Il mercante medioevale e l'espansione dei mercati
Pensando al mercante medioevale pensiamo ad un uomo che si colloca nell'élite che determina il passaggio dal mondo medioevale a quello moderno, dando vita ad un processo di espansione dei mercati che porterà alle grandi scoperte. Spinto dalla sua brama di ricchezza, non esita a mettere a repentaglio le sue sostanze e la sua stessa vita per individuare nuove rotte per mare e per terra verso le Indie Occidentali e Orientali, là dove si producono e accumulano merci pregiate, al fine di mettere in atto una loro proficua redistribuzione.
Favorisce il diffondersi delle conoscenze di altri popoli, attraverso le sue formidabili narrazioni, e diventa esso stesso oggetto di narrazione da parte di illustri scrittori quali il Boccaccio. Durante il medioevo i suoi traffici si estendono progressivamente verso l’Oriente; i mercanti fondano stazioni commerciali e spingono lungo tre principali fasci di piste carovaniere che li portano verso i grandi fiumi russi, la Mesopotamia, il Sinai e il Mar Rosso. Al tempo delle Crociate incrementano i contatti con i porti del Mediterraneo orientale. Tale processo viene bruscamente interrotto dall’arrivo di un popolo semisconosciuto: i Mongoli.
L'impatto dei Mongoli in Europa
Su questo popolo circolano scarse notizie, tutte terribili. Un ambasciatore musulmano alla corte di Francia nel 1230 li descrive come un popolo dalla lingua incomprensibile, dediti al cannibalismo. Gli storici li definiscono Tartari, cioè demoni liberati dal Tartaro, eserciti dell’Antiscritto per la loro ferocia e ne sottolineano i comportamenti animaleschi e feroci. Tra il 1230 e il 1250 mettono a ferro e fuoco l’Europa arrivando addirittura a minacciare Vienna e l’Adriatico dalle Bocche del Catarro (Albania). Comparsi come dal nulla nelle pianure sarmatiche, guidati da Gengis Khan costituiscono in breve un enorme impero che va dal Giappone al Mediterraneo, dalla Siberia all’Indo. Improvvisamente, a causa di lotte di tipo dinastico, si fermano lasciando l’Europa in preda allo sconcerto per il timore di una ripresa di barbariche scorrerie e alla speranza di poterli usare come alleati contro i musulmani.
Nel giro di un ventennio, il loro impero non gravita più verso l’Europa, ma verso oriente e nel 1260 Kublai Kan pone la capitale nei pressi dell’attuale Pechino. Fino al XIV secolo l’Oriente conosce la pax mongolica e i mercanti, su vie sempre più sicure, si spingono verso gli empori commerciali orientali alla ricerca di seta, spezie, incenso, mirra e cinnamomo. Le attività commerciali si intensificano grazie al carattere unificante dell’impero mongolo e alle sue strutture viarie e ai reami cristiani creati dalle Crociate ai confini del mondo musulmano.
I viaggi di Giovanni da Pian del Carmine
Si organizzano missioni a opera del papato e le prime ambascerie diplomatiche così che nel 1247 Giovanni da Pian del Carmine, frate francescano, fornisce un primo ritratto del popolo mongolo stemperando il giudizio fino allora fornito (popolo terribile, ma feroce solo verso i nemici). Ad appena un secolo dai primi contatti con il Gran Khan i mercanti sentenziano la sicurezza delle vie verso oriente e raggiungono mete dall’altra parte del mondo col “guardar solo le stelle” aprendo la via all’audace ricerca delle vie transoceaniche con le quali nasce l’epoca moderna.
Nel corso del Medioevo il primato dei viaggi verso l’Oriente spetta agli Italiani, non solo ai mercanti ma anche ai frati. Ai loro scritti spetta il compito di lacerare il velo di misteri e leggende che intesse l’Oriente. Dall’osmosi delle notizie tra mercanti e viaggiatori in nome di Dio, che sono sagaci osservatori dei popoli, dei mercati, delle strade, si costruiscono nuove conoscenze. Un esempio è Odorico di Pordenone, frate francescano che registra attentamente i luoghi di produzione delle spezie.
La distinzione tra mercanti occidentali e orientali
Una netta distinzione si può, però, cogliere tra coloro che, in nome di Dio o del denaro, viaggiano dall’Occidente da coloro che si muovono dall’Oriente. Al contrario del mercante orientale che non viaggia in nome di nessuno e, se arabo, si trova in patria in tutti i paesi musulmani, il mercante occidentale agisce nell’ambito di una specifica civiltà, spesso di un potere temporale o spirituale. È latore di missive e di ambascerie e verso questo potere si sente responsabile e tenuto a rispondere. Egli è portatore dell’idea di proselitismo e prevaricazione culturale, anche se dissimulate. Un esempio è il viaggio di Giovanni da Pian del Carpine, frate francescano che viene inviato dal Papa nel 1245 a “conoscere” le popolazioni mongoliche.
