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Capitolo 1 – Un giovane aristocratico romano

Una famiglia senatoria

Il futuro vescovo apparteneva all'élite sociale romana, quell'aristocrazia senatoriale che aveva mantenuto prestigio sociale e potere economico, pur nella crisi delle istituzioni romane. La drammatica guerra combattuta tra bizantini e goti nella penisola aveva determinato una crisi irreversibile del senato come istituzione politica, anche se non aveva mai smesso di esistere. La crisi dell'istituzione non segna la fine dell'identità e della consapevolezza del gruppo sociale, ma certamente ne accelera i processi di trasformazione.

Nelle lettere di Gregorio egli si rivolge con tono di rimprovero alle sue aristocratiche corrispondenze. Le opere di Gregorio sono le fonti principali per la ricostruzione della fisionomia sociale, religiosa e culturale della famiglia. Conosciamo così la parentela con il pontefice Felice II, suo trisavolo; conosciamo il nome della sua zia materna, Pateria, destinataria di un sussidio per il mantenimento degli schiavi e abbondanti sono le notizie sulle zie paterne, ricordate per la loro scelta religiosa, conclusasi con esiti diversi.

Il racconto dei santi prevede non solo il rifarsi alle testimonianze antiche, ma anche a notizie rielaborate, vere e proprie leggende che con il tempo acquisiscono una inaspettata storicità. Anche Gregorio non è sfuggito a questo processo di rielaborazione dei dati biografici. La parentela con il pontefice Agapito, di illustre famiglia senatoriale romana, era evidentemente finalizzata ad accrescere il prestigio del papa. Le testimonianze più antiche però non possono confermare questa parentela le cui sole deboli basi sono il comune ambiente sociale.

Agapito aveva fondato una biblioteca in un luogo adiacente al palazzo di famiglia e la prossimità del monastero fondato da Gregorio nella sua casa paterna con la biblioteca di papa Agapito potrebbe ipotizzare che questo sia stato uno dei luoghi di formazione del pontefice, ma nulla autorizza a evincerne rapporti familiari. Le altre fonti coeve offrono poche e frammentarie notizie sui membri della sua famiglia. Il Liber Pontificalis conferma la sua nascita romana, senza data, e fa il nome del padre Gordiano, che ricopriva una carica pubblica minore, il regionarius, secondo Giovanni Diacono.

Il padre morì nel 573 forse quando Gregorio era prefetto della città, permettendogli così di entrare in possesso del patrimonio e cominciare a dar corso alla sua vocazione con la trasformazione dell'abitazione sul Celio in monastero. Della madre Silvia è attestata solo da biografie posteriori. Il legame di stima e affetto di Gregorio verso i suoi genitori è testimoniato dai loro ritratti fatti eseguire dallo stesso Gregorio nell'atrio del monastero di Sant'Andrea al Celio ed è sempre Diacono a descriverne i dettagli minuziosi, fornendo una descrizione fisica anche dei ritratti.

I due ritratti facevano parte di un vero e proprio programma iconografico e vanno considerati testimonianza eccezionale di una forte consapevolezza della propria identità familiare. Qualche altro membro familiare spunta dalle lettere gregoriane, come i fratelli, di cui un Piero.

La formazione culturale

La sua formazione costituisce uno dei problemi della biografia di Gregorio. Gregorio di Tours lo descrive come grande letterato, a Roma nessuno lo eguagliava in grammatica, dialettica e retorica. Sul versante della cultura classica le espressioni di condanna presenti nelle opere del pontefice hanno contribuito a confondere: Gregorio considerava la cultura antica di carattere profano uno strumento in funzione della comprensione e della comunicazione della verità contenuta nella sacra Scrittura, in una linea di continuità con la tradizione precedente da Agostino a Cassiodoro.

La sua formazione culturale quindi non può essere messa in discussione: tutte le sue opere testimoniano le sue competenze linguistiche e retoriche, e la conoscenza degli autori classici, pur nella scarsità di citazioni dirette, talvolta implicite. Non mancano poi testimonianze di conoscenze scientifiche e naturali, soprattutto in medicina. Anche il diritto romano era di sua competenza.

Ma dove e come Gregorio aveva acquisito una cultura tanto vasta e profonda? Sicuramente non ha seguito un percorso formativo "normale", nella scuola, ma sicuramente il primo imprinting gli è stato fornito dall'ambiente familiare. Poi, come detto prima, la vicinanza della biblioteca di Agapito alla sua dimora familiare permette di ipotizzare una frequentazione regolare di quel luogo, prima e dopo l'elezione. Il problema si presenta con la sua conoscenza del greco.

