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Sociologia politica del Medio Oriente

Prefazione

Una tipologia delle rivoluzioni: eventi nel Mondo arabo fra 2009 e 2011 circa rappresentano una crisi o una configurazione rivoluzionaria -> crisi rivoluzionaria (Lenin) = situazione indeterminata in cui i governanti continuano a occupare i palazzi, pur non avendo più né i mezzi per produrre l'obbedienza sociale né i meccanismi per una coesione interna capace di assicurarne la durata. Durante una crisi rivoluzionaria i governati non si sono ancora appropriati dei palazzi. In meno di un anno Ben Ali, Moubarak, Gheddafi e Saleh hanno perduto i loro troni e sono andati incontro all'esilio, alla prigionia o alla morte.

Tipologie di rivoluzioni

Possiamo dividere le rivoluzioni in tre categorie:

  • Di natura escatologica: identifica il tempo passato con quello della degenerazione e del declino dell'uomo e mira a instaurare un nuovo tempo capace di permettere la fine dell'alienazione e di condurre alla liberazione del genere umano. Rivoluzioni che appartengono a questa categoria (es. francese, russa, iraniana) immaginano che il mondo non sia riformabile tramite dispositivi politici eccezionali ma piuttosto a partire da coordinate inedite e radicali. Si impongono come modelli universali.
  • Risultato di una rottura storica tramite guerra partigiana: caratteristica principale è la conquista graduale di uno spazio per mezzo di un esercito di "liberazione" o "popolare". Riescono a imporre alle loro società una nuova percezione del tempo e costruiscono nuovi rapporti di potere opposti a quelli dei vecchi regimi (es. Turchia kemalista, Cina di Mao, Algeria del FLN, Vietnam di Ho Chi Minh). Questo tipo di regimi derivati da guerra partigiana stabilisce un legame indissolubile tra la rivoluzione, la nazione e la "civilizzazione", determinano i loro nemici interni a partire da questa associazione.
  • Rivoluzione democratica: non ricorre alla violenza, non sfocia nell'instaurazione di una coercizione rivoluzionaria e non definisce la società come "organica". Considera la politica come un "luogo vuoto". Queste rivoluzioni, diversamente dalle prime due, autorizzano molteplici interpretazioni del passato (es. sollevazioni in Europa nel 1848, processi che hanno portato a rovesciamento dittature in Europa dell'Ovest e dell'Est fra 1947-1976 e nel 1989).

Le rivoluzioni in Tunisia e Egitto possiamo definirle democratiche -> grazie a queste rivolte le due società hanno consentito l'uscita dall'autoritarismo senza egemonia e dalla fatica sociale di Ben Ali e Moubarak.

Perché la Tunisia e l'Egitto

Tunisia ed Egitto sono stati i primi Paesi a ribellarsi. Possiamo considerarli come eccezioni nel mondo arabo per tre ragioni:

  • Eredità storica e rapporti di forza sociali e politici: sin da inizio XIX secolo il beilicato di Tunisi e il potere di Mehmed Ali riuscirono nelle loro esperienze di centralizzazione e trasformarono Tunisi e il Cairo nei principali centri di potere e della vita politica dei due Paesi. Il terreno sociale della rivoluzione è stato preparato dagli scioperi o dalle resistenze all'interno delle città di provincia, ma alla fine la sorte dei regimi è stata determinata dalle mobilitazioni di Tunisi e del Cairo. Fase decisiva della contestazione in un lasso di tempo molto breve (3 giorni a Tunisi, 18 giorni al Cairo) -> spiegabile attraverso il ruolo "egemone" giocato dalla capitale nei due Paesi.
  • Società aperta coesisteva con potere anacronistico: la presenza di partiti politici legali permetteva lo sviluppo di progetti politici alternativi. I poteri totalmente staccati dalle proprie società non erano più in grado di comprendere gli eventi che si svolgevano sotto i loro occhi. Ben Ali e Moubarak erano diventati prigionieri di una routine istituzionale marcata dalle elezioni quinquennali o settennali senza alcuna posta in gioco. Quando pensavano di disporre di massima immunità, la loro legittimità si era totalmente erosa.
  • Privati del "capitale-tempo": improvvisamente privi del "capitale-tempo", principale base del loro potere, e disarmati dalle contestazioni, i due leader non avevano letto Vilfredo Pareto (sociologo franco-italiano) -> le élite che riconoscevano la propria debolezza erano condannate a perdere il potere. Per uscire dalla crisi, Ben Ali e Moubarak non hanno avuto altra scelta se non quella di adottare discorsi delle loro opposizioni e di promettere che non si sarebbero ripresentati alle prossime elezioni presidenziali.