Le spedizioni di mercanti e missionari
Alle spalle dei viaggi di mercatura ci sono spesso importanti compagnie commerciali e, talvolta stati, che vogliono non solo esiti commerciali ma anche informazioni strategiche e risultati diplomatici. Essi rimangono tuttavia viaggiatori solitari, che si spingono verso un Oriente sconosciuto e misterioso, di cui spesso proprio gli Occidentali alimentano il mito. Negli stessi anni del viaggio di Giovanni Pian del Carpine ad esempio, due fratelli genovesi, i Vivaldi, cercano di raggiungere l’India circumnavigando l’Africa. Si perdono, però, nel Golfo di Guinea e la loro scomparsa si avvolge nel mito: si parla all’epoca di un misterioso approdo in Etiopia (cioè in Africa) e della loro cattura da parte di seguaci del Prete Gianni, personaggio immaginario.
Tutti, però, al loro rientro sono tenuti a narrare la loro impresa. Il Marco Polo arabo, Ibn Battuta, narra i suoi viaggi ad un dotto andaluso, Nicolò de Conti viene riammesso alla fede cristiana dal Papa dopo aver dettato le sue memorie.
L'Oriente come spazio immaginario
L’Oriente rimane, tuttavia, in epoca medioevale uno spazio immaginario popolato di fantasia. Percorrere questo spazio significa cogliere il cammino dell’uomo e l’intervento di Dio nel mondo, in quanto il mondo reca segni che rimandano a eventi biblici, a miti pagani e a leggende cristiane e conferisce alle città, ai porti, alle piste delle carovane un valore simbolico. Lo spazio medievale rende palese la proiezione della volontà divina sulle cose degli uomini e concepisce il tempo come rivelazione di questo disegno salvifico.
Le grandi mappe medioevali raffigurano questo spazio immaginario e viene dato spazio ai luoghi dei grandi eventi biblici (Paradiso, arca di Noè sul monte Ararat) che coesistono con i miti di Omero e i luoghi in cui si definiscono le gesta di Alessandro Magno. In questi luoghi si generano creature meravigliose (sfingi, sirene) pur mantenendo una plausibile conformazione geografica e ostentando ricchezze e mercati.
John Mandeville e l'Oriente fantastico
Di questo Oriente è divulgatore John Mandeville, il quale dal suo studio, senza muoversi e ignorando deliberatamente i racconti dei viaggiatori, stende l’opera “Viaggi, ovvero trattato delle cose più meravigliose e notabili che si trovano al mondo”. L’opera, scritta intorno alla metà del XIV sec, in francese e poi tradotta in molte lingue, viene talmente diffusa che è un mezzo di scambio, pari alla cartamoneta, in molte piazze europee. Mandeville è considerato una fonte assolutamente attendibile e la sua opera viene letta voracemente non solo dagli autori di romanzi cavallereschi fino a Tasso, ma anche dallo stesso Colombo.
Mandeville narra di un Oriente fantastico, come i lettori desideravano, prendendo spunto da manoscritti classici, voci enciclopediche, fonti storiche. Partendo da una sequenza dinamica, legata alle varie tappe del viaggio procede da Costantinopoli verso l’Egitto, la Terra Santa, l’Etiopia, l’India e poi Giava e Sumatra. Si muove in parte in terre puramente immaginarie quali il regno del Prete Gianni (regno cristiano che si immaginava esistesse in Asia in base a una lettera fabbricata in ambito romano verso il 1100 e inviata a Bisanzio) e il monte del Paradiso terrestre. Incontra creature fantastiche (donna-drago) generate dallo scambio tra mondo vegetale, animale, umano e minerale. Conferma antiche paure e manie descrivendo i costumi di popoli lontani quali quella del giovane di Cipro che si “sfoga” sull’amata defunta che dopo nove mesi genera un’orribile bestia.
Il libro contiene una descrizione della rotondità della terra e della teoria degli antipodi. Da questo relativismo prospettico deriva una critica a ogni pretesa della supremazia dell’Occidente e dell’incapacità dei viaggiatori occidentali di capire i costumi degli altri popoli, in quanto incapaci di superare i propri punti di vista. Al suo ritorno in patria, chiede al Papa l’imprimatur per la sua opera e si sente rispondere che la curia possiede già un libro in latino in grado di confermare la veridicità di quanto narrato. Con tale ironia l’autore sottintende come la sua opera sia una rielaborazione di miti, leggende e fantasie così familiari da non richiedere conferma.