Questa conoscenza è possibile che l'abbia acquisita nel primo periodo di formazione "classica", e che essa possa essere stata poi approfondita con la lettura di autori cristiani di lingua greca. Ma perché Gregorio in alcune lettere si rifiuta di scrivere in greco? Probabilmente era più una posizione politica contro Costantinopoli, che una mancanza di istruzione. Nella disputa con il patriarca di Costantinopoli riguardo la resurrezione dei corpi sembra presumibile che li capisse e che quindi parlasse greco. Se la sua conoscenza del greco non fu tale da permettergli di scrivere opere letterarie, fu sicuramente sufficiente a metterlo in grado di comunicare oralmente e di leggere.

Tracce di un singolare cursus honorum

La condizione sociale e la formazione culturale mettevano il giovane aristocratico in grado di avviarsi a una carriera pubblica sulle orme del padre. Diventerà praefectus urbis, anche se alcune fonti prediligono pretura, quindi non prefetto urbano, ma sembra impossibile in quanto altre fonti descrivono la sua carica come un incarico prestigioso, cosa che il pretore non era. Quali poteri comportava la carica ricoperta da Gregorio?

Roma, divenuta provincia, sotto Diocleziano, era gestita dal praefectus urbis. Questa carica comportava un potere giudiziario entro cento miglia, un potere amministrativo e anche uno giudiziario limitato alle sole cause d'appello per le regiones suburbicariae. Questa carica, rimasta monopolio dell'aristocrazia senatoriale romana fino all'ascesa del prefetto del pretorio, insediato a Roma da Belisario nel 537.

Questa crisi si compie in coincidenza del pontificato di Gregorio Magno. La profonda trasformazione delle principali istituzioni della Roma imperiale (dovuta all'arrivo di Longobardi e anche alla guerra greco-gotica) trova conferma proprio nella sottoscrizione di Gregorio, in qualità di praefectus urbis, a un documento attinente una questione prettamente religiosa, come i Tre Capitoli. Lo scisma religioso che aveva coinvolto l'Italia settentrionale con diocesi Aquileia, aveva assunto sempre più evidenti risvolti politici da quando i Longobardi erano entrati in gioco, favorendo gli scismatici in funzione antimperiale.

La sottoscrizione di Gregorio al documento di adesione alla condanna del Vescovo di Milano risulta una testimonianza del coinvolgimento dell'autorità civile e conferma quindi il ruolo ecclesiastico e politico del praefectus urbis che si ha all'elezione pontificia di Gregorio.

Capitolo 2 – Vita monastica e attività diplomatica fra Roma e Costantinopoli

Il “porto del monastero”

Dagli scritti Moralia di Gregorio si capisce che la sua vocazione non si manifestò all'improvviso, ma fu coltivata a lungo e a lungo convisse con la sua attività politica. Ma nulla si evince, in questi scritti, sul contesto politico e religioso che possa aver influito sulla maturazione progressiva della vocazione.

Che si tratti di vocazione e quindi di una vera scelta di vita lo confermano i tanti riferimenti specifici nelle sue opere come nei Dialogi, dove l'elezione esprime nostalgia per il monastero, lasciato dopo l'elezione a pontefice. Non si conosce la data precisa di abbandono del “porto tranquillo”, forse intorno al 537, morte del padre. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che fondò sei monasteri sui suoi possedimenti in Sicilia e la destinazione della dimora paterna in Sant'Andrea.

La comunità di Sant'Andrea traeva origine non da un ordine religioso preciso, come quello benedettino, ma da forme diverse per vivere regular iter, cioè secondo norme di volta in volta ritenute idonee dalla comunità stessa. Preminenti furono le esigenze di Gregorio connotate da un forte senso culturale e sembra che il monastero non abbia assolto a nessuna di quelle funzioni caritative o ecclesiastico-liturgiche proprie di altri monasteri romani del tempo.

Il monastero fu fornito di beni e il coinvolgimento di Gregorio sia prima sia dopo la sua elezione resero questa comunità una componente importante della fisionomia spirituale, culturale ed ecclesiastica del suo pontificato. Questo divenne un centro che attrasse numerosi personaggi illustri da tutta Europa. Nel momento in cui lo dovette lasciare, Gregorio non fu abbandonato dalla sua comunità, neanche quando fu inviato come apocrisario a Costantinopoli. Intorno a lui si formò una piccola comunità, percepita come baluardo spirituale di fronte alle incombenze della carica.