Gli attori volontari e gli attori "costretti" della rivoluzione

Una rivoluzione implica il vacillare degli equilibri esistenti, l'emergere di nuovi attori e il riposizionamento degli anziani e la ridefinizione dei rapporti di classe e generazionali. In Tunisia i primi partecipanti della contestazione provenivano dal settore informale. Il suicidio di Muhammad Bouaziz (venditore ambulante) scatenò la sollevazione. Questa morte permise a Bouaziz di restaurare al costo dell'autosoppressione la propria dignità sbeffeggiata dallo schiaffo ricevuto in pubblico dalla poliziotta. Inoltre le manifestazioni che seguirono mostrarono che milioni di "invisibili" ridotti a guadagnarsi la vita ogni giorno, erano riusciti a organizzarsi collettivamente. La contestazione proveniva dalla periferia. Si possono dividere queste classi in due categorie:

  • I salariati funzionarizzati dello Stato o del settore pubblico in netta perdita di prestigio
  • Gli strati legati al mondo economico di una nuova borghesia

Senza la partecipazione di questi due strati delle "classi medie" sarebbe stato impossibile far uscire Ben Ali grazie alla sola pressione delle zone periferiche tunisine. Al Cairo le manifestazioni si caratterizzano per la partecipazione di questi strati e degli studenti. La partecipazione di queste masse "spontanee" ha spinto ad entrare in azione altri attori tra cui i movimenti islamici/islamisti (soprattutto An-Nahda, Fratelli Musulmani e An-Nur) e le organizzazioni di sinistra che da qualche anno avevano conosciuto una ripresa di vitalità.

L'effetto domino

Ogni rivoluzione di portata minimamente universale scatena un effetto domino. Le rivoluzioni democratiche del 1848 e i cambiamenti radicali del 1947-1976 nell'Europa dell'Ovest e del 1989 nell'Europa dell'Est sono stati il frutto di veri effetti domino. L'effetto domino si concretizza col rovesciamento di alcuni di questi e la riorganizzazione di altri sulla base di una dottrina e di un'ingegneria di "sicurezza nazionale". L'effetto domino fa spostare tutte le linee di forza in un vasto spazio che condivide certi tratti comuni in cui le componenti "individuali" sono tuttavia modificate da dinamiche plurali e fortemente differenziate.

Configurazioni del mondo arabo (2011-2012)

Il mondo arabo del 2011-2012 presenta sei configurazioni distinte:

