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Alessandro De Giorgi - Il governo dell'eccedenza

Introduzione

Di fronte alla povertà, alla dissoluzione morale offerta dai poveri in Europa tra il XVII e XVIII secolo, le strategie del potere mutano, passando da una funzione negativa (di distruzione ed eliminazione fisica della devianza), ad una funzione positiva (di recupero, di disciplinamento dei diversi). Si inizia ad internare i devianti perché si comprende che costituiscono una massa che le nascenti tecnologie della disciplina possono forgiare, plasmare, trasformare in soggetti utili, cioè in forza lavoro. Dal “diritto di morte” si passa al “potere sulla vita”: ciò che De Giorgi annuncia è la nascita della biopolitica. La biopolitica organizza un potere efficace sulla vita, assembla un complesso di tecnologie di governo che alla dissipazione e allo spreco (dei corpi, delle energie, delle risorse), oppongono una gestione razionale delle forze produttive.

Il progetto di una perfetta articolazione fra disciplina dei corpi e governo delle popolazioni giungerà a compimento nella prima metà del XX secolo, materializzandosi nel regime economico della fabbrica, nel modello sociale del welfare state e nel carcere “correzionale”.

Se volgiamo lo sguardo alle tecnologie di controllo che emergono tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, si può parlare di un secondo grande internamento. Le discipline non sono più uno strumento efficace di controllo e governo della devianza e dello spreco di forza lavoro. Poveri, disoccupati, migranti rappresentano le nuove classi pericolose, i “dannati della metropoli”, ma nei loro confronti si dispiegano ora strategie diverse. Il nuovo internamento si configura come un tentativo di definire uno spazio di contenimento, di tracciare un perimetro materiale o immateriale attorno a popolazioni che risultano “eccedenti”.

Si determina una netta separazione fra biopolitica e disciplinarità: resta il potere biopolitico inteso come regolazione di popolazioni produttive in uno spazio divenuto imperiale, ma vengono meno quelle tecnologie di soggettivazione che trasformavano gli individui attraverso un controllo individualizzato: non si tratta più di “far vivere o respingere nella morte” ma si tratta di “far vivere attraverso il respingere nella morte”. Questo “respingere nella morte”, sembra costituirsi oggi come il presupposto per “far vivere” la produttività sociale del capitalismo postfordista. Una morte che si concretizza con dispositivi di controllo, una morte che limita le aspettative soggettive, che riduce le possibilità. Prima e ancor più che della morte biologica, parliamo della morte come esperienza biografica della forza lavoro contemporanea.

L’obiettivo di questo libro consiste nel descrivere alcuni mutamenti intervenuti nelle forme del controllo a partire dall’emergere di una nuova articolazione dei rapporti di produzione, chiedendosi in che modo le strategie di controllo attuali si inscrivono nel contesto produttivo postfordista. Chiedersi questo significa far convergere l’analisi del controllo con quella della forza lavoro contemporanea. Entra in gioco il concetto di moltitudine, con il quale si esprime il carattere composito, rizomatico e molteplice della forza lavoro postfordista. La moltitudine non deve essere intesa come l’emergere di un nuovo soggetto rivoluzionario, ma piuttosto come un processo di soggettivazione in atto, un “divenire molteplice” delle nuove forme di lavoro sulle quali convergono le tecnologie del controllo postdisciplinare.

Quella che si configura come inadeguatezza delle tecnologie disciplinari nei confronti del nuovo orizzonte produttivo, è, dal punto di vista delle soggettività del lavoro, una eccedenza di ciò che deve essere controllato: una nuova costituzione del lavoro che travalica continuamente le determinazioni e le forme di soggettivazione imposte dal dominio.

