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Il cinema americano classico

L'apparato produttivo: "Il mago di Oz"

Il film "Il mago di Oz" (1939) è uno dei titoli più noti di tutta la storia del cinema. È un classico dei classici e rappresenta la quintessenza del modello produttivo hollywoodiano. È un caso eclatante di film senza autore, cioè un film che nasce dalla collaborazione di più persone, un tipo di lavoro in cui l’individualità dell’Autore si scioglie nella dimensione collettiva propria dello studio system.

In italiano la parola studio, nella sua accezione cinematografica, indica il teatro di posa ma nella lingua inglese indica anche l’insieme degli edifici dove ha sede una casa di produzione. Con la formula "studio system" si indica l’assetto industriale della Hollywood classica, caratterizzato dal predominio di alcuni grandi studios capaci di realizzare film su larga scala. Lo studio system è già operativo negli anni '20, prima dell’introduzione del sonoro, e rimane in vita sino agli inizi degli anni '50.

Dalla metà degli anni '10 alla fine del decennio successivo, le case hollywoodiane operano ciascuna sotto il controllo di un unico produttore (un central producer) che sovraintende a tutto il lavoro. A partire dai primi anni '30, invece, subentra una organizzazione più complessa in cui un gruppo di uomini supervisionava tra i sei e gli otto film all’anno, e generalmente ogni produttore si concentrava su un particolare tipo di film, operando spesso con lo stesso gruppo (unit) di registi, sceneggiatori, attori, tecnici.

La Hollywood classica vede il predominio schiacciante di alcune grandi case di produzione, che esercitano un potere di tipo oligopolistico. Durante il periodo sonoro, troviamo 5 compagnie maggiori, le cosiddette majors: MGM, Warner Bros, Paramount, 20th Century Fox, RKO. Ognuna possiede delle strutture per realizzare i film e ha sotto contratto del personale che opera in base alle direttive dei vertici. Ogni Major si specializza in alcuni generi o tipi di produzioni, ad esempio, i musical della RKO degli anni Trenta con Fred Astaire sono immediatamente distinguibili dai musical della Warner caratterizzati dalle complesse coreografie di Busby Berkeley.

Per rendersene conto basta mettere a confronto "Cappello a cilindro" e "Follie d’inverno" della RKO con "42esima strada" e la "Danza delle luci" della Warner. In questi due film della RKO le sequenze coreutiche sono imperniate sulla coppia di innamorati: la grazia e l’eleganza del corpo in movimento di Fred Astaire conquistano il cuore di Ginger Rogers. Nei due film della Warner sopra citati invece, il ballo è declinato nella chiave dello spettacolo di massa: Busby Berkeley dispone di fronte all’obiettivo decine di ballerini i quali, ripresi dall’alto, compongono elaborate figurazioni astratte.

Sia Astaire che Berkeley passeranno alla Freed Unit alla MGM. Ma i musical della MGM degli anni '40 e '50 hanno ancora un altro stile: sono produzioni molto ricche, che vogliono colpire il pubblico con uno spettacolo grandioso dai colori sgargianti. A sua volta, però, la produzione della Freed Unit presenta delle diversificazioni interne, a seconda dei registi e degli attori/ballerini che lavorano sul singolo progetto. Ad esempio, "Incontriamoci a Saint Louis" e "Gigi", entrambi di Minnelli, sono storie d’amore con al centro un’adolescente.

Invece, "Un americano a Parigi" di Minnelli e "Cantando sotto la pioggia" della coppia Donen-Kelly sono dominati dalla prorompente fisicità di Gene Kelly, il quale trasforma i numeri da ballo in vere performance ginniche. Le majors possiedono anche delle strutture per distribuire i loro prodotti, sia sul mercato nazionale sia su quello estero, e delle sale cinematografiche sparse per gli Stati Uniti. È quella che si chiama "integrazione verticale": le Majors controllano i tre tasselli – produzione, distribuzione, esercizio – dell’industria del cinema.

Una pratica comune era quella del block-booking: le Majors non davano le pellicole a noleggio singolarmente, ma a blocchi. I blocchi erano costituiti da un film di richiamo, con grandi divi, e da altri film di minore interesse, che potevano risultare finanziariamente rischiosi per l’esercente, il quale era però costretto a prenderli.

