Una questione di stile: il cinema giapponese muto
Sebbene i primi esperimenti concernenti l'uso del sonoro siano datati alla fine degli anni Venti, è solo a partire dal 1936 che i grandi studi pongono di fatto fine alla produzione di film muti. Nonostante le incertezze provocate da questa difficile transizione, difficile anche a causa della forte opposizione all'avvento del sonoro da parte della potente corporazione dei benshi (narratori dei film muti), il periodo che va dalla fine degli anni Venti alla metà degli anni Trenta, è considerato la prima grande età dell'oro del cinema giapponese.
Il primo film sonoro fu: “La moglie del vicino e la mia” di Gosho del 1931. Autori famosi del cinema muto: Ozu, Mizoguchi, Naruse, Shimuzu, Yamanaka e Itō. Il cinema giapponese degli anni Venti e Trenta tende ad appropriarsi di quella pratica di esplicita iscrizione del significante nel testo, che è tipica del teatro classico giapponese (del noh, in particolare, ma anche del kabuki e del bunraku, il teatro delle marionette), la cui natura non è rappresentazionale bensì presentazionale, dove i fatti messi in scena si presentano come tali, e dove né l'attore né lo spettatore perdono la loro identità e la coscienza del proprio ruolo.
Obiettivo del cinema giapponese dei primi anni era quello di cercare di mediare le proprie tradizioni culturali con i modelli del cinema occidentale, producendo un ibrido di grande fascino e suggestione. Analizziamo ora cinque classici del cinema giapponese dei primi anni Trenta, tutti prodotti nell'ambito dei grandi studi.
1931: Jirokichi, The Rat di Itō
Il film è ispirato alle avventure di Nezumi Kozō, un celebre ladro catturato e giustiziato nel 1831, protagonista di decine di drammi Kabuki. Film interpretato da Okochi Denjirō, fra le star più acclamate del genere, e fotografato da Karasawa Hiromitsu, fra i più prestigiosi cameraman dell'epoca. Itō è stato soprannominato amante del movimento e filmò le scene di combattimento legandosi al petto la cinecamera e buttandosi anche lui, insieme agli attori, al centro dell'azione. Questo film è un esempio di jidaigeki nichilista.
Caratteristiche del film: movimenti macchina, importanza dei dettagli e dei particolari, anche se l'aspetto più straordinario riguarda l'uso eisensteiniano di una natura paesaggio non indifferente (l'ambiente si infiamma e si distorce diventando tutt'uno con l'impotente disperazione dei due protagonisti). Topos visivo: centinaia di lanterne che gli uomini della polizia tengono per accentuare l'intrappolamento del protagonista.
1933: Apart from you di Naruse
Film realizzato negli studi di Kamata della Shochiku che rappresenta un tipico melodramma di studio che narra le vicissitudini di due geishe di basso rango. Nel film vi è un insistito ricorso a figure visive che gli conferiscono una particolare intensità espressiva: uso dei movimenti di macchina in avanti o indietro sui diversi personaggi. Il gioco di macchina può essere anche laterale a congiungere sguardi, volti e mani oltre al fatto che la disposizione dei personaggi in campo dipinge una vera geometria delle emozioni.
Il film si avvale anche di altre soluzioni stilistiche particolarmente forti soprattutto nella loro iteratività come testimoniano l'uso ricorrente di primi piani e inserti, che conferiscono un andamento molto frammentato a numerose scene del film; e poi gli effetti di profondità di campo e fuoco che spesso misurano la distanza conflittuale fra i personaggi presenti in scena; i raccordi intersequenziali giocati su analogie visive che mettono in parallelo la situazione dei diversi protagonisti a sottolineare similitudini o differenze; e infine il gioco davvero insistito dei movimenti dei personaggi ad avvicinarsi e ad allontanarsi dalla macchina da presa, con anticlassiche entrate e uscite di scena, da e verso il fuori campo proibito, quello della stessa macchina da presa, quello dello spettatore, che infrangono l'illusionismo della quarta parete, come del resto accade anche quando diversi oggetti (tenda che viene tirata, porta che viene chiusa) finiscono improvvisamente con l'oscurare il campo visivo dello spettatore.
1933: Japanese Girl at the Harbor di Shimizu
Incentrato sul triangolo sentimentale di due donne, Sunako e Dora, e un uomo, Henry, che corteggia la prima ma sposa la seconda, il film gioca sulla contrapposizione tra modernità e tradizione: ad esempio la soggettiva di uno dei personaggi sui piedi di uomini e donne che camminano per una via del centro divi tra chi indossa scarpe all'occidentale e chi invece chi indossa i geta ovvero i tradizionali zoccoli di legno.
