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Storia contemporanea dell'ottocento

I sistemi politici e le ideologie nell'ottocento

5.1. Stato moderno e istituzioni politiche

Nella prima metà dell'ottocento, si definiscono e si consolidano istituzioni e modelli politici, sistemi ideologici e forme associative, scuole di pensiero e movimenti culturali destinati a improntare il dissenso e dal contemporaneo e, in qualche caso, ancora presenti e operanti nel nostro tempo. È in questo periodo che entrano nell'uso corrente termini come "liberalismo" e "socialismo". E in questo periodo, soprattutto, che in Europa le istituzioni dello Stato acquistano una nuova centralità e assumono forme a noi familiari.

Durante gli anni del dominio napoleonico in Francia e nell'Europa continentale, i poteri dello Stato, il sistema di governo e l'organizzazione amministrativa avevano raggiunto un livello elevato di efficienza: con la scomparsa dei privilegi della Chiesa e dei ceti nobiliari, con la codificazione delle norme giuridiche, con il rafforzamento dell'amministrazione, lo statuto in modo definitivo quel monopolio della forza legittima che costituiva la sua principale attribuzione. In Gran Bretagna, invece, l'itinerario fu diverso, furono invece le élite espressione dell’aristocrazia, della piccola nobiltà e della nascente borghesia a governare il paese.

Con l'eccezione della Gran Bretagna, dunque, lo Stato moderno assunse la forma dello stato burocratico-amministrativo. I poteri tradizionali vennero sostituiti da un sistema di potere legale, fondato su norme di legge, mentre il rispetto e l'applicazione di questi erano garantiti dalla burocrazia amministrativa.

L'espansione dello Stato burocratico-amministrativo nell'ottocento coincise con il progressivo affermarsi delle istituzioni rappresentative fondate sulla parità dei diritti civili e politici e su un parlamento elettivo. La rivoluzione francese aveva trasformato i sudditi in cittadini. La sovranità non apparteneva più al solo principe, ma anche il popolo e i suoi rappresentanti: questo era il carattere della monarchia costituzionale rappresentativo. Nei regimi repubblicani, la sovranità apparterrà invece interamente il popolo e i suoi rappresentanti.

Lo sviluppo dei sistemi politici era strettamente legato all'esistenza di una costituzione, l'ordinamento politico retto da una legge fondamentale come la costituzione stessa si definisce "stato di diritto".

Lo sviluppo dei sistemi politici rappresentativi nell'ottocento si caratterizzò in Europa per la presenza di due diverse forme di governo: il governo costituzionale, in genere nelle monarchie costituzionali, in cui il capo dell'esecutivo (primo Ministro o presidente del consiglio dei ministri) era responsabile solo di fronte al sovrano che lo aveva nominato; il governo parlamentare in cui l'esecutivo rispondeva al parlamento che gli aveva concesso la fiducia.

Fu ugualmente significativo il contrasto sui sistemi elettorali. Si confrontarono su questo tema il principio liberale, sostenitore del suffragio ristretto legato al censo e a livello culturale, e il principio democratico, fautore del suffragio universale maschile. Non fu solo questo il terreno su cui liberalismo e democrazia si scontrarono, fu anzi proprio l'antagonismo tra liberali e democratici a caratterizzare la lotta politica per gran parte dell’ottocento.

5.2. Il romanticismo

Nei primi decenni dell'ottocento si diffuse in tutta Europa la cultura romantica: il romanticismo (che esaltava la spontaneità del sentimento, la libertà, i valori della tradizione e della nazione) segna un mutamento profondo rispetto alla cultura e alla mentalità illuminista. Il romanticismo influenzò profondamente la società europea, cambiando nel costume e il modo di pensare. Gli elementi di fondo della mentalità romantica potevano esaltare il ritorno al passato. Ma in realtà il romanticismo poté costruire altrettanto bene è la premessa delle battaglie liberali e democratiche dell'epoca e stimolare, con il culto del passato e dei valori nazionali, lo sviluppo del nazionalismo.

5.3. Nazione e nazionalismi

L'idea moderna di nazione nacque con Rousseau e con la sua concezione dello Stato come espressione di un popolo, di una comunità di cittadini, di un "corpo morale collettivo" capace di esprimere una volontà comune. Ma fu soprattutto la cultura romantica tedesca del ‘700-‘800 a scoprire la nazione, a esaltarla in quanto comunità unita da legami indissolubili di lingua, di cultura e di sangue. Si formarono così due tradizioni distinte: un nazionalismo democratico e un nazionalismo conservatore.

