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Sociologia dei processi culturali

Sociologia della cultura: spazio, tempo, corporeità

Mario de Benedittis

Capitolo 1: Un concetto operativo di cultura

Un termine, tre processi

Il termine cultura vive oggi una sorta di schizofrenia: da un lato è ormai abusato nella quotidianità (es. Tizio è un uomo di grande cultura; la pasta fa parte della nostra cultura), dall’altro, tuttavia, le scienze sociali, all’interno delle quali il termine è altrettanto abusato, si stanno adoperando da tempo per darne una definizione. La varietà di modi e di espressioni con le quali è utilizzato il termine nella quotidianità fa sorgere il sospetto che probabilmente non sempre si stia parlando della stessa cosa.

Negli ultimi decenni il termine cultura è stato ampiamente decostruito, criticato, smontato nel suo essenzialismo. La cultura è un concetto che opera come una parola sempre più sbiadita dall’azione di tante gomme concettuali che negli anni le sono passate sopra, lasciandone però sempre una traccia visibile sulla pagina delle scienze sociali: un’idea che non può essere pensata come in passato, ma senza la quale alcune questioni chiave non possono essere pensate. Occorre, pertanto, ricomporre quali siano tali questioni chiave e come attorno ad esse si sia riarticolato il concetto di cultura.

Un aiuto a ricomporre questo mosaico di definizioni viene fornito dal saggio di Bauman, dal titolo “Cultura come prassi”. In quest’opera il sociologo polacco raggruppa gli usi corretti del concetto di cultura in tre grandi filoni, originati da problematiche storicamente differenti e chiamanti in causa differenti processi sociali. Pertanto si può sostenere che esiste un solo termine (cultura) che però indica tre concetti differenti l’uno dall’altro.

  • In primo luogo esiste una nozione gerarchica di cultura, che dà conto della preoccupazione, dai greci in avanti, per il raggiungimento dell’ideale dell’essere umano. La cultura consiste in questo caso nello sforzo continuo e consapevole per portare in linea con tale ideale l’effettivo procedere della vita (concetto umanistico di cultura). Tale concetto è strettamente legato a questioni di potere e di legittimazione. Il concetto gerarchico di cultura non ammette un plurale: esiste la cultura, i cui contenuti cambiano solo attraverso le lotte, sia simboliche che materiali.
  • Il secondo concetto racchiuso nel termine cultura è invece un concetto differenziale, volto a dare conto delle evidenti diversità che sussistono o possono sussistere tra persone collocate in contesti temporali, geografici o sociali differenti. Tale concetto parte dal presupposto che gli esseri umani non sono interamente determinati dal loro patrimonio genetico e che ad uno stesso quadro di condizioni biologiche e sociali possano corrispondere diverse forme socioculturali (concetto antropologico di cultura). Questo concetto non ha senso inteso al singolare e si accompagna pertanto ad una posizione relativistica: non più la cultura, ma le culture.
  • La terza modalità di trattare il termine cultura, che permette di pensare a questa come modalità accomunante il senso umano, è definita da Bauman come concezione generica. Il punto chiave è comprendere quale sia il meccanismo specie-specifico dell’uomo che gli consente di produrre culture nell’accezione differenziale del termine (=chiedersi cosa renda umano il modo umano di stare al mondo). Se le culture intese in senso differenziale frammentano il mondo umano in una miriade di piccoli universi, il fatto di essere una specie simbolica, quindi in grado di produrre culture, è l’elemento che accomuna gli esseri umani. La cultura, in quanto qualità generica, è la capacità di imporre nuove strutture al mondo.

Ne discendono due concetti:

  • La particolarità dell’universo simbolico in cui vive l’uomo: il nodo centrale del simbolismo umano non è il semplice impiego di simboli, ma il fatto che il loro significato ha senso solo in un sistema unico di rimandi incrociati e di opposizioni. L’elemento comune ai simboli e ai loro significati è quello dell’ordine: questo non può essere colto con lo studio isolato di simboli particolari, ma soltanto nei termini delle loro relazioni in sistemi.
  • Il significato del termine strutturare e come avviene tale processo: Strutturare, nel senso in cui lo usa Bauman, è inteso come dare un ordine. Dal punto di vista culturale, ciò significa organizzare l’ambiente, selezionare la complessità, dargli significato e senso. Attraverso la costruzione di un mondo di senso, l’uomo ritaglia ed esclude possibilità nella sua esistenza, attraverso le pratiche e i simboli creati e riprodotti nell’esperienza. Questa operazione di conferimento di ordine avviene tramite operazioni di limitazione delle possibilità, trasformando l’indistinto e l’egualmente probabile, in una serie di elementi differenziati e verso i quali si possono nutrire aspettative di prevedibilità. L’intera prassi umana è opera di scelta attuata tramite separazione.

