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Sunto di storia delle idee politiche e sociali

Le città e gli operai: dalla resistenza alla ricostruzione

All'inizio c'erano le città, i giovani, gli operai. Dalla resistenza alla ricostruzione, le città non erano così grandi, i quartieri operai e popolari erano vicini al centro, le fabbriche erano una componente del quartiere. Si formavano compagnie giovanili unificate dalla comune condizione sociale, l'unica condizione per sopportare una prospettiva di vita che appariva definitivamente precostituita dallo schema generale della società. Nelle fabbriche, gli operai a salari bassissimi e ad altissima produttività garantivano l'applicazione dell'ideologia della ricostruzione, che accomunava la progettualità della borghesia a quella del Partito Comunista.

L'Italia era appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale attraverso la resistenza partigiana. Alcuni avrebbero voluto la rivoluzione, ma il PCI aveva scaricato questa componente e aveva optato per un patto con gli industriali per garantire la ripresa economica e produttiva. La prima generazione di operai del dopoguerra è di origine nordica, tutti di forte cultura antifascista, portatrice di valori incentrati sull'ideologia del lavoro, del considerarsi parte produttiva della nazione. Si consideravano depositari dell'attuazione della Costituzione nata dalla Resistenza.

Gli industriali avevano usufruito degli enormi finanziamenti del Piano Marshall, che dovevano consolidare governi affidabili e al contempo condizionare lo sviluppo. L'inefficienza dei sindacati aveva inoltre permesso un grande accumulo capitalistico. Gli industriali dirigevano le fabbriche verso i mercati internazionali, inserendo la catena di montaggio e il lavoro dequalificato, aumentando così il loro controllo su di esse.

Gli anni duri della Fiat

La resistenza aveva contribuito ad alimentare nell'immaginario sociale una forte speranza della possibilità di superamento delle forme di produzione capitalistiche. Nei primi anni dopo la guerra ci furono molte lotte spontanee che però contraddicevano il patto tra PCI e borghesia per la ripresa produttiva (idea di Togliatti).

In questo quadro, il complesso industriale della Fiat di Torino diviene lo scenario decisivo dove si giocano partite decisive nel confronto fra nuove norme istituzionali che si è dato il capitalismo postbellico e uno dei reparti più avanzati della classe operaia. Da marzo '43, la classe operaia della Fiat partecipa in massa a lotte caratterizzate da un forte orientamento politico rivoluzionario. Era una lotta contro il lavoro a cottimo, contro i tempi stretti, ma soprattutto contro il sistema degli incentivi. Nel rifiuto operaio di sottomettersi al tempo del capitale e al lavoro a cottimo ci sono i germogli del movimento di massa dei primi anni '70.

Nel 1953 alla Fiat arriva Valletta che opera un attacco diretto al movimento operaio e alla FIOM. Da una parte si orienta contro la classe operaia attraverso la divisione degli operai in costruttori e distruttori, una forte limitazione della legittimità di sciopero, la promozione del premio di collaborazione, del ricatto sulla garanzia del posto di lavoro, la messa in opera di iniziative che alternano intimidazione a paternalismo; dall'altra si opera una sistematica discriminazione nei confronti delle avanguardie sindacali più attive.

Dal '53 al '62 gli operai della Fiat si astengono dagli scioperi e a continuare le lotte sono poche unità legate alla FIOM. La direzione applica il diritto di rappresaglia contro chi sciopera. Il clima è quello da caserma militare: sono istituiti anche dei tribunali di fabbrica composti da dirigenti aziendali. Il PCI si convince che una ripresa dell'iniziativa classista sia possibile solo fuori dalla fabbrica, disinteressandosi della fabbrica. Così facendo creerà terreno fertile per i fatti del luglio 1960.

Italia, luglio 1960: il governo Tambroni e i movimenti di protesta

Italia, luglio 1960: cade il governo Tambroni, vengono uccisi dieci lavoratori in manifestazioni e viene rinviato il congresso dell'MSI. Stanno nascendo in Italia gruppi che si sono staccati dalle organizzazioni politiche tradizionali per applicare e diffondere una concezione realmente socialista della lotta politica. L'autorizzazione data per lo svolgimento del congresso missino scatena un putiferio: Genova è una città delle più rosse del paese, piena di ex partigiani e operai armati.

L'autorizzazione del governo al congresso aveva il fine di testare la temperatura del paese. Questa esperienza è stata tentata da un governo che intendeva continuare la politica di razionalizzazione della produzione e di rafforzamento dello stato inaugurata nel 1953, prendendo misure per accrescere i consumi, favorendo la clericalizzazione della vita pubblica, incoraggiando nuovi metodi di sfruttamento del capitale.

