Musulmane rivelate – Ruba Salih
Introduzione
Questione femminile nell’Islam:
- Chi vede diseguaglianza fra sessi come volere divino. Uomini livello superiore alle donne nelle vicende terrene.
- Forze radicali e progressiste e alcune femministe: Islam intrinsecamente patriarcale e nemico dei diritti delle donne.
Fra queste due letture esterne ci sono posizioni intermedie fra cui quelle delle femministe islamiche interessate a rilettura della storia islamica fin dai suoi esordi per mostrare come le diverse forme di oppressione non sarebbero da attribuire all'Islam, che non è né più né meno oppressivo di altre religioni, ma ad un’interpretazione misogina dei testi sacri (Sunna, Corano). Secondo questa posizione esisterebbe posizione egualitaria fra generi nell'Islam. È opinione comune che fu a partire dagli imperi dopo la morte di Muhammad che le donne musulmane cominciarono a sperimentare una crescente sottomissione a norme patriarcali e a un’esclusione dagli ambiti pubblici. Elemento che accomuna posizioni distanti è la rappresentazione dell'Islam come religione astorica.
Geertz (antropologo e studioso dell’Islam) dà una definizione di religione come sistema culturale di simboli nel quale i modelli religiosi sono cornici, schemi simbolici attraverso cui l’esperienza è interpretata, ma anche guide per l’azione e regole di condotta.
Reciprocità di sguardi e questione femminile
La questione femminile è stata elemento centrale dell’incontro tra Islam e Europa che è avvenuto fra la fine del XVIII sec, con spedizione napoleonica in Egitto (1798).
Edward Said in Orientalismo sostiene che è in relazione e in opposizione a un Oriente costruito e rappresentato nel corso degli ultimi tre secoli come barbaro e retrogrado che si è storicamente affermata l’identità europea e occidentale. Il mondo occidentale ha inscritto l’altro nel regno della tradizione, dell’arretratezza, della barbarie, e lo ha fatto a partire da una costruzione della differenza come distanza cronologica, facendo largo uso delle metafore di genere. Il linguaggio coloniale riproduceva spesso quello della famiglia nel tentativo di accentuare la necessità del dominio coloniale, normalizzando il ruolo parentale degli europei verso i loro protetti non europei.
John Cromer (amministratore coloniale in Egitto) scrive in Modern Egypt (1908): “L’europeo è un rigoroso ragionatore, i suoi discorsi sono privi di ambiguità, è un logico naturale, anche se egli può non avere studiato logica, è per natura scettico e richiede prova prima di poter accettare la verità. La mente dell’orientale è distintamente carente di simmetria. Il suo modo di ragionare è descrivibile come dei più inaccurati.”
Fine ‘800 Renan e Gobineau riuscirono con i loro scritti a naturalizzare l’idea dell’Islam e dei musulmani come razza. Renan scrisse dell’inferiorità dei paesi islamici. Queste rappresentazioni degradanti forgiarono dibattiti e reazioni contrastanti. A cavallo fra XIX e XX sec il Medio Oriente sarà attraversato da strategie di resistenza spesso contrastanti: modernizzazione, riformismo islamico, nazionalismo laico -> come risposta all’orientalismo e al dominio economico europeo.
Genere e orientalismo
Lo sguardo sull’Oriente è lo sguardo di un soggetto maschile. L’Oriente è certo una costruzione culturale, come sostiene Edward Said, ma è anche una costruzione sessuale, una fantasia costruita sulla differenza sessuale. La figura della donna orientale velata, spesso ritratta nell’harem, ha ruolo predominante nei testi orientalisti del ‘700-‘800, non solo come simbolo di Oriente misterioso ed esotico, ma anche come significante dell’Oriente come spazio femminilizzato, velato, seduttivo e pericoloso. Nell’immaginario europeo del periodo, il velo e l’harem divengono emblemi dell’essenza dell’identità islamica e del carattere retrogrado delle società musulmane, in realtà sono consuetudini culturali dei popoli conquistati che non trovano riscontri nella prima epoca islamica. La subordinazione della donna nella società musulmana e orientale veniva letta dai colonizzatori come conseguenza diretta della religione islamica e pratiche come il velo, l’harem e la poligamia erano viste come strumenti atti a preservare tratti essenziali della tradizione e della religione islamica. Nella letteratura coloniale si pensava che la poligamia portasse alla degenerazione intellettuale e impedisse il progresso e lo sviluppo delle istituzioni sociali e culturali.
