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MICROPOLITICA

Raffaele De Mucci

Azione politica e potere politico

2.1 La dimensione politica dell’agire sociale

Non c’è, nell’opera di Max Weber, una vera e propria teoria dell’azione politica.

Eppure, qualsiasi tentativo di ricostruire i fondamenti delle scienze sociali deve

necessariamente partire dagli scritti di Weber, nei quali si trova invece una teoria

dell’agire sociale

empiricamente orientata su basi di individualismo metodologico, nel

agire politico,

cui ambito è possibile collocare frammenti importanti del concetto di

che l’autore riconduce a una particolare modalità di espressione delle relazioni sociali.

Il rapporto fra agire politico e agire sociale equivale al rapporto che intercorre fra

potere politico e potere nell’accezione più vasta. In altri termini, la ricostruzione di una

teoria dell’azione politica del pensiero weberiano si basa su tre passaggi fondamentali:

la riconducibilità dell’agire politico all’agire tra individui (individualismo metodologico);

la riconducibilità dell’agire politico ai “tipi ideali” della sociologia comprendente

(socializzazione della politica); la riconducibilità dell’agire politico a quel particolare

tipo di “associazione” che coincide con lo Stato, differenziandosi dalle altre azioni

sociali non in base ai contenuti ma in base agli strumenti che utilizza per il

perseguimento dei propri scopi.

Con il programma della sociologia comprendente Webber indica la strada di una

possibile integrazione fra la metodologia “individualizzate“, propria del sapere storico,

e la metodologia “generalizzante“, propria del sapere il nomologico delle scienze

naturali. Questa strategia di indagine dei fatti sociali si avvale di costruzioni mentali

idealtipi,

chiamate che consentono di valutare quanto dell’agire concreto delle singole

persone può essere ricondotto a una delle possibili regolarità empiriche previste dal

modello idealtipico. L’individuazione dei tipi ideali dell’agire è l’operazione logica che

serve a spiegare il “senso“ che gli individui danno al loro agire rispetto alle istituzioni

che operano nella vita sociale, e che non vanno studiate come strutture a sestanti ma

con riferimento all’agire sociale degli individui che vi entrano in contatto.

Per questo: “la sociologia comprendente deve guardare all’individuo singolo e al suo

agire come al proprio atomo. Concetti come “Stato“, “associazione“, “feudalesimo“

designano per la sociologia categorie di tipi determinati di agire umani in società; e dal

loro compito riportarle all’agire intelleggibile e cioè, senza eccezione, all’agire degli

uomini che vi partecipano“.

Ed è per questo inoltre che vanno rifiutate le Impostazioni collettivisti che danno quei

concetti realtà ed esistenza autonoma, mentre si tratta di “processi e connessioni

dell’agire specifico di singoli uomini, poiché questi soltanto costituiscono per noi il

sostegno intelligibile di un agire sociale“.

Così, Weber rimane un “nominalista”: per il quale non esiste la società come realtà sui

generis, ma solo gli individui e i significati che si attribuiscono alle loro azioni e a

quelle degli altri individui con cui interagiscono. Di qui la sua critica nei confronti della

“cosiddetta sociologia organica“, che pretende di spiegare l’agire sociale muovendo

dalla totalità per interpretare quindi, all’interno di essa, l’individuo e il suo

atteggiamento. Anche il concetto di Stato è un costrutto collettivo che nella sua realtà

empirica rinvia all’agire degli individui in quanto “sussiste come un complesso di uno

specifico agire in comune degli uomini proprio perché determinati uomini orientano il

loro agire in vista della rappresentazione che sussista o debba sussistere”.

In definitiva, ciò da cui le scienze sociali non possono prescindere è che “ad agire sono

sempre gli individui“, anche se Webber afferma e specificatamente che l’adesione alla

metodologia individualistica non presuppone, ne implica, l’adesione a un qualche

principio di individualismo etico politico.

In questo quadro di sfondo si colloca anche il ragionamento di Weber sui fenomeni

della politica: che sono imputabili all’agire degli individui, come tutti gli altri fenomeni

storico-sociali, sia pure con modalità specifiche che valgono a distinguerli dalle altre

relazioni sociali. L’attività politica rientra dunque nei tipi dell’agire sociale che è

“riferito all’atteggiamento di altri individui e orientato nel suo corso in base a questo“.

