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Riassunto esame storia del mondo contemporaneo, prof. Lupo, libro consigliato Il futuro della democrazia

Riassunto per l'esame di storia del mondo contemporaneo, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal prof. Lupo Il futuro della democrazia.
Gli argomenti principali sono: la democrazia, il potere invisibile, la democrazia nei sistemi internazionali

Esame di Storia del mondo contemporaneo docente Prof. S. Lupo

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Tutte queste promesse non erano in realtà mantenibili. La società odierna è infatti

molto più complessa di un tempo e ha presentato, rispetto agli ideali iniziali, tre

ostacoli non prevedibili:

- l’aumento dell’esigenza di un governo dei tecnici, sorto con il passaggio da

un’economia familiare all’economia di mercato e da questa ad un’economia

pianificata, protetta e regolata. Tuttavia la tecnocrazia e la democrazia sono

antitetiche, perché mentre la prima prevede che ad occuparsi dei problemi sia un

gruppo ristretto di professionisti (i tecnici appunto), la democrazia invece si basa

sull’assunto che tutti possano decidere di tutto.

- la crescita dell’apparato burocratico ordinato gerarchicamente dall’alto al

basso, cioè in senso opposto alla struttura del potere democratico. Stato

burocratico e democratico sono opposti ma interconnessi tra loro, infatti tutti gli

stati divenuti più democratici allo stesso tempo sono diventati più burocratici

perché il processo di burocratizzazione è stato in gran parte conseguenza di quello

di democratizzazione. Infatti quando ad avere il diritto di voto erano solo i

proprietari, era naturale che questi chiedessero al potere pubblico di esercitare la

protezione della proprietà; via via che il diritto di voto si è andato allargando

anche ai non proprietari, naturalmente sono cominciate ad arrivare da questi

richieste di protezione contro la disoccupazione, la vecchiaia, a favore della

maternità, delle case, del buon mercato ecc. In questo modo lo stato dei servizi è

diventato la risposta ad una domanda venuta dal basso e democratica.

- lo scarso rendimento del sistema democratico e la sua ingovernabilità. Data

l’estensione della partecipazione a tutto il corpo sociale, si è realizzato un effetto

di sovraccarico di domande poste dai cittadini ai governanti, la necessità di

scegliere una domanda a cui dare risposta ed escluderne altre e per conseguenza a

ciò la formazione di malcontento. Inoltre la rapidità dell’evoluzione delle

domande si scontra con la lentezza dell’apparato democratico. Al contrario di ciò

che avviene in uno stato autocratico, il quale soffoca l’autonomia della società

civile limitando le domande, e risponde rapidamente non dovendo sottoporsi alle

complesse procedure decisionali a cui è sottoposto il sistema parlamentare.

Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, lo spazio dei regimi democratici è andato

aumentando e consolidandosi, mantenendo i requisiti minimi (garanzia dei principali

diritti di libertà, esistenza di più partiti in concorrenza tra loro, elezioni periodiche a

suffragio universale, decisioni collettive o concordate o prese in base al principio di

maggioranza); infatti le promesse non mantenute e gli ostacoli non previsti non sono

stati tali da eliminare le differenze tra regime democratico e regime autocratico.

Naturalmente per avere dei cittadini attivi occorrono degli ideali che questi possano

perseguire e sebbene la democrazia sembri essere prevalentemente un insieme di

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regole di procedura, queste regole sono state prodotte attraverso grandi lotte ideali,

che hanno fatto emergere alcuni valori fondamentali: la tolleranza (nata dalle guerre

di religione), la non-violenza (in quanto le regole della democrazia hanno reso

possibile una risoluzione dei conflitti sociali senza spargimenti di sangue), il

rinnovamento graduale della società attraverso il libero dibattito delle idee e il

cambiamento delle mentalità (rivoluzioni silenziose come quelle del rapporto tra i

sessi) ed infine la fratellanza (il modello democratico finisce sempre per diventare un

vero e proprio costume, ma può essere tale solo se gli individui riconoscono di essere

uniti da un comune destino e riconoscano, quindi, la fratellanza).

2. DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA E DEMOCRAZIA DIRETTA

Negli ultimi anni la richiesta di maggiore democrazia si è espressa come richiesta di

una democrazia diretta in luogo di quella rappresentativa. Richiesta già fatta da Jean-

Jacques Rousseau, il quale riteneva che il popolo inglese è libero solo in occasione

dell’elezione dei membri del parlamento ed una volta che questi sono stati eletti, essi

ritornano ad essere schiavi. Tuttavia Rousseau riteneva impossibile una vera

democrazia, poiché questa richiedeva delle difficili condizioni da mettere insieme: un

popolo esiguo, così rendere facile la riunione ed in cui tutti i cittadini si conoscessero;

una semplicità dei costumi che impedisse la complessità delle questioni da risolvere;

una uguaglianza di condizioni e fortune. Oggi naturalmente le società sono molto

complesse, così come i problemi da affrontare, quindi una società democratica come

la intendeva Rousseau è certamente impossibile da creare, di conseguenza se per

democrazia diretta si intende una partecipazione dei cittadini a tutte le decisioni che li

riguardano, è insensato parlarne. L’ideale del cittadino rousseauiano corrisponde al

“cittadino di Dahrendorf, corrispettivo dello stato totale: entrambi hanno alla

totale”

base la riduzione di tutti gli interessi umani agli interessi della polis che porta

all’eliminazione della sfera privata nella sfera pubblica.