In questo panorama ci furono voci dissonanti, come la femminista Hubertine Auclerc, attivista della seconda metà dell’800 che si batte per il suffragio femminile in Francia. Dopo quattro anni in Algeria scrisse “Les femmes arabes” in cui denunciava dominio e sfruttamento coloniale in Algeria e puntava il dito sulla duplicità coloniale che facendosi scherno della “cultura locale” contribuiva a soggiogare le donne. Le donne musulmane per la Auclerc apparivano soggette a un doppio dominio patriarcale, quello della cultura di appartenenza e quello della cultura dei colonizzatori. Per gli europei il sottosviluppo delle società musulmane non era semplicemente un’astrazione, ma aveva fondamento materiale nella mancanza di moderne istituzioni e tecnologie. Il rimedio immaginato dagli europei era la creazione di un ordine disciplinato dello spazio attraverso delimitazione del territorio con barriere fisiche e simboliche e con confini determinati.
Her-story ed esegesi femminista
Fra molte studiose musulmane è venuta maturando l’importanza di un lavoro di tipo esegetico sulle fonti religiose, con lo scopo di sottrarre all’unico potere maschile la possibilità di stabilire quale messaggio vi sia alla base del Corano e della Sunna. I diritti delle donne e dell’Islam sono tutt’altro che incompatibili, è nei secoli successivi all’avvento dell’Islam che si viene a formare un paradigma teologico-giuridico profondamente misogino, che si allontana profondamente dagli insegnamenti del profeta Muhammad.
Patriarcato e Islam: lo scambio patriarcale
Grave errore sovrapporre Islam e patriarcato. Le forme di controllo patriarcale sono trasversali alle diverse culture e risultano presenti in tutte le maggiori religioni, dall’induismo al confucianesimo all’Islam e al cristianesimo. La chiave per comprendere la riproduzione del sistema patriarcale nel mondo musulmano si trova nella famiglia estesa patrilocale che nelle società agrarie è comunemente associata con la riproduzione della classe contadina. Nel modello patriarcale classico, le donne sono date in spose in età precoce a famiglie al cui vertice si trova il padre del marito. Le giovani si trovano subordinate non solo ai mariti ma anche alle donne più anziane (es. suocere). In Medio Oriente diffuso matrimonio fra cugini paterni paralleli, cioè figli di fratelli.
In molte società tradizionali, le basi del patriarcato hanno finito con lo sgretolarsi sotto l’impulso delle nuove forze di mercato e della penetrazione del capitale in aree rurali, comportando spesso la marginalizzazione economica. In tempi recenti, la partecipazione delle donne, soprattutto delle classi meno agiate, al mercato del lavoro, ha prodotto effetti ambivalenti. Il bisogno del lavoro extradomestico delle donne in funzione della sussistenza della famiglia mette in crisi le relazioni tra i generi e le generazioni attorno a cui ruota il sistema patriarcale. Gli uomini non si sentono in grado di soddisfare il proprio ruolo tradizionale e vivono come una minaccia la maggiore libertà femminile. Le donne sentono venir meno il sistema di protezione della famiglia, ma non sempre hanno accesso a forme di protezione e sicurezza esterne.
In contesti in cui le opzioni disponibili per le donne sono estremamente ridotte e il lavoro fuori di casa non garantisce piena protezione per sé e i propri figli, le donne possono assumere attivamente comportamenti e simboli che enfatizzino la propria modestia e rispettabilità, come il velo. Le donne tentano di esercitare una pressione sugli uomini affinché questi continuino ad assumersi responsabilità nei loro confronti e a ricoprire i tradizionali ruoli maschili di protezione economica e sociale. In molte società musulmane l’accesso alla sfera del lavoro extradomestico non si è tradotto semplicemente in maggiore libertà, ma le ha spinte a recuperare i tradizionali simboli di modestia nel tentativo di non perdere quella protezione economica e sociale teoricamente garantita dal contratto matrimoniale nelle società patriarcali.
