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Introduzione: il mistero della ripetizione

Il 18 brumaio 1799 ai deputati del Consiglio degli Anziani fu annunciato che era stata scoperta una cospirazione contro la Repubblica e che quindi l’assemblea, insieme a quella dei Cinquecento, si sarebbe spostata a Saint-Cloud (10 km da Parigi), sotto la supervisione del generale Bonaparte. Nel breve discorso tenuto ai deputati egli li invitò a salvare la Repubblica, ma inserì anche uno strano avvertimento: “non si cerchino nel passato esempi che possano ritardare la vostra marcia”.

Questo libro si interroga sul significato della ripetizione storica per chi visse la Rivoluzione francese: in che modo l’idea che il passato potesse ripetersi influenzò parole e azioni? Karl Marx, ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852) vedeva nel 1848 una ripetizione hegeliana del passato. Questo passo è stato ripreso da molti autori: Harold Rosenberg, Gilles Deleuze, Walter Benjamin, Jacques Derrida...

Michel Foucault scrisse che il pensiero moderno è soggetto al “fascino sottile della ripetizione”. Ciò deriva senz’altro dalla maniera di pensare il mondo attraverso la storia: lo “spazio di esperienza” e l’”orizzonte di attesa” (Koselleck) influenzano fortemente la nostra maniera di interpretare il presente, mostrandoci ogni evento come la ripetizione di qualcosa che è già avvenuto.

Ciò avviene spesso nel caso delle rivoluzioni (già dal termine, un ritorno al punto di partenza). Gli storici hanno generalmente eluso la questione, ma ora, compresa la poca efficacia delle serie metastoriche, si esamina questo aspetto nell’esperienza concreta e nelle elaborazioni discorsive degli attori coinvolti, come avviene in questo libro.

L'illusione di rifare l'antico: Chateaubriand

Una riflessione sulla ripetizione storica si presentò già durante la Rivoluzione, a proposito del Terrore giacobino: questa deriva pareva dimostrare gli effetti nefasti prodotti dall’“illusione” di rivivere la storia greca e romana, che aveva portato a distorcere il presente. Con Termidoro, la tesi dell’illusione diventa la spiegazione (critica) per la deriva terrorista (es. berretto frigio: falso storico).

L’Essai sur les revolutions di François-René de Chateaubriand (1797) è il testo fondativo di questa tesi: secondo l’autore, i capi giacobini, semiletterati invasati che confondevano tempi e luoghi, hanno tentato di modellare la Francia su Sparta, producendo però solo una “fatale copia”, fatta di passato frainteso e presente incompreso. Lo stesso Chateaubriand cita dei parallelismi con l’antichità (Cartagine-Inghilterra), ma questi sono “involontari”, non mossi dalla volontà di imitare l’antico.

L’autore crede comunque che la reiterazione permetta di intuire la direzione che prenderà il presente: crede che la Francia avrà la meglio sulle potenze europee, ma che la Rivoluzione si trasformerà in un altro regime politico. Nella riedizione del testo del 1826, pur rivedendo diversi punti, riconoscerà di aver avuto ragione.

François Hartog individua nel passaggio tra i due testi un valico nella concezione di storicità che riguarda tutta la modernità: dalla storia come exemplum alla storia come progresso (cerchi concentrici, ma che ogni volta si allargano, per cui non c’è ripetizione netta).

Davanti al bivio della storia: Marx

Hartog non considera però un aspetto fondamentale: la Rivoluzione francese, che guardava al passato, diventa poi essa stessa il paradigma per tutte le rivoluzioni future, un oggetto di culto come lo era l’antichità per i giacobini. Lo rileva già Marx parlando del 1848 e di Luigi Napoleone: “la tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi” e si ripropone proprio quando sembra che invece sia più intenso il cambiamento.

