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Capitolo 1 – I regni romano-barbarici successori dell’impero

Edward Gibbon descrive le contraddizioni interne che condussero al declino e alla caduta dell’impero romano: questo fu uno stato civile in cui i cittadini hanno perduto la loro ambizione e le loro virtù militari e hanno abbandonato i valori del pubblico servizio sotto l’influenza della chiesa. Ovvio che con queste premesse fu facile preda dei barbari.

Poter Brown smentisce Gibbon in alcune definizioni: l’impero romano può essere anche visto come un mondo dove nelle élite la libertà nazionale non era un problema. I romani avevano da sempre un occhio di riguardo per tutti i gruppi e tribù, fornendo così spazio per la coesistenza di diverse forme di organizzazione. In un certo senso, quindi, l’impero sopravvisse anche ai suoi successori barbarici.

Patrick Geary affermava che lo straordinario successo dell’impero romano fu dovuto anche alla sua capacità di integrare più o meno saldamente vari gruppi anche al di là delle sue frontiere. Inoltre l’esercito romano offriva la possibilità ai barbari più coraggiosi di adottare la romanitas, quindi fare carriera nell’esercito. La paga regolare e le razioni (annona) che i soldati ricevevano, con l’aggiunta di donativi e donazioni di terra ai veterani, rendevano l’esercito attraente. Verso la fine del IV secolo più della metà degli ufficiali romani erano di origine barbarica.

L’aristocrazia senatoriale, nonostante le sue immense ricchezze e la sua influenza, aveva perso il controllo delle forze armate, ampliando così il fossato che separava esercito imbarbarito e autorità civili. Nel 476 Odoacre apre la serie di insignificanti imperatori d’occidente: era la non-fine dell’impero romano. Il processo di assimilazione dei guerrieri barbari venne facilitato dal sistema di potere ora in atto che lasciava spazio a forme di lealtà personale all’interno del sistema burocratico.

I generali tardo romani, sia barbari che romani, erano usi a mantenere un loro seguito di bucellarii, soldati privati privilegiati che dovevano il loro nome al pane di migliore qualità che mangiavano. Poi l’esercito veniva anche organizzato in base a criteri etnici o regionali, quindi questo ispirava lealtà specifiche. Il sistema romano possedeva quindi vari sistemi per appianare le dispute interne tra romani e non, ma dalla fine del IV secolo il sistema di equilibri che l’amministrazione imperiale aveva sviluppato per smorzare le forze centrifughe cominciò ad incepparsi in varie parti dell’impero.

Dall’anno 400 in poi i re barbari estesero il loro controllo all’interno del sistema romano, riempiendo gradualmente gli spazi in via di ampliamento che la società tardo romana apriva ai comandanti militari di successo. Il primo di questi re a mirare direttamente al cuore antico dell’impero, l’Italia, fu il visigoto Alarico. I visigoti attraversarono il basso Danubio nel 376 d.C. a causa della pressione unna. L’imperatore Valente si era dapprima rallegrato alla prospettiva di guadagnare così tanti nuovi soldati, ma i suoi corrotti ufficiali organizzarono talmente male la loro interazione da spingerli alla ribellione e a uccidere l’imperatore, distruggendo il suo esercito ad Adrianopoli nel 378. Con il trattato del 382 vennero insediati in una provincia romana come gruppo distinto per rimpiazzare le truppe regolari romane.

Intanto fu eletto Alarico re, e nel 410 i Goti saccheggiarono Roma. Presto i visigoti si espansero anche in Spagna, dove prevalsero sui Vandali. E dopo la sconfitta per mano franca nel 508, la residenza venne spostata a Toledo. Grazie al vescovo goto Ulfilia, che aveva tradotto la Bibbia nella propria lingua, i goti abbracciarono il cristianesimo nella sua forma ariana e nel 589 al cattolicesimo. I visigoti dominarono la Spagna fino alla conquista musulmana del 711. Già da tempo quindi i visigoti avevano abbracciato la romanitas.

Altri popoli invece no: Vandali, Alani e altri barbari entrarono in Gallia nel 406, verso la Spagna e infine sbarcarono in Nord Africa nel 429. Coltivavano grano, importante per Roma che la fece provincia vicino a Cartagine. Ma l’impero non abbandonò mai la speranza di riconquistare la sua vecchia provincia e nel 533-534 Belisario, il generale di Giustiniano, distrusse il regno vandalo.

