Storia delle università – Donato Gallori
Assunto del libro: L'incontro tra due "invenzioni" medievali di Pellegrini Luigi
La ristrutturazione culturale e scolastica del secolo XII
Una delle più singolari figure della cultura medievale è Gerberto d'Aurillac, divenuto papa col nome di Silvestro II, le cui personali esperienze di studio, unite a una ricchezza di interessi culturali e una notevole capacità di recezione, gli permisero di apparire come il più grande dotto e il più celebrato maestro dell'epoca. Fu il sistematore e il prosecutore di un fondamentale rinnovamento destinato a raccogliere i frutti nel secolo XII: il superamento della centralità della grammatica nell'insegnamento e l'immissione sistematica degli strumenti logico-dialettici e delle arti del quadrivium. Il suo insegnamento e le sue opere furono connotati da una innata predisposizione alla categorizzazione e alla semplificazione. Il suo maggiore impegno era teso ad armonizzare la tradizione classica (profana) con quella cristiana (sacra) e a utilizzare gli strumenti forniti dalla logica e quindi ad affiancare alle auctoritates il metodo di indagine razionale.
L'XI secolo è considerato un secolo di "svolta" nella storia della civiltà medievale. Il mondo occidentale si andava definendo nelle sue peculiari caratteristiche di christianitas romana e delineando entro ambiti geografici che lo delimitano rispetto alle altre due civiltà che si affacciano sul Mediterraneo: araba e bizantina.
L'elaborazione culturale e la scuola stessa si riconnettevano nelle nuove esigenze provenienti dalla progressiva ristrutturazione dell'intero ambiente sociale e della sua mentalità. Si assiste ad un progressivo specializzarsi del sapere e ad una nuova sensibilità nei confronti delle più "professionalizzate" attività del mondo laico. Nuovi orizzonti ampliano gli interessi degli uomini di cultura e di scuola.
Alla ristrutturazione socio-culturale è connesso anche un altro significativo fenomeno: il progressivo organizzarsi della scuola cittadina in funzione delle esigenze specifiche della società urbana, una scuola spesso sostenuta e gestita da laici e dai loro organismi associativi. Il formarsi della coscienza della propria forza, dei propri diritti e delle capacità e volontà di gestione autonoma della "cosa pubblica" da parte del cittadino, favorivano il progressivo liberarsi della cultura dall'atteggiamento di obsequium nei confronti delle auctoritates e lo sviluppo di uno spirito critico, tendente ad individuare contrapposizioni dialettiche e a rivendicare alla ragione il diritto di risolvere i problemi di metodo e di conoscenza derivati da tali contrapposizioni.
Dalla scuola monastica alla scuola capitolare
Per tutto l'Alto Medioevo il monastero era stato il più eminente centro di cultura e aveva aperto anche ai laici le porte delle sue scuole. Negli ultimi decenni del secolo XI nel contesto delle profonde trasformazioni della società si avvertono i sintomi della crisi anche nelle istituzioni monastiche. Crisi non significava ancora declino, anzi il monachesimo, tra la fine del secolo XI e per tutto il XII, manifesta notevole capacità di rinnovamento, capace di incisive riforme e di riprese con personalità di altissimo livello. In contrapposizione troviamo figure come Bernardo di Chiaravalle, rigido censore delle innovazioni. Promuove un monachesimo riformato all'insegna del ritorno ad una vita semplice e distaccata della società urbana, emblema della progressiva presa di distanza dalle nuove realtà organizzative che animavano la società dell'epoca. È una presa di distanza che a volte si configurò come contrapposizione radicale e polemica nei confronti del rinnovamento delle mentalità e della cultura.
La società laica ha imboccato la strada della mobilità materiale e sociale, mentre il monachesimo rimane ancorato alla stabilitas loci, che lega il monaco per tutta la vita al monastero con la ricerca dell'isolamento nei confronti della tumultuosa vita urbana. L'esperienza circense particolarmente significativa in tal proposito: isolamento dalla città, ritorno al lavoro nei campi e netta riserva nei confronti del sapere fine a sé stesso o al prestigio personale. La normativa delle nuove fondazioni esclude per principio l'insegnamento agli estranei. Le scuole monastiche cessano di svolgere le mansioni di acculturazione nei confronti dei laici e si ritirano dall'impegno scolastico e letterario.