Marx distingue tra due tipologie di ripetizione storica: una ripresa sterile e parodistica del “copione” della Rivoluzione francese, come nel caso di Luigi Napoleone, ma anche un espediente necessario a produrre l’azione (mentre Chateaubriand interpretava la ripetizione solo come illusione). Nonostante gli avvertimenti di Marx, la Rivoluzione diventerà un canone, rimanendolo anche nel XX secolo e venendo adottato dagli stessi marxisti nella rivoluzione russa.

Il tema della ripetizione nella storiografia Novecentesca

La distinzione di Marx tra ripetizione produttiva e ripetizione sterile sta alla base della tendenza della storiografia “scientifica” a svalutare l’esempio del passato e della ripetizione nella Rivoluzione francese: Georges Lefebvre, ad esempio, criticava l’idea di Harold T. Parker che il culto per l’antichità avesse influenzato “lo stato mentale e le azioni” dei rivoluzionari: esso era solo un modo per dare una coloritura romantica e retorica alle loro azioni. Questa interpretazione avrà la meglio per tutto il Novecento (Furet, Vovelle...): la Rivoluzione ha influenzato la storia successiva, ma senza essere particolarmente influenzata da quella precedente.

Solo in tempi recenti la questione è stata ripresa. Keith Michael Baker riprende la tesi classica di un’influenza nefasta dell’antichità sulla Rivoluzione, ma concentrandosi sul piano delle parole: all’origine del Terrore sta l’acritica fusione della retorica illuminista con quella del repubblicanesimo antico, ripresa non in maniera analogica (contestualizzando), ma in maniera rigida.

Studi di antichistica si sono concentrati a ricostruire e quantificare l’effettiva presenza dell’eredità antica nelle leggi e nelle istituzioni rivoluzionarie, ma senza considerare le pratiche di reinvenzione della tradizione. Paul Martin è tra i pochi a ritenere che la memoria di Roma abbia effettivamente contribuito alla nascita dell’ideologia rivoluzionaria, non solo per l’imitazione da parte dei rivoluzionari, ma anche per via di un’effettiva produzione di parallelismi storici dovuta a un universo mentale che accomuna il pensiero politico romano, quello rivoluzionario, quello marxista... (come gli “avatar” delle mitologie).

Questo libro segue una prospettiva diversa e prende effettivamente sul serio il significato degli eventi passati per gli attori storici della Rivoluzione, nella loro situazione di incertezza verso il futuro: dovendo prendere delle scelte difficili, essi avrebbero cercato degli schemi conosciuti, valutando quali situazioni del passato era più auspicabile che si riproponessero. Si analizzeranno quindi i discorsi intrattenuti “prima” di certi eventi, e non “dopo”.

I. Una storia fatale

In uno degli ultimi scritti di Georges Dumezil, un testo dialogico e autobiografico, il vecchio professore protagonista, parlando della presunta profezia di Nostradamus a proposito della fuga di Luigi XVI a Varennes, illustra ai suoi allievi la possibilità che esista un varco tra passato e presente, un’intuizione extratemporale. Dumezil cita invece solo di sfuggita i casi storici che Luigi XVI doveva sicuramente avere in mente quando si arrischiò a fuggire dalle Tuileries il 20 giugno 1791, venendo poi fermato a Varennes: Childerico II, Enrico III, Enrico IV, Mazzarino e la regina Anna, Carlo I Stuart...

Parlando della possibile influenza di eventi storici del passato sulla decisione di Luigi XVI la questione centrale è la contraddizione tra l’unicità di ciascun evento e la possibilità di “leggerlo” come parte di una serie di avvenimenti simili. Non per spiegarlo a posteriori, ma per prevederne gli effetti e fare una scelta. La storiografia ha a lungo trascurato il fatto che per i due anni precedenti la stampa rivoluzionaria aveva continuamente prospettato l’idea di una fuga. Qui si sottolineerà la rilevanza di quella riflessione politica che cercava di prevedere il futuro guardando al passato.

