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Riassunto esame Sociologia politica del Medio Oriente, prof. Di Peri, libro consigliato Sociologia Politica del Medio Oriente, Bozarslan Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di sociologia politica del medio oriente, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Di Peri: Sociologia politica del medio oriente, Bozarslan. Gli argomenti trattati sono i seguenti: autoritarismo, totalitarismo, primavere arabe, Siria, Egitto, Medio Oriente, ecc.

Esame di Storia del Medio Oriente docente Prof. R. Di Peri

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Sociologia politica del Medio Oriente Bozarslan

Prefazione

Una tipologia delle rivoluzioni

Eventi nel Mondo arabo fra 2009 e 2011 circa rappresentano una crisi o una configurazione

rivoluzionaria -> crisi rivoluzionaria (Lenin) = situazione indeterminata in cui i governanti

continuano a occupare i palazzi, pur non avendo più nè i mezzi per produrre l'obbedienza sociale nè

i meccanismi per una coesione interna capace di assicurarne la durata. Durante una crisi

rivoluzionaria i governati non si sono ancora appropriati dei palazzi.

In meno di un anno Ben Ali, Moubarak, Gheddafi e Saleh hanno perduto i loro troni e sono andati

incontro all'esilio, alla prigionia o alla morte.

Possiamo dividere le rivoluzioni in tre categorie:

1. Di natura escatologica: identifica il tempo passato con quello della degenerazione e del

declino dell'uomo e mira a instaurare un nuovo tempo capace di permettere la fine

dell'alienazione e di condurre alla liberazione del genere umano. Riv che appartengono a

questa categorie (es francese, russa, iraniana) immaginano che il mondo non sia riformabile

tramite dispositivi politici eccezionali ma piuttosto a partire da coordinate inedite e radicali.

Si impongono come modelli universali,

2. Risultato di una rottura storica realizzata tramite una guerra partigiana: caratteristica

principale la conquista graduale di uno spazio per mezzo di un esercito di "liberazione" o

"popolare"; riescono a imporre alle loro società una nuova percezione del tempo e

costruiscono nuovi rapporti di potere opposti a quelli dei vecchi regimi. (es Turchia

kemalista, Cina di Mao, Algeria del Fln, Vietnam di Ho Chi Minh) Questo tipo di regimi

derivati da guerra partigiana stabilisce legame indissolubile tra la rivoluzione, la naziona e la

"civilizzazione", determinano i loro nemici interni a partire da questa associazione.

3. Rivoluzione democratica: no ricorso alla violenza, non sfocia nell'instaurazione di una

coercizione rivoluzionaria e non definisce la società come "organica". Considera la politica

come un "luogo vuoto". Queste rivoluzioni, diversamente dalle prime due, autorizzano

molteplici interpretazioni del passato. (es sollevazioni in Europa nel 1848, processi che

hanno portato a rovesciamento dittature in Eu dell'Ovest e dell'Est fra 1947-1976 e nel

1989).

Le Rivoluzioni in Tunisia e Egitto possiamo definirle democratiche -> grazie a queste rivolte le

due società hanno consentito l'uscita dell'autoritarismo senza egemonia e dalla fatica sociale di Ben

Ali e Moubarak.

Perchè la Tunisia e l'Egitto

Tunisia ed Egitto sono stati i primi Paesi a ribellarsi. Possiamo considerarli come eccezioni nel

mondo arabo per tre ragioni:

1. Eredità storica e rapporti di forza sociali e politici: sin da inizio XIX se il beilicato di Tunisi

e il potere di Mehmed Ali riuscirono nelle loro esperienze di centralizzazione e

trasformarono Tunisi e il Cairo nei principali centri di potere e della vita politia dei due

Paesi. Il terreno sociale della rivoluzione è stato preparato dagli scioperi o dalle resistenze

all'interno delle città di provincia, ma alla fine la sorte dei regimi è stata determinata dalle

mobilitazioni di Tunisi e del Cairo. Fase decisiva della contestazione in un lasso di tempo

molto breve (3 gg Tunisi, 18 gg Cairo) -> cosa spiegabile attraverso il ruolo "egemone"

giocato dalla capitole nei due Paesi.