La strutturazione dell’ambiente può seguire logiche di vario tipo:

  • In primo luogo essa si compie attraverso la differenziazione dei significati attribuiti a diverse parti dell’ambiente stesso.
  • Attraverso l’introduzione di regolarità all’interno dell’ambiente, attribuendo valenze e pratiche differenti a ciò che sta fuori e ciò che sta dentro i confini tracciati.
  • Attraverso la manipolazione della distribuzione delle probabilità, orientando la situazione verso una risoluzione differente da quella che ci sarebbe stata senza alcun intervento.

I processi di strutturazione sono due e sono interconnessi tra loro: quello dell’ambiente umano e quello del comportamento umano. È l’integrazione di questi due piani a costruire la prassi umana. Trattare la cultura come parte di un più ampio processo di adattamento all’ambiente permette di inserirla in un contesto più ampio e più vicino alla vita umana e ai processi cognitivi. Possiamo dunque concepire il processo culturale come parte di una più ampia relazione di adattamento nella quale intervengono, da un lato, tutti gli organismi viventi, e, dall’altro, i meccanismi di autoregolazione fabbricati dall’uomo. Tale adattamento non è né un fatto corporeo né un fatto mentale, pertanto la nozione generica di cultura è fatta per superare il persistente contrasto tra pensiero e materia.

Percezione, rappresentazione, pratiche: le dimensioni dell’ordine culturale in azione

Tenendo presenti le parole di Canguilhem, secondo il quale una cultura è un codice di ordinamento dell’esperienza umana sotto un triplice rapporto linguistico, percettivo e pratico, bisogna sottolineare che non è possibile comprendere una cultura solo come semplice stabilizzazione delle rappresentazioni condivise da un determinato gruppo di persone (“come definiscono le cose”), né come semplice stabilizzazione condivisa di come percepiscono le cose (“cosa le persone vedono quando osservano un fenomeno, un oggetto, un simbolo”), né come semplice stabilizzazione condivisa di un certo comportamento pratico (“come le persone agiscono di fronte ad un evento o in un determinato contesto”). Suddette dimensioni sono profondamente interrelate tra loro: rappresentarsi qualcosa in un certo modo induce mutamenti nella percezione e, a sua volta, nelle pratiche.

Tenere intrecciate nella concezione operativa del termine cultura la dimensione della rappresentazione e quella delle pratiche, vuol dire che compiere una pratica culturale significa far uso di un codice semiotico per fare qualcosa nel mondo, collegare simboli astratti a cose concrete e a circostanze e porsi attivamente in qualche modo nei loro confronti. Il legame tra l’elemento semiotico e quello pratico è indissolubile, in quanto ogni linguaggio ha una dimensione pratica e allo stesso tempo ogni pratica ha una dimensione discorsiva.

Inoltre, la consapevolezza è sempre mediata dai segni, che non danno solo forma agli artefatti culturali, ma anche a qualsiasi pensiero che entri nella vita sociale, nella produzione materiale e nelle pratiche culturali. Perciò, più che un sistema, la semiosi è un processo continuo di significazione che orienta tanto la conoscenza quanto l’azione umana. Da questo punto di vista le rappresentazioni sociali sono uno dei più potenti mezzi culturali per dare significato al mondo che ci circonda e per renderlo prevedibile. Le rappresentazioni sociali hanno il duplice ruolo di rendere convenzionali gli oggetti, gli eventi, le persone che si incontrano nella quotidianità e di essere prescrittive, ovvero di imporsi col la forza della struttura precedente all’attività cognitiva e della tradizione che stabilisce in anticipo cosa bisogna pensare. Lo scopo delle rappresentazioni sociali è pertanto quello di rendere familiare ciò che non lo è.