Democrazia rappresentativa non è sinonimo di stato parlamentare, perché la prima

indica che le deliberazioni collettive non vengono prese direttamente da coloro che ne

fanno parte ma da persone elette a questo scopo, mentre lo stato parlamentare è

un’applicazione particolare del principio della rappresentanza, cioè è quello stato in

cui l’organo centrale a cui arrivano le istanze e da cui partono le decisioni collettive

fondamentali è rappresentativo, tale organo è il Parlamento. Tuttavia anche una

repubblica presidenziale è una stato rappresentativo.

Oggi gli stati rappresentativi sono quelli in cui il principio della rappresentanza è

esteso anche a tante altre sedi in cui vengono prese decisioni collettive (regioni,

province, comuni), ciò significa che è rappresentativo uno stato in cui le principali

decisioni politiche vengono prese da rappresentanti eletti.

Le democrazie rappresentative sono democrazie in cui per s’intende

rappresentante

una persona che a) in quanto gode della fiducia del corpo elettorale, una volta eletto

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non è revocabile perché non è più responsabile di fronte ai propri elettori; b) non è

responsabile direttamente davanti ai suoi elettori perché egli è chiamato a difendere

gli interessi generali della società civile e non gli interessi particolari di una categoria.

La polemica contro la democrazia rappresentativa si declina come critica al divieto

del mandato imperativo (rappresentanza come rapporto di fiducia in nome di un

e alla rappresentanza generale

vincolo più stretto fra rappresentante e rappresentato)

in luogo di quella di interessi o organica. Entrambi i temi appartengono al pensiero

socialista ed in particolare all’ideologia borghese della democrazia: il primo è

proprio del pensiero politico marxistico, infatti Marx sottolineava il fatto che nella

Comune parigina i consiglieri erano eletti a suffragio universale ed erano revocabili

in qualsiasi momento (il principio è diventato poi parte delle varie costituzioni

sovietiche ed esiste ancora oggi, è l’art. 105 della costituzione); il secondo fa capo

invece al pensiero socialista inglese di fine secolo, in particolare alla proposta di

Hobson e Cole consistente nel chiedere la disarticolazione corporativa dello stato

oltre quella territoriale, e l’instaurazione di una rappresentanza funzionale, cioè degli

interessi costituiti e riconosciuto, accanto a quella territoriale propria dello stato

parlamentare classico.

Secondo l’autore nessuna delle due proposte trasforma la democrazia rappresentativa

in diretta; in primo luogo perché la rappresentanza di categoria (l’unico tentativo di

sostituire la rappresentanza partitica con una organica in Italia è costituito dalle

camere dei fasci e delle corporazioni dell’epoca fascista) non riguarda visioni globali

e non permette decisioni generali; in secondo luogo in quanto affinché si parli di

democrazia diretta (ogni cittadino partecipa alla deliberazione che lo riguarda)

occorre che tra gli individui deliberanti non vi sia alcun intermediario e ovviamente il

delegato, anche se revocabile, è un intermediario sia perché pur essendo vincolato

alle istruzioni che riceve dalla base ha comunque una certa libertà di movimento (se

lui, come gli altri non l’avessero, non si potrebbe arrivare ad una deliberazione

collettiva), sia perché non può essere revocato in qualsiasi momento poiché questo

comporterebbe una paralisi della trattativa.

Anche se la rappresentanza per mandato non è propriamente la democrazia diretta, è

una strada intermedia fra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta; in

questo senso quindi un sistema di democrazia integrale può contenere sia la

democrazia rappresentativa che la democrazia diretta. Di fatto democrazia

rappresentativa e diretta sono due sistemi che possono integrarsi a vicenda, quindi in

un sistema di democrazia diretta entrambe le due forme sono necessarie ma, di per sé

considerate, non sufficienti. Gli istituti di democrazia diretta sono due: l’assemblea

dei cittadini deliberanti senza intermediari e il referendum. Il primo è tipico di

piccole società (come l’Atene del IV - V secolo a.C.), il secondo è l’unico strumento

di democrazia diretta effettivamente applicabile nella maggior parte degli stati di

democrazia avanzata ed è uno strumento applicabile in casi straordinari. 7

Ciò cui assistiamo oggi non è la trasformazione della democrazia da rappresentativa a

diretta, bensì l’allargamento della democrazia politica in senso stretto alla democrazia

sociale, cioè nell’estensione del potere ascendente (potere esercitato a tutti i livelli per

conto del cittadino) al campo della società civile nelle sue varie articolazioni (scuola,

fabbrica ecc…). Ci si è accorti dunque che la democratizzazione dello stato deve

essere affiancata alla e dei suoi spazi di potere e di

democratizzazione della società

organizzazione.