Capitolo 1: Regime disciplinare e proletariato fordista

Nel primo libro del Capitale, nella sezione VII, Marx affronta la questione dell’accumulazione originaria, stadio preistorico del capitale in cui il sistema capitalistico deve creare le condizioni per il proprio sviluppo, ossia deve distruggere il sistema di produzione agricolo-artigianale e trasformare il lavoro che vi era impiegato in forza lavoro salariata. Se da una parte, però, il capitale libera il lavoro dai vincoli servili e dalla dipendenza personale che lo avevano imbrigliato fino a quel momento, dall’altro assoggetta ad una nuova forma di subordinazione. La “liberazione” del lavoro avviene attraverso un’espropriazione dei produttori che li sottopone ad un più alto livello di asservimento.

I contadini che si riversano nelle città ingrossano le fila dei vagabondi e dei poveri. Questa forza lavoro potenziale, si rivela da principio incapace di adattarsi alle mutate condizioni della produzione e riluttante a sottomettersi alla nuova organizzazione del lavoro: le fabbriche.

L’affermarsi delle fabbriche, avvia il processo che Marx definisce “sussunzione reale” del lavoro: tutte le forme del lavoro precapitalistiche, vengono progressivamente ridotte a “lavoro astratto”: i produttori vengono così trasformati in forza lavoro sociale e al singolo lavoratore subentra il lavoratore collettivo.

Il penitenziario nasce e si consolida come istituzione ancillare alla fabbrica. Esso non può essere compreso se non si tiene in considerazione il concetto di disciplina del lavoro, che si interpone tra carcere e fabbrica. Tutte le istituzioni di reclusione della fine del XVIII secolo, si caratterizzano per essere deputate alla gestione dei vari momenti della formazione, produzione e riproduzione del proletariato di fabbrica. Esse sono uno degli strumenti essenziali della politica sociale dello Stato che ha lo scopo di garantire al capitale una forza lavoro che, per attitudini morali, abitudine alla disciplina e all’obbedienza, sanità fisica, conformità alle regole, in grado di interiorizzare la nuova concezione capitalistica del tempo come misura del valore e dello spazio come delimitazione dell’ambiente di lavoro, possa facilmente adattarsi al complessivo regime di vita della fabbrica e possa produrre quindi la quota massima di plusvalore estraibile. Il controllo disciplinare agisce sul corpo per governarlo in quanto produttore di plusvalore, che assieme ad altri corpi organizzati “scientificamente” diventa capitale.

Il carcere rappresenta la materializzazione di un modello ideale di società capitalistica industriale: un modello che si consolida attraverso il processo di “decostruzione” e “ricostruzione” continua degli individui. Il povero diventa criminale, il criminale diventa carcerato e il carcerato si trasforma in proletario, in quanto la forma morale di proletario viene imposta come unica condizione esistente, nel senso di un’unica condizione per la sopravvivenza del non-proletario, la sottomissione al lavoro come unica strada per uscire da questa condizione. L’obiettivo è di riprodurre un proletariato che consideri il salario come giusta retribuzione del proprio lavoro e la pena come giusta misura dei propri crimini.

Alla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti, con l’aumento della disoccupazione come conseguenza dell’espulsione dal settore industriale, si inizia a parlare di surplus population, cioè di forza lavoro in eccesso rispetto alla capacità di assorbimento del mercato del lavoro. Questa forza lavoro viene definita, per usare una terminologia marxista, come “esercito industriale di riserva”. Si tratta di una massa di lavoratori scarsamente o affatto qualificati, espulsi dal processo produttivo perché in sovranumero, ma al tempo stesso efficaci come leva per il controllo delle rivendicazioni salariali della forza lavoro attiva. La relazione fra disoccupazione ed incarcerazione è mediata da una percezione della marginalità sociale come minaccia all’ordine costituito, che diventa egemone nei periodi di crisi economica.

Capitolo 2: Eccedenza postfordista e lavoro della moltitudine

“Post” indica sempre un processo di transizione da “ciò che non è più” a “ciò che non è ancora”; il termine “postfordismo” indica che è in atto un processo di trasformazione globale dell’economia che sancisce l’esaurimento del modello industriale fordista e prospetta al contempo una configurazione del tutto inedita dei rapporti di produzione: la grande fabbrica tende ormai a scomparire dall’orizzonte della metropoli.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Lujio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Scienze Sociali Prof.
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