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Sunto di storia delle idee politiche e sociali

Libro consigliato

Docente: Pietro Adamo.

Libro consigliato: Storia di lotta continua, Autore: Luigi Bobbio.

Parte prima - La rottura

Il '68 verso l'organizzazione

Continuità e rottura nel sessantotto

Tra il '68 e il '69 si formano tutte le principali organizzazioni della nuova sinistra dell'area rivoluzionaria, come l’Unione dei comunisti italiani; il primo numero di Avanguardia Operaia e anche La classe che poi si trasformerà in Potere Operaio. Anche LC nasce nello stesso periodo, al momento della grande esplosione operaia della Fiat Mirafiori, dove la prima intestazione di Lotta continua compare su dei volantini.

Il periodo in cui nascono queste non è a caso: l'estate del '68 con le sue manifestazioni cariche di prorompenza ha lasciato il segno, aprendo nuovi orizzonti politici e tanti giovani dediti alla militanza attiva. Le principali formazioni politiche preesistenti nell'ambito giovanile e studentesco sono tutte in crisi. Nel convegno nazionale del movimento studentesco a Venezia tra il 2/6 settembre '68 è l'ultimo momento di confronto. Dopo di allora la crisi è ancora più forte. Essa deriva in parte dal riflusso del movimento studentesco come fenomeno di massa che spinge a raccogliere le forze, ma è soprattutto imposta dalle nuove prospettive che la situazione di classe sembra ormai chiaramente offrire.

In Italia nei primi 8 mesi del '68 le lotte della Fiat, della Marzotto, della Pirelli, hanno segnato l'apertura di un nuovo ciclo di conflittualità operaia. Viene definito "maggio strisciante", come espressione di una capacità maggiore di consolidarsi, non di bruciarsi nel giro di poco. Il termine movimento non basta più: è necessario unire le forze, superare il localismo e la frammentarietà. Le nuove organizzazioni sono guidate spesso da leader che si sono formati nel decennio prima, ma LC e Potere Operai invece rinnegano le loro radici storiche, sono differenti da loro.

Non è solo una visione rivoluzionaria questa, ma contiene anche un nocciolo di verità storica: LC si costituisce facendo propri gli elementi di rottura presenti nel ciclo di lotte '67/'69, assorbendo le spinte più radicali e ponendosi come alternativa globale alle organizzazioni storiche del movimento operaio. Questo non significa che LC nasca direttamente dalle lotte, ma invece che si preoccupa di stare concretamente nelle lotte. LC ha un lungo processo di incubazione. Eredita un aspetto della tradizione operaista italiana filtrata attraverso l'esperienza di Potere operaio toscano, i cui quadri saranno la struttura portante. In secondo luogo confluiscono in LC anche i quadri studenteschi provenienti da realtà significative come Trento, Torino, Milano-Cattolica e Pavia. Infine l'incontro con Mirafiori nell'estate del '69, punto di riferimento politico centrale di LC.

L'esperienza de "Il potere operaio" toscano

POT nasce tra '66/'67 per iniziativa di alcuni militanti nelle fabbriche di Massa, in collegamento con I Quaderni Rossi e Classe operaia. Ad essi si uniscono studenti di Pisa. Il primo numero esce il 20 febbraio 1967 ed è un tipico giornale di fabbrica. La situazione è difficile: nel '66 si sono appena conclusi i contratti con esito negativo. La zona toscana in cui opera è diversa dalle grandi fabbriche, ce ne sono di piccole e medie, ma gli operai sono ben integrati nel territorio e c'è una grande tradizione sindacale alle spalle.

Quindi Potere Operaio riprende Classe Operaia e Quaderni rossi, ma rispetto alla prima tenta di andare oltre la concezione economicistica, POT cerca invece di attuare un'azione politica. Uno dei temi più trattati sarà quello dell'egualitarismo: chiedevano di abolire tutte le qualifiche e differenze salariali. Accanto a questo tema vi erano anche la lotta contro i ritmi e il taglio dei tempi, contro gli straordinari, la riduzione dell'orario di lavoro, ma soprattutto era importante per POT, dopo la guerra contrattuale, continuare la guerriglia continua dentro la fabbrica. Insomma, la lotta continua come alternativa alle grandi battaglie istituzionalizzate.