Dal momento che oggi per verificare l’indice di sviluppo democratico non si può più

fare riferimento a chi ha il diritto di voto (data la presenza del suffragio universale

che esclude solo i cittadini minorenni), ma alle sedi in cui si vota, pertanto è

opportuno chiedersi quanti sono gli spazi in cui il cittadino può esercitare il suo

diritto-dovere di elettore. Ad oggi, comunque, i due grandi blocchi di potere

discendente e gerarchico, la grande impresa e l’amministrazione pubblica, non sono

ancora stati intaccati dal processo di democratizzazione; e fino a quando questi due

blocchi resistono all’aggressione delle forze prementi dal basso, la trasformazione

democratica della società non può dirsi avvenuta.

Lo spostamento dello sguardo sulla società mostra come vi siano molti centri di

potere: la democrazia è posta dunque di fronte al problema del pluralismo.

Democrazia e pluralismo sono due regimi che convergono contro l’abuso del potere,

l’una contro il potere autocratico, l’altro contro il potere monocratico. La democrazia

moderna nasce da questa doppia tensione, come potere democratico e policratico

insieme. Il difetto della democrazia rappresentativa è corretto dalla presenza di una

Il pluralismo inoltre rende evidente

pluralità di oligarchie concorrenti, quali i partiti.

un carattere centrale della democrazia moderna: la libertà del considerato

dissenso,

fecondo e non distruttivo del regime democratico. Soltanto dove il dissenso è libero

di manifestarsi, il consenso è reale e il regime è effettivamente democratico. Un

allargamento della democrazia politica a quella sociale passa dunque per un

pluralismo che renda possibile il dissenso e una maggiore distribuzione del potere.

3. I VINCOLI DELLA DEMOCRAZIA

Un sistema democratico è un insieme di regole procedurali delle quali quella della

maggioranza è la principale ma non la sola. Chi voglia parlare di “nuova politica”

deve fare i conti con tali regole. Un sistema democratico è certamente un sistema nel

quale le regole possono essere riviste, va stabilito però quali e come. C’è uno

strettissimo legame tra le regole del gioco ed i giocatori, che nel gioco politico

democratico sono i partiti, mentre il modo principale di fare politica sono le elezioni.

Tra le regole del gioco democratico si distinguono quelle costitutive da quelle

regolanti: queste ultime si limitano a regolare i comportamenti messi in atto dagli

uomini anche se non vi sono regole che li precedono (nutrirsi, accoppiarsi,

passeggiare per strada), le prime invece costituiscono esse stesse comportamenti

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previsti. Molte delle regole del gioco politico sono costitutive (es. il comportamento

elettorale non esiste al di fuori delle leggi che istituiscono e regolano le elezioni).

Regole del gioco, attori e mosse sono solidali tra loro perché senza le une non

possono esistere gli altri. Questo ci fa comprendere perché il ’68 ha rappresentato una

vera rottura: ha fatto sorgere nuovi attori (gruppi e “movimenti” in luogo dei partiti

tradizionali), nuovi modi di fare politica (assemblee, manifestazioni di piazza,

occupazioni di sedi pubbliche, interruzioni di lezioni e riunioni accademiche ecc..);

tuttavia ha rifiutato alcune delle regole fondamentali del sistema democratico: le

elezioni, la rappresentanza senza mandato imperativo (a cui sostituì il principio della

democrazia diretta e della revoca del mandato). Uno dei motivi per cui questa rottura

non ha prodotto però una vera trasformazione del sistema è stato la debolezza delle

proposte alternative proprio in relazione alle regole del gioco o addirittura la

mancanza di un’alternativa che non fosse quella del mutamento dei rapporti di forza

sul presupposto che l’unica alternativa alla lotta regolata è la vittoria del più forte.

Il sistema democratico, nonostante le difficoltà, ha continuato a resistere dal

momento che i partiti tradizionali (suoi principali attori) hanno continuato a

raccogliere attorno a sé la maggioranza dei consensi, nonostante il dilagante

astensionismo. Tuttavia l’astensionismo dal voto non è da vedersi come un dato

preoccupante (sebbene i politici lo facciano apparire tale) perché riduce la pressione

sui politici e li lascia più liberi di svolgere le loro manovre quotidiane; piuttosto i

nostri politici sono preoccupati del fatto che i loro elettori si astengano più degli

elettori degli altri gruppi, rischiando di fargli perdere la maggioranza.

Nel corso del tempo sono sorti numerosi nuovi partiti che hanno dato l’illusione di un

nuovo modo di fare politica, ma queste vie finora non hanno condotto molto lontano.