Ancora più breve fu il dominio ostrogoto in Italia. Tra il 488 e il 493 il Regno di Teodorico diventa una buona sintesi tra amministrazione e civilitas romana e dominio e esercito goto dall’altra. Ravenna, la capitale, divenne uno splendore. Ma le tensioni interne non mancavano: quando la figlia di Teodorico, Amalasunta, fu assassinata dal cugino Teodato nel 535, l’imperatore Giustiniano colse l’opportunità di scatenare i suoi eserciti contro gli Ostrogoti (Guerra greco-gotica 535-553). Alla fine l’Italia tornò sotto il controllo romano. Ma arrivò un altro popolo barbarico: i Longobardi nel 568. Il loro re Alboino riunì una buona coalizione e lottò contro i romani. Ma i longobardi non riuscirono mai a controllare l’intera penisola.

Gli uni quindi si integrarono agli altri nei luoghi in cui coesistevano, e come per i Goti, anche in questo caso la Chiesa fece da intermediario. Roma e la capitale tardo romana Ravenna rimasero sotto l’influenza bizantina fino al 8 secolo, mentre i longobardi regnavano a Pavia. La potenza che mise fine al potere longobardo nel 774 arrivava dai Franchi, parte della popolazione Germana.

Erano buoni guerrieri, combattevano a piedi. Oltre il Reno vi erano questi Germani divisi in due grossi gruppi: franchi e alamanni, dominati da re e capi locali che gradualmente si espansero. Nel 500 il re Clodoveo raggruppò tutti insieme. Clodoveo era un abile stratega, inscenò anche la sua conversione al cattolicesimo, divenendo così amico di Costantinopoli e dopo la caduta del regno ostrogoto si accaparrò le province romanizzate della Gallia sud-orientale che diede loro il controllo della maggioranza dei passi alpini, quindi un facile accesso all’Italia.

La dinastia merovingia, che Clodoveo e i suoi figli avevano consolidato, ebbe prestigio che si mantenne per 250 anni, nonostante la suddivisione tra più re. Il mondo franco comprendeva sia regioni romanizzate, dove l’aristocrazia senatoriale romana continuava ad avere potere, sia aree mai state sotto i romani, sia province in cui la vita romana era decaduta. Molte usante amministrative e giurisdizionali romane continuarono ad essere usate, come il latino.

Fin dal 4 secolo molti uomini avevano scelto la religione cristiana, invece che lo stato, e dai franchi uscirono molti vescovi che trovarono ampie possibilità di dominare la vita pubblica. Quelli che scelsero l’esercito divennero invece proprietari terrieri, attraverso il sistema di proprietà tardo domani. Nel corso del tempo le donazioni di terre vennero ritenute come ricompense per i servizi militari al re e una base per mantenere un numero appropriato di soldati. Questo processo condusse al sistema medievale della distribuzione della ricchezza e del potere, chiamato feudalesimo.

I primi a trarre vantaggio da questo potenziale sistema furono i Carolingi che usurparono il potere all’interno del sistema merovingio e infine eliminarono la vecchia dinastia nel 751. Nella seconda metà del 8 secolo il regno dei Carolingi guadagnò il controllo di quasi tutto l’impero occidentale, tranne che per le parti sotto dominio musulmano. Carlo Magno, attraverso i suoi conti (comites) governava l’Italia come erede degli Ostrogoti e dei Longobardi; i Pirenei come erede dei Visigoti; la Pannonia, l’Alamannia e la Baviera per tutti gli altri Germani.

Solo la Britannia non passò sotto i carolingi: i Britanni si erano alleati con Angli e Sassoni che avevano attraversato il mare del Nord per installarsi in Britannia per servire come federati. Col tempo questi si organizzarono in regni regionali come la Northumbria. Nel complesso l’organizzazione militare romana, col tempo, iniziò a svanire. I re barbari non potevano più permettersi di pagare i soldati e crearono il sistema lealistico dei liberi guerrieri e fu proprio questo che portò al loro successo. Spesso bastava grantire gli approviggionamenti a questi eserciti e offrire bottini e prestigio in cambio di lealtà. Una volta stanziate, alle unità barbariche venivano assegnate terre o percentuali sulle entrate fiscali, ma col tempo il sistema fiscale scomparve e fece la sua comparsa l’aristocrazia guerriera di possidenti terrieri, in grado di mantenere un seguito personale con i proventi delle proprie terre.

Oltre questo metodo di integrazione, i regni barbarici mantennero anche altre forme di integrazione come l’espansione della fede cristiana e l’uso del latino come forma di scrittura per la comunicazione (tutti i codici erano scritti in latino). La peculiarità di questi popoli barbarici è che al loro interno incorporavano numerosi altri gruppi di barbari e che questi regni erano abbastanza flessibili da integrare stili di vita tardo domani e barbarici in una struttura ancora romana.