5.4. Il pensiero liberale e il pensiero democratico

Le due grandi ideologie dell'ottocento sono il liberalismo e la democrazia. Ma che cosa differivano? Il liberismo era fondato sull'idea di libertà che si era venuta a definire dalla cultura illuminista che si rifaceva a Locke e Montesquieu. I suoi fondamenti erano la tolleranza e la libertà di opinione, la rappresentanza e la divisione dei poteri, la difesa dell'individuo contro gli abusi dell'autorità e coincidevano per gran parte con i valori della borghesia. Ovviamente si opponevano al liberalismo i privilegi di ceto e le monarchie assolute.

Il liberalismo europeo si ispirava a quello britannico, dove vi era libertà di pensiero, di stampa, di associazione, in cui la proprietà, l'iniziativa privata e il libero commercio erano tutelati e incoraggiati, in cui l'autorità del potere centrale veniva limitata e controllata da organismi rappresentativi.

Così, il pensiero liberale si distanziava nettamente da quello democratico, che ne rappresentava per molti aspetti uno sviluppo. La democrazia aveva come cardine l'idea di sovranità popolare, intesa come il governo del popolo, e chi si riallacciava al pensiero di Rousseau. Per i democratici la forma di governo ideale era la Repubblica e il canale di espressione della volontà popolare era l'assemblea eletta suffragio universale maschile.

La divisione fra liberali e democratici, molto più netta sul piano teorico, era molto più sfumata nella pratica politica, che li vedeva uniti nella lotta contro i regimi assolutistici. La costituzione, il parlamento elettivo, le libertà fondamentali erano obiettivi validi per entrambi. L'obiettivo era dunque quello di restaurare l'antico regime sconfitto dalla rivoluzione francese e da Napoleone.

Secondo John Stuart Mill il liberalismo doveva dare una risposta alle nuove esigenze di giustizia sociale e di partecipazione politica. Tocqueville sosteneva, invece, l'inevitabilità dell'avvento della democrazia, ma denunciò i rischi di appiattimento e di autoritarismo che tale evento avrebbe comportato.

5.5. Il cattolicesimo liberale e il cattolicesimo sociale

Nell'età della restaurazione e buona parte del mondo cattolico si attestò su posizioni di radicale rottura con la tradizione illuminista e con gli ideali liberali democratici. Non mancarono però anche i cattolici schierati su posizioni progressiste. Il loro principale obiettivo era quello di salvare la Chiesa dai pericoli derivanti da una troppo stretta identificazione con il passato pre-rivoluzionario. Il loro laicismo non si spingeva al tal punto di invocare la separazione fra Chiesa e Stato, teorizzata invece dal mondo protestante. Per i cattolici liberali, lo Stato doveva non solo rispettare i diritti della Chiesa ma anche mantenere un carattere cristiano alla sua legislazione, assicurando piena libertà alle altre confessioni religiose.

Queste idee, per quanto moderate, non potevano però essere accettate dai vertici ecclesiastici, in un'epoca caratterizzata da grandi mutamenti sociali la Chiesa cattolica era infatti preoccupata soprattutto di riaffermare la sua autorità sulle masse popolari, in particolare su quelle contadine.

Una parte dei cattolici liberali preferì trasferire il proprio impegno sul terreno sociale: un impegno per certi aspetti nuovo ma per altri versi in linea con la tradizione caritativa della Chiesa cattolica. In questo senso, il cattolicesimo liberale richiamava le classi agiate ai doveri della solidarietà ma incoraggiava anche la formazione di associazioni di mestiere sul modello delle corporazioni medievali.

5.6. Il socialismo

I primi decenni del secolo videro un grande sviluppo del pensiero socialista. L'inglese Owen ebbe un ruolo di rilievo nell'organizzazione del movimento operaio, egli tentò dapprima di mettere in pratica le proprie idee nel suo stabilimento in Scozia poi si dedicò alla formazione delle prime organizzazioni operaie, le Trade Unions, cercando di promuoverle a livello nazionale.

Mentre molto più articolato fu lo sviluppo delle teorie socialiste in Francia. Se il pensiero di Fourier si qualificava in senso autopista e anti-industriale, quello di Saint-Simon si legava invece una piena accettazione della realtà dell'industrialismo. Più radicale è la visione di Blanqui, il primo a teorizzare la dittatura del proletariato come unico mezzo per abbattere il sistema borghese.

