Il cinema muto
Prima parte
Capitolo 1: L’estetica del cinema muto
Il teatro e la musica del silenzio, la pantomima, il sonoro e la scenografia. Nel 1908 Ricciotto Canudo definisce questa nuova forma di espressione come la "Sesta" e poi la "Settima Arte". Ci sono state di fatto due correnti di cinema muto:
- Nell’assenza della parola si vede un handicap.
- Sfruttava la mancanza della parola per elaborare un linguaggio che le fosse proprio.
Il cinema muto era concepito sia come un "Teatro del silenzio", sia come una forma d’arte vicina, ma differente, alla pantomima. In quest’ultima gli attori si esprimono attraverso gesti, mimica ed espressione visiva, evitando di parlare. Nei film muti i personaggi potevano tacere o esprimersi attraverso la gestualità ma non imponevano mai a se stessi di non parlare, al contrario: era il suono della loro voce che per forza di cose risultava assente durante la proiezione.
L’accompagnamento sonoro degli spettacoli era assicurato dai pianisti e da musicisti. La sua funzione principale non è quella di parafrasare le azioni, ma di supportare lo spettatore nella ricerca del silenzio, dando vita a una cornice sonora in grado di astrarre il film dall’universo reale e di facilitare lo sforzo di una comprensione totalmente visiva.
Il ruolo svolto dalla scenografia sottolinea l’importanza di una dimensione cosmica nonché di un panteismo quasi primitivo (es: "Il gabinetto del dottor Caligari" di Wiene).
Il linguaggio interiore ed universale
La presa di coscienza del mutismo e della specificità dell’immagine in movimento è all’origine dello stile dei grandi registi degli anni '20 e delle scuole estetiche che hanno contrassegnato questo periodo. I formalisti russi hanno evidenziato questa specificità in modo particolare. Così Boris Ejchenbaum sosteneva che il cinema muto, escludendo la "parola udibile", ponesse in primo piano "il movimento visto nei suoi particolari". Questo perché il cinema pretende dallo spettatore uno sforzo particolare nell’arte di immaginare.
Per i teorici degli anni '20 questa particolare tecnica dava vita a un linguaggio interiore considerato universale, perché consentiva di oltrepassare le frontiere nazionali, di superare la diversità delle lingue e permetteva di annullare le differenze di classe e quelle culturali (polisemia). Tale universalità risulta possibile grazie al silenzio, perché costringeva ad attribuire ai personaggi altre parole.
Un’arte plastica
Il cinema muto è sovradeterminato dalla dimensione plastica dell’immagine. Essa si manifesta attraverso lo studio della composizione spaziale e della struttura stessa del quadro, ridefinito da molteplici figure: il cerchio, il quadratore, il rompo; tutto ciò implica un lavoro sulla materialità non figurativa dell’immagine. Ora le figure sono rapidamente scomparse con l’avvento del sonoro, perché risultavano "non naturali".
I grandi autori del periodo del muto hanno dedicato ampio spazio allo studio delle possibilità del montaggio. Il precursore è stato Griffith dove in "Intolerance" ha fatto un ampio uso del montaggio parallelo e alternato.
Capitolo 2: Le didascalie: immagini, montaggio e lingua scritta
Rimpiazzare la parola
Una certa corrente del cinema muto tentava, nell’organizzare le immagini e le sequenze, di ricalcare in maniera maldestra la struttura della lingua. A tale scopo, veniva impiegata tutta una serie di sotterfugi finalizzati a "colmare il vuoto" tramite la retorica gestuale e l’uso massiccio delle didascalie. L’uso di quest’ultime rappresentava una soluzione di comodo: il montaggio alternava una didascalia con un’inquadratura che illustrava ciò che vi era scritto.
All’epoca per i cartelli veniva usato il termine sottotitolo, mentre la definizione di didascalia ha fatto la sua comparsa con il cinema sonoro, quando si è iniziato a sottolineare i film in lingua originale.
Gli elementi fondamentali in un film muto sono:
- Le immagini in movimento
- Le rappresentazioni dei personaggi
- Gli oggetti
- Le scenografie
- I corpi degli attori, i quali si esprimevano sia attraverso una gestualità specifica sia grazie ad una mimica particolare del volto, e in particolare dello sguardo.
Questi tipi di gestualità e di mimica si diversificavano da quelli del teatro per almeno due aspetti: la discontinuità e la scala dei piani. È quindi una mimica supportata dall’inquadratura che può metterla in risalto attraverso i primissimi piani e i dettagli.
Découpage, montaggio e didascalia
La scala dei piani e la successione delle immagini sono i due fattori su cui si concentrano i primi teorici del cinema, ad esempio Béla Balazs. Secondo lui il cinema è un produttore di senso a tutti i livelli. Quest’idea culmina con la nozione di fisionomia, conferita dal cinema a ciò che filma, sia che si tratti dell’uomo visibile, dell’oggetto inanimato o della natura. Siamo assai prossimi al concetto di fotogenia.
È con le didascalie che la scrittura trova spazio.
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