Il carattere non puramente economicistico risalta anche lo sforzo di superare il terreno della fabbrica, della "socializzazione" delle lotte. Viene promosso un modello di militanza totale: presenza continua ai cancelli, nei quartieri, esser sempre presenti per gli operai. POT tuttavia non aveva una sua struttura gerarchizzata interna, si riuniva solo in assemblee, e questa struttura aperta permise il permeare degli studenti al suo interno. Nel 1968 POT raggiunge la sua massima espansione: presente nelle manifestazioni studentesche, non allenta il suo intervento nelle fabbriche: il giornale si diffonde anche in altre città toscane e a Pisa, centro dell'attività del gruppo, acquista un'ampia popolarità ed esercita una notevole influenza sui giovani e anche su settori operai e intellettuali.

Il movimento antimperialista e la questione della violenza rivoluzionaria

Il triennio rosso italiano '67/'69 si sviluppa nel quadro di una straordinaria congiuntura rivoluzionaria che si manifesta in quegli anni anche a livello internazionale. Ha il centro nei paesi del terzo mondo, Vietnam e America Latina soprattutto, ma si ripercuote anche nel resto: negli USA il black power e le lotte studentesche; in Cina il movimento rivoluzionario della rivoluzione culturale. In particolare il Vietnam avrà un notevole fascino: la lotta armata di popolo nel paese tiene in scacco il gigante imperialista, quella stessa lotta portata avanti da altri rivoluzionari nel mondo (come Che Guevara) ma che poi si è esaurita molto precocemente.

Alla diplomatizzazione e alla istituzionalizzazione del conflitto su cui la sinistra istituzionale pare essersi adagiata, si contrappone la necessità dello scontro aperto, al gradualismo si contrappone la rottura. Il Vietnam e la sua rivoluzione diventano un punto di riferimento per la sinistra italiana eretica. Scontro aperto, rottura e violenza rivoluzionaria: sono i concetti portanti che faranno breccia anche nel gruppo toscano. La disponibilità politica di questo, la sua mancanza di rigide pregiudiziali ideologiche rende il Potere Operaio particolarmente ricettivo rispetto agli stimoli offerti dalle lotte del terzo mondo.

Immediata è quindi la polemica con il pacifismo della sinistra storica e l'accentuazione del ruolo potenziale della Nato, dei poteri repressivi dello stato contro la possibile crescita delle lotte proletarie e la conseguente sottolineatura del problema della violenza proletaria. La questione della violenza è quindi da una parte il modo più immediato di riproporre in tutta la sua forza l'affermazione dell'antagonismo tra le classi e la tensione verso la rottura rivoluzionaria, dall'altra è la discriminante, più semplice ed esplicita, verso la pratica della mediazione portata avanti dai riformisti.

Questa esigenza tuttavia nel '67 è ancora solo a livello teorico. All'inizio gli studenti oppongono la non-violenza ai poliziotti che sgomberano le università occupate, presto l'offensiva repressiva dello stato porta il movimento a rispondere sullo stesso terreno. La battaglia di Valle Giulia a Roma, il 1 marzo '68, in cui gli studenti riescono a opporre la propria forza a quella della polizia segna una svolta destinata a riprodursi in molte altre occasioni.

Le due anime del '68 studentesco

Con l'entrata in campo delle università tra '67/'68 le tensioni dell'anno precedente si trasformano in movimento di massa. Esso non si esprime più soltanto sul terreno offerto dagli stimoli ideologici e politici che provengono dall'esterno, ma riesce ad affondare le sue radici nelle specifiche contraddizioni che gli studenti vivono quotidianamente, nodi che rinviano alla generale oppressione capitalistica. Per questo il movimento dilaga rapidamente nelle università italiane, fino a imporsi come il fatto politico di quell'anno.

Il percorso che segue nelle diverse sedi è differenziato, da sede a sede. In alcune si esprimono contenuti di radicalità, come Trento e Torino, in altre si fa sentire in modo più esplicito l'esigenza di formulare un discorso politico più generale che sappia collocare gli studenti dentro la lotta di classe, come a Roma e alla Statale di Milano. Su questa contrapposizione è probabile abbia influito il modo stesso con cui il movimento prende l'avvio nelle diverse città, Torino e Trento e la Cattolica di Milano vi è una esplosione radicale con forti contenuto liberatori, da cui deriva una forte azione diretta.