Giovanni Pian del Carmine e le sue esplorazioni
Viaggio reale è invece quello di Giovanni Pian del Carmine, inviato nel 1245 da Papa Innocenzo IV presso i Mongoli. Il frate francescano, in coerenza con l’idea rivoluzionaria di San Francesco di avvicinare i popoli non cristiani con la parola e non con le armi, viene inviato con il compito di conoscere le reali intenzioni del Khan per poi informarne le popolazioni occidentali, ma anche per acquisire notizie dettagliate sul popolo e per saggiare eventuali possibilità mercantesche.
Giovanni parte da Lione ma il viaggio viene descritto solo dopo Varsavia, dove il frate incontra il suo interprete. Fino a Kiev (Russia) sono accolti da potenti e conventi che, tra mille difficoltà (freddo, malattie) permettono loro di proseguire il viaggio. Arrivati ai confini dell’impero mongolo, vengono fermati dalle guardie. Giovanni spiega di essere latore di una missiva del Papa Tartari e che desidera la pace tra Tartari e cristiani. Scortato da un importante condottiero, grazie all’ottimo sistema di cambi si inoltra velocemente verso le steppe russe. Il viaggio si fa sempre più faticoso e difficile, ma i due riescono a raggiungere Karakorum nel luglio del 1246 e a assistere ai festeggiamenti per l’insediamento del nuovo khan.
Nel 1247, al rientro, G. scrive Storia dei mongoli, illustrando l’itinerario e la finalità del viaggio e fornendo una descrizione molto precisa del popolo mongolo (religione: monoteisti, ma pagani, abitudini alimentari, riti) e della sua organizzazione militare. Qui G. si tramuta quasi in un agente segreto fornendo dettagliatissimi resoconti di armature, strategie di combattimento (prigionieri in prima linea). Riemerge un Oriente fantastico solo quando G racconta per sommi capi la storia del Gran Khan. Allora tornano mostri e meraviglie quali il monte calamita che attira le armi o i cani tartari che addestrati alla guerra si fanno gelare addosso l’acqua, impregnata di terra, per farsi una corazza. In tutti i casi però G. precisa: “mi è stato detto”... “mi è stato riferito”.
Odorico da Pordenone e le sue avventure
Nel 1238 un altro francescano, Odorico da Pordenone, parte da Venezia compiendo un viaggio che ha dello straordinario. Non ben definito lo scopo, ferma restando la diffusione del Vangelo (è uno dei tanti francescani mandati dal Papa alla corte del Khan) Odorico descrive con grande precisione merci e mercati, facendo pensare a un interesse di tipo mercantile, legati alle compagnie veneziane. Al suo rientro nel 1330 O. detta la relazione a un confratello a Padova e il Papa ne fa redigere numerose copie per cui sono pervenuti parecchi manoscritti difformi tra loro.
Il viaggio inizia da Costantinopoli e prosegue per terra fino a Ormuz, in parte con elementi non reali (paese dei re Magi). Prosegue poi per mare: dalla costa occidentale dell’India a quella orientale, quindi verso Giava, l’Indocina e infine il Catai dove O. resta tre anni. Torna poi in Europa passando dal Tibet e dalle steppe sarmatiche. Fornisce precise descrizioni dei costumi dei popoli, individuando alcune usanze che diventeranno segni identitari di quel popolo (piedi fasciati in Cina). Rimane molto colpito dai culti animistici dell’Induismo (vacche sacre) e dalle ferite rituali degli Indù; registra stranezze del genere umano, della fauna e della flora (albero che dà farina).
Descrive il mondo esotico commisurandolo con quello familiare (la città celestiale è posta su un fiume come Ferrara). Lascia una dettagliata descrizione dei colossali Buddha scolpiti nella roccia a nord di Kabul e distrutti dai talebani, sebbene la Valle terribile nella quale si trovano, nella struttura narrativa del viaggio, rappresenta la discesa negli inferi che il viandante supera con la fermezza d’animo dei suoi mitici predecessori. Questo episodio compare nel testo di Mandeville e serve all’autore per rendere omaggio a O, in quanto dichiara di aver superato la prova grazie alla guida di due frati lombardi (O. e il suo accompagnatore).
