistiche tra scrittori diversi possono essere tanto accentuate da rendere pericolante il concetto stesso di lingua comune. Hilorotragoedia, il primo libro di Manganelli, è uscito nel 1964; La Tregua, il secondo libro di Primo Levi, nel 1963. In stretta contiguità cronologica, i due scrittori hanno usato le parole per ottenere esiti che più lontani non si potrebbe: quasi due lingue diverse, aveva detto Leopardi. Lingue nate da intenzioni diverse, che entrambi gli autori hanno, a più riprese, esplicitato e discusso. La forbice di fondo è quella tra chiarezza e oscurità.
Primo Levi perseguiva la prima, e temeva la seconda: “a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scrittore ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e perennità, quanto meglio viene compreso […].” La limpidezza della scrittura è precetto prima ancora morale che stilistico. La parola buia assomiglia alla morte, come Levi ribadisce: “se il suo è un messaggio, esso va perduto nel rumore di fondo: non è una comunicazione, non è un linguaggio […]. Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno”.
Secondo Manganelli, invece: “lo scrittore ha il problema di scrivere adoperando qualche cosa che si può presentare e descrivere come un significato e deve contemporaneamente liberarsi dal significato […]. Lo scrittore sa benissimo che la letteratura non vuole dire niente: ha bene altro da dire che non dire…”.
Levi: “far sì che ogni parola vada a segno”; Manganelli: “liberarsi del significato”. Due scrittori che usano la pagina per comunicare l’uno, per azzerare la comunicazione l’altro. Due esempi, antitetici, di come la lingua si faccia stile: cioè di quanto la lingua sia duttile alla volontà, e alla capacità degli scrittori. E, come sempre, due possibili magazzini dove trovare parole, forme, soluzioni adatte alle diverse esigenze della scrittura.
La lingua è un’orchestra
Non solo scrittori diversi hanno firme stilistiche anche molto lontane, ma nemmeno lo stile di un singolo scrittore è compatto e uniforme. Sappiamo che nei romanzi si intrecciano molte voci e molti linguaggi. Ci sono le parole dei personaggi riportate nella forma del discorso diretto, ma la stessa voce del narratore incorpora materiali della più varia provenienza: echi letterali, parole e espressioni tipiche di un determinato gruppo sociale, parole specialistiche o settoriali, parole che rimandano a posizioni ideologiche diverse, che il narratore assume in forme linguistiche assimilabili a quella del discorso indiretto libero.
Di fatto, la voce narrante (o argomentante, o poetante: il tema non si limita al romanzo) assimila registri e linguaggi da una miriade di fonti disparate; la voce è dunque l’orchestra, che accorda, o talvolta fa stridere, strumenti disperati. Questa situazione, che lo studioso russo Michail Bachtin ha definito pluridiscorsività, mette a frutto, sul piano letterario, la molteplicità che è propria di ogni lingua. Italiano incluso: l’italiano plurale di cui stiamo parlando si insinua dunque nel corpo stesso delle scritture che sono, per natura, tramate di tanti, variegati sottofondi.
Quindi, dietro la quiete apparente della scrittura (di qualunque scrittura) ribolle, in tridimensione, un calderone di altre voci, una pluridiscorsività.
Comune-medio-neo-standard
L’italiano “comune” rimanda, etimologicamente, a due concetti: quello di lingua condivisa; e quello, vicino, di lingua capace di comunicare. Una lingua con queste caratteristiche è stata, per secoli, assente in Italia, mentre si riconosce oggi l’esistenza di quello che è definito italiano dell’uso medio, o italiano neo-standard: una lingua diffusa e condivisa, di registro intermedio, che accoglie anche tratti prelevati dalle varianti locali, e dove affiorano fenomeni già testimoniati nella lingua antica, ma a lungo avversati dai grammatici. Italiano senza aggettivi, come qualcuno ha precisato, o italiano normale.
Questa varietà linguistica, che corrisponde di fatto all’italiano che, ogni giorno, pratichiamo, è il risultato di evoluzioni continue, che sono state particolarmente significative dopo lo spartiacque degli anni sessanta. Ecco, in rapido elenco, fenomeni ormai acclamatati non solo nel parlato ma anche negli scritti informali:
- Gli per loro;
- Lui e lei in funzione di soggetto;
- Che in funzione di subordinante generico (vieni che ti pettino);
- Frasi segmentate, frasi scisse e, in situazioni meno controllate, il tema sospeso;
- La forma interrogativa come mai? in alternativa a perché?;
- Che in espressioni esclamative del tipo che bello!;
- Il costrutto che + verbo + a fare nel senso di perché? (che ci sto a fare qui?);
- La forma per + infinito per indicare un rapporto di successione temporale (vengo a Milano per poi incontrare Carlo a Lodi);
- L’imperfetto di cortesia (volevo un caffè);
- Il futuro con valore di passato (Napoleone sarà quindi costretto all’esilio a Sant’Elena);
- La diffusione dell’indicativo al posto del congiuntivo nelle complessive rette da verbi di opinione (credo che è tardi);
- La diffusione dell’indicativo al posto del congiuntivo nelle ipotetiche dell’irrealtà (se mi telefonavi, ci vedevamo);
- Le forme riflessive apparenti (mi mangio un gelato).