Ben più aperte alle innovazioni si mostrano le scuole capitolari (o episcopali) che a partire dal secolo XI raccolgono l'eredità delle scuole monastiche per lasciare poi spazio a quelle cittadine e alle organizzazioni universitarie. L'organizzazione scolastica a partire dal secolo XI si orienta verso l'ambito urbano, concentrandosi attorno alla cattedrale, in perfetta consonanza con il carattere eminentemente cittadino che la società va assumendo in zone economicamente e socialmente più vivaci. La città è avvita a divenire il centro di riferimento e l'ambiente dove si va sviluppando la forza trainante del rinnovamento in ambito politico, economico e sociale. I ceti urbani avvertono l'esigenza di istituzioni di base che rispondano alla richiesta di sapere e di preparazione qualificata. La scuola episcopale divenne il referente naturale di tale richiesta.
Nonostante i contrasti con la chiesa la volontà dei ceti urbani è quella di appropriarsi delle strutture socio-economiche, politiche e culturali. Le domande di istruzione tendono a superare l'ambito delle singole città. I centri di tale cultura assumono carattere internazionale per gli scambi di metodi e contenuti tra persone e scuole di diversi paesi. Diveniva quindi naturale rivolgersi ad un'organizzazione unitaria come quella delle strutture episcopali che andava assumendo una maggiore coesione interna. È questa l'epoca della riorganizzazione della curia romana e del collegio cardinalizio come strumento di rapporto e di controllo delle entità periferiche. A partire dai primi decenni del secolo XII si attuano concili Lateranensi, nei quali si incontrano spesso disposizioni con riferimenti al problema della scuola e della sua organizzazione.
La scuola episcopale era un organismo sovraregionale, coeso, presente a vari livelli dell'organizzazione sociale, senza mai farsi fagocitare da interessi di individui e gruppi, inoltre aperta ad accogliere studenti delle più varie estrazioni sociali e metodi innovativi. La scuola episcopale era l'unica scuola veramente "pubblica" e in possesso di quei requisiti che la mentalità sociale dell'epoca richiedeva.
Struttura organizzativa della scuola episcopale
Il vescovo è il responsabile dell'insegnamento, a lui spetta la scelta e la nomina dei magistri, è il referente dell'organizzazione dei programmi e a lui spetta il controllo dell'insegnamento. Egli è il giudice della disciplina e del comportamento di maestri e studenti. A causa della forte espansione della scuola episcopale, il vescovo è costretto a delegare le proprie competenze ad un funzionario, lo scholasticus, cui è affidata la responsabilità diretta dell'insegnamento e dell'organizzazione della scuola.
Nei secoli precedenti nei maggiori centri episcopali lo scholasticus era soprattutto un maestro che dà alla scuola la sua impronta in base ai suoi interessi scientifico-culturali. Nei primi decenni del secolo XII ancora svolge in prima persona la funzione dell'insegnamento, ma man mano che nel corso del secolo il numero degli studenti cresce e le esigenze di apprendimento si affinano, la scuola si va articolando in una pluralità di insegnamenti la cui titolarità viene assunta da persone competenti. La funzione dello scholasticus si trasforma, abbandona l'insegnamento diretto o vi si dedica solo parzialmente per orientarsi alle responsabilità organizzative.
Si andava definendo come una delle funzioni di più alto profilo e responsabilità nell'ambito dell'organizzazione episcopale; funzione pubblica di grande prestigio sociale e il titolare, in quanto funzionario del vescovo, è inserito nel sistema beneficiario dell'istituzione ecclesiastica episcopale. La situazione economica dei magistri era invece diversificata. Se il magister era chierico la sua situazione economica era garantita dalla comunità dei canonici e dai benefici. Nel caso in cui non appartenesse al clero poteva venir incardinato o in alcuni casi venivano costituiti in alcune diocesi dei benefici annessi alla funzione di insegnamento senza che il magister venisse incardinato.
Oltre alla scuola episcopale continuavano a funzionare scuole più o meno indipendenti dall'autorità del vescovo. In tal caso il mezzo di sostentamento del maestro era la colletta, una forma pratica di retribuzione da parte degli scholares che prese sempre più piede. La colletta finì con l'essere riscossa come forma di retribuzione anche da parte dei chierici.