Il dramma inglese

Alexandre Dumas padre, ne La route de Varennes, indica la fuga come l’evento spartiacque della Rivoluzione, senza cui non ci sarebbero stati la guerra civile, il Terrore e Napoleone. Tra le cause di quell’evento, Dumas adduce l’influenza del precedente storico della rivolta contro Carlo I Stuart, che Luigi XVI conosceva bene: aveva infatti avuto un quadro dello Stuart sempre sotto gli occhi, aveva tradotto la History of England di Hume... Ancora adolescente, aveva già scritto sull’esemplarità del caso inglese.

L’influsso del precedente inglese era dunque molto forte sul carattere titubante del sovrano, anche perché molti suoi collaboratori, fin dal 1788 avevano sottolineato i parallelismi con la Rivoluzione inglese (Simon-Nicolas Linguet, Malesherbes, Charles-François Lebrun). Dopo la presa della Bastiglia, il giornale monarchico “Actes des Apotres” iniziò a pubblicare racconti (“tableaux”) che collegavano gli eventi presenti alla vicenda inglese, sperando che l’immagine degli errori ed orrori di quest’ultima spingesse a non ripeterli.

Lo scenario trecentesco: Stati generali e rivolta

Dopo la convocazione degli Stati generali a fine 1788, sempre Linguet aveva prospettato al re la riproposizione degli eventi parigini di metà Trecento, cioè l’insurrezione di Etienne Marcel (1356-58) contro il delfino reggente Carlo di Valois (futuro Carlo V il Saggio). Quella volta, Carlo si era ritirato nello Champagne per raccogliere un esercito e aveva poi ristabilito l’ordine a Parigi. In effetti c’erano diverse somiglianze, ad esempio la “Grande paura” nelle campagne come la jacquerie.

Il parallelismo era quindi evidente, oltre che al re stesso, a molti altri, anche nel dibattito pubblico. Nel 1788 il drammaturgo Michel-Jean Sedaine aveva pubblicato una tragedia dedicata ai fatti trecenteschi, scritta nel 1770 ma mai rappresentata perché ritenuta pericolosa per la monarchia. La presa della Bastiglia richiamava direttamente quegli eventi, perché era stato proprio Carlo V a costruirla, e in generale i fatti del 1789 sembravano un deja vu. Anche su questo punto, i tableaux invitano a non ripetere le atrocità di allora.

In questo quadro, tra la fine del 1789 e l’inizio del 1790, dopo il tentativo di fuga del marchese Favras, comparve anche il tema della fuga del re. Per prospettare i possibili luoghi di fuga si ricorreva alle vicende del passato.

Nel 1790 la crisi trecentesca venne ripresa da un’altra opera teatrale, la Parigi salvata o la cospirazione mancata di Jean-Louis Gabiot, accusata di plagio rispetto a quella di Sedain, ma che a differenza di quest’ultima fu messa in scena perché trasmetteva un messaggio espressamente filomonarchico. Nell’opera, infatti, il Delfino Carlo predice una monarchia costituzionale.

La scelta della fuga

Carlo I Stuart e Carlo V di Valois, su cui si concentravano tutti i paragoni storici, erano accomunati dall’aver abbandonato le loro capitali in mano ai rivoltosi: il primo per due volte, ma senza successo; il secondo invece con più fortuna.

Nei giorni prima del 14 luglio, si era prospettata la possibilità di trasferire la corte a Compiègne e gli Stati Generali a Noyon o Soissons. Le proposte in questo senso si moltiplicano poi dopo la presa della Bastiglia, ma Necker rifiutò di spostare la corte per ragioni economiche e Luigi XVI rifiutò l’idea di recarsi a Metz e radunare un’armata per non ripetere l’errore di Carlo I e avviare una guerra civile.

Le numerose esortazioni (es. dalle Province), che continuano per tutto il 1790, ricorrono sempre più di frequente al parallelismo storico: Mirabeau (?) come Etienne Marcel, i decreti del 4 agosto come la Grande ordonnance del 1357, la “Grande paura” come la jacquerie...