L’avvento dell’Islam e la condizione femminile
La religione islamica fu rivelata nel 610 d.C in Arabia. Muhammad vide la sottomissione dell’Arabia alla religione islamica entro la sua morte (632). Dieci anni dopo, numerose parti del Medio Oriente furono conquistate dal nuovo Stato islamico e nei successivi quattro secoli la maggioranza della popolazione dei territori conquistati si era convertita all’Islam. Con la fine del regno del secondo califfo Umar ibn al-Khattab, l’intera Penisola e parte dell’Impero bizantino erano stati conquistati. Alla morte del Profeta si assistette ad un’accesa lotta attorno alla sua successione.
Principale grande divisione fra sunniti e sciiti (non riconobbero i primi tre califfi, ritenendo che l’unico legittimo successore designato dal Profeta alla carica di imam fosse Ali ibn Ali Talib, primo seguace e genero del Profeta e quarto califfo). I kharigiti, movimenti dissidenti che si erano manifestati fin dalle prime dispute sulla successione del Profeta, avevano sostenuto che la caratteristica principale della guida dei credenti dovesse essere la virtù. Con l’accesso al potere di Mu’awiya (661-80) comincia nuova fase in cui la carica di guida dei credenti diventa quasi ereditaria. Da questo momento ha inizio la fase delle dinastie, sotto la dinastia ummayyade la capitale del califfato fu trasferita da Medina a Damasco e l’Islam si volse alla conquista dell’Occidente (raggiungono Marocco e poi Spagna). L’Islam si andava delineando come una religione meglio definita con un complesso sistema rituale, dottrinale e giuridico, chiaramente distinguibile da altre religioni.
Nel 750 subentrò il califfato abbaside che rimase al potere fino alla metà del XIII sec. Capitale Baghdad per controllare territorio molto vasto, ma dovettero decentralizzare il potere e trasferire alcune prerogative ai propri eserciti professionali e ad altri governatori che pian piano formarono delle dinastie separate sostenute da gruppi militari. 750-1258 periodo cruciale nel corso del quale avviene profonda ridefinizione del ruolo delle donne e delle relazioni di genere rispetto al primo periodo islamico. È sotto gli abbasidi che prende forma la tradizione giuridica dell’Islam e la shari’a a cui si fa riferimento fino ad oggi.
Le donne nell’epoca preislamica
Per l’Islam la fase storica che precede la rivelazione è la Jahiliyya cioè età dell’ignoranza. Alcuni sostengono che l’Islam porti diritti fondamentali alle donne in totale rottura con le epoche precedenti e alcuni invece sostengono che l’islam radicalizzi e renda normativa la sottomissione delle donne. Le donne nell’Arabia preislamica sembrava godessero di uno status più elevato rispetto alle donne degli imperi nordici. La poligamia e la poliandria erano praticate entrambe. Probabilmente poliandria esercitata da donne nella loro stessa tribù poiché i matrimoni esogamici (fuori dal gruppo di discendenza di consanguinei) erano poco diffusi.
I membri della tribù si consideravano discendenti da uno stesso antenato. Le donne che si sposavano con uomini al di fuori della propria tribù avevano il diritto di tenere i figli con sé. Durante l’epoca della nascita del Profeta, questo carattere matrilineare comincia a cedere il posto a forme più spiccate di patriarcato. Le trasformazioni socioeconomiche che avevano investito Mecca nei due secoli prima della Rivelazione, l’avevano resa il più importante centro di commerci in Arabia e apportarono cambiamenti profondi nelle consuetudini culturali. Nel V e VI sec la crescita commerciale e la vita sempre più sedentaria delle popolazioni portarono a disintegrazione dei valori tribali, in particolare alla nozione di proprietà comune, che cominciò lentamente a cedere il posto a concezioni della proprietà più individualiste. Avvenne quindi uno scardinamento del carattere matrilineare della società. Ciò portò anche a un’erosione del potere sociale femminile.
Mentre a Medina (più povera e tribale) le donne continuavano a poter avere relazione con più di un uomo) a Mecca la crescente importanza della famiglia nucleare impose alle donne comportamenti sessuali più rigidi. Le donne però rimasero presenti nella sfera pubblica, come commercianti o occupate in altri mestieri. Non vi era rigida separazione dei sessi, le donne non erano velate e potevano avere contatto con uomini, nonché scegliere un marito (es Khadija). Le donne della prima epoca islamica risentirono dei mutamenti socioeconomici che accompagnarono l’avvento dell’Islam in modo diverso a seconda che fossero ricche o povere, urbanizzate o rurali. L’aumento della ricchezza e urbanizzazione di Mecca portarono a migliorare prevalentemente la condizione delle donne urbane, soprattutto di coloro che appartenevano a famiglie facoltose (come Khadija) le quali colsero nuove opportunità per divenire loro stesse delle commercianti.