Lo stesso discorso vale per i sindacati, parte di un sistema capitalistico-

conflittualistico, un sistema che ha le sue regole (tra cui diritto di sciopero e

contrattazione collettiva) e che non si può facilmente sostituire se non si cambia il

sistema. Tali libertà naturalmente sono indice del grado di democraticità del sistema,

poiché laddove i limiti aumentano il sistema è alterato e dove le due libertà vengono

soppresse la democrazia cessa di esistere.

Libertà di associazione e di opinione sono da considerarsi condizioni preliminari del

buon funzionamento di un sistema democratico perché mettono gli attori di un

sistema fondato dal basso e sulla libera scelta delle decisioni o dei delegati a decidere,

nella condizione di esprimere le proprie domande e di prendere le decisioni a seguito

di una libera discussione.

Per chi, come Bobbio, ha vissuto per metà della sua vita sotto il fascismo, è

inevitabile credere che una cattiva democrazia è certamente meglio di una buona

dittatura, poiché è meglio non avere una politica estera piuttosto che una aggressiva e

bellicosa, così come è preferibile avere dieci partiti rissosi ma più tolleranti che uno

graniticamente unito sotto la guida del suo capo. Naturalmente i più giovani, che

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hanno conosciuto i fermenti del ’68, non possono accettare l’andamento odierno della

società, ma in realtà questa stagione è finita così male forse perché alla fine non ha

trasformato in maniera profonda il sistema, come si potrebbe pensare, ma ne ha

scalfito la superficie non determinando un vero e proprio mutamento (tanto che, ad

esempio, chi votava DC ha continuato a farlo negli anni successivi al ’68). Tuttavia si

potrebbe affermare che i mutamenti sociali sono lenti e necessitano di molto tempo

per verificarsi in tutta la loro forza, questo ci aiuta a comprendere perché dal senso di

impotenza sia nato il cosiddetto reflusso. Si possono distinguere 3 fenomeni diversi

legati a quello del reflusso:

1. Il distacco dalla politica (“non tutto è politica”): Solo in momenti straordinari,

di rapide e profonde trasformazioni, l’attività politica diventa predominante ed

esclusiva; ma nei momenti in cui questa rientra nel proprio ambito (quello

segnato dalla passione per il potere), l’uomo comune cerca scampo nella vita

privata.

2. Rinuncia alla politica (“la politica non è di tutti”): Affermando che “non tutto

è politica”, Bobbio può voler dire due cose a) che l’esperienza storica dimostra

che la politica è una delle attività fondamentali dell’uomo, b) è migliore la

società in cui la politica non pervade tutta la vita dell’uomo. Analogamente

dicendo che la “politica non è di tutti” può voler dire a) che la politica è fatta da

pochi (come dimostra la realtà storica), b) è migliore la società in cui esiste una

certa divisione del lavoro e la maggior parte delle persone sono libere

dall’impegno quotidiano di occuparsi degli affari pubblici.

3. Rifiuto della politica: Tale atteggiamento implica sempre un giudizio di valore

sulla politica. In esso possiamo distinguere due atteggiamenti possibili:

Egoistico, particolaristico, economicistico secondo cui il saggio è colui che

• si preoccupa del proprio interesse particolare;

Etico-religioso è proprio di chi vede nella politica il volto demoniaco del

• potere e la considera come luogo di conflitto e violenza. È un luogo in cui

ciò che importa è la conquista del potere* sebbene venga mascherata con

gli ideali che, tuttavia, non sono altro che esche per attirare le masse e che

vengono immancabilmente tradite una volta che l’obiettivo è stato

raggiunto*.

Questi due atteggiamenti sono tuttavia due utopie, dall’uno nasce l’idea di una società

che possa sopravvivere con uno stato ridotto ai minimi termini, il cui unico interesse

pubblico sarebbe quello di garantire che tutti possano perseguire più liberamente i

propri interessi privati; dall’altro nasce l’ideale della società dei dotti (della

repubblica dei filosofi) in cui le leggi morali liberamente osservate sostituiscono

totalmente le leggi giuridiche imposte con la forza. 10

Bobbio conclude poi facendo riferimento a nuove forme di pratica politica, quali la

disobbedienza civile, l’autodeterminazione ed il veto; queste vengono presentate

come diritti affinché abbiano maggior rilievo. Tuttavia solo per l’autodeterminazione

si può parlare di diritto se la si intende sotto specie del diritto d’associazione previsto

dalla costituzione (art.18). Per quel che riguarda il diritto alla disobbedienza civile,

esso non esiste ed anzi la costituzione prescrive il dovere opposto, e lo stesso vale per

il diritto di veto - se lo si intende come diritto di impedire una deliberazione collettiva

con un solo voto contrario - poiché in un sistema democratico vale la regola della

maggioranza e non dell’unanimità.