5.7. Marx ed Engels

La principale novità, nel panorama delle teorie socialiste, fu la formazione del nuovo indirizzo scientifico dei tedeschi Marx ed Engels. Nucleo fondamentale del loro pensiero, già presente nel Manifesto del partito comunista (1848), fu la concezione materialistica della storia, con particolare rilevanza alla lotta di classe e la sottolineatura del ruolo rivoluzionario del proletariato, facendo leva sulle contraddizioni dello sviluppo capitalistico. È così che Marx propone una società senza privilegi, senza classi, senza proprietà privata e senza Stato, in cui le enormi potenzialità produttive degli individui saranno messe al servizio dell'intera collettività.

5.8. La questione operaia

Lo sviluppo e la diffusione dell'industria moderna provocarono in tutti i paesi coinvolti in questo processo profonde trasformazioni sociali. Al concetto di ceto, si venne sostituendo quello di classe, definito soprattutto in rapporto a ruolo svolto nel processo produttivo in una società, che tendeva ad assicurare l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

L'antagonismo fondamentale che si stava creando non era più quello fra l'aristocrazia e il popolo, ma quello fra il borghese, proprietario dei mezzi di produzione, e il proletario, lavoratore salariato.

Nei paesi dell'Europa continentale questo dualismo fino alla metà dell'ottocento ebbe aspetti marginali. Imprenditori e salariati erano invece i protagonisti del confronto sociale in Gran Bretagna. Per la maggior parte dei lavoratori dell'industria le condizioni di vita erano estremamente difficili. Il fatto che il lavoro in fabbrica rappresentasse per molti un'alternativa alla fame o alla carità, non toglieva nulla alla drammaticità della situazione.

I primi episodi di ribellione contro il sistema di fabbrica avevano assunto la forma del luddismo. Negli anni ’20 gli operai inglesi avevano cominciato a sperimentare forme di agitazione pacifica come manifestazioni, comizi, scioperi. Da queste lotte nacquero le prime Trade Unions ("unioni o associazioni di mestiere"). Nei paesi dell'Europa continentale tutto ciò puntualmente è molto più lento. In Francia e in Germania, attorno alla metà del secolo, gli occupati nell'industria erano un quarto della popolazione mentre in Gran Bretagna già raggiungevano il 50%.

Tuttavia, anche nei paesi più lenti sulla via dell'industrializzazione, la questione sociale e operaia divenne sempre più imponendo all'attenzione dell'opinione pubblica e delle classi dirigenti. La creazione di masse proletarie numerose compatte in alcuni fra i maggiori centri urbani suscitava diffuse preoccupazioni di ordine igienico-sanitario, timori per l'ordine pubblico, ma anche reazioni moralistiche. Nelle periferie operaie dilagavano infatti l'alcolismo e la prostituzione, salivano gli indici della criminalità. Si diffondeva così fra i ceti urbani benestanti l'equazione fra classi lavoratrici e "classi pericolose".

Dalla restaurazione alle rivoluzioni in Europa

6.1. La restaurazione e la nuova carta d'Europa

Sconfitto Napoleone, si chiudeva il periodo delle guerre tra la Francia rivoluzionaria e le monarchie europee. Cominciava l'età della restaurazione dell’ancien régime. Ma restaurare il vecchio ordine non era possibile dopo tutte le trasformazioni sociali, istituzionali e giuridiche che le guerre napoleoniche avevano portato.

Assai rilevanti furono una serie rilevanti mutamenti nella carta d'Europa decisi dal congresso di Vienna (novembre 1814-giugno 1815), per opera delle quattro maggiori potenze vincitrici (Gran Bretagna, Russia, Prussia, Austria) nonché la stessa Francia. Il principio di fondo fu quello della "legittimità", secondo cui dovevano essere restaurati i sovrani spodestati. Ciò non impedì, però, che si verificasse una razionalizzazione della geografia politica europea. Il nuovo assetto fu sancito dalla Santa alleanza (Russia, Prussia, Austria), affiancata poi dalla quadruplice alleanza, promossa dalla Gran Bretagna.

