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Definire lo storytelling: liberarlo dal pregiudizio

Una deriva del senso

Perissinotto inizia raccontando episodi di suo nonno che non sapendo parlare bene la lingua, usava un italiano cristallizzato agli inizi del 900. Ci dice infatti, che molto spesso, usava il termine 'orgasmo' perché all'inizio del 900 questa parola veniva usata per affermare che si era super felici, come a dire: sprizzo felicità da tutti i pori e non aveva niente a che fare con la sfera sessuale. Motiva poi, che come il termine orgasmo, nel tempo ha avuto un cambiamento di importanza, anche per il termine storytelling succede la stessa cosa. Prima è stata una parola ricercata e poi un concetto banalizzato e snaturato. La sua mutazione dall’inglese non deriva solo da una moda, ma nasce dall’esigenza di un “termine ombrello” adatto a coprire la complessa galassia dei fenomeni legati alla narrazione, ma con il passare del tempo, il termine ha visto molte persone pensare, che tra “fare dello storytelling” e “raccontare balle” la differenza è minima. Va da sé che una tale ampiezza di significato dovrebbe indurci a precisare meglio il senso del termine ogniqualvolta il suo utilizzo si fa più specifico.

L’Oxford Dictionary definisce lo storytelling come 'l’attività di raccontare o scrivere storie', il concetto evocato include fenomeni che vanno dalla narrazione minimale quotidiana alla scrittura di Guerra e Pace. All’origine di tutti i fraintendimenti sul storytelling c’è la mancanza di precisione, data anche da una spiegazione del termine da parte di Wikipedia che non è perfettamente corretta. Christian Salmon, in un suo libro non sostiene lo storytelling, in quanto lo considera come uno strumento usato per condizionare le menti, affermando che lo storytelling nelle mani delle multinazionali o della politica è molto pericoloso. Per non commettere lo stesso errore, bisogna indagare in primo luogo l’essenza dello storytelling e solo in seconda battuta esaminarne i campi di applicazione.

Storie o narrazioni?

Anche il termine 'story' come il termine 'storytelling' non ha una spiegazione ottimale ed esaustiva, si tende perciò sempre a fare confusione. Per il Cambridge Dictionary, “story” significa:

  • Una descrizione, vera o immaginata, di serie di eventi connessi tra loro;
  • Il resoconto, su un giornale o in un notiziario radiotelevisivo, di qualcosa che è accaduto;
  • A lie (una menzogna).

Per l'Oxford Dictionary, “story” invece significa: un racconto di persone immaginarie o reali e di eventi narrati per divertimento. Possiamo affermare quindi, che come dice l'Oxford Dictionary per essere considerata una storia dobbiamo: trovare personaggi che con le proprie azioni possano mutare le vicende; e assicurarci che siano nate per intrattenere, mettendo da parte i racconti fatti tra amici, facendo quindi una grande distinzione con i resoconti di fatti concatenati causa-effetto, ma che non hanno la presenza di personaggi e quindi non possono essere considerate storie.

A dare vita e movimento al mondo narrativo sono quelle particolari entità che lo popolano e che in esso agiscono: i personaggi. Non per forza devono essere persone reali, possiamo anche parlare di personaggi immaginari dotati di pensiero umano. Proviamo allora, componendo i vari approcci, ad avvicinarci alla natura dello storytelling: lo storytelling è l’atto di trasmettere, indipendentemente dalle finalità, con parole (scritte o pronunciate), immagini, gestualità, musiche, suoni e altri possibili linguaggi, concatenazioni di eventi, veri o fittizi, che nascono dall’azione e dalla reazione di personaggi, anche questi veri o fittizi. Più semplicemente, lo storytelling è l’atto di trasmettere, per i fini più diversi e attraverso qualsiasi linguaggio, delle narrazioni tratte dalla realtà o frutto di invenzione. Ma quali sono i requisiti minimi perché una storia diventi una narrazione? Perché vi sia narrazione ci deve essere almeno un personaggio che orienta la sua azione verso il superamento di almeno un ostacolo che lo separa dal suo obiettivo. Personaggio-Azione-Ostacolo-Obiettivo.

Realtà, invenzione, menzogna

Non-fiction storytelling: Realtà: è il “lato chiaro” della forza del racconto. Fiction storytelling: Invenzione: fiabe, miti, tragedie ecc. (+ invenzione - realtà); Para-fiction storytelling: Menzogna: si tratta di una realtà che vuole apparire vera anche se è interamente inventata. Parliamo quindi non di racconto, ma di narrativa, che per l'Oxford Dictionary è: Una rappresentazione di una particolare situazione o di un processo effettuata in modo da riflettere o conformarsi a un insieme di obiettivi o di valori. Anche qui ci troviamo di fronte ad un'enorme imprecisione. La traduzione da narrative a narrativa in italiano è completamente inadeguata. Il termine narrativa era già usato per rappresentare un genere letterario, possiamo dire, che un racconto 'tendenzioso' rappresentare meglio il concetto di narrativa fatta nel para-fiction storytelling. L'aggiunta di elementi della realtà, guadagnato la fiducia del lettore il quale sospende la sua incredulità anche sul contenuto.