2. Società aperta coesisteva con potere anacronistico incompatibile con essa: la presenza di

partiti politici legali permetteva sviluppo di progetti politici alternativi. I poteri totalmente

staccati dalle proprie società non erano più in grado di comprendere gli eventi che si

svolgevano sotto i loro occhi. Ben Ali e Moubarak erano diventati prigionieri di una routine

istituzionale marcata dalle elezioni quinquennali o settennali senza alcuna posta in gioco.

Quando pensavano di disporre di massima immunità, la loro legittimità si era totalmente

erosa.

3. Improvvisamente privi del "capitale-tempo", principale base del loro potere, e disarmati

dalle contestazioni, i due leader non avevano letto Vilfredo Pareto (sociologo franco-

italiano) -> le élite che riconoscevano la propria debolezza erano condannate a perdere il

potere. Per uscire dalla crisi, Ben Ali e Moubarak non hanno avuto altra scelta se non quella

di adottare discorsi delle loro opposizioni e di promettere che non si sarebbero ripresentati

alle prossime elezioni presidenziali.

Gli attori volontari e gli attori "costretti" della rivoluzione

Una rivoluzione implica il vacillare degli equilibri esistenti, l'emergere di nuovi attori e il

riposizionamento degli anziani e la ridefinizione dei rapporti di classe e generazionali.

In Tunisia i primi partecipanti della contestazione provenivano dal settore informale. Il suicidio di

Muhammad Bouaziz (venditore ambulante) scatenò la sollevazione. Questa morte permise a

Bouaziz di restaurare al costo dell'autosoppressione la propria dignità sbeffeggiata dallo schiaffo

ricevuto in pubblico dalla poliziotta. Inoltre le manifestazioni che seguirono mostrarono che milioni

di "invisibili" ridotti a guadagnarsi la vita ogni giorno, erano riusciti a organizzarsi collettivamente.

La contestazione proveniva dalla periferia. Si possono dividere queste classi in due categorie:

• i salariati funzionarizzati dello Stato o del settore pubblico in netta perdita di prestigio

• gli strati legati al mondo economico di una nuova borghesia

Senza la partecipazone di questi due strati delle "classi medie" sarebbe stato impossibile far uscire

Ben Ali grazie alla sola pressione delle zone periferiche tunisine.

Al Cairo le manifestazioni si caratterizzano per la partecipazione di questi strati e degli studenti. La

partecipazione di queste masse "spontanee" ha spinto ad entrare in azione altri attori tra cui i

movimenti islamici/islamisti (soprattutto An-Nahda, Fratelli Musulmani e An-Nur) e le

organizzazioni di sinistra che da qualche anno avevano conosciuto una ripresa di vitalità.

L'effetto domino

Ogni rivoluzione di portata minimamente universale scatena un effetto domino.

Le rivoluzioni democratiche del 1848 e i cambiamenti radicali del 1947-1976 nell'Eu dell'Ovest e

del 1989 nell'Eu dell'Est sono stati il frutto di veri effetti domino.

L'effetto domino si concretizza col rovesciamento di alcuni di questi e la riorganizzazione di altri

sulla base di una dottrina e di un'ingegneria di "sicurezza nazionale". L'effetto domino fa spostare

tutte le linee di forza in un vasto spazio che condivide certi tratti comuni in cui le componenti

"individuali" sono tuttavia modificate da dinamiche plurali e fortemente differenziate.

Il mondo arabo del 2011-2012 presenta sei configurazioni distinte:

1. Marocco, Giordania e Kurdistan d'Iraq (entità non-indipendente e non araba): in Marocco e

Giordania la monarchia dispone di doppia legittimità -> è "arbitro" dei conflitti e sceriffo,

insomma è discendente del Profeta.

Negli ultimi decenni emergono pluralismo politico e libertà di espressione in questi due Paesi, in cui

hanno luogo elezioni periodiche.

La monarchia giordana può permettersi una tale integrazione a condizione di continuare a

controllare il centro del potere.

In Marocco le modifiche costituzionali del 2011 che non cambiarono i rapporti di potere e le

elezioni legislative che furono organizzate subito dopo costituiscono un esempio riuscito di

ingegneria del potere in tempo di crisi.