Le tre compagnie minori, le minors (Columbia, Universal, United Artists) erano tali poiché non avevano una propria rete di sale cinematografiche. Accanto alle Majors e Minors vi erano anche altre piccole case come la Monogram e la Republic, specializzate in film di basso costo. E c’erano alcuni produttori indipendenti di "lusso" quali Samuel Goldwyn e David Selznick, che producevano pochi film, ma di grande impegno finanziario. Il più grande successo della storia del cinema americano classico, "Via col vento" (1939) è stata opera dell’indipendente Selznick. La Republic era specializzata in B-movies, ma produsse anche alcuni film di registi di primo piano, come "Un uomo tranquillo" (1952) di John Ford e "Johnny Guitar" (1954) di Nicholas Ray.

I B-movies erano fatti con meno soldi, più in fretta, e con attori meno noti e in caso di insuccesso avrebbero causato un danno finanziario di basso impatto. Alcuni B-movies erano in grado di ottenere un vasto successo: "Il bacio della pantera" (1942), "Ho camminato con uno zombie" (1943) e "L’uomo leopardo" (1943), tutti film horror prodotti da Val Lewton.

Già prima della II guerra mondiale, qualcuno tra i cineasti e gli attori di Hollywood aveva iniziato a porsi il problema di una maggiore autonomia espressiva dai vertici dell’industria. Nel 1935 Cary Grant scioglie il suo contratto con la Paramount e diviene il primo divo freelance della storia. Dopo la guerra, Frank Capra, insieme ai colleghi William Wyler e George Stevens, riesce a dar vita a una compagnia indipendente, la Liberty Films, che produrrà il suo film più famoso: "La vita è meravigliosa" (1946).

Nella fase finale della Hollywood classica si assiste all’emergere di una nuova pratica produttiva, il cosiddetto package unit system che nasce a metà anni '40. Ora si lavora su singoli progetti: un produttore mette insieme una squadra (regista, sceneggiatore, attori) ad hoc per un certo film, combinando le risorse delle Majors e quelle degli indipendenti.

Esaminiamo un caso: "Sentieri selvaggi" (1956) di John Ford prodotto dalla Whitney Pictures; a seguito di un accordo con la Warner: la prima si accolla la spesa totale della produzione, che però verrà rimborsata dalla Major nel momento in cui la pellicola sarà finita. Inoltre, la Warner si impegna a investire mezzo milione di dollari in pubblicità. Una volta superati i 5 milioni di incassi, gli utili saranno divisi a metà fra Warner e Whitney. La star del film, John Wayne, riceve il 10% degli utili, così come il regista.

Agli inizi degli anni '50, gli studios affrontano gravi difficoltà economiche: da un lato, il successo della TV sottrae spettatori al cinema, dall’altro, una sentenza della Corte Suprema del 1948, la Paramount decision costringe le Majors a vendere le catene di sale e inoltre dichiara illegale la pratica del block-booking, provocando così la fine dei B-movies.

Il sistema dei generi

La Hollywood classica lavorava utilizzando dei grandi modelli di racconto, i generi, attorno ai quali si articolava una complessa dialettica di standardizzazione e differenziazione. Ogni casa di produzione si specializzava in alcuni generi fornendone una propria versione che doveva risultare differente da quella dei concorrenti. I generi, poi, si dividono in sottogeneri come ad esempio il musical che si suddivide in tre sottoclassi: backstage musical (film sulla messa in scena di uno spettacolo), la fiaba, il musical folk.

Alcuni generi sono tra loro affini e si ibridano fra loro, tanto che in alcuni casi non è semplice collocare un film in una categoria piuttosto che in un’altra. Gli sceneggiatori della Warner riciclavano così spesso le medesime storie che il “writing department” della casa di produzione era soprannominato la ‘stanza dell’eco’.

Il Codice Hays

Negli Stati Uniti non è mai esistita una censura federale. In America, contrariamente all’Europa, la censura è sempre stata gestita a livello locale. Per fare in modo che il governo non istituisse la censura federale, l’industria del cinema reagì sempre con toni concilianti, proponendo forme di autocontrollo. Nel 1922, in seguito a una serie di scandali a sfondo sessuale, le case di produzione avevano dato vita al Motion Picture Producers and Distributors of America (MPPDA), con a capo un ex esponente del Partito Repubblicano, Will Hays.