Le rappresentazioni sociali sono necessarie per quattro motivi:

  • Antropologico, ovvero legato al bisogno di ordine dell’esistenza umana.
  • Cognitivo, nel senso che le rappresentazioni sociali sono schemi interpretativi della realtà attraverso i quali il mondo esterno ci diventa familiare. Alla base di ogni classificazione c’è il bisogno cognitivo di definire le cose come conformi alla norma o divergenti dalla norma.
  • Pratico, nel senso che si agisce nel mondo proprio sulla base delle rappresentazioni sociali, che generano pratiche, routine.
  • Emotivo, in quanto ci si affeziona ai propri paesaggi mentali e distaccarsene è sempre fonte di sofferenze, proprio perché essi sono costituiti nell’intersoggettività e quindi legati alle proprie appartenenze.

Occorre prendere in considerazione anche ciò che Hannerz indica come il problema dei loci della cultura, ovvero dove essa si situi. L’insieme dei processi di significazione e pratiche si condensa in strutture sociali e, in conseguenza, all’individuo si presenta come una necessità trascendentale del tipo della legge; grazie alla sua capacità di organizzare, tale quadro di regole viene sperimentato dallo stesso individuo come la sua propria libertà creatrice. Ecco così che la prassi culturale è allo stesso tempo oggettiva e soggettiva, costrizione e libertà, secondo le dinamiche della dualità della struttura, per cui essa è al tempo stesso vincolo e risorsa, prodotta e riprodotta dagli agenti.

La cultura è qualcosa che funziona attraverso l’interazione di strutture cognitive condivise e fenomeni culturali sovra individuali che attivano tali strutture in varia misura. La cultura funziona attraverso l’interazione di tre livelli:

  • Le informazioni a disposizione degli agenti, ovviamente distribuite in maniera differente nella popolazione.
  • Le strutture mentali, gli schemi, gli habitus che orientano i processi di percezione, apprendimento, azione, valutazione, e che sono socialmente modellati.
  • L’insieme dei simboli esterni alla persona, compresi tutti gli elementi situazionali, le conversazioni, i messaggi mediatici, i significati ai quali si è esposti all’interno di gruppi sociali o nelle interazioni quotidiane.

La cultura quindi corrisponde all’interazione tra informazioni, schemi e universo simbolico.

L’incorporazione della cultura

La socializzazione è un processo di transazione tra l’agente e le istituzioni che lo formano, e che implica rigenerazioni, fraintendimenti e rotture, attraverso una relazione alle precedenti azioni socializzanti, in quanto è il prodotto, costantemente ristrutturato, delle influenze presenti o passate dei molteplici agenti di socializzazione. Tuttavia, le concezioni classiche della socializzazione trascurano o lasciano troppo implicita la centralità dell’esperienza nei processi di apprendimento e, soprattutto, il ruolo chiave della corporeità al loro interno.

Gli habitus sono sistemi di disposizioni strutturate e strutturanti. Secondo Bourdieu, gli agenti sociali sono dotati di habitus, iscritti nei corpi attraverso le esperienze passate: questi sistemi di schemi di percezione, di valutazione e di azione permettono di operare atti di conoscenza pratica, fondata sull’individuazione e il riconoscimento degli stimoli condizionali e convenzionali cui sono predisposti a reagire, e di generare, senza presupporre esplicitamente dei fini o un calcolo razionale dei mezzi, strategie coerenti e continuamente rinnovate, ma nei limiti dei vincoli strutturali di cui gli habitus stessi sono il prodotto e che li definiscono.

A livello del singolo agente sociale, la formazione di disposizioni avviene grazie alla condizionabilità dell’essere umano, alla sua esposizione al mondo, che rende l’apprendimento una continua trasformazione selettiva e durevole sia del corpo sia delle proprie competenze pratiche. L’incorporazione degli habitus avviene attraverso la reiterazione delle pratiche e la progressiva restrizione dello spazio dei possibili. L’ambiente culturale costituisce contemporaneamente luogo, fonte e mezzo dell’apprendimento del bambino, che, per acquisire il linguaggio, deve vivere in un contesto nel quale esistano già pratiche sociali strutturate che è in grado di comprendere. Per fare questo, è necessaria una certa routine delle pratiche stesse, poiché nessun bambino potrebbe acquisire un linguaggio in assenza di una ripetizione di eventi o di frasi dette nello stesso contesto.