Esso si caratterizza non solo per la presa di posizione di fronte a un certo oggetto e

per il condizionamento esercitato da una determinata situazione, ma più

specificatamente per l’orientamento assunto in vista dell’agire di altri individui: ciò che

peraltro ne rende possibile la comprensione in sede di analisi sociologica.

Il comportamento di più individui instaurato reciprocamente in base al suo contenuto

di senso e orientato in conformità, costituisce per l’appunto una relazione sociale che

non è un’entità trascendente rispetto agli individui ma un modo di agire

interindividuale. Una relazione sociale può assumere la valenza di una lotta quando

“l’agire è orientato in base al proposito di affermare il proprio volere contro la

resistenza di un altro o di altri individui“. In questa enunciazione è presente la teoria

Weberiana del potere secondo la quale diventa un attributo essenziale delle relazioni

interindividuali. Vi è naturalmente tutta una serie di passaggi per gradi di contenuti

(dotati o no di senso) e di mezzi (violenti o pacifici) nelle manifestazioni concrete di

queste relazioni antagonistiche (dalla lotta sanguinosa che mira ad annientare la vita

dell’avversario fino alla lotta elettorale) che convergono tutti al risultato di una

selezione di coloro che posseggono in misura maggiore le qualità rilevanti per ottenere

la vittoria: si tratti di “selezione biologica“ o di “selezione sociale“.

Le relazioni sociali si esprimono in termini di rapporti di potere in situazione di “lotta“

élites:

più o meno regolata che conduce alla formazione di in questo senso la

dimensione politica delle relazioni sociali diventa sempre più evidente. Lo è

chiaramente quando Weber passa a definire le due forme fondamentali di relazione

comunità e associazione:

sociale, distinguendo fra Luna che si fonda sul sentimento

soggettivo (affettivo o tradizionale) di una comune appartenenza degli individui che la

costituiscono, l’altra che è il prodotto di un equilibrio o di un legame di interessi.

Esempi di comunità sono una confraternita, una relazione erotica, una truppa tenuta

assieme da legami di cameratismo. Invece i tipi più puri di associazione sono lo

scambio, le unioni di scopo (per il perseguimento di interessi condivisi di natura

specialmente economiche), le unioni di intenzione. Normalmente, tuttavia, la gran

parte delle relazioni sociali rivestono caratteri sia di comunità che di associazione:

come avviene in modo significativo per la famiglia, i cui membri possono di volta in

volta orientare i loro legami al senso di appartenenza e degli affetti oppure verso

qualche altro scopo valore.

Una relazione sociale deve essere detta aperta nei riguardi dell’esterno se la

partecipazione all’agire sociale reciproco di cui essa costituisce il fondamento non

viene impedito a nessun individuo che sia effettivamente in grado di farlo, e disposto a

ciò. Invece deve essere detto chiuso nei riguardi dell’esterno nella misura in cui il suo

contenuto di senso o gli ordinamenti che presuppongono escludono una

partecipazione del genere, o la limitano, o la subordinano a certe condizioni. Questa

concezione delle relazioni “chiuse“ è contrapposto alla logica di una “società aperta” -

per dirla con Popper - che ispira specialmente le relazioni di mercato in condizioni di

libera concorrenza.

A seconda che l’agire sociale di ogni membro di una comunità o associazione sia

imputata a tutti i partecipanti (consociati solidali), ovvero che soltanto l’agire di alcuni

membri (rappresentanti) sia imputato a tutti gli altri (rappresentati), si deve parlare di

relazioni di solidarietà relazione di rappresentanza.

o di La partecipazione “solidale“

può ritrovarsi in forma tipica, secondo Webber, nelle comunità domestiche e nei gruppi

parentali, ma anche nei gruppi politici, nelle società commerciali aperte, ovvero

associazioni di lavoro nelle quali è forte il senso dell’appartenenza collettiva. La

partecipazione per rappresentanza “sussiste in forma tipica nelle unioni di scopo e nei

gruppi fondati su statuizione“, in pratica in tutte quelle strutture complesse con un

minimo di articolazione organizzativa.