Questo naturalmente non esclude che tanto la disobbedienza civile quanto il veto

possano esistere in determinate circostanze come forme specifiche di potere di fatto:

si pensi al caso in cui il numero di coloro che si rifiutano di ottemperare ad un ordine

dell’autorità è così elevato da non permettere una repressione, o al caso in cui il voto

di un solo gruppo è determinante per formare una maggioranza. Ma proprio perché si

tratta di poteri di fatto, per verificarsi hanno bisogno di molta forza o circostanze

eccezionali particolarmente favorevoli; inoltre presentarli come diritti è ingannevole

perché fa credere che essi debbano essere garantiti come tutti gli altri diritti, ma

ovviamente non è così e chi si fida rischia di andare in galera.

4. LA DEMOCRAZIA E IL POTERE INVISIBILE

• Il governo del potere pubblico in pubblico

Si può definire la democrazia come il dove

governo del potere pubblico in pubblico,

“pubblico” ha due significati a seconda che venga contrapposto a privato

(contrapposto a ciò che è pubblico in quanto relativo allo stato) oppure a segreto

(contrapposto a ciò che è palese e quindi visibile).

Uno dei cardini del regime democratico è il fatto che tutte le decisioni ed in generale

gli atti dei governanti siano noti al popolo sovrano. Anche quando l’ideale della

democrazia diretta viene sostituito da quello della democrazia rappresentativa, il

carattere pubblico del potere rimane uno dei criteri fondamentali per

contraddistinguere lo stato costituzionale dallo stato assoluto.

Carl Schmitt ha constatato come la pubblicità del potere si collega al principio della

esso consiste nel rendere presente e visibile qualcosa che è invisibile

rappresentanza:

e che altrimenti resterebbe nascosto. Accanto a questo tema vi è quello del

inteso come rivalutazione della rilevanza politica della periferia e

decentramento,

del locale rispetto al centro. L’ideale del governo locale si può, infatti, dire essere

ispirato dal principio secondo cui il potere è tanto più visibile quanto più è vicino. Di

fatto la visibilità non dipende solo dal presentarsi in pubblico di chi è investito del

potere, ma anche dalla vicinanza spaziale tra il governante ed il governato, infatti

anche se le comunicazioni di massa hanno accorciato le distanze tra le parti, le

comunicazioni sono indirette (stampa, pubblicazione di atti parlamentari o leggi sulla

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Gazzetta Ufficiale), mentre nel governo di un comune la pubblicità è più diretta

proprio perché la visibilità degli amministratori e delle loro decisioni è maggiore.

Chi più di tutti ha contribuito a chiarire il nesso tra opinione pubblica e pubblicità del

potere è stato Kant che, nel famoso saggio sull’illuminismo, affermava che esso

richiede “la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare uso pubblico della

propria ragione in tutti i campi”. Nella seconda Appendice alla Kant

Pace perpetua

sottolinea come tutte le azioni relative al diritto degli uomini, la cui massima non è

suscettibile di pubblicità, sono ingiuste. Una massima non suscettibile di diventare

pubblica qualora fosse resa tale causerebbe nel pubblico una reazione tale da renderla

inapplicabile. Kant esemplifica questa idea facendo riferimento al diritto di resistenza

(per il diritto interno) ed a quello del sovrano di infrangere i patti stabiliti con altri

sovrani (per il diritto internazionale).

Nel primo caso l’ingiustizia della ribellione è resa chiara dal fatto che la massima,

qualora fosse pubblicamente conosciuta, renderebbe impossibile il proprio scopo; nel

secondo caso qualora uno stato stabilisse un patto con un altro stato ed il contraente

dichiarasse pubblicamente di non ritenersi vincolato agli obblighi derivanti dal patto

ognuno lo sfuggirebbe o farebbe lega con altri stati per resistere alle sue pretese, di

conseguenza la politica con tutte le sue astuzie verrebbe meno al suo scopo, per

questa tale massima è da ritenersi ingiusta.

Proprio in virtù del fatto che determinate azioni se rese pubbliche susciterebbero uno

“scandalo”, devono essere svolte in segreto (quale pubblico ufficiale nel momento in

cui prende possesso di un ufficio dichiarerebbe apertamente che si approprierà del

denaro pubblico?).

• Autocrazia e “arcana imperii”

L’importanza data alla pubblicità del potere è un aspetto della polemica illuministica

contro lo stato assoluto ed in particolare contro il sovrano di diritto divino, equiparato

ad un Dio terreno e senza alcun obbligo di rivelare ai suoi destinatari il segreto delle

sue decisioni. L’ideale del sovrano equiparato al Dio terreno è quello di essere

l’onniveggente invisibile.

Uno dei temi ricorrenti negli scrittori politici è quello degli arcana imperii; Clapmar

li definisce come aventi un duplice scopo: conservare lo stato in quanto tale (arcana

imperii) e conservare la forma di governo esistente -cioè impedire che la monarchia

degeneri nell’aristocrazia ecc. secondo la natura delle varie “mutazioni” illustrate da

Aristotele nel V libro della Politica - (arcana dominationis).