Raccontare il vero significa informare?

Sì. Ma l'informazione come si può rappresentare? L’informazione che mostra il minor grado di narratività è quella basata sul dato numerico (numeri, tabelle, istogrammi, report di sondaggi) e, proprio per il fatto di essere scarsamente narrativa, gode del privilegio di essere considerata più obiettiva di un’informazione in forma di racconto, avendo la capacità di coinvolgere maggiormente le funzioni razionali rispetto a quelle emotive. Ma c’è anche il rovescio della medaglia: l’informazione narrativa è in grado di creare emozioni, perché le emozioni rivelano problemi sociali molto più di quanto non facciano i numeri e le statistiche. E la grande forza del racconto sta, come abbiamo detto, nella rappresentazione delle persone: il racconto propone sempre un quadro con delle persone dentro, ci ricorda sempre che, come recitano diversi slogan pubblicitari, oltre le cose ci sono le persone.

Qualche considerazione sopra l'efficacia dello storytelling

Lo storytelling è una delle strategie di comunicazione più usate ed efficienti. Il racconto deve la sua forza alla sua capacità di coinvolgere il destinatario, di rendere concreto ciò che è astratto, di farsi ricordare nel tempo. Una narrazione è un testo che ti prende per mano e che ti accompagna fino alla fine. Il racconto ci fa dunque entrare in empatia con il personaggio: vediamo la sua storia stando al suo fianco e capiamo meglio le sue scelte, le sue motivazioni e il ruolo che ha avuto nel gruppo sociale. La narrazione suscita curiosità, mantiene viva la nostra attenzione, ci fa “preoccupare” per i personaggi coinvolti. Ma nelle storie non c’è amicizia allo stato puro, ma ci sono degli amici, non c’è coerenza in astratto, ma ci sono delle persone che rimangono coerenti, e così via. Il testo narrativo dà concretezza all’astrazione del valore trasformandolo in un oggetto o in un processo descrivibile in termini concreti. In questo movimento dall’astratto al concreto, il racconto non solo rende più chiari e accessibili i valori in gioco, ma facilita anche la memorizzazione di passaggi che per le persone possono essere cruciali.

Storytelling: linguaggi e tecnologie

Ci basta pensare che le prime storie furono dipinte dagli uomini preistorici sulle pareti delle caverne per comprendere che i linguaggi standard dello storytelling sono almeno due: la lingua storico-naturale e le immagini. Libri illustrati, fumetti e fotoromanzi nascono appunto dall'unione dei due linguaggi, ma l'arrivo della multimedialità fu data dalla presenza contemporanea di due sfere sensoriali diverse durante la stessa narrazione. Si pensi alla nascita della figura del cantastorie che raccontava con la voce la storia illustrandone con una bacchetta i passaggi della vicenda illustrati sul suo telo dipinto. Un altro esempio potrebbe essere la ballata o il melodramma dove troviamo sia l'udito che la vista. Analizzando invece il poema sinfonico, possiamo dire che partendo da un’opera letteraria, questa, viene sviluppata in musica per l'orchestra senza ricorrere al canto o ad altre forme di testo verbale. Ovvero la musica suona in base a ciò che l'opera letteraria narra, potendo dire che il racconto in musica è già noto agli spettatori. Possiamo quindi dire che mentre sul piano espressivo la musica gode di una totale autonomia, sul piano narrativo essa deve appoggiarsi ad altri linguaggi per dare vita a un racconto.

Gli strumenti digitali, come possiamo facilmente intuire, hanno un'importanza cruciale nella diffusione dello storytelling. Walter Benjamin scriveva che ogni uomo contemporaneo poteva avere la pretesa di essere filmato. Benjamin stesso, messo di fronte a Facebook, a Instagram o a Wattpad, si stupirebbe di quanto profetiche fossero allora le sue parole. Joshua Seigl era solito invece ripetere, che come scrittore gli piaceva l’idea di dare voce alle persone che non ce l’hanno. La gente oggi, ha bisogno di raccontare e i linguaggi multimediali dell’era digitale le permettono di fare.

Semiotica per storyteller

Fiction e non-fiction: contenuti diversi, ma stesse strategie

Scrivere un testo narrativo interessante non è però per nulla scontato: richiede abilità, mestiere, tecnica, conoscenza dell’universo narrativo. In breve, per fare del buon non-fiction storytelling occorrono gli stessi strumenti che sono necessari per scrivere dei buoni testi letterari o delle buone sceneggiature: l’unica differenza è che, nel caso della non-fiction, lo storyteller non è costretto a inventare la trama o i personaggi ma deve sempre rimanere fedele alla realtà dei fatti da raccontare e perciò rendere avvincente un racconto reale come la creazione di un prodotto o la biografia di uno sportivo richiede molta maestria, soprattutto nella sapiente disposizione degli eventi.