Riorganizzazione del sapere: le arti liberali si moltiplicano
All'inizio del secolo XII la didattica era ancora organizzata sulla base delle sette arti liberali, retaggio della cultura classica ripensata, ristrutturata e riproposta nella tarda antichità da Marziano Capella nel De Nuptiis Philologiae et Mercurii. Le sette arti liberali trovarono una prima sistemazione ad opera di Severino Boezio, il quale riunì le scienze matematiche nel quadrivium.
Nel secolo IX la distinzione tra trivium e quadrivium diviene di possesso comune nella scuola per distinguere le artes sermocinales dalle artes reales. Questa visione razionale e distribuzione organica del sapere è ancora presente in autori in avanzato XII secolo anche se lo schema appare superato in parecchi autori che accolgono l'evoluzione avvenuta nel corso del secolo. All'inizio del secolo XII la grammatica è ancora alla base dell'insegnamento. I metodi di insegnamento e i contenuti dell'ars grammatica avevano fatto grandi passi tra gli ultimi anni del secolo XI e i primissimi del XII.
L'evoluzione però non aveva toccato soltanto il sapere grammaticale, tutte le arti avevano avuto uno sviluppo particolare. Le conoscenze andavano aumentando grazie all'intenso scambio culturale con gli Arabi alla riscoperta progressiva degli autori dell'antichità classica. Il graduale recupero dell'Organon di Aristotele favoriva il rinnovamento dei metodi. Le opere di Aristotele erano note agli studiosi dell'Alto Medioevo attraverso le traduzioni e i commentari di Boezio, che erano limitati alle Categorie e alle Interpretazioni. Questo complesso di opere costituiva quello che Giovanni di Salinsbury nel Metalogicon definiva Logos vetus, per distinguerla dalle recenti acquisizioni del sapere attraverso la traduzione delle restanti opere dell'Organon, la Logica nova.
Veniva così superata non solo la centralità dell'insegnamento della grammatica, ma anche lo stesso schema settenario delle arti liberali e introdotta una nuova organizzazione razionale del sapere. Le artes un tempo considerate servili avevano avuto un processo di evoluzione e di promozione sociale, e coloro che prima erano considerati solo esecutori materiali si andavano trasformando in liberi artigiani che si assumevano la responsabilità diretta del proprio manufatto, ne studiavano i miglioramenti tecnici, elaboravano progetti e canoni formali. Le arti della meccanica trovano spazio nello schema sapienziale elaborato da Onorio Augustodunensis, il quale colloca fisica, meccanica e economia accanto alle sette arti liberali.
Bisogna quindi provvedere ad una globale riorganizzazione razionale del sapere che includa le tecniche affinate dalla pratica e ormai anche teorizzate. L'impegno per la teorizzazione di queste si deve a Domenico Gundisalvi e Ugo di S. Vittore. Il Gundisalvi fu uno dei principali rappresentanti della scuola di traduzione di Toledo, ottima conoscenza dell'arabo e dell'ebraico. La traduzione delle opere di al-Gazzali e Avicenna lo indusse ad interessarsi alla scienza medica elaborandone sia i fondamenti teorici che le applicazioni pratiche.
Nel suo De divisione philosophiae propone uno schema razionale del sapere che distingue le discipline teoretiche da quelle pratiche. Le artes della tradizione non vengono eliminate, ma considerate propedeutiche allo studio della filosofia. Lo schema da lui offerto risponde all'esigenza di una "coscienza sociale" del sapere. Ugo invece è il più noto dei maestri della scuola di S. Vittore. Lo schema proposto da Ugo appare parallelo a quello di Gundisalvi. Il sapere è la filosofia, distinta scientia theorica, scientia pratica e logica.
La pressione culturale di provenienza aristotelica, attraverso la mediazione e il contributo della scienza araba e la sollecitazione sociale hanno costretto ad una profonda revisione dello schema teorico del sapere, revisione che continua ad avere lo schema settenario come base ma con l'aggiunta di nuove scienze e la teologia.
Il trionfo della dialettica
Una svolta decisiva nella metodologia d'indagine e insegnamento fu data dall'ingresso della dialettica nelle scuole del secolo XII. Ce lo testimonia Pietro Abelardo nella sua Historia calamitatum. Parigi in quest'opera ci appare come il grande centro dell'insegnamento della dialettica nel secolo XII, ma già dal secolo precedente si erano create scuole di notevole fama come Tours, Loches, Turnai. Giovanni di Salinsbury chiama la dialettica ars disserendi. Uno da S. Vittore presenta l'ars dissertiva (formata da retorica e dialettica) come una branchia della logica.