Nel 1927, Hays introduce un codice di autoregolamentazione: un elenco di argomenti rischiosi da evitare o da trattare con cautela (nudità licenziosa, droga, relazioni tra bianchi e neri…) . Autori del Codice Hays erano anche il gesuita Daniel Lord e il giornalista Martin Quigley. Molte case di produzione tuttavia non si adeguarono al codice portando Hays a rafforzare il codice. Lo Hays Office decretò che nessun film poteva entrare nelle sale senza la sua approvazione preventiva. In caso di violazione, la casa di produzione sarebbe stata multata.

Il Codice inizia ad entrare in crisi negli anni '50, quando si verifica la separazione tra produzione ed esercizio. Tra i primi casi di violazione figurano due film di Otto Preminger: "La vergine sotto il tetto" (1953) con audaci dialoghi, e "L’uomo dal braccio d’oro" (1955), in cui Frank Sinatra interpreta il ruolo di un tossicomane. Il Codice verrà definitivamente abrogato nel 1968, a favore di un sistema di classi che vieta la visione di alcuni film a certe fasce d’età.

Il genio del sistema: "Il mago di Oz"

"Il mago di Oz" è tratto dal romanzo omonimo di Frank Baum, pubblicato per la prima volta nel 1900, che racconta della piccola Dorothy, trasportata da un tornado dal natio Kansas alla favolosa terra di Oz, dove la bambina vive delle straordinarie avventure in compagnia dello Spaventapasseri, dell’Uomo di Latta e del Leone codardo. Nel 1937, la MGM decide di fare un nuovo adattamento del mago di Oz, per l’imminente uscita nelle sale di "Biancaneve e i sette nani", primo lungometraggio della Disney.

Nel 1938 la MGM era guidata da Louis Mayer e Irving Thalberg fino alla sua morte prematura. Mayer, che resta alla MGM fino al 1951, affida il progetto del Mago di Oz a Mervin LeRoy e Arthur Freed. Mayer cerca anche di prendere in prestito la bambina Shirley Temple, sotto contratto alla 20th Century Fox, ma non andò in porto. La scelta cadde allora su Judy Garland. A Hollywood accadeva spesso che diversi sceneggiatori, all’insaputa l’uno dell’altro, operassero contemporaneamente su un medesimo soggetto, proprio come accadde a Mankiewicz, Nash e Langley per il Mago di Oz.

Sul set del film si alternarono anche quattro registi: Richard Thorpe, allontanato dopo due settimane perché ritenuto non all’altezza; George Cukor, rimasto solo tre giorni per poi andare a dirigere "Via col Vento"; Victor Fleming, rimasto per quattro mesi e poi andato a dirigere sempre "Via col Vento"; King Vidor, per dieci giorni sino alla fine del film.

Nel 1939 escono alcuni dei più grandi capolavori del cinema americano classico: "Via col vento"; "Ninotchka", "Mr. Smith va a Washington" di Capra… Il "Mago di Oz" finirà per rappresentare una perdita per la compagnia, ma inizierà a produrre utili solo più avanti grazie ai passaggi televisivi e l’home video.

Lo stile classico: "Casablanca"

La classicità hollywoodiana: ovvero, di cosa parliamo del cinema americano classico

La fabbrica dei sogni ha costituito non solo una potenza economica, ma anche una produzione culturale che ha diffuso forme narrative e tecniche linguistiche che hanno permeato la cultura del secolo scorso, raggiungendo un equilibrio e una coerenza che ne fanno un riferimento e un modello in qualche modo classico. Tale classicità si pone non solo come il raggiungimento di una stabilità di produzione e rappresentazione, ma anche come l’espressione di una cultura capace di segnare un’epoca, di fondare una nuova civiltà culturale, di proseguire e ricreare una mitologia.

Il racconto cinematografico classico

Lo stile hollywoodiano, pieno di linee pure ed elegante coincide con una narrazione forte, orientata da un narratore che ne guida la storia, attraverso una serie di eventi, in un contesto ambientale delineato dove agiscono personaggi che coincidono con ruoli e tipi ben definiti. Il racconto cinematografico classico si sviluppa eliminando tutto ciò che non è funzionale alle linee principali della storia. Normalmente, il film classico prevede un double plot, cioè la combinatoria di due linee organizzate in base a un rapporto gerarchico.

Il caso più tipico prevede una storia definita da motivi sentimentali, mentre la seconda può riguardare un processo di tipo avventuroso. La definizione del personaggio classico si compie anche in relazione allo star system. Gli interpreti classici, legati a determinati studios, confondono la loro maschera, la loro fisionomia divistica con i personaggi che sono chiamati a mettere in scena. La logica produttiva determina infatti l’immagine dei divi e da un certo divo ci si aspetta un certo personaggio. Da Bogart, ad esempio, ci si aspetta che interpreti il ruolo del good bad boy, cioè il duro dal cuore tenero, com’è in "Casablanca" dove Rick Blaine nasconde l’eroe romantico che tutti conosciamo e vogliamo riconoscere ogni volta.