La narratologia

La narratologia, o semiotica della narrazione, è la disciplina che studia come sono fatte le narrazioni a prescindere, per quanto possibile, da ciò che contengono. Un racconto è, prima di tutto, il prodotto di un dispositivo comunicativo, di una sorta di macchina per generare storie; quello che interessa al narratologo non è il racconto in sé, ma la macchina che lo ha creato: egli studia il prodotto per risalire al processo. La narratologia che risponde alla domanda “come funziona una narrazione?” Le teorie narratologiche aiutano a raccontare e a scrivere meglio, rappresenta nell’arte del racconto, ciò che lo studio delle proporzioni o dei colori rappresenta in pittura. Occorre però precisare che la narratologia non nasce come disciplina progettuale, come metodo per pianificare le storie, ma piuttosto come strumento analitico.

Lo strutturalismo

La diffusione del termine narratologia coincide con la nascita dello strutturalismo. Gli strutturalisti sono stati i primi ad ipotizzare che esistessero, alla base dei vari racconti, regole compositive comuni. La scoperta di queste regole ci autorizza, appunto a parlare di narratologia e di tecniche della narrazione. Una tecnica è una sorta di esperienza codificata e riutilizzabile, considerando che gli strutturalisti lavorano per trovare un modello attraverso il quale descrivere il funzionamento di tutte le narrazioni, senza dimenticare che ogni racconto ha delle particolarità che gli sono proprie, se ogni racconto fosse un’entità a sé, se non avesse nulla in comune con gli altri, le tecniche della narrazione non potrebbero essere riutilizzabili e quindi non sarebbero tecniche. Si pensava ad uno “strumento unico di descrizione”, una sorta di lingua narrativa: ma secondo studi successivi, si giunse alla conclusione che non era possibile individuare un unico sistema di descrizione dei racconti, si è affermata allora, una volta per tutte l’idea della narrazione come composizione ordinata di elementi ricorrenti. Bisognava generalizzare i contenuti per renderli confrontabili tra loro.

Altro esempio: Se leggiamo solo la colonna di sinistra abbiamo l’impressione di un racconto completamente diverso, mentre se leggiamo quella di destra ci sembra, a ragione, di ritrovare esattamente la stessa storia; la verità sta nel mezzo: abbiamo due racconti che presentano un’identica successione di motivi. Con il termine motiv (motivo), intendo la più semplice unità narrativa, che, sotto forma di immagine, rispondeva alle richieste dell’intelletto primitivo e dell’osservazione quotidiana. Data la somiglianza o addirittura l’uguaglianza delle forme di vita e dei processi psicologici ai primi stadi dell’evoluzione sociale, motivi di tale genere potevano formarsi autonomamente e, allo stesso tempo, presentare tratti simili. Ecco che il motivo diviene una delle basi dell’analisi strutturale del racconto grazie alle sue tre caratteristiche fondamentali:

  • I motivi sono le unità minimali della narrazione, cioè sono dei “microracconti”;
  • I motivi possono concatenarsi tra loro per dare vita a racconti complessi;
  • I motivi sono sufficientemente generali per ritrovarsi in forme analoghe all’interno di narrazioni diverse.

Così, analizzando pezzo per pezzo cogliendo le relazioni che ogni parte intrattiene con le altre. Scomporre una storia vera in sequenze etichettabili come “Successo”, “Fallimento” o “Sfida” ci aiuta a focalizzare i rapporti di causa/effetto o a separare i passaggi più rilevanti da quelli che lo sono meno.

Intreccio e fabula

Partiamo dal concetto di trama: la trama è il risultato dell’unione organica di una serie più o meno ampia di motivi. Ma non è solo il riassunto fatto a posteriori dopo aver fruito dell’intera storia; essa ha anche un valore progettuale. La trama può, (non necessariamente), diventare la scaletta che lo scrittore segue per comporre la sua opera e non è detto che la trama/scaletta rispetti l’ordine cronologico degli eventi che contiene. Possiamo affermare, che coesistono due ordinamenti: quello logico-temporale in cui la causa precede l’effetto e il prima precede il dopo (FABULA) e quello arbitrario del racconto in cui i vincoli causali e temporali non sono necessariamente rispettati (INTRECCIO). Ma perché non raccontare le cose dall’inizio alla fine? Le ragioni per cui è preferibile dare ai motivi un ordine diverso da quello che essi hanno nella fabula sono di tre tipi:

  • Ragioni estetiche: una narrazione assolutamente lineare rischierebbe di diventare noiosa.
  • Ragioni compositive: contemporaneità degli eventi che provoca più catene causa-effetto in parallelo. Es: partendo raccontando un fatto e dover tornare indietro nel tempo per raccontare un'altra vicenda importante per la comprensione del fatto principale.
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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Alice Nettuno di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storytelling e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Perissinotto Alessandro.
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