Ma né la produzione intensiva né i parroci sono riusciti a fermare la lotta di classe. Dal '53 al '58 si sono verificati scioperi non sostenuti dai sindacati e dopo il '58 non furono tanto sporadici episodi violenti e altri scioperi. A Genova iniziano prima gli studenti, impiegati, giovani che organizzano un meeting per il 2 luglio e le sirene della celere allarmano gli operai del porto che accorrono per difendere gli studenti. Intanto, gli studenti prendono contatti con ex partigiani lontani dalla vita pubblica e si rivolgono anche agli operai.

Il 28 giugno si uniscono anche i partiti di sinistra che annunciano uno sciopero a Genova e Savona per il 30 giugno. Ma la sinistra è convinta a far sì che la manifestazione sia calma, senza provocazioni. Ma i provocatori si riuniscono: giovani e lavoratori sono insieme. Lo sciopero dà luogo a scontri estremamente violenti tra forze dell'ordine e manifestanti che si battono con armi rudimentali. I giovani sono i più decisi, i dirigenti cercano la mediazione e i manifestanti si ritirano: tutti lamentano la mancanza di armi e reclamano l'intervento degli ex partigiani.

Il 1 luglio riprendono le agitazioni, ma senza dirigenti, si cerca la mediazione attraverso l'ANPI, il 2 luglio, ma i lavoratori sono decisi a tutto e minacciano di scavalcare i propri dirigenti se i fascisti iniziano il loro congresso. Il governo finisce per recedere, non autorizza più il congresso. Visto il successo di Genova, i partiti della sinistra pensano di recuperare il movimento per sfruttarlo sul piano parlamentare, ma il movimento non si sviluppa.

Il 6 luglio a Roma nuovi scontri, il 7 anche a Reggio Emilia dove la polizia spara e uccide 5 operai. Si decide un nuovo sciopero, nazionale. I giorni del governo Tambroni sono ormai contati. La soluzione della crisi si esprime nel ritorno di Fanfani alla testa del governo e di Scelba, l'uomo dal pugno duro, agli Interni: la borghesia è soddisfatta. Nei fatti di Genova certamente non si può parlare di una rottura netta tra i lavoratori e le loro direzioni burocratiche, ma un buon numero di operai, giovani, ex partigiani, capiscono che vi è un problema, e grosso, da risolvere.

Ancora i gruppi rivoluzionari non sono abbastanza maturi per guidare la lotta, ma coordinandosi con operai e intellettuali, si arriverà alla costruzione di un'avanguardia capace di rispondere ai problemi e ai bisogno attuali delle masse lavoratrici italiane.

I giovani dalle magliette a strisce

Ma da dove venivano i giovani dalle magliette a strisce? Vennero chiamati così i giovani che parteciparono allo sciopero di Genova. La sottolineatura dei giornalisti sul loro abbigliamento voleva significare la loro estraneità al movimento operaio. Questi giovani, nati dopo la guerra, esprimevano un forte disagio verso la rigida canalizzazione della vita quotidiana.

La massiccia importazione di film americani, aveva sedimentato immaginari di società molto diversi e di vissuti generazionali affascinanti. La prospettiva della fabbrica è sempre più insopportabile; una nuova ondata migratoria dal sud al nord stava formando una seconda generazione operaia nei tessuti metropolitani. Provenendo spesso dalla vita contadina, il meridionale spesso non ricavava nessuna gratificazione dal ruolo operaio. I giovani del nord intanto avevano capito il cambiamento in corso e continuavano la fuga dalla prospettiva della fabbrica.

Non ancora alleati a quelli del sud, i giovani del nord forniscono già segnali positivi: a Torino i gruppi di studenti cattolici si schierano con gli operai nei picchetti e intanto le bande di amici nate nei quartieri si espandono e diventano cittadine, come i teddy boys a Milano.

Yankee go home e la vicenda dei missili a Cuba

Il moto di Genova del luglio '60 si espanse ovunque in forme anomale non tradizionali. Nessuno riuscì a capire da dove venivano quei giovani in canottiera a righe. Siamo al tempo di Kennedy, dell'Urss, della politica di Kruscev. Alla vigilia della nascita del centrosinistra in Italia esplode la vicenda dei missili a Cuba. La crisi è generale e diffusa è la sensazione di guerra.