  • Marocco, Giordania e Kurdistan d'Iraq (entità non-indipendente e non araba): in Marocco e Giordania la monarchia dispone di doppia legittimità -> è "arbitro" dei conflitti e sceriffo, insomma è discendente del Profeta. Negli ultimi decenni emergono pluralismo politico e libertà di espressione in questi due Paesi, in cui hanno luogo elezioni periodiche. La monarchia giordana può permettersi una tale integrazione a condizione di continuare a controllare il centro del potere. In Marocco le modifiche costituzionali del 2011 che non cambiarono i rapporti di potere e le elezioni legislative che furono organizzate subito dopo costituiscono un esempio riuscito di ingegneria del potere in tempo di crisi. Il Kurdistan d'Iraq si muove in un quadro analogo: la legittimità "naturale" della "curdicità" e quella "familiare" che risale alla resistenza, rafforzano in modo considerevole la posizione del presidente della regione Kurdistan, Messud Barzani. Il potere curdo è costretto ad adottare rimedi più radicali a causa della richiesta pressante di maggiore integrazione che proviene specialmente dal governatore di Suleymaniyé (vicino a frontiera iraniana) dei conflitti intergenerazionali, dei mediocri risultati ottenuti dalla lotta contro la corruzione e dell'abisso sempre più forte tra le classi indigenti e le classi benestanti.
  • Siria e Libia: la Siria ha subito una repressione violenta e prolungata, la Libia un intervento militare esterno unito a una resistenza armata che ha provocato la fine del regime. La Siria, fondata negli anni '20 e la Libia unificata come entità indipendente nel 1951, non hanno mai conosciuto un processo di centralizzazione efficace e le loro capitali non si sono mai trasformate in centri nevralgici dei due paesi. In Siria le città di provincia che dispongono di una forte identità storica, non sono mai state completamente sottomesse a Damasco, le altre (Aleppo, Daraa, Der az-Zor) hanno continuato a dipendere dagli assi transfrontalieri con Turchia, Giordania e Iraq. Le tribù persero gran parte della loro influenza negli anni '60 e furono riabilitate negli anni '90-00. In Libia Tripoli e Benghazi hanno continuato a vivere come due città storiche non integrate l'una all'altra. Le tribù continuano a costituire delle entità influenti che forniscono le cornici d'appartenenza "naturali" per molti cittadini.
  • Bahrein: la popolazione è a maggioranza sciita e prova una certa simpatia per l'Iran. Il sollevamento del 2011 contro la famiglia Al-Khalifa, che detiene il posto di monarca e quello di primo ministro, è stato soffocato nel sangue. La condanna sul piano internazionale del reame del Bahrein non ha mai assunto rilievo significativo. La ragione principale di quest'assenza di reazione sta nell'invio di mille soldati dall'Arabia Saudita che hanno mostrato che il reame wahhabita giocherebbe in ogni momento di grave crisi il ruolo di pretoriano in tutta l'area del Golfo.
  • Yemen: un potere basato sulla dominazione di una famiglia o una tribù può mantenersi, almeno per un certo periodo, grazie ai rapporti di forza su scala nazionale. Nel gennaio 2012 Abdullah Ali Saleh è stato costretto a lasciare il potere quasi un anno dopo le prime manifestazioni massicce e molti mesi dopo un attentato che ha rischiato di essergli fatale, ma il suo sistema non ne è stato scosso. Il paese è teatro di quattro guerre simultanee, il che porta paradossalmente al suo regime le risorse per resistere:
    • Guerra fra Sud Yemen e Nord Yemen: fragili unificazione e centralizzazione forzate imposte dopo il conflitto degli anni '60-'70 e dopo quello del 1994
    • Guerra fra Stato e comunità zaidita: quest'ultima accusata di essere filoiraniana
    • Guerra condotta dagli islamisti radicali di al-Qaida che dispongono di basi territoriali
    • Guerra tribale che coinvolge tribù Hached di Saleh e che ha luogo a Sanaa

Gli spazi silenziosi

In Arabia Saudita e nei paesi del Golfo i regimi si mantengono grazie al sostegno del sistema-mondo e alla rendita petrolifera che permettono loro di "imborghesire" la loro società. Ci sono altri tre Paesi che dal 2011 conoscono un periodo silenzioso:

Algeria: la presenza massiccia dell'esercito, di istituzioni di sicurezza e di dispositivi repressivi costituiscono ostacoli per ogni mobilitazione. Questi fattori però non possono spiegare il numero...

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Scienze politiche e sociali SPS/13 Storia e istituzioni dell'africa

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher itscay di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del Medio Oriente e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Di Peri Rosita.
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