Guglielmo di Rubruk e i rapporti con i Mongoli
Nel 1245 un altro frate Francescano, Guglielmo di Rubruk, parte alla volta dei Mongoli, con il compito di fornire assistenza ai cristiani prigionieri e instaurare buoni rapporti in funzione antimusulmana. Il viaggio dura otto mesi, principalmente in inverno, ed è durissimo. Da Acri i viaggiatori raggiungono Costantinopoli, il Mar Nero, le steppe sarmatiche, la Persia. Superano la catena degli Altaj Nuru e raggiungono l’accampamento del Khan.
Nella relazione stesa al ritorno per il re di Francia, G. non nasconde la fatica, le privazioni, il senso di smarrimento, ma anche un senso di dignità e sicurezza nei rapporti con il Khan. Riferisce la presenza di Europei ben integrati tra i mongoli (orafo parigino precursore di tanti artigiani che lavoreranno in Oriente) e relaziona numerose dispute teologiche con buddisti, monaci armeni e nestoriani. Pur non ottenendo gli esiti sperati, questo nuovo viaggio è caratterizzato da un atteggiamento nuovo e più tollerante da entrambe le parti, da una mentalità nuova, pragmatica e libera da condizionamenti e preconcetti da parte di G.
I viaggi nel mondo islamico
Grande tradizione di viaggi è presente anche nel mondo islamico, dove i mercanti asiatici, in particolare arabi, fino a Vasco de Gama (doppia il Capo di Buona Speranza aprendo agli occidentali la rotta) hanno a loro esclusivo appannaggio la navigazione nell’Oceano Indiano. La comune base legale musulmana, a cui fanno riferimento città e imprese, facilita l’attività commerciale, assecondata dai governi locali tramite la creazione di infrastrutture (caravanserragli, porti).
I mercati arabi sono fortemente predisposti alla mobilità. Il carattere nomade, infatti, del popolo aveva fatto prevalere l’economia mercantile su quella fondiaria e il pellegrinaggio alla Mecca e a Medina trasforma masse enormi in viandanti. I racconti di viaggi vengono codificati nelle rihla, in cui emerge la mentalità, la cultura e il comportamento del musulmano.
Ibn Fadlan e il viaggio tra i Bulgari
Ibn Fadlan, grande viaggiatore, viene mandato da Bagdad tra i Bulgari (921-922) per promuovere un’alleanza strategica. IBN lascia una precisa descrizione dei loro usi, illustra i modi in cui riesce a cavarsela, descrive luoghi, merci, monete e cambi. Racconta inoltre di essersi tratto di impaccio con il re bulgaro ricorrendo all’espediente di Sherasade nelle Mille e una notte: trattiene il re barbaro illustrando la vita e i pettegolezzi della corte di Bagdad.
La narrazione ha un ruolo centrale nel viaggiare nel mondo islamico: le persone viaggiano, infatti, alla ricerca di racconti relativi a fatti e detti del Profeta, che costituiscono, trasmessi in via orale dai maestri ai seguaci, che a loro volta li diffondevano, il patrimonio giuridico, religioso e culturale dell’Islam. Si crea così un particolare genere di narrazione in forma orale e una vocazione all’ascolto che supera la sfera religiosa.
Solimano e altri viaggiatori arabi
Prototipo del viaggiatore arabo è Solimano che nell’851 redige il libro “Notizie della Cina e dell’India” che narra il suo viaggio per mare, durato sei mesi, che lo porta dal Golfo Persico fino a Canton. Solimano descrive accuratamente i prodotti d’eccellenza dei Cinesi tra cui la porcellana e il tè. Altro viaggiatore è Ibn Giubar che tra il 1183 e il 1185 viaggia in Mesopotamia e Persia. Descrive in modo meticoloso i siti celebri di ogni città e il comportamento della gente.
Infine il più grande viaggiatore arabo: Ibn Battuta (1325) che si presenta come uno studioso itinerante di scienze religiose, che attraverso le sue pellegrinazioni (Africa, Asia) trova il modo di coltivare le sue passioni: lo studio religioso e la conoscenza degli uomini. Diventa ben presto da umile viaggiatore dotto viandante esperto nella legge islamica e bravissimo narratore che racconta dove giunge ciò che ha visto. Acquisisce un ingente capitale verbale, che lo trasforma in informatore e un consulente affidabile dei sovrani e gli permette di accumulare grandi ricchezze che vengono perse cammin facendo. Tornato a Fez (1349) le sue narrazioni, su disposizione del sovrano, vengono dettate a un letterato che le trascrive e forniscono informazioni sulle merci, sulle modalità di scambio, sulle città, sui rituali e sulle norme.
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