Mirabeau, in realtà, era stato l’autore di un famoso piano di fuga: il sovrano non doveva fuggire oltre confine, né prendere le armi; doveva uscire dalla capitale in pieno giorno e a testa alta, verso Rouen, mentre si volgeva l’opinione pubblica contro gli eccessi rivoluzionari di Parigi. Trasferita la corte a Compiègne o a Fontainebleau, il re avrebbe archiviato la Costituente e convocato una nuova assemblea. Il già citato giornale monarchico “Actes des Apotres”, ricordando l’errore di Carlo I, sosteneva questa idea.

La morte di Mirabeau il 2 aprile 1791 fece saltare il piano e il re si affidò al barone di Breteuil, che mirava a una piena restaurazione monarchica. Luigi XVI era invece titubante, essendo sempre contrario a fuga fuori confine e a ogni violenza contro i suoi sudditi. Alla fine, però, si decise: quella notte del 20 giugno 1791, la famiglia reale fuggi verso la piazzaforte di Montmedy, senza arrivarci mai. Forse una volta lì avrebbe fatto come Carlo V, ma molti a corte erano convinti che sarebbe finita come nel caso inglese.

Dopo Varennes

Varennes segna un punto di svolta non solo nelle vicende della Rivoluzione, ma anche nell’uso della storia per la polemica politica. L’avverarsi delle “profezie” riguardo alla fuga, presentate fino ad allora dai monarchici, convinse anche i rivoluzionari a seguire la strada delle analogie storiche (avviene una “sincronizzazione” tra la Rivoluzione e gli eventi del passato).

Non che i rivoluzionari non avessero guardato alla storia fino a quel momento. È vero, contro il tentativo di attenuare le richieste del Terzo Stato nella casistica dei precedenti storici, molti avevano dichiarato una rottura rispetto alla storia. Tuttavia, fin dal 1787, i liberali avevano immaginato una rigenerazione della Francia come un ritorno agli albori della monarchia franca. Dopo la fuga del re, la storia diventa una risorsa per immaginare i vari tentativi controrivoluzionari e valutare le possibilità di degenerazione della Rivoluzione nella demagogia e nella dittatura (Cesare e Cromwell).

Brissot e i suoi, in particolare, si fondarono sulla sensazione di deja vu per avviare, all’indomani di Varennes, una martellante propaganda a favore della guerra contro le potenze straniere, chiamando in causa la lotta di greci e romani contro la tirannia. Robespierre, invece, si opponeva, prospettando la possibilità che si affermasse un generale dittatore.

Nel 1793, l’abate Charles-Joseph de Bevy, storiografo di Luigi XV, scriveva il Manuale delle Rivoluzioni seguito dal parallelo tra le rivoluzioni dei secoli precedenti con quella nostra. Luigi XVI, dal canto suo, continuava a basarsi sul “dramma inglese” rifiutandosi di autorizzare un’insurrezione di realisti: “ho meditato a lungo per quasi tutta la vita la storia fatale di Carlo I e non mi sono mai arreso all’idea di un re che prende le armi contro i suoi sudditi.

II. Aspettando un generale

A metà aprile 1790, il duca d’Aumont, pari di Francia, pretese, con richieste ambigue, di prelevare dei soldi dal “forziere” della monarchia, a cui era di guarda in quel momento il signor Collard, ufficiale volontario della Guardia nazionale. Questi si rifiutò categoricamente e il nobile lo fece sfidare a duello dal barone de Bazancourt. I due decisero infine di non duellare, ma Collard perse il posto.

Il settimanale patriota “Revolutions de Paris”, che raccontò il fatto, riteneva che de Bazancourt avesse voluto intimidire Collard per coprire gli intrallazzi del duca, movimenti di denaro probabilmente legati a un futuro colpo di Stato per l’instaurazione di una dittatura militare.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gringoire8 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Lucrezio Monticelli Chiara.
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