Alcune sezioni del PCI a Milano fanno una manifestazione di protesta, e la rabbia e l'insofferenza per le limitazioni imposte producono un corteo spontaneo di 3/4000 persone, composto da operai, studenti, lavoratori, militanti operai. Lo slogan è "Cuba sì, Yankee no". Arriva lo scontro con la polizia, e Giovanni Ardizzone viene ucciso da una camionetta che faceva i "caroselli" rasentando i marciapiedi pieni di gente. La rappresaglia è forte, i più anziani della manifestazione cercano di interrompere lo scontro, ma i giovani proseguono fino a sera quando arrivano i rinforzi della polizia.

Il partito non fece controinformazione sull'omicidio. Intanto però si stava acquisendo coscienza, gli studenti iniziarono un tirocinio affiancandosi per spirito di solidarietà alle manifestazioni operaie e dal luglio '60 iniziano a far sentire la loro voce. La polizia inizia a riservare lo stesso trattamento a studenti e operai nelle manifestazioni: li picchia per terrorizzarli; vengono chiamati estremisti perché nella settimana di Cuba manifestano per la pace. Alcune questioni come il disarmo della polizia, l'unità studenti-operai, la nuova composizione delle lotte, la solidarietà internazionalista, la nascente divaricazione tra pratica della ribellione violenta e area della controcultura pacifista erano già chiare e presenti dal '62.

Una generazione di intellettuali competenti e autoemarginati

Dopo la morte di Stalin e la presa del potere di Kruscev che fa riferimento allo "stato guida" crea una forte crisi negli intellettuali legati al partito. A complicare il processo critico interviene anche l'invasione dei carri armati sovietici in Ungheria: lo choc è enorme, il PCI parla di un complotto americano, ma al suo interno molti intellettuali vanno oltre gli avvenimenti e iniziano una lunga riflessione critica sulla funzione del partito, sul rapporto esistente tra il partito e la classe, tra una direzione verticale e il vissuto dei militanti di base.

Gli intellettuali che pubblicheranno le riviste degli anni '60, che andranno a costruire un nuovo ceto politico esterno ai condizionamento del partito, che produrranno la cultura del marxismo critico, questa generazione proseguirà la sua attività negli anni '70 ed è composta tutta dai figli del '56. Danilo Montaldi è uno di questi, considerati dal PCI poco più che provocatori, sono in realtà attentissimi studiosi del marxismo e del leninismo delle origini, prima delle deformazioni provocate dai vari partiti terzinternazionalisti.

Tutta l'opera di Montaldi è un continuo scavare nelle soggettività, in quanto strumento di conoscenza della storia e della vita della classe. La sua vicenda si mescola spesso alle vite dei futuri fondatori dei Quaderni Rossi, come Panzieri e Bosio, in cui parteciperà il meglio dell'intelligenza politica, esterna e critica con i partiti storici del movimento operaio. I Quaderni Rossi saranno la base della cultura degli anni '70.

All'origine dell'operaismo: i Quaderni Rossi

L'esperienza dei Quaderni Rossi nasce dentro la diaspora che separa gli intellettuali dalla militanza dentro i partiti di sinistra dopo i fatti del '56. Ma la vicenda non si limita solo ad un episodio di dissidenza intellettuale; intorno a questa esperienza si coagulano rapidamente molte situazioni giovanili e operaie che avvertivano l'esigenza di un riesame più profondo e realistico della realtà operaia e proletaria.

Le assi portanti di questo cambiamento sono la progressiva diminuzione delle attività agricole e la dilatazione accentuata di quelle industriali e terziarie. È mutato il volto del paese, il suo impasto sociale. Ed è dentro questa crisi dell'analisi delle trasformazioni produttive e delle forme di rappresentanza che inizia un tormentato percorso di revisione degli strumenti teorici e della pratica politica fino ad allora adoperati.

Anche all'interno dello stato vi è una trasformazione: alcuni partiti iniziano a rapportarsi alle esigenze di programmazione del neocapitalismo invitando insistentemente gli stessi sindacati a sedersi al tavolo imbandito della pianificazione dello sviluppo. È questa parte tecnocratica che spinge per una modifica del quadro politico, che ipotizza il centrosinistra, che ritiene i sindacati non antagonisti ed estranei allo sviluppo, e dunque disponibili a barattare l'insubordinazione operaia con alcune offerte della controparte padronale e governativa.

In questo quadro si forma il profondo dissidio della sinistra socialita che porterà alla nascita del centrosinistra da un lato e alle origini della sinistra extraparlamentare dell'altro. Altro elemento che contribuirà all'analisi è l'ingresso in massa di migliaia di immigrati meridionali in fabbrica che vengono immediatamente immessi nel processo produttivo e che contribuiscono a generare una condizione nuova, quella del nuovo operaio di tipo parcellare, dell'addetto alla macchina di terza categoria; l'operaio-massa come verrà chiamato a posteriori. Il gruppo Quaderni Rossi matura sotto l'impulso di Panzieri nell'ambito di questo processo di ricerca, di questa necessità di capire sia il piano capitalistico che la fisionomia della nuova classe operaia.