6.2. Il ritorno all'ordine e i limiti della restaurazione

La Restaurazione ebbe caratteri diversi nei singoli paesi, sempre però con un indirizzo conservatore e tradizionalista. In Gran Bretagna si ebbe la prevalenza dell'ala destra del partito conservatore, che favorì gli interessi della grande proprietà terriera (dazio sul grano) a scapito di quelli dell'industria esportatrice. Il caso più significativo di Restaurazione "morbida" fu invece quello della Francia: Luigi XVIII promulgò una Costituzione, che tra l'altro prevedeva un Parlamento bicamerale, e conservò molte innovazioni del periodo napoleonico. In Italia la Restaurazione assunse forme piuttosto dure, temperate a stento dalla presenza di correnti moderate (Regno delle Due Sicilie, Stato della Chiesa).

6.3. Aristocrazia e borghesia nell'Europa restaurata

La Restaurazione non interruppe il processo di crescita della borghesia e di emancipazione dai vincoli feudali, seppure in un quadro generale che confermava il sistema di dominio del ceto aristocratico. In buona parte dell'Europa dell'Est il processo di emancipazione dai vincoli feudali fu assai più lento. Diversa la situazione in Francia e nei paesi dell'Europa occidentale passati per la dominazione napoleonica: qui la borghesia aumentò la quota della sua proprietà sulla terra, senza però che ciò si risolvesse in una generale modernizzazione dell’agricoltura. Nell'Europa del Sud (ma non nell'Italia settentrionale) la defeudalizzazione lasciò intatte gerarchie sociali e assetti della proprietà terriera.

6.4. I moti rivoluzionari del 1820-21

In generale, nel mondo rurale si sovrapposero a lungo modernità e tradizione. In quasi tutti i paesi europei l'azione di liberali e democratici si doveva svolgere in forme clandestine, nelle società segrete. La Carboneria, la più importante e diffusa. La base sociale delle società segrete era costituita da intellettuali, studenti e militari: che saranno poi i protagonisti delle rivoluzioni degli anni '20. L'ondata rivoluzionaria del 1820-21 partì dalla Spagna, con la ribellione a Cadice di alcuni reparti militari (gennaio 20): il re fu costretto a concedere la Costituzione. Successivamente ci furono moti nel Regno delle Due Sicilie e in Piemonte. Tra i motivi principali della sconfitta delle rivoluzioni del '20-21 vanno ricordate le divisioni interne allo schieramento rivoluzionario, nonché la mancanza di seguito tra le masse.

6.5. L'indipendenza della Grecia

L'unica rivoluzione del decennio che si concluse positivamente fu quella greca (1821) contro la dominazione turca. Nella sconfitta e nel riconoscimento dell'indipendenza della Grecia trovò conferma la lunga crisi dell'impero ottomano che si protrasse fino ai primi del ‘900.

6.6. I moti rivoluzionari del 1830-31

I moti europei del 1830-31 furono per molti aspetti simili a quelli di un decennio prima, ma ebbero conseguenze più durature, portando alla rottura dell'equilibrio europeo sancito dal congresso di Vienna. La politica di Carlo X, divenuto re di Francia nel 1824, fu ispirata al disegno di una restaurazione integrale. La repressione delle forze di opposizione sfociò, nel 1830, in un vero e proprio colpo di Stato e, a luglio, il popolo di Parigi reagì con un'insurrezione che costrinse il re alla fuga. Le Camere nominarono nuovo sovrano Luigi Filippo d'Orléans. La monarchia di luglio, benché prodotta da una rivoluzione, si ispirò sin dall'inizio a una linea di liberalismo moderato. L'esempio francese incoraggiò una ripresa dell'iniziativa rivoluzionaria a livello europeo infatti scoppiarono moti rivoluzionari anche in Italia e in Polonia, schiacciati dall'intervento militare rispettivamente di Austria e Russia.

6.7. L'Europa tra liberalismo e autoritarismo

La monarchia francese sposò presto una linea conservatrice che accentuò i caratteri oligarchici del regime e la frattura tra ceto dirigente e società civile, in primo luogo a causa della ristretta e precaria base di consenso della monarchia. Forte era anche l'opposizione repubblicana, che fu protagonista di vari tentativi insurrezionali. In Gran Bretagna, invece, entro la metà del secolo, vennero varate alcune decisive riforme: diritto per i lavoratori di...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martinelli.l di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università internazionale degli studi sociali Guido Carli - (LUISS) di Roma o del prof Capperucci Vera.
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