Nel racconto classico, l’articolazione delle strutture spazio-temporali segue principi convenzionali. Il film si costruisce su un’alternanza di scene che rispettano la durata reale e di sequenze in cui il montaggio organizza il tempo della storia attraverso piccoli salti temporali. L’impalcatura complessiva prevede anche ampie ellissi e ovviamente cambiamenti di luogo tra le sequenze. Ritorni indietro nel tempo = flashback. Nulla deve alterare l’effetto di naturalezza e trasparenza del racconto. Si tratta di un decoupage invisibile che è alla base del linguaggio classico.

Il decoupage classico

Il meccanismo dell’identificazione spettatoriale si basa sulla sospensione della consapevolezza, da parte dello spettatore, che la realtà dello schermo sia fittizia e illusoria, e sulla perdita delle proprie coordinate spazio-temporali, favorita dal buio della sala e dalla sua condizione di immobilità. Inoltre, se ambienti e spazi dovevano apparire il più possibile verosimili e credibili, è soprattutto la messa a punto del continuity system che consente l’effetto di trasparenza e invisibilità della scrittura hollywoodiana classica. Il montaggio, essendo una frammentazione organizzata, consente continuità.

Si possono individuare tre caratteristiche del decoupage: Motivazione, Chiarezza, Drammatizzazione. Questi principi regolano ogni stacco di montaggio che non deve essere colto. I principali tipi di raccordo di questa strategia sono:

  • Raccordo sul movimento: gesto o movimento iniziato in una inquadratura termina nella successiva.
  • Raccordo di sguardo: un’inquadratura ci mostra che un personaggio guarda, la seconda inquadratura mostra la destinazione di quello sguardo.
  • Raccordo sull’asse: un’inquadratura mostra il momento successivo di un’azione avviata nella precedente, con lo stesso asse di ripresa, ma a maggior o minor distanza dal soggetto.
  • Raccordo di posizione: due personaggi ripresi uno a destra e uno a sinistra in un’inquadratura, mantengono la stessa posizione in quella successiva.
  • Raccordo di direzione: un soggetto che esce a sinistra rientra da sinistra.

Lo spazio organizzato del decoupage è uno spazio a 180°, cioè l’articolazione visiva viene condotta attraverso angolazioni che appartengono a una stessa metà dello spazio complessivo, consentendo allo spettatore di percepire lo svolgersi dell’azione da una prospettiva omogenea. A livello di diegesi, la colonna sonora, con dialoghi e suoni d’ambiente, mantiene la progressione narrativa a dispetto degli stacchi di montaggio. A livello extradiegetico, la musica di accompagnamento è in grado di raddoppiare le strategie testuali.

Casablanca, ovvero il culmine della Hollywood classica

"Casablanca" appare come il film hollywoodiano classico per eccellenza. Prodotto dalla Warner, il Rick (Bogart) di Casablanca riprende molti tratti del personaggio precedente ("Il mistero del falco" 1941) che promosse Bogart a ruolo di divo. Dal film precedente provengono anche Sidney Greenstreet e Peter Lorre. Il regista fu Michael Curtiz e produttore esecutivo Hal Willis.

Date le ristrettezze economiche dovute alla guerra, vennero riutilizzate scene appartenenti ad altri film (come la stazione di Parigi, che il film condivide con "Perdutamente tua, Now, Voyager" 1942). Casablanca racconta, attraverso il sacrificio amoroso di Rick a favore della resistenza contro il nazismo, la necessità dell’intervento statunitense nel secondo conflitto mondiale e la fine della politica isolazionista americana. Nel film c’è sicuramente il double plot, innesta una storia di taglio melodrammatico su una storia di war film e usa la seconda per risolvere i dilemmi della prima.

Tutto tende nel film a costruire una mappa dei sentimenti e dei valori: Parigi, Casablanca; la terra Promessa, cioè l’America, disegnano i contorni fisici del processo ideologico che l’intreccio del film sostituisce.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/06 Cinema, fotografia e televisione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher eugeniabisceglie di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia ed estetica del cinema e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Farinotti Luisella.
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