Nella prima categoria rientrano due temi classici del fenomeno del potere occulto o

che si occulta: il segreto di stato e la menzogna lecita e utile (lecita in quanto utile)

che risale a Platone. Nello stato autocratico il segreto di stato è la regola, poiché il

potere di prendere decisioni vincolanti per i sudditi coincide con la massima

concentrazione della sfera privata del principe. 12

Claude de Seyssel alla metà del XVI secolo affermava che il re doveva circondarsi di

3 consigli, il terzo dei quali era quello segreto, composto da 3-4 persone scelte tra le

più sagge e con esperienza, con cui il principe discuteva le questioni più importanti

prima di sottoporle al Consiglio ordinario. La necessità della rapidità di ogni

decisione riguardante gli interessi supremi dello stato ed il disprezzo del volgo

(oggetto passivo del potere) sono due delle principali ragioni che soccorrono a favore

della segretezza.

Laddove il potere è invisibile, lo è anche il contropotere, prodotto altrettanto segreto

fatto di congiure, complotti e cospirazioni. Nonostante il tema dei cosiddetti arcana

seditionis sia scomparso dai trattati di scienza politica e diritto con la nascita dello

stato costituzionale moderno, il quale ha proclamato il principio della pubblicità del

potere, gli autori antichi non lo ignoravano affatto, ne è un esempio Machiavelli che

ne parla a lungo nei Discorsi sulla prima deca.

Il potere autocratico non solo si nasconde per non far sapere chi è e dov’è, ma tende

anche a nascondere le sue reali intenzioni nel momento in cui le sue decisioni devono

diventare pubbliche.

L’ideale del sommo cui si ispira il potere che pretende di essere allo stesso tempo

onniveggente ed invisibile è stato riscoperto recentemente da Foucault nell’analisi del

Panocticon di Bentham: un insieme di celle disposta a raggiera e terminanti in una

torretta dall’alto del quale il sorvegliante, simbolo del potere, osserva i detenuti senza

che questi possano a loro volta vederlo. Foucalt definisce il Panocticon come una

macchina per dissociare la coppia “vedere-essere visto”. La struttura del Panocticon

mostra come i rapporti di potere possono essere simmetrici o asimmetrici: la forma di

governo democratico nasce dal pactum societatis che rappresenta il tipo ideale di

rapporto simmetrico basato sul do ut des; il tipo ideale di rapporto asimmetrico è

invece l’ordine del sovrano che instaura un rapporto di comando-obbedienza.

Il Panocticon nasce per quel tipo di istituzioni - manicomi, caserme, ospedali - in cui

tutto ciò che non è proibito è obbligatorio, ma può essere anche elevato a modello

ideale dello stato autocratico quando viene ricondotto al principio secondo cui il

principe è tanto più capace di farsi ubbidire quanto più è onniveggente, ed è tanto più

capace di comandare quanto più è invisibile.

• Ideale democratico e realtà

Nessuno stato ha mai rinunciato ai servizi segreti, perché questi sono lo strumento

migliore per sapere i fatti altrui senza essere riconosciuti.

Per secoli la democrazia è stata condannata come la peggiore forma di governo in se

stessa, in quanto affida il governo al popolo che, degradato al rango di massa (folla,

plebe ecc..), non è in grado di governare. Successivamente tale forma di governo è

stata elevata al rango di migliore - o meno cattiva - e da quel momento i regimi

democratici sono stati giudicati per le promesse non mantenute. 13

È noto che anche lo stato più democratico tutela la sfera privata o segreta dei cittadini

(si pensi alla legge sul rispetto della privacy, sul divieto di violare la corrispondenza

ecc…). Una distinzione fondamentale tra autocrazia e democrazia è il fatto che

mentre nel primo caso il segreto di stato è una regola, nel secondo è un’eccezione

regolata da leggi che non ne permettono indebite estensioni.

Comunque il confronto fra il modello ideale del potere visibile e la realtà delle cose

va condotto tenendo presente la tendenza di ogni forma di dominio a fare uso della

segretezza e del mascheramento; il nascondimento è tipico di ogni forma di

comunicazione pubblica solo che mentre prima si chiamava simulazione (essendo

considerato dal punto di vista del soggetto agente, il principe) oggi si chiama

manipolazione (dal punto di vista del soggetto passivo, il cittadino).

Il potere politico - caratterizzato dall’esclusiva dell’uso della forza legittima - non

può fare a meno del potere ideologico, e quindi di “persuasori” palesi od occulti che

siano. Anche il regime democratico non può farne a meno, quindi ciò che distingue il

potere democratico da quello autocratico è che solo il primo, tramite la libera critica e

la liceità d’espressione dei diversi punti di vista può consentire forme di

disoccultamento.

