CAPITOLO 1°
Prima di parlare di etica professionale e nello specifico di etica della comunicazione o del comunicatore è giusto
parlare di etica dell’essere umano. Spesso i mezzi di comunicazione vengono demonizzati e visti come il “male del
mondo” ma bisogna comprendere che a essere nocivo, quando lo è, non è il medium in quanto tale ma che dietro c’è
sempre l’uomo a manovrarlo e a decidere che uso farne.
Quando si parla di etica non si può prescindere dal parlare del rapporto tra: etica, deontologia e diritto.
Prima di continuare con la definizione di etica della comunicazione è giusto parlare della centralità della
comunicazione nella nostra vita. In molti hanno preso in analisi il fenomeno comunicativo ma allo stesso tempo in
molti si sono chiesti cosa accade alla società quando la comunicazione viene meno al suo fine ultimo: cioè quando la
comunicazione pecca di etica. Tutti gli studi fatti in materia hanno messo in luce come gli effetti della cattiva
comunicazione sono tanto più gravi perché non si esauriscono nella sola sfera della comunicazione ma hanno effetti
che si ripercuotono a tutti gli altri sistemi della società. La comunicazione è vista quindi non più come un sistema
scisso e distinto rispetto agli altri ma è un sistema perfettamente integrato e anzi trasversale rispetto a tutti gli altri.
L’etica della comunicazione non rappresenta un più che il singolo o la società sceglie di utilizzare come metro per il
proprio agire ma rappresenta l’essenza stessa della comunicazione. Nel villaggio globale l’agire comunicativo richiede
di essere definito, regolato e orientato. Secondo Renato Stella nel sistema dei media si assiste alla dicotomia tra DIRE
etico e FARE etico; i media insomma parlano tanto di etica ma spesso le loro azioni sono tutto tranne che etiche.
Stella parla anche dei codici di autoregolamentazione che scandiscono l’agenda dei media nella speranza che un
apparato di norme interne sia sufficiente a supplire alla carenza di etica di taluni professionisti. Ovviamente è normale
dedurre che se un gruppo di professionisti ha deciso da sé di stabilire un codice per autoregolamentarsi significa che si
impegna a rispettarne i principi. Ma se poi questi principi non vengono rispettati allora si comprende come non basta
darsi un codice di “buone maniere” ma è importante che queste regole vengano comunicate correttamente.
Etica, deontologia e diritto:
Molto spesso i termini etica, deontologia e diritto vengono confusi, sovrapposti o addirittura usati come sinonimi. Il
dizionario della lingua italiana fornisce, ad esempio, due definizioni distinte del termine
etica; una è legata alla
filosofia l’altra è invece legata al modello di comportamento di un individuo o di un gruppo di individuo.
L’etica
rappresenta un ambito tanto più complesso da analizzare perché al suo interno comprende due realtà distanti e
distinte. La lingua italiana complica ulteriormente le cose perché tende a confondere etica e morale.
L’etica quindi può essere descritta come qualcosa che ha a che fare con l’individuo o con un gruppo di individui
mentre la deontologia è qualcosa che riguarda un collettività e nello specifico una collettività di individui che svolgono
la stessa professione.
L’origine dell’etica è da ricercarsi nell’antica Grecia e da poeti quali Omero o Esiodo, ma le loro riflessioni per quanto
profonde e accurate non erano motivate da argomentazioni valide.
È con i sofisti prima e Socrate e Aristotele che si comincia a parlare di etica. Per Socrate l’etica è lo strumento in grado
di descrivere e giustificare l’agire umano. Secondo lui la virtù non si fonda sui valori tipici della cultura greca bensì su
conoscenza e scienza. Platone partendo dalla riflessione socratica aggiunge un tassello importante: la virtù è la
mediazione tra accesso e difetto, è la giusta
misura che permette conoscenza e attuazione del bene.
Con Aristotele lo studio dell’etica si fa sistematico. Per Aristotele il bene è lo scopo principale dell’agire dell’uomo.
Distingue l’etica del bene (etica che porta l’uomo alla ricerca della felicità) e etica della virtù (modalità attraverso cui il
bene viene perseguito). Aristotele parla di doppio equilibrio: quello interno all’uomo e un equilibrio fra tutti gli
uomini.