“Opus obscurum”: l'esegesi al Libro di Giobbe

I Moralia in Job sono il risultato di diverse fasi di stesura e revisione concluse solo verso il 600, quando veniva inviata a Innocenzo, prefetto del pretorio in Africa, come strumento atto a ricondurlo all'interiorità spirituale. Il lavoro di revisione aveva comportato la raccolta dei 35 libri in 6 volumi a loro volta affidati ai librarii per la riproduzione in serie. La straordinaria cura editoriale era stata turbata dalla circolazione di un testo non rivisto dall'autore, una sorta di copia “pirata” con note personali di Gregorio.

Il pontefice volle anche controllare l'uso giusto della sua opera, di cui non approvava la lettura pubblica, poiché non si trattava di un opus popolare e poteva dare più danno che giovamenti ai rudes auditores. Il libro di Giobbe viene commentato avendo come testo base la Vulgata. La tradizione esegetica viene profondamente innovata non solo con l'aggiunta del quarto senso, quell'intelligentia contemplativa o celesti che riporta il discorso alla conoscenza di Dio, ma anche nei contenuto e nelle finalità, che stabiliscono un'inedita circolarità fra progressi morali e spirituali e capacità interpretativa.

I Moralia rappresentano un monumento fondamentale della biografia esistenziale e culturale del futuro pontefice: l'opera non è solo conseguenza della scelta monastica, ma nasce proprio dall'interno di quell'esperienza, insieme spirituale e culturale.

“In terreno palatio”: apocrisario a Costantinopoli

Gregorio Magno fu inviato a Costantinopoli con incarichi politico-diplomatici generali e particolari e sicuramente fu coinvolto nelle causae saeculares. Gregorio, secondo una lettera inviatagli da Pelagio II, appare inserito in una rete di rapporti in cui la dimensione politica ed ecclesiastica si intreccia con quella spirituale e privata.

Anche nella corte imperiale ha modo di inserirsi e di conoscere entrambi gli imperatori Tiberio e Maurizio, con il quale ultimo in relazione stretta, tanto da essere il padrino del suo primo figlio. L'ambiente di Costantinopoli era tradizionalmente caratterizzato da appassionati dibattiti teologici e anche Gregorio fu coinvolto nell'impegnativa discussione sulla resurrezione dei corpi con un avversario politico come Eutichio, patriarca di Costantinopoli.

L'assenza da Roma durò fino al 586-587 e lasciò Costantinopoli probabilmente richiamato dal pontefice Pelagio II che intendeva avvalersi della sua collaborazione, divenuta particolarmente preziosa dopo il suo lungo soggiorno presso la corte imperiale. L'ulteriore motivo per cui Pelagio lo voleva a Roma riguardava anche la questione dei Tre Capitoli: questa affonda le sue radici nel dibattito teologico iniziato al tempo di Costantino; nel 325 il concilio ecumenico di Nicea, aveva condannato la dottrina ariana e definito la consustanzialità del Padre e del Figlio.

Successivamente il dibattito si era spostato sulla natura del Figlio, con lo scontro fra diofisismo, che sosteneva la doppia natura umana e divina del Cristo, e il monofisismo, che riconosceva come prevalente la sua natura divina. Nel concilio di Efeso del 431 procedeva la condanna del nestorianesimo, che insisteva sulla preminenza umana, mentre nel 451 in quello di Calcedonia si definiva inseparabilità delle due nature. Alessandria era contraria a questo e l'imperatore Zenone nel 482 emanò un editto che smentiva parzialmente le decisioni prese a Calcedonia. Questo fece arrabbiare l'occidente.

Allo stesso modo anche Giustiniano condannò gli scritti in antitesi al monofisismo, scritti che invece erano cari a Calcedonia. Le reazioni furono dure e coinvolsero anche il pontefice Vigilio che nel 548 emana un Iudicatum, un testo andato perduto, conosciuto come i “tre capitoli”, interpretato come una sconfessione dei decreti del concilio di Calcedonia, che aveva condannato il monofisismo. La condanna giustinianea dei tre capitoli fu particolarmente vivace in Italia settentrionale, Milano e Aquileia, che da tempo si erano scissi da Roma.