Cresce poi la presenza delle subordinate relative, che sono espansioni di nomi, e quindi creano volume, ma non profondità sintattica; e sono in espansione le forme incidentali, fra virgole, parentesi o trattini.
A tempi più recenti appartengono l’uso dei cognomi femminili non preceduti da articolo (Boldrini, non la Boldrini); la diffusione dei nomi femminili come la sindaca, la ministra; la fortuna del prefisso super-, anche in forma assoluta (superinteressante); il proliferare di parole composte che fondano due nomi senza uso del trattino (tra le cosiddette parole macedonie, il recente - ma forse già moribondo - apericena).
Sul piano del lessico, una novità significativa è l’ingresso, nel vocabolario fondamentale, di molte parolacce che, dagli anni novanta, compaiono con una certa frequenza anche nei discorsi dei leader politici, e nello scritto. L’elenco dei fenomeni dell’italiano comune è potenzialmente più lungo, e si incrementa con una certa lena. Quello che importa è l’esercizio di un orecchio allenato a cogliere le novità. Che andrebbero idealmente registrate senza pregiudizi o eccessivi purismi, ma anche utilizzate con discernimento, tenendo conto del canale e del registro.
Gradazioni di dialetto
Anguria, melone, cocomero. Oppure: panettiere, prestinaio, fornaio. Sinonimi? No: geosinonimi, cioè varianti locali dello stesso termine. Non parole dialettali, perché la fonetica dialettale sarebbe, in alcuni casi, diversa (per esempio, l’anguria in dialetto milanese è ingúria); ma parole italiane che conservano l’impronta dei dialetti. Quello che i linguisti definiscono italiano locale, Carlo Emilio Gadda lo chiama “un italiano raggiunto partendo dal dialetto”.
I geosinonimi, incluse le creazioni personali e fantasiose, sono la prova più visibile dello spazio che gli italiani locali occupano entro il corpo della lingua. Ma i segnali non si limitano al lessico: basta pensare all’opposizione tra il passato remoto, ancora vitale al centro-sud, e il passato prossimo, che ne copre gli usi nell’Italia settentrionale; oppure alla diffusione solo toscana della forma impersonale in luogo della prima persona plurale (“noi si va”); oppure ancora all’uso transitivo-causativo di verbi intransitivi come salire, scendere, uscire (in espressioni come “scendi il baule”).
Com’è nato l’italiano locale? Come sempre, dalla contaminazione. I dialetti sono entrati via via più profondamente in contatto con l’italiano colto, e i dialettofoni si sono sforzati di esprimersi in italiano, col risultato di parlare, almeno all’inizio, qualcosa che non era più dialetto, ma non ancora italiano. Questo fenomeno si verifica, nel corso del Novecento, in tutte le aree del paese, anche se con velocità e profondità variabili (la diffusione della lingua è più rapida nelle grandi città che nei centri sperduti). Il dislivello tra lingua e dialetto si riduce, e nascono parlate di compromesso, caratterizzate da livelli diversi di ibridazione.
Lo screditamento del dialetto è stato un prezzo da pagare per consentire a tutti gli italiani di accedere alla lingua nazionale. Il processo ha però innegabilmente penalizzato i dialetti: la storia linguistica italiana è, in buona parte, storia della diffusione del toscano letterario e poi del toscano parlato. Oggi, a processo compiuto, i dialetti vanno invece considerati come un’opportunità, e così le varietà di italiano influenzate dai diversi dialetti locali.
Nell’italiano di oggi, anche in quello più colto, gli elementi regionali hanno una presenza significativa, perché molti parlanti e scriventi scelgono di inserirli per aggiungere sapore al discorso. Dunque gli slittamenti tra italiano, italiano con venature locali, dialetti sono un fenomeno frequente. In un esempio tratto Walter Siti si mescolano su una struttura di base di italiano comune (Stiamo sempre a; abbracciami) si innestano un verbo regionale (begare); un’esclamazione molto colloquiale (santa padella); un’espressione in dialetto milanese (baloss d’un omm). Mentre in un altro esempio, una tessera del parlato giovanile (tranqui); dialetto milanese (ghe pensi mì).