Tuttavia le posizioni di queste città vengono spesso criticate, accusate di basarsi su spontaneismo, movimentismo e studentismo. Ma in realtà non vi è il rifiuto dell'organizzazione, quanto il tentativo di individuare una strada diversa per costruirla; e non c'è neppure una presuntuosa esaltazione degli studenti come principale soggetto rivoluzionario, quanto lo sforzo di cogliere fino in fondo la portata eversiva delle loro lotte. Infatti presto si sentirà l'esigenza dell'allargamento della lotta ad altri strati sociali, come teorizzata dai trentini, che va portata avanti come movimento di massa. Ma vi era una limitazione: questa stava nel presumere che anche tra gli altri strati sociali, così come tra gli studenti, sia possibile partire da zero, come se non esistessero forme organizzative preesistenti e incrostazioni ideologiche radicate o per lo meno nell'immaginare che l'esplosione della lotta possa essere così forte da spazzare via gli antichi sedimenti politici e organizzativi così come il movimento studentesco aveva bruciato rapidamente i suoi gruppi minoritari che agivano al suo interno.

Prima ancora di essere teorizzata, l'uscita dall'università viene messa in pratica verso le scuole medie, i quartieri e le fabbriche. Si cerca di sollecitare altrove analoghe forme di autorganizzazione e di autonoma presa di coscienza, con la costante preoccupazione di presentarsi come "studenti in lotta" quindi come soggetto sociale. Coloro che si oppongono a questa impostazione sono quelli di Classe operaia che si rifanno alla continuità della tradizione del movimento operaio da punti di vista marx-leninisti, tendendo quindi a ridimensionare il ruolo degli studenti; proprio per questo le loro posizioni rimangono in secondo piano rispetto alle impostazioni antiautoritarie che sono in grado di cogliere in modo più immediato la novità della rivolta studentesca. Chi infatti la coglierà sarà POT, in particolare quello pisano. Tende ad affrontare le lotte studentesche da un punto di vista più generale, ponendosi come obiettivo principale quello di sollecitare l'incontro con la classe operaia.

Il dibattito sull'organizzazione nel Potere operaio e la teoria del "collegamento delle avanguardie interne"

Il problema nel '68 per POT è l'organizzazione: le lotte operaie che si sono aperte nella tarda primavera, su contenuti nuovi e con l'apparire di forme organizzative alternative mostrano che la spinta del movimento studentesco non è destinata a restare isolata e che si preannuncia un generale inasprimento del conflitto sociale. Bisognava passare quindi dal provvisorio al regolato.

Due indicazioni: la prima è quella di dotare POT di una struttura organizzativa definita, superando la gestione assembleare; la seconda di puntare anche su un'organizzazione nazionale. La nascita di altri gruppi di POT ha promosso l'unione tra questi sotto un carattere federativo. Ma Sofri, rispetto a Della Mea era di diversa opinione, per lui non si doveva avere un'organizzazione nazionale per affrontare i rapporti con il partito comunista, dandosi una struttura partitica come esso.

Per Sofri, come esprimerà in Avanguardia e massa, è essenziale aprire POT al movimento studentesco, è necessario quindi entrare in rapporto con le nuove avanguardie scaturite dalle lotte e in primo luogo con quelle studentesche. A questa indicazione, si cerca di elaborare una concezione generale dell'organizzazione, che sappia raccogliere gli spunti antiautoritari e antileninisti presenti nel movimento studentesco, riuscendo allo stesso tempo a dar loro una veste teorica più definita.

Per Sofri in Potere operaio sono state rifiutate le concezioni del partito, quella di chi ritiene che la consapevolezza della necessità del partito basti a crearne le condizioni, e quella che vede la direzione politica, come continuità di una tradizione rivoluzionaria. Per Sofri la direzione rivoluzionaria è inaccettabile sotto una visione leninista, perché si pone all'esterno delle masse. La rivoluzione non può più essere vista come esito guidato della catastrofe economica del capitalismo, ma come crescita dello scontro politico tra capitale e proletariato, quindi il passaggio dall'insurrezione alla lotta armata di lunga durata.

Per Sofri la direzione politica di fronte alle masse non poteva scaturire, inoltre, da un atto amministrativo, ma solo attraverso un processo che mettesse al centro le reali avanguardie di massa e facesse di esse i protagonisti dell'organizzazione. Per lui Potere operaio doveva smettere di vedersi come una avanguardia esterna che cerca l'organizzazione su stile Della Mea, e vedersi come avanguardia interna, come il movimento studentesco.

Come avanguardia esterna infatti ci sarebbe stata solo una azione puramente burocratica e conservatrice, mentre come interna l'organizzazione sarebbe divenuta funzionale alla maturazione politica dei militanti, alla crescita della coscienza di massa, all'affermazione dell'idea di potere; quindi l'affermazione vera e propria dell'avanguardia di massa. Le idee di Della Mea rimarranno minoritarie nel gruppo, prenderanno vigore quelle di Sofri, perché fu capace di darle come implicite nell'esperienza politica del gruppo, vincendo così il dibattito sull'organizzazione.