L’etica greca quindi è fondata sulla ricerca, discorso diverso è da fare per l’etica ebraico-‐cristiana.
L’etica ebraico-‐cristiana è fondata sulla responsabilità: ciò che l’uomo è, può o vuole fare e quello che deve fare.
Questo concetto è molto simile alla filosofia kantiana solo che secondo Kant il dovere insito nell’uomo non è frutto di
una rivelazione divina.
Il termine deontologia è stato utilizzato per la prima volta nell’Ottocento dal filosofo inglese Bentham. Alla base della
filosofia di questo c’è una visione utilitaristica della vita e una netta separazione tra l’etica politica e l’etica privata e in
quest’ultima il filosofo fa entrare il suo concetto di deontologia.
Il termine deontologia che noi tutti conosciamo, in realtà, ha radici molto più antiche. A partire dal giuramento di
Ippocrate si definisce deontologia l’insieme dei doveri che accomunano un insieme predefinito di soggetti, su una
specifica categoria professionale. In ambito medico al giuramento di Ippocrate seguono una serie di codici di
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comportamento volti a riabilitare la figura del medico (spesso denigrata) o a educare il paziente contro i medici
millantatori.
Deontologia e diritto:
Deontologiaà dottrina dei doveri relativa a una data condizione sociale o a una data professione.
Parlando di deontologia e quindi di regole è giusto sottolineare che spesso queste sono soggette a limiti e pecche. Ne
deriva, quindi, che una deontologia efficace non deve limitarsi alla formulazione di regole e norme ma deve fare in
modo che esse sia riconosciute e condivise sul piano etico e morale.
Quanto al rapporto tra diritto e deontologia non vi sono dubbi sulla naturale assonanza tra le due realtà, perché la
deontologia, per sua stessa definizione richiama all’idea di norma giuridica tuttavia essa è realmente efficace se si
sviluppa a partire da due distinti presupposti: deve trattarsi di norme non imposte dall’alto e tali norme devono
rispecchiare una coscienza etica condivisa.
Il diritto è in grado di offrire risposte in chiave deontologica ma tali risposte non risultano sufficienti se non si ragiona
in chiave etica, ossia se la riflessione non prende in considerazione anche tutto ciò che di etico c’è nell’individuazione
dei comportamenti che la società nel suo complesso ritiene corretti o scorretti.
Fabris cerca di dare una definizione a “etica della comunicazione” : disciplina che individua, approfondisce e giustifica
quelle nozioni morali e quei principi di comportamento che sono all’opera nell’agire comunicativo e che motiva
l’assunzione dei comportamenti da essa stabiliti.
In Italia il dibattito sull’etica della comunicazione è arrivato con grande ritardo e si è immediatamente ancorato alla
riflessione teorica sulle comunicazioni di massa.
Nell’analisi dei codici di autoregolamentazione della comunicazione si evince il grado di disattenzione è elevatissimo;
lo scarso rispetto per l’ascoltatore, un’insufficiente attenzione verso le esigenze delle varie fasce di utenti e un vero e
proprio abuso dei mezzi d’informazioneà questo definisce un BISOGNO DI ETICA. La chiave di volta secondo Fabris è da
rintracciare nei fondamenti dell’etica, ossia nella capacità di questa disciplina di fondare in termini filosofici ciò che è
“buono” in un senso morale e di motivare l’adozione dei comportamenti comunicativi che lo promuovono.
Fabris inoltre distingue tra:
1. Approccio deontologicoà si concentra sulla sfera del dovere, ossia su ciò che un comunicatore dovrebbe fare
o meno (si tratta di meccanismi di autodisciplina volti a regolamentare la professione dall’interno);
2. Etica della comunicazioneà agire in modo eticamente responsabile impone di avere fin dall’inizio un’idea di
cosa sia buono, ossia avere un lessico morale che consenta di riconoscere le azioni eticamente apprezzate;
3. Etica nella comunicazioneà i parametri su cui fondare l’agire etico non andrebbero ricercati al di fuori della
comunica
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