"Ti ho dato ali per volare" - Storia della pedagogia
Sintesi capitolo 1: Mutamenti sociali e politici nel V secolo e nascita dei discorsi sull’educazione
Il V secolo ateniese fu denso di eventi politici e culturali; in particolar modo, ci fu l’affermazione della democrazia e dello splendore culturale della città. Questo secolo si aprì con la riforma di Clistene nel 505 a.C., fondata sulla divisione della popolazione in tribù territoriali e del territorio in distretti; ciò creava le condizioni per la sovranità del popolo. Inoltre, vi fu un cambiamento dal punto di vista della trasmissione delle leggi: ad una concezione orale della legge si sostituì una costituzione scritta, che conferiva autonomia alla legge.
Inoltre ci fu la centralità dell’agorà, diretta conseguenza della centralità dell’assemblea e della scrittura della legge. Nell’agorà ogni cittadino poteva esprimere le proprie opinioni. Ci fu anche un cambiamento di valori a cui la società stessa si ispirava, la cui conseguenza fu il problema della formazione. Questo fu posto dalla creazione di uno spazio pubblico, il quale dilatò il fenomeno della trasmissione culturale, facendolo divenire destinato a tutta la società.
La formazione diveniva quindi un processo fondato sulla possibilità di fornire ai futuri cittadini gli strumenti per partecipare alle assemblee. Il fine della formazione era la padronanza dell’eloquenza politica e/o giudiziaria oppure la capacità di governare ed era la conseguenza dei mutamenti radicali della struttura economico-politica. Il confronto tra cittadini eguali di fronte alla legge provoca il sorgere di discorsi differenti e di punti di vista diversi — relativismo, problema che diverrà uno dei temi della riflessione sofistica e sarà risolto in modo definitivo da Platone.
La diffusione della scrittura alfabetica
L’introduzione e la diffusione della scrittura rappresentò un mutamento culturale molto profondo. Durante l’età classica la scrittura divenne tanto un mezzo di trasmissione culturale quanto un’istanza di democratizzazione, in quanto poté essere appresa da tutti in tempi non molto lunghi e permetteva di eliminare le ambiguità. Nel mondo greco venne utilizzata per registrare la poesia greca, dapprima patrimonio orale.
Il passaggio ad una cultura scritta operò una rivoluzione del linguaggio: divenne privo di elementi ritmici, gestuali, sonori, quindi privo di musicalità e ripetitività. Inoltre si attuò un passaggio verso un insegnamento che avesse come obiettivo il conseguimento delle abilità di letto-scrittura funzionali alla vita pubblica. Il passaggio ad una cultura scritta avvenne lentamente e si consolidò nel V secolo quando i valori a cui doveva aspirare la formazione divennero la capacità di sostenere la propria opinione, di condurre in pubblico affari, di esercitare il potere, e quando, inoltre, le pratiche educative più diffuse divennero più diffuse e non più riservate alle élites aristocratiche.
La nascita della scuola
Sorse l’esigenza di istituzionalizzare il fenomeno educativo, esigenza connessa, ad esempio, alla trasformazione dell’esercito, il quale divenne fondato sulla tenuta del gruppo (che deve avere uguali competenze e formazione). Il passaggio da un’educazione aristocratica a una diffusa avvenne con lentezza; tuttavia, nel V secolo nacque la scuola semipubblica, dove insegnanti privati e pagati dallo Stato impartivano lezioni in edifici destinati ad un uso scolastico.
L’iter formativo dei maestri non era regolamentato da un apparato statale seppur raffinato. Inoltre non era oggetto di discussione politica, anzi di discussioni filosofiche o rappresentazioni teatrali, che miravano a far riflettere sulla loro professionalità e sulla loro funzione. L’educazione del cittadino andava dai 7 ai 14 anni, e prevedeva la presenza di un mastro di grammatica (grammatistés), il quale insegnava a riconoscere le lettere dell’alfabeto e a riprodurle su tavolette di cera. Era affiancato dal maestro di musica e di danza e ginnastica, due discipline che formavano i giovani alla prestanza al combattimento oltre che alla partecipazione agli agoni pubblici.
L’istruzione era completa a 16 anni, quando il ragazzo entrava a far parte della fratria, quindi partecipava alle discussioni con gli adulti e intrecciava legami con alcuni maestri. Diverse testimonianze letterarie resero evidente quanto l’istruzione formalizzata attraverso l’istruzione scolastica divenne diffusa nel V secolo, documentando la centralità del fenomeno educativo.