Il Kurdistan d'Iraq si muove in un quadro analogo: la legittimità "naturale" della "curdicità" e

quella "familiare" che risale alla resistenza, rafforzano in modo considerevole la posizione del

presidente della regione Kurdistan, Messud Barzani. Il potere curdo è costretto ad adottare rimedi

più radicali a causa della richiesta pressante di maggiore integrazione che proviene specialmente dal

governatore di Suleymaniyé (vicino a frontiera iraniana) dei conflitti intergenerazionali, dei

mediocri risultati ottenuti dalla lotta contro la corruzione e dell'abisso sempre più forte tra le classi

indigenti e le classi benestanti.

2. Siria e Libia: la Siria ha subito una repressione violenta e prolungata, la Libia un intervento

militare esterno unito a una resistenza armata che ha provocato la fine del regime. La Siria,

fondata negli anni '20 e la Libia unificata come entità indipendente nel 1951, non hanno mai

conosciuto un processo di centralizzazione efficace e le loro capitali non si sono mai

trasformate in centri nevralgici dei due paesi.

In Siria le città di provincia che dispongono di una forte identità storica, non sono mai state

completamente sottomesse a Damasco, le altre (Aleppo, Daraa, Der az-Zor) hanno continuato a

dipendere dagli assi transfrontalieri con Turchia, Giordania e Iraq. Le tribù persero gran parte della

loro influenza negli anni '60 e furono riabilitate negli anni '90-00.

In Libia Tripoli e Benghazi hanno continuato a vivere come due città storiche non integrate l'una

all'altra. Le tribù continuano a costituire delle entità influenti che forniscono le cornici

d'appartenenza "naturali" per molti cittadini.

3. Bahrein: la popolazione è a maggioranza sciita e prova una certa simpatia per l'Iran. Il

sollevamento del 2011 contro la famiglia Al-Khalifa, che detiene il posto di monarca e

quello di primo ministro, è stato soffocato nel sangue.

La condanna sul piano internazionale del reame del Bahrein non ha mai asunto rilievo significativo.

La ragione principale di quest'assenza di reazione sta nell'invio di mille soldati dall'Arabia Saudita

che hanno mostrato che il reame wahhabita giocherebbe in ogni momento di grave crisi il ruolo di

pretoriano in tutta l'area del Golfo.

4. Yemen : un potere basato sulla dominazione di una famiglia o una tribù puù mantenersi,

almeno per un certo periodo, grazie ai rapporti di forz su scala nazionale.

Nel gennaio 2012 Abdullah Ali Saleh è stato costretto a lasciare il potere quasi un anno dopo le

prime manifestazioni massicce e molti mesi dopo un attentato che ha rischiato di essergli fatale, ma

il suo sitema non ne è stato scosso.

Il paese è tetaro di quattro guerre simultanee, il che porta paradossalmente al suo regime le risorse

per resistere: • guerra fra Sud Yemen e Nord Yemen: fragili unificazione e centralizzazione

forzate imposte dopo il conflitto degli anni '60-'70 e dopo quello del 1994

• guerra fra Stato e comunità zaidita: quest'ultima accusata di essere filoiraniana

• guerra condotta dagli islamisti radicali di al-Qaida che dispongono di basi

territoriali

• guerra tribale che coinvolge tribù Hached di Saleh e che ha luogo a Sanaa

Gli spazi silenziosi

In Arabia Saudita e nei paesi del Golfo i regimi si mantengono grazie al sostegno del sistema-

mondo e alla rendita petrolifera che permettono loro di "imborghesire" la loro società.

Ci sono altri tre Paesi che dal 2011 conoscono un periodo silenzioso:

Algeria: la presenza massiccia dell'esercito, di istituzioni di sicurezza e di dispositivi repressivi

costituiscono ostacoli per ogni mobilitazione. Questi fattori però non possono spiegare il numero

limitato di manifestanti, mai al di sopra di circa 5000 persone. Questa debolezza sembra legata

soprattutto all'eredità della guerra civile del 1990 che divise letteralmente un certo numero di

famiglie in due campi nemici.

Libano e Iraq: mobilitazioni filodemocratiche e pacifiche in Libano e sanguinose in Iraq. Le guerre

civili e il sostegno di Siria e Iran che apportano agli attori sciiti capaci di condurre i due paesi a una

reale instabilità spiegano questo fatto.

Tunisia ed Egitto: processo di democratizzazione?