L’Islam quindi consolidò alcune pratiche preislamiche e ne trasformò altre. Si può sostenere che l’avvento dell’Islam portò con sé riforme positive per le donne ma anche un incremento della loro reclusione nella sfera privata della casa. Tra gli importanti cambiamenti dell’Islam però ci fu anche l’abolizione dell’infanticidio femminile e l’introduzione di regole precise per limitare il ripudio universale della moglie da parte del marito. Nell’Arabia preislamica il divorzio era ottenibile in modo semplice e informale: l’uomo poteva abbandonare mogli e figli e andarsene. Il Corano rende il ripudio unilaterale un gesto più difficile e complesso.
The Golden Age: le donne nel primo periodo islamico
Alla morte del Profeta, i suoi compagni divennero coloro che fornirono giudizi ed informazioni in base ai detti e fatti del Profeta. Hadith cominciarono a circolare e furono trasmessi con la funzione di informare i fedeli sulla tradizione del Profeta. Numerosi hadith testimoniano della vita delle donne nel corso di quell’epoca d’oro (epoca del Profeta) in cui le donne furono attive in molti campi della vita pubblica. Nella battaglia di Uhud ci furono molte donne sui campi di battaglia. Inoltre all’epoca del Profeta le donne partecipavano in attività religiose miste, le donne trasmettevano hadith, partecipavano a festival religiosi e frequentavano le moschee, erano presenti ai discorsi pubblici del Profeta, ecc.
Il fatto che Khadija era una donna divorziata e di 15 anni più anziana del Profeta implica che la verginità non fosse un imperativo sociale assoluto per le donne dell’epoca.
Gli Abbasidi: il confinamento delle donne
Con l’instaurarsi dell’Impero Abbaside (750-1258) viene a maturazione una profonda ridefinizione dei ruoli di genere. Per esempio la verginità femminile assuma importanza assoluta, tanto che fu abolita la pratica di risposarsi delle vedove o delle donne divorziate. Le ragioni di questa trasformazione del ruolo delle donne e del loro allontanamento degli spazi pubblici sono da ricondurre ai profondi mutamenti culturali, sociali ed economici che investivano l’Islam in seguiti ad acquisizione di sempre più territori, dove erano radicate profondamente consuetudini legate in gran parte a tradizioni preesistenti. Fra le molte tradizioni culturali diffuse tra le popolazioni dei territori conquistati degli ex Impero bizantino e Impero sasanide e che l’Islam assunse, ci furono la pratica del velo, la reclusione delle donne.
Il velo
Consuetudini fino ad oggi considerate parte della tradizione islamica, sono quindi pratiche che l’Islam ha fatto sue successivamente all’epoca di Muhammad. Il velo per esempio sembra fosse usanza sasanide, prima della conquista islamica. Durante la vita di Muhammad sembra che le uniche donne a cui si chiese di indossare il velo fossero state le sue mogli, e questo accadeva verso la fine della sua vita, quando il suo status era all’apice e la sua casa era diventata punto di riferimento per molti uomini. Fu questo cambiamento di status di Muhammad che secondo alcune studiose spinse i suoi più stretti collaboratori a imporre alle sue mogli di coprirsi e di rimanere confinate fra le mura domestiche. Studiose dell’epoca di Muhammad sostengono che le donne partecipassero alle attività della comunità medinese fino alla rivelazione del versetto dell’hijab 33.53. All’epoca hijab significava separazione per mezzo di una tenda o di una stoffa che servisse a isolare le donne dal resto della casa e a renderle invisibili agli occhi di uomini estranei.
Dopo questo versetto, venne rivelato il versetto 33.59-60 in cui si impone alle donne musulmane di coprirsi con mantelli (jalabib-jilbab) fuori dalle loro case per poter essere riconosciute come donne libere e non schiave, per evitare di essere sottoposte a molestie. L’ingiunzione del velo nei confronti di tutte le donne musulmane fu attuata attraverso un’estensione semantica e legale del concetto di hijab. Fu associato al versetto 33.59 che ingiungeva alle donne di usare il mantello fuori casa e il versetto 24.31 nella sura della luc
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