Esperienza, corporeità, processi di apertura/chiusura al mondo, selezione, adattamento, delimitazione di uno spazio dei possibili, sono quindi i vettori centrali dell’acquisizione delle capacità di orientarsi all’interno di un ordine culturale. Il padroneggiamento dell’ambiente che l’esperienza consente, consiste da un lato nella possibilità di esonerare progressivamente la conoscenza da una serie di operazioni di riconoscimento del mondo, e dall’altro lato nell’elaborazione di una serie di capacità pratiche che, una volta acquisite, restano a disposizione del soggetto, che in qualche modo non deve più occuparsene. L’esperienza è dunque un processo che si compie nella costruzione di capacità, le quali restano a disposizione. L’esperienza è qui intesa come una memoria progettuale, ovvero che si trasforma in ipotesi d’azione. In essa, gli eventi si condensano e si genera una rete di disposizioni che delimitano il campo del possibile.

La sensazione di comprensione immediata di un mondo familiare è data dal fatto che gli schemi cognitivi, motori, valutativi messi in pratica dall’agente sociale sono il prodotto dell’incorporazione delle medesime strutture del mondo in cui agisce. Se è vero che tali principi pratici di organizzazione di quel che ci accade sono costruiti a partire dall’esperienza di situazioni incontrate con frequenza, sono però suscettibili di essere rivisti e respinti in caso di ripetuto fallimento. L’habitus permette quindi sia di avere esperienza, nel senso di aver acquisito, con l’esercizio e la pratica, familiarità verso qualcosa ed una certa disposizione verso essa, sia di fare esperienza, che è quel che avviene quando questa disposizione viene messa in discussione da ciò che accade intorno.

Le pratiche culturali, pur nella loro regolarità osservabile, non sono così coerenti ed omogenee quanto le dipinge l’interpretazione scientifica. Per farsene un’idea più vicina al funzionamento occorre tener presente che le persone fanno cose con la cultura e sono coinvolte con le loro emozioni, storie pregresse, corpi, scopi, investimenti, perciò, mettere in pratica delle dinamiche culturali non significa applicare dei modelli, ma al massimo pescare da un repertorio, da una cassetta degli attrezzi, attivata in relazione ai contesti, alle relazioni, agli eventi nei quali ci si trova coinvolti, secondo una logica pratica.

Su questi temi sussiste una sinergia tra acquisizioni delle scienze sociali e delle scienze cognitive, che hanno messo in evidenza l’esistenza di due tipi di cognizione:

  • La cognizione automatica, che dipende fortemente dagli schemata disponibili a livello culturale, strutture della conoscenza che rappresentano gli oggetti o gli eventi e che forniscono assunti impliciti sulle loro caratteristiche, sulle loro relazioni e sulle loro implicazioni. Sono gli schemi che danno conto di come la cultura influenzi il pensiero.
  • La cognizione deliberativa, riflessiva, pianificata, che entra in gioco quando è molto sollecitata la soglia di attenzione e quando gli schemi vengono messi in crisi.

Il concetto di habitus e la teoria della pratica che lo supporta, pertanto, ci permettono di rendere conto sia dei casi in cui la conoscenza pratica tende a produrre insiemi di azioni adatte ad anticipare le situazioni in cui funzionano e di cui sono il prodotto, sia di quelli in cui le disposizioni sono sottoposte a revisione perché inadeguate, ma sempre a partire dalle premesse istituite nello stato precedente. A tal proposito Bourdieu elabora il concetto di histeresis dell’habitus, che costituisce nell’inerzia che fa sì che un insieme di disposizioni rese obsolete dal contesto storico o dalla traiettoria di vita non venga del tutto abbandonato. L’apprendimento dell’habitus avviene nell’infanzia, attraverso meccanismi emozionali: l’incorporazione delle strutture di classificazione, percezione, azione è sempre legata ad un’opera di violenza simbolica, che come tale genera tensioni che non è semplice superare.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aledeca93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociologia dei processi culturali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Ferrero Camoletto Raffaella.
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