A oltre due anni dalla caduta dei due leader vi è da una parte dissoluzione della coalizione

interclassista, intergenerazionale e intergenere che aveva prodotto il contesto rivoluzionario e,

dall'altra emergenza di una dialettica "della strada e dell'urna".

La fine della coalizione rivoluzionaria può essere spiegata da:

• ritiro dalla scena degli strati conservatori delle classi medie pesantemente colpite da crisi

economica

• indebolimento delle categorie dei dirigenti dei settori pubblici e privati che continuavano a

richiedere trasformazioni radicali

• separazione della gioventù studentesca da quella proveniente dal settore informale

"Della strada e dell'urna" = nonostante tasso partecipazione elezioni resti debole, i partiti islamici

conservatori hanno ottenuto in Tunisia più del 40%, in Egitto più del 65%. In Egitto il 25% del

movimento safita An-Nour (non jihadista ma molto violento) è un segno di estrema

marginalizzazione dei militanti di sinistra che continuavano a riunirsi.

Il 18 Brumaio arabo e il destino della sinistra

Il 18 Brumaio (Marx) non può essere un semplice ritorno al vecchio autoritarismo. Nuovi rapporti

di forza e di potere sono emersi in Tunisia e in Egitto. I partiti islamici conservatori, veri vincitori

delle elezioni, appaiono come sole forze capaci di costruire un'egemonia.

Il Medio Oriente degli anni Duemila

Dopo caduta di Gheddafi differenti movimenti jihadisti esercitano controllo sul Nord del Mali,

questo mostra che anche le frontiere con l'Africa nera diventano porose.

L'Arabia Saudita e i Paesi del Golfo cercano in tutti i modi di far cadere il regime siriano, sostenuto

dall'Iran.

Tehran arma attivamente il regime di Bachar al-Assad.

Introduzione “fatto politico” attraverso una serie di strumenti sociologici

Sociologia politica: analizza il

quantitativi e qualitativi, senza impedirsi approccio interdisciplinare. Si interessa alle istituzioni

politiche e ai loro modi di legittimazione, alla vita militante e alle competizioni elettorali, alle forme

di dominazione e di contestazione, alle dinamiche inscritte nel lungo periodo e alle trasformazioni,

talvolta radicali, conosciute da un certo spazio politico.

1.La formazione del Medio Oriente

Per secoli, una serie di fatti, dalla lingua franca mediterranea ai trasferimenti di uomini, di idee e

beni, ha unito le due rive del Mediterraneo, quella musulmana e quella cristiana.

L'Impero Ottomano ha per molto tempo marcato i territori arabi con la sua presenza.

XIX secolo “reislamizzazione” del → la definizione “nazioni” musulmane

Medio Oriente

costituisce l'equivalente del processo di “occidentalizzazione”.

L'Occidente in questo contesto inventa la Terra Santa, la religione diventa il principale registro

esplicativo dei destini delle popolazioni musulmane.

L'allargamento del Medio Oriente

Qualche decennio fa pochi ricercatori avrebbero incluso Afghanistan o Algeria nel Medio Oriente.

Le storie recenti di questi due Paesi non possono più essere lette l'una senza l'altra, inoltre sono

legate a quelle di altri Paesi come Egitto o Giordania.

Molti islamisti di spicco fanno parte di numerose storie locali: Abu Mussab al-Zarkaui (giordano),

formato dal palestinese Muhammad al-Maqqdisi, si è iniziato all'islamismo in Pakistan e in

Afghanistan ed è diventato il leader di al-Qaida in Iraq, dove poi è morto nel 2006.

I cicli storici del Medio Oriente

Un ciclo storico non rappresenta un'entità temporale chiusa; la presenza continua di certi attori sulla

scena politica, il perpetuarsi di alcuni dati pesanti legano questi cicli tra loro.

Ciclo storico che comincia nel 1979: eventi principali riconoscimento di Israele da parte dell'Egitto,

occupazione dell'Afghanistan da parte di Urss e rivoluzione iraniana.

1919-1979: due cicli storici lunghi

Il primo ciclo inizia con dissoluzione dell'Impero ottomano durante la prima guerra mondiale.

La Turchia esce vincitrice dalla lotta per l'indipendenza e diventa nel 1923 una repubblica

riconosciuta e rispettata dall'Europa.