Ad esempio, Plutarco nella “Vita di Temistocle” racconta di sfollati ateniesi accolti nella vicina Trezene, in vista della battaglia di Salamina (480 a.C.); attraverso il suo racconto emerge l’importanza data alla scuola e all’istruzione formalizzata, ritenuti beni fondamentali accanto al cibo e alle spese per il sostentamento. Durante il V secolo vi fu sempre più la presa di coscienza dell’importanza di possedere le capacità di letto-scrittura. Il bisogno di istruzione si affermò sempre più tra la media e la alta borghesia, per affiancare al potere del denaro il prestigio della cultura, indispensabile per affermarsi nella cultura della polis.
Una testimonianza di questo fenomeno la abbiamo da “Liside” di Platone, dialogo che ritrae Socrate intento a discutere sul tema dell’amicizia con alcuni ragazzini tra cui Liside, che viene sollecitato dal filosofo a considerare la libertà di cui gode nella lettura e nella scrittura, a seguito di una polemica riguardo il sentirsi costretto ad obbedire agli adulti. I mutamenti delle pratiche educative furono complessi e significativi e comportarono più discorsi sull’educazione e la sistematizzazione di questi discorsi, che divennero il perno della riflessione tanto artistica quanto letteraria e filosofica del V secolo.
Platone, ad esempio, risponderà agli interrogativi del tempo definendo: l’obbligo di istruzione a carico della città, l’importanza della scelta dei maestri da parte dello Stato e la necessità di un curriculum scolastico.
Altre agenzie educative: il teatro e i discorsi sull’educazione
Si affermò dunque l’istruzione formalizzata e istituzionalizzata. In epoca classica, ad Atene, le competenze di base erano ridotte a saper leggere, scrivere e far di conto, raggiunte a livello superficiale. L’importanza della polis era di creare e perseguire il consenso e l’integrazione, obiettivi che potevano essere raggiunti con più efficacia attraverso altre agenzie educative esterne alla scuola (teatro, riti, feste, valori, identificazioni forti), le quali permettevano di assimilare modelli di ruolo familiari, sociali e non solo.
Come erano visti i cittadini? Fino all’età ellenistica come partners attivi, chiamati a condividere il combattimento e le cariche pubbliche e a godere dei privilegi della cittadinanza e a rispettarne doveri e prescrizioni. La famiglia era vista come cellula sociale ed economica, piccola impresa agricola dove ognuno svolge un ruolo preciso per la sopravvivenza di tutti ed è una struttura che concorre a rendere efficace il funzionamento della città.
Platone nella “Repubblica” e nelle “Leggi” comprese il legame economia familiare-città, che entrerà in crisi alla fine del V secolo a seguito della guerra del Peloponneso. La formazione del cittadino come avveniva? Non solo attraverso il curriculum scolastico, ma anche attraverso riti collettivi, religiosi e civili, spettacoli, agoni pubblici, cortei, cerimonie tutto ciò perché la democrazia di Atene induceva la necessità di un’identità della comunità.
Platone nelle sue opere mise in luce la funzione educativa della città e delle sue strutture e manifestazioni. Questa trasmetteva modelli eroici, miti, memorie collettive e valori condivisi. La città, i luoghi deputati ai riti collettivi e i tempi dedicati alla partecipazione alle istituzioni erano un’impresa permanente e quotidiana. Per un cittadino libero era impossibile sottrarsi alla partecipazione quotidiana a riti, cerimonie e allo svolgimento delle cariche politiche e religiose.
Per quanto riguarda le feste, queste si succedevano in modo irregolare ma con notevole frequenza nel calendario della città. Erano rivolte, inoltre, sia a tutti/e sia a particolari categorie (donne, uomini, ragazze, …) e rafforzavano l’ideologia vigente, o ne comunicavano una nuova. Era un dispositivo pedagogico tanto più efficace quanto coinvolgeva tutti e permetteva di fruire dei messaggi contenuti nelle manifestazioni di arte figurativa (scultura, pittura, architettura).
Per quanto riguarda le opere artistiche, ad Atene, a partire dal VI secolo e nel V si verificò una grandiosa opera di costruzione e ricostruzione di edifici pubblici, in particolare sacri, i quali costituivano un medium potentissimo per veicolare messaggi circa l’ideologia della città. Ad esempio, il Partenone era decorato con sculture su fregi, metope, basamenti, timpani ed esibiva centinaia di metri di narrazione, centrata sulla celebrazione delle lotte dei Greci contro le Amazzoni, Centauri e Lapiti.