Il gruppo si forma a Torino e chi si aggrega proviene da diversi ambiti, come il PSI, il PCI o nessun partito, dalla CGIL. Le lotte della nuova classe operaia avevano costituito le loro università. Prima di Quaderni Rossi c'erano stati piccoli gruppi che avevano tentato esperienze di minoranza dentro il movimento operaio, come quello di Montaldi. L'indagine, la ricerca, l'inchiesta operaia caratterizzeranno una parte consistente del lavoro dei Quaderni Rossi.

L'elemento fondamentale per rinnovare l'analisi è rappresentato dalla conricerca, che è un'attività pratica di conoscenza. In pratica si va nelle fabbriche a vedere come sono fatte, come funzionano, come sono fatti gli operai, questo per arrivare alla ricerca e quindi alla lotta partendo dal basso. Questo fa sì che la teoria venga continuamente rinnovata e resa complessa dai comportamenti reali della classe, senza sovrapporsi al movimento reale. I Quaderni Rossi si diffondono rapidamente e gruppi analoghi nascono in altre città italiane.

Panzieri è un soggetto inesauribile di sollecitazione alle ipotesi di ricerca. In una prima fase fece inchiesta a lato del sindacato collegandosi a militanti di base, operai, sindacalisti. Ma anche questa prassi viene a decadere, dopo i fatti di piazza Statuto è impossibile continuare una collaborazione informale. Il sindacato è completamente burocratizzato, come il partito, occorre quindi cercare altre strade. L'uso creativo, non ideologico di Marx diventa l'arma metodica fondamentale della conricerca. È scienza dell'antagonismo di classe che vive attraverso tutti i passaggi dello sviluppo capitalistico.

Bisogna scoprire all'interno dello sviluppo capitalistico, soprattutto all'interno della fabbrica, il rapporto di comando che si articola al rapporto di lavoro, cominciare a scoprire la lotta come elemento permanente e fondamentale dello sviluppo del processo di produzione, del processo lavorativo in particolare. PCI e sindacato continuano a conservare fiducia nello sviluppo delle forze produttive come premessa a una futura società socialista e relegavano il problema della condizione operaia alla sfera delle rivendicazioni economiche o delle riforme di struttura. Per Panzieri gli operai devono auto-organizzarsi, rifiutarsi al lavoro per contare qualcosa nel processo neocapitalistico. Su queste tematiche si consumerà la scissione che darà vita a Classe Operaia.

Per Panzieri in Italia bisogna ripensare a tutti nella sinistra: i partiti in particolare sono incapaci di formulare una risposta reale sui problemi della produzione, abbandonando l'ambito della fabbrica ai sindacati, facendo del parlamento il loro terreno d'azione privilegiato allontanandosi così dalla classe operaia e dai suoi bisogni.

Raniero Panzieri: integrazione ed equilibrio del sistema

Nell'uso capitalistico non solo le macchine ma anche i metodi, le tecniche organizzative sono incorporati nel capitale, si contrappongono agli operai come capitale. La pianificazione capitalistica presuppone la pianificazione del lavoro vivo. Uso spropositato è anche quello dell'informazione, destinata a neutralizzare la proposta nella grande fabbrica razionalizzata. L'estendersi delle tecniche di informazione e del loro campo di applicazione rientrano per Panzieri nella caricatura capitalistica della regolazione sociale della produzione. La consapevolezza produttiva non opera un rovesciamento del sistema. La lotta operaia è quindi una necessità di contrapposizione globale al piano capitalistico, dove fattore fondamentale è la consapevolezza.

Gli anni '70: la generazione della rivolta esistenziale

Le città diventano metropoli: tra fine anni '50 e per tutti gli anni '60 affluiscono al nord, soprattutto Milano e Torino, da un milione a un milione e mezzo di emigranti, in gran parte dal meridione e dal Veneto. Nascono nelle periferie enormi quartieri dormitorio, veri e propri depositi di forza lavoro. La rendita immobiliare diventa strumento di arricchimento e di controllo e razionalizzazione degli insediamenti abitativi per stratificazioni di classe. I ceti popolari...

(Nota: Il testo è stato interrotto qui, in quanto l'originale fornito si interrompe. Assicurarsi che ulteriori contenuti siano inclusi se necessario.)
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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simosuxyeah di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle idee politiche e sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Adamo Pietro.
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