Soluzioni stilistiche: raccordi in avanti o indietro, dissolvenze incrociate per unire due inquadrature, profondità di campo, oggetti che ostruiscono in parte l'inquadratura e limitano lo spazio d'azione dei personaggi, dialettica campo e fuori campo, didascalie che si ripetono a caratteri sempre più grandi in momenti di particolare intensità drammatica, carrellate laterali… La stessa dinamica di spingere all'eccesso certe consolidate figure dei modelli di rappresentazione dominanti riguarda, nel film, l'uso dei piani d'ambientazione e degli inserti. Il sistema di ripetizioni stilistiche sembra rimandare al carattere di costrutto semiotico del film.
1932: Dove sono finiti i nostri sogni di gioventù, Ozu
Il film narra la storia di un gruppo di giovani che passa dagli anni dell'università a quelli del lavoro, e scopre che i primi legami amicali devono duramente confrontarsi con la logica del mondo degli adulti e della divisione della società in classi. Stile: posizione bassa della macchina da presa, uso insistito di dettagli e particolari, di inserti, di pose parallele e movimenti all'unisono, immagini ravvicinate che hanno finalità non solo comiche ma anche drammatiche.
La serie di gesti comuni si pone come base del finale saluto strutturato in sei diverse inquadrature tutte giocate su pose parallele e movimenti all'unisono a chiudere così il film all'insegna della celebrazione di un'amicizia e di un sentire comune finalmente ritrovati. Il procedere per frammenti, metonimie e sineddochi visive si ritrova anche nell'uso di immagini che coniugano su un piano iconico determinate situazioni narrative (es: una scena mostra tre bottiglie di birra su un tavolino basso e una appoggiata a terra, in una disposizione visiva che è del tutto analoga a quella dei tre personaggi: le tre bottiglie sul tavolo stanno per i tre amici, seduti intorno a quello stesso tavolo, e quella a terra per la madre leggermente defilata).
1935: Osen delle cicogne di carte di Mizoguchi
Il film contrappone donne forti e risolute, di carattere e sentimento, pronte a ribellarsi alle ingiustizie del mondo in cui vivono, ma destinate a una sorte crudele, a uomini brutali e deboli che solo grazie al sacrificio altrui, quello femminile riescono a raggiungere i loro fini. Il modello dominante è quello dei destini rovesciati: il giovane Sokichi riesce a laurearsi e diventare dottore grazie al sacrificio di Osen, che vende il suo corpo e pagherà con la pazzia le proprie scelte.
Stile: flashback, movimenti di macchina che vanno a creare dei piani sequenza, dei long take che di fatto azzerano le tradizionali funzioni del montaggio. Si tende quasi ad eliminare infatti le conversazioni in campo e contro-campo classico. Questi piani sembrano essere lì proprio per negare i presupposti del découpage classico. Aspetto importante è anche l'uso della profondità di campo attraverso aperture e brecce (finestre e porte) che invitano lo spettatore a muoversi autonomamente nei recessi di uno spazio articolato per confrontate fra loro diverse e competitive aree d'azione.
I generi: storie di samurai, eroine e cavalieri erranti
Cinema giapponese per eccellenza, il jidaigeki (dramma storico) ha segnato per più di sessant'anni la storia del cinema. Nel corso della sua storia ha conosciuto tante anime, dalla dimensione epica a quella nichilista, da quella quotidiana e minimalista a quella crepuscolare, da quella anti-feudale a quella segnata dalla riletture del Nuovo Cinema degli anni Sessanta, sino ad assumere, recentemente, una dimensione postmoderna. Esso ha fatto la fortuna di diversi registi di primo piano della storia del cinema del suo paese, sia prima della guerra (Itō, Yamanaka, Itami, Makino), sia negli anni ad essa successivi (Inagaki, Mizoguchi, Kurosawa, Kabayashi, Gosha, Okamoto, Misuri).
Il jidaigeki non è però riuscito a sopravvivere alla generale crisi del cinema giapponese degli anni Settanta, così come all'inevitabile mutamento dei gusti del pubblico, spinto da nuove sollecitazioni. Di fatto viene soppiantato dai film yakuza, che ne rappresentano un ideale proseguimento in un contesto più adatto al Giappone dell'epoca. Vistisi ridotti i suoi sbocchi sul mercato cinematografico, il jidaigeki emigra sul piccolo schermo dove continua a sopravvivere, anche con un discreto successo. Il jidaigeki è un genere forte come il western, ed è definibile innanzitutto sulla base di ben precise coordinate spaziali e temporali: jidaigeki sono infatti considerati i film ambientati in Giappone.
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