Dunque l’opera artistica fungeva da strumento di propaganda ideologica, distaccandosi così dal semplice perseguimento di un ideale di bellezza e di gusto estetico. Inoltre era inserita in un progetto architettonico molto più complesso che prevedeva una serie di edifici atti a fornire un preciso messaggio formativo. L’uso formativo dell’opera d’arte dell’antichità classica e di tutte le città greche non fu del tutto comprensibile a causa del fatto che gli edifici furono danneggiati da agenti atmosferici.
Teatro
Gli spettacoli teatrali furono una delle massime espressioni culturali, alla cui base vi era un forte scopo formativo per i cittadini e le cittadine. Erano esperienze totalizzanti per la tempistica (3 giorni), la collocazione simbolica (nelle feste), il forte legame con la religiosità e il sacro, la scenografia e i costumi. Il teatro faceva riferimento a narrazioni mitologiche, le quali erano un mezzo per tramandare una memoria storica, e per trasmettere valori e credenze.
La procedura per mettere in scena uno spettacolo era complessa, in quanto prevedeva un’opera di censura da parte di magistrature competenti, le quali valutavano la coerenza di questo con il rispetto dei valori tradizionali e con l’aderenza agli ideali della città. Nel caso della commedia, questa non attingeva le proprie trame e personaggi dal patrimonio mitologico; tuttavia, tanto le tragedie quanto le commedie perseguivano uno scopo etico e morale, dunque formativo, servendosi del mito quale fonte di ispirazione e proponendo riflessioni sui ruoli sociali, sulle regole e sui valori.
Mario Vegetti definì il teatro “specchio della città” e delle sue esigenze morali, delle sue crisi e delle sue contraddizioni. Dunque, attraverso il teatro il pubblico tanto aveva la possibilità di ricevere messaggi educativi controllati e consoni all’ideologia quanto poteva esprimere la propria approvazione o disapprovazione. Un esempio di testimonianza circa la funzione formativa del teatro è presente in alcuni passi delle commedie di Aristofane, dedicati alla tematica della funzione dell’opera d’arte, tematica presente ne “Le rane”, opera al cui centro si trova il confronto tra Eschilo ed Euripide riguardante la prospettiva circa i valori della tradizione. In altre opere di Aristofane viene messa in luce la finalità formativa della commedia, nonostante la trama buffa.
Il commediografo, dunque, si assume una vera e propria funzione educativa nei confronti del pubblico. Il teatro divenne dunque, nel V secolo, spazio di riflessione attorno a temi pedagogici, quali, ad esempio, la finalità dell’educazione, il ruolo del maestro, la funzione della scuola, presenti nelle rappresentazioni teatrali di Sofocle, Euripide e Aristofane.
Capitolo 2: Il mito fondatore e l’educazione in età arcaica
Il mito di Chirone
Il centauro Chirone è la figura mitologica che rappresenta il maestro. Questo nacque dall’unione adulterina di Crono e Filira. Rea , moglie legittima di Crono, scopre i due amanti e fa sì che Crono diventi un cavallo e Filira generi un bambino per metà uomo e per metà cavallo: Chirone. Filira, presa dal disprezzo per la mostruosità del proprio bambino ottiene di essere trasformata in un tiglio.
Chirone viene istruito da Apollo e Artemide nella caccia, nella medicina, nella musica e nella ginnastica, nell’arte della profezia e in altre arti; diviene dunque il saggio re dei Centauri e maestro di quasi tutti gli eroi protagonisti dei racconti mitici e greci, per essere eruditi ed educati (es. Giasone, Aristeo, Medeo). Inoltre diviene maestro di Asclepio e Achille. Il primo viene istruito nell’arte della medicina, il secondo nell’uso delle armi e delle arti.
Solo in seguito, Achille sarà cresciuto da Fenice, amico del padre, a cui Chirone darà il compito di perfezionare la sua opera educativa. Nella figura di Chirone si può individuare la presenza di categorie opposte: umana e divina, umana e animale, immortale e mortale (questo decide infine di divenire tale), re caratterizzato da irrazionalità e, al tempo stesso, massimamente saggio; inoltre, vive una vita selvatica, ma insegna agli eroi i valori fondanti la comunità umana.