Per quanto riguarda l’impero romano sopravvisse ancora in Oriente ma trovò molti ostacoli con l’espansione islamica e il califfato. Vi erano anche gli slavi che dominarono per molto tempo in modo stabile nei Balcani e nel Peloponneso. In occidente il declino avvenne più velocemente: i regni di Vandali, Visigoti e Longobardi crollarono; i regni anglosassoni risentirono delle incursioni vichinghe e infine caddero sotto i Normanni nel 1066; il regno franco cadde a pezzi poco a poco dopo Carlo Magno.

Capitolo 2 – Alamanni e Franchi prima di Clodoveo

La dinastia dei franchi a inizio da due popolazioni: i Salii, siti nell’alto Reno (dal termine salico=compagno; antico collegio romano di sacerdoti. Nel 510 fu varata la Lex salica); e i Ripuari, siti nel basso Reno, erano una truppa di guardia romana. Gli Alamanni devono il loro nome all’Alamannia, il primo nome romano di una regione fino a quel momento senza nome, che prima era divisa in due provincie. Dei franchi Fregadario diceva che discendessero dai troiani, ma il tutto ha più un carattere leggendario che veritiero.

Anche gli uomini che abitavano lontano dal confine romano erano in rapporto dialettico con la cultura mediterranea, e franchi e alamanni, che vivevano sul territorio romano e vicino ad esso, furono fortemente influenzati da Roma (basti pensare alle loro leggi, prima trasmesse oralmente poi trascritte tutte in latino). Inoltre conversione e sottomissione furono forti alleate nell’integrazione franca. Clodoveo la utilizzò anche su stesso per vincere sugli alamanni. Ma fu usata o assimilata? Molti storici infatti sono dell’idea che la cristianizzazione franca era diventata da lungo tempo irreversibile e che Clodoveo avesse già da tempo battezzato i suoi figli.

La trasformazione del mondo romano, per capirla al meglio, non deve la sua colpevolezza solo alle invasioni barbariche. Già nel periodo tardo romano, le guerre civili mieterono molte vittime e per di più destabilizzarono la situazione nelle regioni di confine. Infuriavano varie battaglie tra barbari sia all’interno che all’esterno dei confini dell’impero romano, con e senza intervento romano. Il fatto però che alcune popolazioni come Franchi e Alamanni abbracciassero il sistema romano, rese la loro integrazione più agevole, anche a livello storico. Difficilmente si parlava negli scritti storici romani dei re barbarici e degli Alamanni si parla per la prima volta come protagonisti politici nelle Variae di Cassiodoro. Invece dei Franchi si è scritto molto di più. Sembra che ad un certo punto tutta la storia volga a favore dei Franchi.

Come mai? La fine della dinastia di Costantino nel 364 e l’ascesa di Valentiniano I portarono chiaramente un cambiamento nella politica barbarica. Ammiano Marcellino racconta come all’inizio del periodo di governo di Valentiniano degli inviati Alamanni vennero offesi. Prima alcuni ufficiali Alamanni avevano potuto raggiungere nell’esercito romano le più alte cariche, ora a distanza di due generazioni le cose cambiarono. Già Giuliano aveva promosso ufficiali franchi e dopo la sua morte cominciò presto il periodo dei generali franchi.

Contingenti franchi riuscirono a costruire reti di rapporti nel nord della Gallia (cosa preparata da tempo), anche se non attraverso una massiccia colonizzazione, ma con la creazione di contatti a livello regionale e locale. Molto prima del battesimo di Clodoveo i Franchi si erano abituati anche alla collaborazione con la chiesa e la loro maggiore capacità di integrazione assicurò loro un miglior accesso alle risorse che la Gallia aveva ancor sempre da offrire. La superiorità franca si capisce anche dalle tombe allineate ritrovate che rispecchiano un rafforzamento dello stato di aggregazione della società.

L’ascesa di Clodoveo non avvenne però nell’ambito di un conflitto così polarizzato fra due centri di potere. Il suo contributo alla costruzione del regno merovingio consistette proprio nel rompere vecchie lealtà e acutizzare i conflitti, fino a che un avversario ostile cadesse. Il successo del modello franco non creò nell’ambito di potere merovingio, un popolo franco unito, ma relazioni etniche più chiare.

L’etnogenesi alamanna non è naufragata neanche a causa della vittoria di Clodoveo (Zuplich 496). Le due popolazioni avevano grossi parallelismi tra loro come lo svilupparsi a stretto contatto e in diretto contrasto con la zona di concentramento del potere romano sul Reno. Ma il forte afflusso delle regioni lontane da Roma si fece sentire di più negli Alamanni e la romanizzazione procedette solo lentamente.