Quando una relazione sociale organizzato (quindi per sua stessa natura chiusa e

limitata verso l’esterno), nonché per questo dotata di un proprio ordinamento e di un

gruppo

capo (capo famiglia, direttore di un’impresa, capo della Chiesa), si ha un

sociale in senso proprio. Il gruppo sociale è titolare di un “agire di gruppo“ che non è

mai inteso come una totalità sovrapposta agli individui ma come “l’agire dei membri

del gruppo” in quanto rappresentanti dotati di “poteri di governo“ legittimi entri

l’apparato amministrativo. Laddove esiste un ordinamento e un apparato preposti alla

realizzazione dell’agire del gruppo, esistono sempre relazioni di potere e - nella misura

in cui i membri di un gruppo sociale sono sottoposti a relazioni di potere - questo

gruppo di potere.

assume i connotati di un Anche l’agire politico è riferito a un gruppo,

gruppo politico,

per l’appunto il che è una specie del genere dei gruppi di potere, “la

cui sussistenza e validità degli ordinamenti entro un determinato di territorio con

determinati limiti geografici, vengono garantiti continuamente mediante l’impiego o la

minaccia di una coercizione fisica dalla parte dell’apparato amministrativo“. Il tratto

caratterizzante di un gruppo politico non è perciò legato allo scopo che esso si

prefigge, ma il mezzo, cioè la forza, impiegato per soddisfarlo.

E ciò che più di ogni altra cosa intriga l’analisi della politica è il problema della forza

fisica come elemento di effettivo discrimini delle relazioni politiche dalle altre relazioni

agire politico in senso proprio agire sociale orientato

umane. Weber distingue fra e

politicamente.

L’agire politico equivale all’agire di gruppo degli stessi gruppi politici, ovvero l’agire

che si svolge entro uno schema di relazioni di potere, che si distinguono per il fatto

che chi comanda sia avvale della forza come mezzo normale specifico di

amministrazione. L’importante è che la minaccia ed eventualmente l’impiego di quei

mezzi sia una risorsa sempre a disposizione, ma non è rilevante che l’esercizio della

coercizione avvenga in regime di monopolio con caratteristiche di legittimità. Si parla

invece di “monopolio legittimo della forza fisica“ nel caso di quel gruppo politico

particolare che è lo Stato.

Ma oltre all’agire politico così definito, Webber riconosce un agire sociale, anche di

gruppo, orientato politicamente: Si ha come scopo di influire sulla direzione di un

gruppo politico, soprattutto mediante l’appropriazione o l’espropriazione o la

redistribuzione o l’assegnazione dei poteri di governo. Si può dire che con questo

categoria, Weber allarghi significativamente la sfera dell’agire politico a una pluralità

di campi sociali contigui o esterni o la struttura di governo in senso stretto. L’agire

orientato politicamente, in questa visione, quello di individui che in quanto cittadini

tendono a condizionare controllare il potere di governo.

2.2 Stato e potere politico

La concezione del potere politico che ricaviamo dal pensiero di Max Weber, e che

sembra rievocare per alcuni aspetti il leviatano di Hobbes, tiene per ferma questa

generalizzazione: che laddove esiste una relazione in qualche modo politica c’è anche,

almeno, una dimensione di potere in questa relazione; anche se non è vero l’inverso e

cioè che le relazioni di potere mettono sempre comunque a capo relazioni politiche.

Per esempio: il padre di famiglia esercita il potere senza apparato amministrativo.

Sul piano filosofico, le definizioni più sembrare di potere politico e quello di Norberto

Bobbio: “esso è sempre collegato all’uso della forza che si esercita su di un gruppo

abbastanza numeroso di persone, per scopo di mantenere nel gruppo un minimo di

ordine, tende ad essere esclusivo, cioè ad eliminare o subordinare tutte le altre

situazioni di potere“.