La Persia occupata durante il conflitto mondiale dalle forze britanniche, russe e ottomane e che nel

1920 e 1930 imita l'esempio della Turchia.

Gli inglesi negoziavano con Francia l'accordo Sykes-Picot (1916) che prevedeva ripartizione e con

la dichiarazione Balfour del 1917.

Il mondo arabo diventa il bottino della guerra mondiale.

I regimi mandatari stabiliti da Londra e Parigi instaurano controllo diretto su questi Stati e riducono

ogni forma di resistenza locale ad atti di sovversione. note come “grandi rivolte” che

Scoppiano di conseguenza proteste in Iraq, Siria e Palestina

contestano l'illegittimità delle élite elette dalle due potenze europee.

Il secondo ciclo storico inizia con la costituzione dello Stato di Israele nel 1948. Palestina divisa,

molte centinaia di migliaia di abitanti condannati all'esilio nei campi profughi, la Nakba sconvolge

la distribuzione politica nel mondo arabo e dimostra la debolezza dei poteri sorti dall'indipendenza.

Questo ciclo segna la fine della “democrazia borghese” considerata corrotta. La nuova

intellighenzia militare e civile si impone come principale attore di una crisi rivoluzionaria scandita

da una serie di colpi di Stato. Le indipendenze di tre paesi del Nord Africa (es Algeria ottenuta a

prezzo di guerra atroce) e vittoria politica dell'Egitto nella guerra di Suez (1956) costituiscono

eventi cardine di questo periodo.

Molti stati come Arabia Saudita, Giordania o Marocco restano agganciati all'Occidente durante

questo ciclo storico. Nell'insieme però in Maghereb, Mashreq e Yemen due tendenze dai confini

dominano questo periodo: la sinistra “marxista-leninista” e il nazionalismo arabo dominante

fluidi

soprattutto in seno all'intellighenzia militare e civile.

Il nazionalismo arabo perde credibilità dopo la guerra dei Sei giorni (1967) anche se continua a

costituire l'orizzonte intellettuale del mondo arabo fino a fine 1970.

In questo periodo si radicalizza il movimento islamista. In Iraq nasce il partito islamista ad-Dawa

fondato nel 1957-58 da numerosi membri del clero raggruppati intorno all'ayatollah Muhammad

Baqr al-Sadr.

1979-2010: tre cicli storici decennali

Primo ciclo 1979-fine anni '90: con la rivoluzione islamica del 1979 l'Iran diventa teatro di un

capovolgimento inedito nella storia regionale. Ugualmente, la lotta contro l'occupante sovietico in

Afghanistan offre al Medio Oriente una via jihadista molto più radicale e vittoriosa.

Il riconoscimento di Israele da parte dell'Egitto, la trasformazione dei regimi baathisti in Iraq e Siria

in dittature burocratiche e l'occupazione dell'Afghanistan da parte dell'Armata rossa segnano la

morte della sinistra araba, nasseriana, baathista o internazionalista che sia.

Gli eventi principali del 1979 provocano due guerre, in Afghanistan contro l'occupazione russa e tra

Iran e Iraq. Essi ne configurano una terza, la guerra civile libanese che comincia nel 1975 e assume

maggiore intensità dopo invasione israeliana del 1982.

Provocano una duplicità d'azione islamica, la prima si spiega tramite la partecipazione di circa

trentamila giovani arabi a un fronte afghano molto lontano dal territorio arabo. La seconda matrice è

incarnata dall'Hezbollah libanese che diventa la maggiore forza militare e politica in Libano e un

punto di riferimento simbolico per le contestazioni sciite nel mondo musulmano.

Secondo ciclo 1988- : segnato da una serie di nuovi conflitti che contribuiscono ad allargare i

confini del mondo musulmano verso nuove regioni, es Guerra del Golfo (1990-1991) ma anche le

guerre periferiche come in Tagikistan, Cecenia, ex Jugoslavia). Le militanze islamiste hanno visto

in queste guerre episodi di aggressione dell'Occidente contro l'Islam ma le principali contestazioni

jihadiste di questo periodo hanno luogo nel cuore del mondo arabo, in Algeria e Egitto. Fattori che

spiegano queste dissidenze: fallimento del sistema Fln in Algeria e usura del regime di Moubarak in


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itscay

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze internazionali
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher itscay di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Medio Oriente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Di Peri Rosita.

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