Mike Davis - Latinos alla conquista degli USA
Capitolo 1: Città al chili
In un momento non ben definito, verso la fine del 1996, i latinos hanno superato gli afroamericani divenendo il secondo gruppo etnico di New York. Da tempo rappresentavano la maggioranza assoluta nel Bronx (che non è stata celebrata dal sindaco Giuliani né tantomeno menzionata in conferenze stampa). Si trattava però di un evento epocale, paragonabile solo all’ascesa numerica degli irlandesi negli anni 60 dell’800 e ai picchi assoluti registrati dalla migrazione nera a New York.
Quattro anni più tardi, nel 2000, la California ha celebrato il nuovo millennio come secondo stato del continente a diventare una società a maggioranza di minoranza. È stata la messicanizzazione della California del sud il principale motore di una tale sbalorditiva metamorfosi.
New York e Los Angeles costituiscono rispettivamente la seconda e la terza più estesa economia metropolitana mondiale: la loro trasformazione etnica riflette una tendenza nazionale cruciale con straordinarie implicazioni sul piano internazionale.
In 6 delle dieci più grandi città, New York, Los Angeles, Houston, San Diego, Phoenix e San Antonio; oggi i latinos superano la popolazione afroamericana, a Los Angeles, Houston e San Antonio anche quella bianca non hispanic.
I latinos di Philadelphia definiti Philaricans resteranno seconda minoranza nell’immediato futuro, ma rappresentano la più consistente riserva demografica cittadina degli ultimi decenni, sulla stessa linea d’onda vediamo Boston.
La popolazione con cognome spagnolo è cresciuta a dismisura anche in città in cui le relazioni con Messico e Spagna sono storicamente irrilevanti, tra le quali Anchorage, Portland, Salt Lake City. Sulla scala regionale, tanto la costa pacifica occidentale che il New England registrano oggi più abitanti con cognome spagnolo che neri, e in dieci altri stati, i latinos hanno contribuito con il 50% alla crescita della popolazione delle ultime generazioni, innescando il dibattito sulla “marronizzazione del Midwest”.
La salsa sta vedendo un boom di popolarità, quasi 200 mila latinos hanno scalzato gli afroamericani tanto nei lavori domestici quanto nella popolazione complessiva.
L’imponente latinamericanizzazione di tutte le principali grandi e medie città è guidata da un formidabile motore demografico: una popolazione ispanica che cresce ai ritmi di un milione all’anno, dieci volte più di quella anglo. Mentre l’isteria natività si scaglia con i presunti flussi migratori incontrollati, la crescita dei latinos è in ugual misura conseguenza di tassi di natalità decisamente più elevati in contesti familiari allargati, soprattutto di origine messicana. Il tasso di natalità delle donne nate in Messico è oltre il doppio di quelle anglo.
I californiani del sud è più facile che si salutino con "que tal" che con "hey dude".
Secondo il Bureau of Census, i latinos contribuiranno per due terzi alla crescita demografica nazionale. Poco dopo il 2050 i bianchi non ispanici diverranno per la prima volta un gruppo di minoranza.
I latinos manifestano preferenza per città grandi metropolitane, ciò entra in collisione con gli inestirpabili pregiudizi di una nazione pesantemente suburbana. Oggi Los Angeles ad esempio registra una popolazione salvadoregna uguale o maggiore di quella residente a San Salvador. New York ha tanti portoricani quanto San Juan e tanti dominicani quanto Santo Domingo.
L’invisibilità dei latinos è però una costante che si estende anche negli ambiti più sofisticati come gli urban studies, l’intera letteratura sulla globalizzazione ha finito paradossalmente per ignorare la più spettacolare manifestazione globale nella società americana che non è imputabile alla carenza di idee e dati sui chicanos. Nonostante questo i maquila studies hanno finito per imporsi, guadagnando di recente una larga attenzione accademica proprio in virtù dell’attacco diretto al grande muro dell’eccezionalismo statunitense, che a lungo ha imposto una compartimentazione rigida tra latin american studies e american studies.
Cosa succede quando i latinos vengono collocati nel posto che gli spetta?
Capitolo 2: Buscando America
La metropoli latina è un crogiolo di profonde trasformazioni nella cultura urbana e nell’identità etnica. Per mezzo secolo i pianificatori dell'US Census si sono ingegnati nel tentativo di creare una categoria in grado di catturare “positivamente” tutti gli individui che condividessero specifiche radici culturali latinoamericane, senza prendere in considerazione questioni di razza o lingua madre. Dopo diverse esitazioni sul considerare i messicani una razza o meno, diversi campioni statistici alternativi, che comprendevano la categoria di persone di madrelingua spagnola o con cognome spagnolo furono sperimentati e abbandonati per la dispersione numerica che incontravano.
Nel 1990 si limitarono a chiedere se si identificassero o meno in una delle dodici identità nazionali contemplate: messicana, portoricana, cubana e così via. I nuclei che fornivano riscontri affermativi, indipendentemente dalle risposte date ad altre domande inerenti l’identità, vennero registrati come hispanic (categoria introdotta negli anni 70 dall’amministrazione Nixon).
Si trattava però di un mero espediente burocratico. In California e Texas, latino è preferito ad esempio a hispanic, nella Florida è considerata una definizione stigmatizzante, sulla East Coast entrambe le parole sono di uso comune. L’intellettuale Juan Flores, condanna la superficialità e l’implicito significato denigratorio del termine hispanic e del suo uso burocratico. Rodolfo Acuna sostiene che hispanic sia preferito soprattutto dalle élite eurocentriche con cognome spagnolo in opposizione all’identificazione popolare come latinos. Neil Foley rileva che oggi identificarsi come hispanic significa in un certo senso riconoscere la propria provenienza culturale senza rinunciare al proprio essere bianco, l’identità hispanic implica un “separato e uguale” modo di essere bianchi, con una vena di salsa, sufficiente a rendere qualcuno aromatizzato e culturalmente esotico, senza comunque compromettere i privilegi razziali propri del suo essere bianco.
Geoffry Fox sostiene invece che hispanic con l’enfasi posta sull’elemento della comune appartenenza all’universo linguistico spagnolo come paradigma metaetnico, non chiami in causa nessuna implicazione razziale né di classe e venga semplicemente preferito alla maggioranza dei migranti provenienti dall’America Latina. Il dibattito è lontano dall'essere concluso, entrambe le definizioni è chiaro che non riescano ad inquadrare l’elemento indigeno, genetico e culturale proprio delle popolazioni che descrivono. Tutte e due le ideologie rimandano a imposizioni ideologiche ottocentesche europee, hispanidad dalla liberale Spagna e latinità dalla Francia napoleonica.
Tanto hispanic che latinos inoltre non possono più essere ridotti a sinonimi di cattolico. Seppur è vero che il cattolicesimo sincretico del nuovo mondo resta insieme alla lingua madre il principale patrimonio culturale condiviso dalle comunità immigrate latine. I latinos riescono a rinvigorire il mondo cattolico nordamericano (71% della sua crescita nel 1960) e infondere nuova energia ai suoi rivali evangelici. Hispanic/latino non è un metro contenitore, artificiale e razzializzato, e non è nemmeno un banale espediente di marketing che sfrutta artificiali analogie nazionali per quanto riguarda la lingua, la cucina o la moda. Essere latino negli Stati Uniti significa far parte di un processo di sincretismo culturale destinato a rappresentare la nuova maschera in cui si trasformerà l’intera società americana.
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