Esempi, tra i molti possibili, di forme contemporanee di ibridazione. Di come, dunque, le varietà del repertorio siano disponibili per creare effetti sempre nuovi.
Alto e basso
Immettere il dialetto nelle traduzioni, oggi, non è cosa che si fa. E cautela va usata anche con le varianti locali. Invece, una sfida consueta per i traduttori è quella di restituire i registri diversi che si intrecciano e si annodano nelle pagine, nelle frasi, addirittura nei sintagmi di molti scrittori. E saltabeccare tra i registri (oltre che tra le voci) non è prerogativa dei soli autori ad alto tasso espressionistico, da Gadda a Joyce. Entro uno spettro più contenuto, si muovono tra alto e basso anche scrittori dalla lingua apparentemente meno impervia.
Analizzando un passo dal primo capitolo di Sabbath’s Theater (Il Teatro di Sabbath), uno dei grandi romanzi di Roth, notiamo che la pagina dello scrittore è fatta di salti, di sbalzi, di sterzate e bruschi cambi di rotta: succhiare i seni e fare etimologie latine; Tintoretto e le tette; la figa e la mamma. Anche la struttura della frase è fatta di contrasti: un periodo relativamente complesso, che raggiunge il secondo grado di dipendenza (una principale introdotta da una temporale che regge una relativa); e due incisi (il primo racchiuso entro trattini, il secondo in parentesi) che saltano a piè pari le gerarchie sintattiche e balzano in primo piano. Ma concentriamoci sui dislivelli incorporati nelle scelte lessicali: suckled (high diction), breasts (medium), uberare (high), Tintoretto’s painting (high), tit (low), cunt (very low), pierced by the sharpest of longings (high, formal diction again).
Secondo Wood, che ha eseguito la catalogazione qui sopra descritta, il compito del traduttore, se non facile, sarà almeno chiaro: scavare nell’italiano alla ricerca di soluzioni che ora sprofondino nella più divertita volgarità; ora svolazzino, non senza ironia, verso un dettato più formale. Con una complicazione ulteriore: il registro più difficile da afferrare non è quello di tit o cunt, ma l’altro, quello sostenuto: perché il ricorso a termini di etimologia latina, magari abbastanza comuni in italiano, realizza, in inglese, un automatico innalzamento; e perché i riferimenti linguistici e pittorici sono, probabilmente, più familiari a un lettore europeo di media cultura che al suo corrispondente americano. È bene insomma tener presente che, dati gli stessi ingredienti, il contrasto tra impennate e sprofondamenti, nell’originale, è probabilmente più vistoso.
Gli usi speciali della lingua
Dunque la lingua - l’italiano, in questo caso - non è un corpo compatto buono per tutti gli usi, ma si modifica: adattandosi alle scelte stilistiche degli scrittori, ma anche in base alle esigenze comunicative dettate dalla situazione. A un diverso tipo di messaggio corrisponde un diverso tipo di lingua. In altre parole: esistono linguaggi che sono impiegati da gruppi di parlanti più ristretti rispetto a chi si serve dell’italiano normale, per parlare di determinati settori della conoscenza o ambiti professionali.
Le varietà linguistiche legate alle particolari situazioni d’uso, dette anche sottocodici, rientrano in due gruppi: i linguaggi speciali, o specialistici, forniti di un lessico particolare, male o per niente comprensibile ai non addetti ai lavori; e i linguaggi settoriali, che non possiedono un lessico specialistico, ma sono impiegati in aree particolari. Al primo gruppo appartengono per esempio i linguaggi delle scienze (la chimica, la fisica, la medicina) e della tecnica, il linguaggio giuridico, i linguaggi dello sport; al secondo gruppo appartengono il linguaggio del giornalismo e degli altri mezzi di comunicazione, e quello della politica.
I linguaggi specialistici sono dunque riconoscibili prima di tutto perché impiegano parole che un parlante, anche colto, può benissimo non conoscere. Talvolta sono vocaboli di uso comune che acquistano, nel contesto settoriale, un significato specifico, che sfugge ai non specialisti (in fisica, termini come momento, forza, lavoro). Oppure sono veri e propri tecnicismi. Chi conosce le parole anatocismo (capitalizzazione degli interessi di una somma dovuta) e sinallagma (obbligazione reciproca che in un contratto vincola entrambe le parti a prestazioni corrispettive)?
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