Dall'intera vicenda POT esce con un'immagine di apertura ai nuovi movimenti, ma di fatto non è ancora in grado di superare il suo carattere localistico. I fatti della Bussola del capodanno '69 costringono il gruppo ad attuare una campagna di controinformazione per ristabilire la verità sull'accaduto e per difendere i compagni arrestati. Questa difesa si prolunga fino a metà '69, ma già dalla primavera viene ripreso il progetto di stabilire contatti più stretti con le avanguardie operaie e studentesche di città come Milano e Torino, dove alcuni compagni toscani iniziano a trasferirsi. Vengono invece meno progressivamente i contatti con gruppi di Potere operaio di altre città, tranne che per Pavia, dove si è formato Potere Proletario e che aveva rapporti molto stretti con i pisani.

Ma quale sarà quindi il punto di incontro tra potere operaio e il movimento studentesco? In primis è un giudizio sul '68 come rottura radicale nella concezione della politica e dell'organizzazione. Altro elemento è la valorizzazione dei movimenti. Ad essi va subordinata la costruzione dell'organizzazione, rispetto ad essi passa in secondo piano l'analisi delle classi, del riformismo, delle istituzioni o l'elaborazione di una tattica.

Il '69 alla Fiat e la nascita di Lotta continua

Operai e studenti a Mirafiori

Nel maggio '69 la lotta esplode a Mirafiori. Non esprime nulla di nuovo rispetto alle lotte messe in atto nell'ultimo anno, ma essa rappresenta il punto di arrivo di un movimento più o meno sotterraneo che dallo sciopero dell'orario della primavera '68 è andato crescendo nelle officine. In queste lotte da una parte emerge l'operaio-massa, come protagonista indiscusso della lotta, dall'altra il conflitto con il sindacato si presenta sotto forma di aperta frattura.

Mirafiori fu il luogo naturale per questo salto di qualità: qui infatti la ristrutturazione e la taylorizzazione del lavoro ha dato vita alla nuova composizione di classe, con al centro gli operai comuni, senza mestiere, in prevalenza immigrati, portatori di una carica di rivolta, non mediata dalla cultura dei partiti della sinistra e dei sindacati. La lotta alla Fiat si sviluppa in due fasi: la prima ha come protagonisti gli operai delle officine ausiliarie (specializzati, piemontesi) che entrano in lotta con scioperi interni articolati per obiettivi salariali ed egualitari. In questa fase i temi della lotta sono influenzati dallo Psiup torinese. Il momento della lotta viene privilegiato rispetto a quello dell'accordo, si dà quindi una grande importanza alle nuove forme di organizzazione, i delegati, visti come espressione del movimento politico di massa e quindi autonomi dal sindacato.

Negli ultimi 10 giorni di maggio la lotta si estende ai carrellisti e agli operai delle presse, toccando un settore dequalificato della classe operaia Fiat. Il 28 maggio viene siglato un accordo dai sindacati. Ma nello stesso giorno si apre la seconda fase: i carrellisti continuano a bloccare le linee. La lotta tocca anche le grandi officine di lastro-ferratura, verniciatura e montaggio e a questo punto i gruppi rivoluzionari intervengono. Già da qualche mese un gruppo di studenti di medicina e altre facoltà era presente con continuità ai cancelli di Mirafiori. La maggior parte dei quadri del movimento studentesco torinese che si ritrovano in crisi dopo la fine del '68, giungono ai cancelli di Mirafiori con Adriano Sofri e altri compagni di POT.

L'incontro fu facile, davanti ai cancelli, tanti militanti discutono con gli operai, in modo positivo. Si organizzano quindi riunioni con gli operai più combattivi alla fine di ogni turno in un bar vicino alla porta 2 di Mirafiori. Si discutono e si preparano volantini che escono quotidianamente con brevi informazioni sull'andamento della lotta e con le rivendicazioni elaborate autonomamente da gruppi di operai, reparto per reparto. I primi volantini, distribuiti dal 27 maggio, hanno l'intestazione "Lotta continua" con un pugno chiuso sotto che diventa così la sigla dell'intervento e acquista notevole popolarità tra gli operai.

Ai primi di giugno sembra che i sindacati riescano a controllare la situazione, ma l'influenza del movimento studentesco e le azioni di Lotta continua continuano a crescere.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

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