Essa affronta la speculazione in generale e non discende nei particolari. Circostanze concrete e particolari sono invece campo della retorica. L'oggetto della dialettica è la quaestio, è l'arte di rintracciare i problemi per esplicitarli e risolverli. La dialettica diventa così il metodo di problematizzazione del sapere. Il vecchio sistema di affidarsi alle auctoritates, come referente e garanzia di verità, va in crisi. Esse vengono ancora utilizzate, ma solo per essere confrontate tra loro e per mostrare che non danno risposta univoca e pongono esse stesse problemi. L'introduzione del metodo dialettico significa passaggio dal sistema della lectio a quello della quaestio.
Dalla lectio alla quaestio
Lettura e commento (lectio e glossa) di un autore era alla base dell'insegnamento. Il maestro introduceva la lettura del testo dando notizie sull'autore, sull'opera, sulle circostanze in cui si supponeva fosse stata scritta, sulla struttura e utilità; seguiva la lettura e il commento, articolato in esposizione valori grammaticali (littera), del significato immediato (sensus) e del contenuto dottrinale (sententia).
Il metodo della quaestio dominava le scuole di dialettica e costituiva il banco di prova dell'abilità del maestro e della sagacia dei discepoli. La dialettica però per poter portare frutti doveva essere intesa non come scienza chiusa ma come metodo di indagine e di insegnamento. I primi decenni del secolo XII resero sistematico il procedimento dialettico della quaestio che prima era applicato solo sporadicamente. Questo metodo fu applicato a varie discipline e portò al genere letterario delle Quaestiones disputatae, già a partire dal XII secolo, ma soprattutto nel XIII.
Anche la posizione dello scolaro si evolve
Fino al secolo XI la posizione dello scolaro nelle scuole monastiche e capitolari è regolata da due istituti: oblazione e affidamento. L'oblazione si aveva quando il fanciullo veniva offerto al monastero dai genitori indipendentemente dalla sua volontà e diventava membro dell'istituzione alla quale sarebbe appartenuto tutta la vita. L'affidamento invece era solo temporaneo in funzione dell'educazione scolastica del fanciullo, che dopo il suo ciclo di formazione sarebbe ritornato alla propria famiglia. Si vengono a creare così due scuole in base al futuro dei fanciulli.
Per entrambe però era norma fondamentale la comunanza di vita con la comunità alla quale apparteneva la scuola e soprattutto con il magister che la reggeva. Gli scolari erano considerati filioli, membri della famiglia, a capo della quale vi era il pater et magister. L'istruzione era parte integrante del compito dell'abate e del vescovo, lo stesso valeva per i preti delle chiese rurali. C'erano rapporti economici fra scolari e il maestro. Tale rapporto variava da caso a caso.
Gli alunni se godevano di una prebenda passavano automaticamente le rendite al magister che doveva provvedere alle sussistenze dello scolaro. Chi invece non godeva di prebende pagavano il debito con la scuola mettendosi al servizio dell'istituzione o di qualcuno dei suoi membri. La famiglia dello scolaro se facoltosa ha molti modi per compensare il maestro. Il magister e l'istituto assumevano nei confronti dello scolaro una responsabilità totale. La scuola organizzata e gestita come una struttura religioso-familiare.
Oltre agli oblati e gli affidati c'erano alcuni esterni che pur vivendo con le loro famiglie nelle ore di lectiones erano sotto l'obbedienza totale del magister. Chiunque si dedichi allo studio è considerato anche solo temporaneamente membro di una comunità religiosa. Da ciò l'obbligo di vivere more clericorum. Gli scolari godevano di tutti i benefici e privilegi dell'ordo cui appartenevano. Fra i privilegi importante il privilegium fori, il diritto di adire il tribunale del diretto superiore (il magister).
Amore scientiae facti exules
La struttura scolastica si trasforma radicalmente lungo il secolo XI. I contenuti delle singole arti liberali si moltiplicano e si evolvono, permettendo una nuova struttura e una nuova organizzazione del sapere.
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