L’aporia logica cui hanno luogo le varie definizioni di potere politico è rappresentata

dal problema storico e antropologico di società senza Stato, quali indubbiamente sono

esistite nel passato e ancora in epoca contemporanea e quali forse potrebbero

delinearsi con forme diverse nel futuro. Il problema, in ogni caso, rimane lo stesso: lo

Stato come luogo privilegiato dell’azione politica costituisce anche il suo orizzonte

ultimo? (la tesi della “fine dello Stato“, correlata alla scomparsa della politica, parte

qualificante della filosofia marxista, è oggi sostenuta sul piano empirico come effetto

dei processi di globalizzazione della vita sociale ed economica) È difficile immaginare

che la politica si risolve in un legame di costrizione in cui i detentori del potere

tengono i cittadini sotto l’incubo permanente della galera: quando invece assai diffusa

la percezione e l’esperienza della politica non solo come “demone“ Vendicativo ma

anche come “arte del compromesso“, della mediazione, della persuasione

(Machiavelli). D’altra parte, le sanzioni punitive sono elementi di garanzia di moltissimi

altri rapporti di potere non riconducibili al potere politico (ad esempio i rapporti fra

genitori e figli nella famiglia).

Le origini dello Stato vengono fatte risalire da molti autori, fra i quali Marx, ha un’auto

di “violenza primitiva“ che risolve una situazione di anarchia, o meglio di “sinarchia“

(diversi gruppi, politicamente forti, che si contendono il monopolio della violenza).

Alcuni passi avanti verso una comprensione più ampia dei fenomeni politici sono

compiuti da Robert Dhal, il quale corregge l’originaria definizione weberiana del potere

politico in modo che questo appaia come “l’esclusivo regolatore di legittimità nell’uso

della forza“, da Mario stoppino che parla di “monopolio di intenzione della violenza“,

da Domenico Fisichella che ricorre alla dicotomia “amico-nemico“ per caratterizzare i

rapporti politici in quanto basati sull’ambivalenza degli elementi di conflitto di

consenso, di coercizione e di accordo. Tutti questi ulteriori approfondimenti accettano

il presupposto di Easton secondo cui il concetto di Stato è “niente più che

un’istituzione politica importante ma inadeguata a descrivere la vita politica“, la quale

riguarda invece tutte quelle attività diverse che influenzano rilevantemente il tipo di

corso politico imperativo adottato per una società e del modo in cui esso viene messo

in pratica.

Nella definizione di politica così concepita e si distinguono gli elementi essenziali

dell’autorità, delle decisioni (imperative) e della collettività: l’autorità, in senso

weberiano, come centro di produzione di decisioni che riguardano l’allocazione di beni

scarsi destinati ai membri di una collettività, intesa a sua volta con un gruppo tenuto

insieme da vincoli di solidarietà e di appartenenza. Ciò che risulta innovativo in questa

impostazione è la concezione della politica come processo che produce decisioni

“collettivizzate“, potendosene rintracciare la presenza in collettività di diversa natura,

complessità e cogenza.

Questo viene inteso, di conseguenza, come potere di governo istituzionalizzato, dotato

cioè di un minimo di continuità e legittimazione, associato in ultima istanza al

monopolio della forza fisica: condizioni che si realizzano compiutamente con lo Stato

moderno ma potrebbero, in prospettiva, restringersi o allargarsi ad altri ordinamenti. In

questo senso ci sono autori - specialmente di scuola “realista“ - che ampliano molto la

nozione di potere politico, accentuandone i profili individualistici e psicologici, come:

“la possibilità di ottenere rispetto, tutela o garanzia dell’integrità e dell’uso di beni

indispensabili alla propria esistenza“ (Leoni). In particolare, Bruno Leoni sostiene la

coestensività tra il concetto di potere politico e il concetto di Stato. Il potere politico è

uno status fondato su relazioni di comando-obbedienza (come tutte le relazioni di

potere), da cui è possibile inferire determinate aspettative diffuse di comportamento.

Lo Stato (come scopo) è una situazione, un modo di essere del potere politico in un

determinato contesto storico, sostenuto da aspettative diffuse e di stabilità. Il potere

assume una connotazione specificatamente politica quando instaura rapporti

egemonici - zoppi, asimmetrici, ineguali - nonché “disproduttivi“ in quanto gli attori

“spendono”, soltanto per mantenere o contrastare lo stato dei poteri esistenti della

società. Combinando in chiave cr

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martinelli.l di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università internazionale degli studi sociali Guido Carli - (LUISS) di Roma o del prof De Mucci Raffaele.
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