E la situazione era ancora più grave a causa della presenza longobarda che aveva tutto l'interesse a sostenere le posizioni scismatiche. Pelagio II cercò nel 585 di riallacciare i rapporti con gli scismatici e indirizza tre lettere a Elia, patriarca di Aquileia. Una di queste lettere, secondo Diacono, era di Gregorio. Si tratta di una lettera lunga, un trattato contenente una novità di rilievo non solo sul piano teologico, ma anche diplomatico: l'accettazione di uno degli argomenti più forti per gli scismatici, quello che la sede pontificia si fosse opposta inizialmente alla condanna dei Tre Capitoli, accompagnata tuttavia dalla difesa del diritto di cambiare parere nella ricerca della verità.

La fiducia datagli da Pelagio denota che visione avesse di lui: vide in Gregorio una persona della massima fiducia sul duplice piano politico e culturale.

Capitolo 3 – Il governo della Chiesa di Roma: strumenti e risorse

Un'elezione programmata

La partecipazione di Gregorio all'attività politico-ecclesiastica del vescovo di Roma fornisce una chiave per interpretare la rapidità della sua elezione. Nel 590 muore Pelagio II, colpito da peste. La situazione di Roma, tra minacce longobarde e quelle naturali, appare quanto mai difficile: la figura di Gregorio si imponeva nella società romana per la cultura, la spiritualità, l'esperienza politica maturata proprio come collaboratore del pontefice prematuramente defunto.

L'elezione del vescovo doveva avvenire con il consenso imperiale, secondo la prassi. Il neoeletto per umiltà aveva tentato di sfuggire a questa elezione ed inviò una lettera a Maurizio, facendo leva sui legami familiari con questo, in cui lo pregava di non accordare mai al popolo il consenso in base al quale egli sarebbe stato elevato alla gloria di questa carica. Ma chi doveva portare la lettera, il nunzio, viene fermato e la lettera di Gregorio distrutta e sostituita dall'annuncio all'imperatore del consenso già dato dal popolo.

Tuttavia, nonostante l'inganno, si tardò comunque a consacrarlo: il consenso imperiale ebbe luogo solo il 3 settembre. Gregorio non era contento di adempiere a questa carica e se ne lamenta sia con gli amici potenti di Costantinopoli, ma anche agli scolastici come Paolo di Sicilia, suo amico che si rallegrò della sua elezione. Il ricordo del monastero è vivo e nostalgico, tuttavia Gregorio non contraddice la consapevolezza dell'importanza della sua carica e si dà subito da fare, sia per la dimensione interna della città, sia con le altre sedi apostoliche, sia con imperatore e altri poteri politici.

Una settimana dopo la morte di Pelagio Roma viene colpita da una forte pestilenza e Gregorio inizia a implorare Dio la fine dell'epidemia. La predica è tutta incentrata sulla necessità della penitenza per evitare di essere colti impreparati dalla morte. La predica si conclude con l'invito ad una processione penitenziale. Si tratta di un rito che conferma la conoscenza e la capacità di controllo e gestione della realtà urbanistica, sociale e religiosa di Roma. Da indicazioni su quanti cortei devono uscire, i percorsi prestabiliti e dimostra la sua capacità di coinvolgere l'intera comunità cittadina, articolata secondo distinzioni di status religioso.

Gregorio seppe, con questo suo primo atto da vescovo, sancire il suo ruolo nella vita religiosa, sociale ed ecclesiastica di Roma, proponendosi come autorità carismatica.

Gli strumenti di governo

Non si hanno altre notizie di attività di Gregorio fino alla sua elezione il 3 settembre 590. A questa data cominciano ad essere registrate tutte le sue lettere nell'archivio luterano (scrinium sedi apostolicae). Lo scrinium era usato da tempo dai pontefici ma fu proprio con Gregorio che sembra raggiungere un alto livello di organizzazione e di efficienza. Si conferma la funzione di cancelleria preposta alla redazione dei documenti pontifici, dei decreti dei concili, dei documenti amministrativi; nuova invece è la funzione culturale come luogo in cui il pontefice conserva una copia autentica di tutte le sue opere.

Nuova è anche la forma di conservazione delle lettere a cui Gregorio avrebbe dato il titolo di Registrum. Le lettere, accompagnate dal titulus, scritto in rosso a margine dell'epistola, si presentano sia come copie di lettere autentiche, sia come excerptum, dettato dallo stesso pontefice. Il registrum permette quindi di seguire le vicende del pontificato di Gregorio e i problemi che furono oggetto delle sue preoccupazioni, mostrando l'intreccio costante tra impegni amministrativi, interventi missionari, cure ecclesiastiche e pastorali, consigli spirituali, impegno politico e militare, senza dimenticare l'attività di scrittore.

Durante Gregorio si tende anche alla formazione di un personale “specializzato” sul piano religioso-ecclesiastico.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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