• Sottogoverno, criptogoverno e potere onniveggente

Il tema più interessante su cui si può mettere alla prova la capacità del potere visibile

di debellare quello invisibile è quello della pubblicità degli atti del potere (vero

momento di svolta della trasformazione dello stato moderno da stato assoluto a stato

di diritto. Questa debellatio non è avvenuta, come dimostra la presenza dei cosiddetti

sottogoverno e criptogoverno. Con il primo termine si fa riferimento al governo

dell’economia; in questo contesto la classe politica esercita il potere non più soltanto

attraverso le forme tradizionali della legge (potere visibile) ma anche tramite la

gestione dei grandi centri di potere economico - banche, industrie di stato ecc.. - dalla

quale trae anche i mezzi di sussistenza degli apparati dei partiti da cui a sua volta trae

la propria legittimazione a governare attraverso le elezioni. Con criptogoverno,

invece, si intende l’insieme di forze eversive che agiscono in collegamento con i

servizi segreti o che non sono da questi ostacolati.

Un ultimo argomento riguarda del governante, oggi resa possibile dal

l’onniveggenza

controllo capillare dei computer: esso potrebbe dare vita alla tendenza contro-

democratica del massimo controllo dei governati da parte del potere.

5. LIBERALISMO VECCHIO E NUOVO

In Italia in questi ultimi anni si è riacceso l’interesse per il pensiero liberale e la sua

storia, grazie ad iniziative culturali varie come quelle organizzate dal Centro Einaudi

di Torino con la rivista periodica Biblioteca della libertà. 14

• Stuart Mill visto da sinistra

Recentemente è stato ristampato nella collana “Lo spazio politico” (orientata a

sinistra) un classico del liberalismo: On liberty di John Stuart Mill. Curatori di questa

collana sono Giulio Giorello e Marco Mondadori, i quali, attraverso un’analisi del

liberalismo politico di Mill tramite un liberalismo metodologico di Feyerabend,

giungono alla conclusione che alla sinistra è necessaria una vera e propria

“rivoluzione copernicana” consistente nel superare il dogma dei sistemi centrati e nel

riconoscere il sistema sociale come un insieme di interazioni tra gruppi con funzioni

di utilità che esclude ogni concentrazione del potere che pretenda di organizzare la

vita sociale secondo un piano unitario.

• Stato liberale e stato sociale

Il principio di giustizia cui si arresta Mill è quello del neminen leadere, secondo cui

l’unico scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su un membro della

comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. In secondo

luogo il governo può imporre a ciascuno di sostenere la propria parte di sacrifici e

fatica necessari per difendere la società ed i suoi membri da danni e molestie. Tale

carico di fatiche e sacrifici deve essere stabilito in base a principi equi, i quali non

sono altro se non principi di giustizia distributiva (dare a ciascuno il suo).

Ogni ordinamento giuridico, compreso quello liberale ideale - peraltro mai esistito -

consiste di precetti sia positivi che negativi; inoltre il passaggio dalla stato liberale a

quello sociale è contrassegnato dal passaggio da un diritto in funzione protettivo-

repressiva ad un diritto via via sempre più promozionale.

Ad ogni modo la giustizia commutativa (al bene o al male compiuto corrisponde un

bene o un male eguale e contrario in base al criterio dell’uguaglianza aritmetica) non

è più bastevole, è necessario introdurre un qualche criterio di giustizia distributiva

perché una società stia insieme. Il dibattito attuale sullo stato sociale si concentra

proprio sul criterio di distribuzione della giustizia. Come nel caso della giustizia

commutativa, infatti, i problemi sono 2: cosa distribuire e con quale criterio; qui

passa la distinzione tra stato sociale (= stato assistenziale, welfare state) e stato

liberale.

• Quale liberalismo?

Il liberalismo è un movimento di idee che passa attraverso autori molto differenti tra

loro (Locke, Montesquieu, Mill, Smith, Kant, ecc..) e per questo presenta numerosi

aspetti, ma quelli secondo Bobbio più meritevoli di essere presi in considerazione

sono quello economico e quello politico. Nel primo caso è fautore dell’economia di

mercato, nel secondo caso del cosiddetto stato minimo, cioè dello stato che governi

il meno possibile. Uno dei modi per ridurre lo stato ai minimi termini è quello di

sottrargli il dominio della sfera in cui si svolgono i rapporti economici, rendendo il

15

suo intervento in quest’ambito un’eccezione e non la regola. Tuttavia le due teorie

sono indipendenti l’una dall’altra perché la teoria dei limiti del potere dello stato non

si ferma alla sfera economica ma riguarda anche quella spirituale ed etico-religiosa

(lo stato liberale è anche laico, viceversa uno stato può anche essere agnostico dal

punto di vista religioso ma interventista in materia economica).

Attraverso la concezione liberale dello stato viene resa consapevole e

costituzionalizzata la linea di demarcazione tra lo stato ed il non-stato (cioè la società

civile, la società religiosa e la vita intellettuale e morale degli individui e dei gruppi).

Il duplice processo di formazione dello stato liberale può essere descritto come

emancipazione del potere politico da quello religioso (stato laico) ed emancipazione

del potere economico da quello politico (stato del libero mercato). Attraverso il primo

processo lo stato cessa di essere il braccio secolo della chiesa, attraverso il secondo

diventa il braccio secolare della borghesia mercantile ed imprenditoriale.