I franchi venivano considerati anche dai romani stessi i Germani per eccellenza, anche se spesso si manteneva la distinzione tra entrambi: si parlava di Franciae Nationes, Francorum gentes o di Alamannici populi. Qui sta la differenza fondamentale. Questa gens franco rumabbracciò altre gentes e diede luogo ad una serie di processi etnici complementari; inoltre la sconfitta contro Clodoveo limitò gli Alamanni alla loro zona di partenza, dove all’insuccesso militare comunque seguì uno sviluppo etnico duraturo.

Fino al 500 franchi e alamanni si svilupparono essenzialmente in parallelo: integrazione di gruppi armati e di gruppi di insediamenti locali sotto un unico nome; organizzazione regionale con tendenza alla centralizzazione; attacchi alle regioni confinanti senza grossi movimenti migratori. Ma dopo il 500 iniziarono a distinguersi: il nome franco si riferiva a una realtà politica e al suo ceto dirigente, mentre col tempo gli alamanni furono sempre più percepiti come una associazione etnica.

Capitolo 3 – Identità etniche e nomi nelle isole britanniche: una prospettiva comparativa

La Britannia della metà del 6 secolo non era ancora parte del mondo romano. Ci vollero secoli prima che gli Anglosassoni diventassero anglosassoni, tanto che anche il termine stesso viene coniato solo dagli intellettuali carolingi. La storia degli etnonimi delle isole britanniche è piena di paradossi. Oggi i loro abitanti si chiamano British, ma è anche vero che i britanni veri e propri che mantennero la loro identità presero il nome di Welsh, derivato dal termine germanico che designa le popolazioni romanze, benché avessero da tempo smesso di parlare latino; solo in Europa continentale rimase un paese “britannico” chiamato Bretagna.

Scotti, il nome che nell’alto medioevo designava gli Irlandesi, si spostò verso la Scozia e il termine per la lingua gaelica (gaelico) preservato nell’Irlanda moderna è legato al nome dell’antica Gallia. Il nome english risale a uno dei gruppi conquistatori del 5 secolo, mentre quello dei sassoni sopravvive come radice dei termini gallese e gaelico (saeson) per “inglese”. Gli ultimi invasori, che fondarono il regno moderno, chiamati normanni, non riuscirono a dare il loro nome al regno come avevano fatto in Normandia, da dove provenivano.

La terminologia quindi non racconta storie di identità ben definite. I nomi etnici sono delle astrazioni: non riflettono semplicemente i fatti naturali ma rappresentano la costruzione di un modello storico. Le comunità etniche indicate da essi non sono i soggetti della storia, sono solo un tipo di comunità che può aver dato significato alle azioni del gruppo. La maggioranza degli anglosassoni probabilmente agiva nel nome dei legami familiari o del proprio regno, oppure del proprio gruppo sociale, ma non in nome di un popolo chiamato “anglosassoni”.

La molteplicità della terminologia etnica costituisce la regola nell’Europa altomedievale, specialmente laddove mancava un centro di potere in grado di monopolizzare i nomi e le tradizioni. Alcuni nomi coesistono con una grande abbondanza di designazioni alternative, come nel caso dei goti che vengono chiamati sciti o got e lo stesso dei franchi che vengono chiamati celti e germani. Nell’etimologie di Isidoro, nel tentativo di dare un catalogo sistematico dei popoli che possono essere fatti risalire genealogicamente ai figli di Noè della Bibbia, egli include non solo i popoli della sua epoca, come goti e longobardi, ma anche comunità regionali come toscani e umbri.

Nell’Inghilterra anglosassone la coesistenza di comunità locali, regionali e altre è esemplificata benissimo dal Tribal Hidage, dove sono elencate innumerevoli unità. La Britannia altomedievale costituisce quindi un ottimo esempio dell’ambiguità dei nomi etnici e della difficoltà del trovare termini appropriati per delle unità “etniche”. In Beda troviamo una forte coscienza della pluralità etnica della Britannia. All’inizio della sua Historia ecclesiastica afferma che nella regione ci sono Anglorum, Brettonum, Scottorum, Pictorum et Latinorum. Ognuno di questi popoli ha una sua lingua ma sono uniti dallo studio del latino. Beda prosegue poi descrivendo l’arrivo degli Angli, dal mare, visto piuttosto come un gruppo di popoli e non un'entità monolitica.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Artifoni Enrico.
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