Dunque, quella che emerge è la figura di un maestro che sa conoscere anche la natura. Un aspetto significativo della relazione maestro-allievo è l’eliminazione del femminile, escluso così dalle forme di trasmissione del sapere della comunità e dal percorso di formazione. A questa si aggiunge la delega da parte del maschile, in quanto il padre affida il figlio a Chirone, e ciò indica che l’opera educativa avviene al di fuori della famiglia, su esplicita delega.
L’opera del maestro, nel caso di Chirone, avviene nella sua dimora, in una grotta in mezzo alle montagne. Chirone educa alle regole del vivere civile e ai precetti della comunità umana, ma al di fuori di essa, incarnando così l’archetipo del maestro che si allontana dal resto della comunità. Inoltre, è una figura attenta tanto alla cura quanto all’educazione, quindi alla cultura. Non vi è dunque una scissione tra l’istruzione e l’educazione, entrambe sono presenti nell’opera educativa di Chirone.
Per quanto riguarda la cura, questa prevede tanto quella educativa quanto quella medico-fisica, in quanto esperto nella cura dei corpi e delle malattie.
La relazione educativa in età arcaica
Per quanto riguarda la forma di trasmissione culturale da una generazione all’altra nella Grecia arcaica, si può affermare che, probabilmente, secondo quanto ricorda Werner Jaeger, fosse trasmissione di precetti e prescrizioni relative alle relazioni umane e sociali, alla religiosità e alle norme comportamentali, contenuti espressi tanto nelle tragedie quanto nelle commedie.
Tra i valori trasmessi vi sono, ad esempio, il rispetto per i genitori e i legami familiari, l’accoglienza dell’ospite e la venerazione degli dèi. In questo periodo storico, quale il V secolo a.C., l’obiettivo educativo è la trasmissione dell’areté, intesa come virtù eroica, eroismo guerriero. La relazione educativa era esclusivamente al maschile; la trasmissione di saperi al femminile avveniva all’interno delle mura domestiche.
Per quanto riguarda le testimonianze letterarie e quindi fantastiche, ma contenenti elementi della realtà del tempo, vi è quella presente nel IX libro dell’Iliade, dove viene descritto l’incontro tra Achille e il suo tutore Fenice, cui era stato affidato dal padre Peleo e dallo stesso Chirone. Fenice si definisce come colui che insegna tanto l’abilità del discorso quanto la capacità di ben operare. Il dialogo prosegue con la narrazione della storia della giovinezza di Fenice stesso e delle cause che l’hanno portato a divenire maestro di Achille.
La relazione insegnante-allievo avveniva tramite delega da parte del padre a un amico di famiglia fidato e lo scopo educativo era legato alla formazione di un giovane che possedesse l’arte del discorso, quindi la capacità di esercitare il suo potere nello spazio politico e anche la capacità di operare. La relazione si attuava in un rapporto tanto di trasmissione dei contenuti e/o abilità quanto di affetto, dedizione e sintesi di educazione e istruzione.
Fenice rappresenta un esempio di educatore/insegnante inascoltato, conseguenza: fallimento della relazione educativa. Telemaco, al contrario, ascolta le figure educative e si trasforma in un coraggioso e determinato viaggiatore presso le corti dei Greci, mutamento questo che indica la consapevolezza dell’importanza dell’opera educativa e dello scopo trasformativo che essa persegue.
Platone, nella “Repubblica” ricorda Omero quale maestro di vita, poiché riconosce il potere educativo dei suoi poemi. Gli eroi omerici sono il perno delle modalità educative tipiche dell’epoca arcaica, le quali vedevano un anziano prendersi cura di un giovane, trasmettendo i valori incarnati dagli eroi stessi. L’esemplarità degli eroi non era rivolta a tutti ma solo a coloro che appartenevano ad uno status sociale aristocratico e il tipo di relazione educativa era fondata sulla dimostrazione e basata sulla condivisione della segretezza dei saperi tra l’allievo e un anziano. Dunque non era una relazione fondata sulla trasmissione di saperi pratici, ad esempio connessi all’esercizio di un mestiere o di una professione.
A fondamento dei valori trasmessi dall’esempio eroico c’era l’importanza dell’intreccio tra cura del corpo e cura della mente, in quanto l’eroe omerico era sintesi di virtù e forza.
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