Inoltre caratteristica della dottrina liberale economico-politica è una concezione

negativa dello stato, ridotto a puro strumento di realizzazione dei fini individuali, e

per contrasto una concezione positiva del non-stato, inteso come sfera dei rapporti in

cui l’individuo in rapporto con gli altri individui forma, esplica e perfeziona la

propria personalità.

Possiamo inoltre distinguere anche un liberalismo etico, intero come quella dottrina

che mette la primo posto nella scala dei valori l’individuo e solo successivamente la

libertà individuale (sia in senso positivo — possibilità di orientare il proprio volere

verso uno scopo, di prendere delle decisioni, senza essere determinato dal volere

altrui — sia in senso negativo — inteso come mancanza di impedimenti alle azioni

degli individui). Dal momento però che l’uomo vive in un mondo in cui la libertà di

uno corrisponde alla limitazione della libertà altrui, il postulato etico della libertà va

applicato ai casi concreti, da qui il problema di rendere possibile la coesistenza della

libertà che la dottrina liberale è chiamata a risolvere e che si traduce nella

formulazione e nell’applicazione di regole e pratiche di condotta.

• La critica dei socialismi reali

L’insistenza sul duplice aspetto del liberalismo deriva per un verso dalla

rivendicazione dei vantaggi dell’economia di mercato contro lo stato interventista,

per l’altro dalla rivendicazione dei diritti dell’uomo contro ogni nuova forma di

dispotismo. Queste due rivendicazioni sono rivolte l’una verso il socialismo

democratico e l’altra verso il socialismo dei paesi dominati dall’Unione Sovietica.

Dopo la prima e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, il socialismo è

diventato una realtà e può essere contestato sullo stesso piano su cui esso contestava

nel secolo scorso lo stato liberale, cioè adducendo fatti e misfatti. Fino a pochi anni fa

è stato soprattutto il liberalismo a polemizzare fortemente contro la terribile

violazione dei diritti umani da parte dello stalinismo ed a confutare la tesi secondo

16

cui questi ultimi sono diritti volti alla difesa degli interessi della borghesia e quindi

non universalmente validi (tesi ormai confutata). Da qualche anno però è il

liberalismo economico (o liberismo) a polemizzare, in particolare contro lo stato

assistenziale adottate dalla socialdemocrazia nei paesi dell’Unione sovietica. Viene

criticato come disastroso l’effetto delle politiche keynesiane adottate dagli stati

economicamente e politicamente più avanzati sotto la spinta dei partiti

socialdemocratici e laburisti. Ai governi che hanno adottato politiche di questo tipo

vengono attribuiti i vizi che di solito erano attribuiti agli stati assoluti:

burocratizzazione, spreco delle risorse, perdita delle libertà personali, cattiva

conduzione economica).

L’attacco più insidioso viene dalla destra, per cui lo stato-benessere sulla via del

fallimento e del totalitarismo. Lo stato socialista, mascherato, con il pretesto di

attuare la giustizia sociale sta distruggendo la libertà individuale.

• Corsi e ricorsi

Il movimento operaio è nato nel secolo scorso sotto il segno di una concezione

progressista e deterministica della storia: nel primo caso nel senso che il corso storico

si svolgerebbe in una direzione secondo cui ogni fase rappresenta un’avanzamento

sulla via che va dalla barbarie alla civiltà rispetto alla fase precedente; nel secondo

caso nel senso che ogni fase è iscritta in un disegno razionale (o provvidenziale) e

deve necessariamente accadere. In questa concezione della storia il socialismo è stato

visto sempre come una nuova e positiva fase di sviluppo storico.

La realtà, invece, è ben diversa perché dove si è realizzato non può certo essere visto

come una fase progressiva della storia (ciò può avvenire solo nei paesi arretrati in cui

è riuscito ad imporsi), dove invece si è realizzato a metà, o non si è realizzato, si sta

sviluppando una forte tendenza a tornare indietro anche rispetto alla metà già

percorsa.

In questo senso quindi gli economisti ritengono che alla fine il capitalismo è il minor

male perché è il sistema in cui il potere è più diffuso e ciascuno ha il maggior numero

di alternative. In questo modo, ad una concezione progressiva e deterministica delle

storia se ne sostituisce una ciclica ed indeterministica (per prova ed errori) per cui

terminato il ciclo si comincia da capo. Si può parlare quindi di restaurazione, dal

momento che è stato proprio il periodo della Restaurazione quello di maggior

rigoglio intellettuale del liberalismo ed inoltre il concetto di restaurazione presuppone

una visione della storia dualistica (composta da eventi positivi e negativi) e

semplificata.

In una concezione della storia più complessa e più aderente alla realtà dello sviluppo

storico, si tende ad interpretare il neo-liberalismo come una terza fase, una sorta di

negazione della negazione dialettica, in cui il positivo del secondo momento viene

conservato. 17


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Studi storici, antropologici e geografici
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gdilorenzo1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del mondo contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Lupo Salvatore.

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